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Mozi: tra confucianesimo e pragmatismo

Mozi (468-376 a.C.) nasce dopo la morte di Confucio, che vive dal 551 al 479 a.C., e vive in una fase di passaggio dal periodo delle Primavere e degli Autunni a quello degli Stati combattenti. Vive in parte nello stesso contesto di Confucio, ma fornisce un’interpretazione delle cose differente.

Il pensiero di Confucio

Confucio credeva in un discorso di auto-coltivazione dell’individuo che, partendo da una struttura concentrica, seguendo delle corrette intenzioni, una corretta organizzazione mentale ed emotiva, e di conseguenza un corretto comportamento, di conseguenza anche la famiglia sarebbe stata ben organizzata, poi anche il vicinato, il villaggio ecc. Sviluppa quindi il discorso di un’organizzazione concentrica su base piramidale, in cui c’è un unico sovrano.

La visione pragmatica di Mozi

Mozi parte da un presupposto diverso. Egli non è un aristocratico, ma un artigiano, secondo alcuni un carpentiere. In una fase iniziale sembra apprezzare Confucio, ma poi lo reputa troppo teorico, legato troppo alla ritualità e alle modalità d’azione delle classi dominanti, mentre Mozi vuole un maggior interesse e una maggiore centralità per le classi lavoratrici, le classi inferiori che mandano avanti il paese. Sviluppa così un atteggiamento più pragmatico, che prende in considerazione altri strumenti per risolvere i conflitti, che in quegli anni diventavano sempre più accesi.

Mozi non accetta il discorso dell’uomo di valore, ovvero colui che realizza in sé tutto il positivo, , che coltiva tutte le virtù ed è in perfetta sintonia con il Dao ritenendolo un discorso utopico, irrealizzabile; egli crede nell’uomo capace, che ha delle abilità da mettere in evidenza per il bene collettivo, non sulla base di virtù astratte che deve raggiungere attraverso lo studio e l’aiuto di persone a lui vicine.

L'opera di Mozi

L’opera di Mozi, che da lui prende il nome (Mo: cognome; Zi: maestro; scuola moista) si articola in 3 parti, che sono state messe insieme nel corso dei secoli:

  • Nella prima ci sono 10 tesi che vengono discusse, che per il pensatore sono fondamentali.
  • La seconda tratta aspetti più dialettici: rispetto ai testi confuciani, inizia una diversa elaborazione di una nuova tecnica dialogica o espositiva all’interno di tali testi. Se nei Dialoghi di Confucio c’erano conversazioni di due o tre battute dove veniva espresso in breve qualche concetto, qui ci troviamo dinanzi ad un tipo di elaborazione che diventa man mano più filosofica, affrontando tematiche più specifiche.
  • La terza parte, più tarda rispetto alle altre, parla delle tecniche militari, un aspetto pratico molto citato nella narrativa tradizionale relativa a Mozi, dato che l’uomo capace può mettersi in mostra evitando i conflitti e la violenza con le proprie abilità. Si dice che Mozi avesse dei discepoli combattenti, che non combattevano per ferire qualcuno, ma intervenivano in casi di conflitti tra due territori, o comunque in situazioni violente per cercare di calmare gli animi. Erano dei militari pacifici. Ciò nasce dall’idea che i conflitti fossero dannosi non solo per le vittime coinvolte direttamente, ma anche per il territorio stesso, perché danneggiava anche l’agricoltura e altre attività, quindi non si tratta di un discorso con una base morale.

Mozi sviluppa un atteggiamento più utilitaristico e razionalistico rispetto a Confucio, sviluppando il concetto di Jian’ai (兼爱: jian: assimilare, rendere come sé stessi; ai: amare), che molti traducono come “amore universale”, ma Chen lo traduce come “sollecitudine per assimilazione”, cioè ci si immedesima nella vittima.

Critica alla gerarchia confuciana

Confucio elaborò un’indicazione precisa dell’interlocutore che si ha di fronte, basata sulla gerarchia nei rapporti sociali. Mozi criticava molto questo aspetto, che non permetteva scelta: per esempio in una situazione di scelta tra il proprio fratello o il proprio vicino, si doveva a prescindere scegliere il proprio fratello. Egli riteneva che questo sistema piramidale così stretto fosse causa di conflitto, e tentò di ampliare la fascia di potere: al posto del singolo sovrano, aspirava ad un potere più condiviso, che fosse portato avanti da più persone capaci, con l’obiettivo di portare armonia sociale.

È chiaro che Mozi fosse più pessimista di Confucio, e, non ritenendo praticabile l’auto-coltivazione e miglioramento di sé, riteneva più concreto e immediato l’utilizzo di questi uomini capaci che con le loro abilità avrebbero potuto realizzare la pace.

Il rito e il pensiero confuciano

In questo discorso del criterio di utilità il rito, che insieme a umanità e apprendimento rappresenta uno dei 3 pilastri del pensiero confuciano, era considerato inutile. Per Mozi non era altro che uno spreco di risorse, un qualcosa da eliminare. A differenza di Confucio, egli dà più importanza all’aspetto pratico: per fare un esempio, Confucio credeva che il consenso fosse la cosa più importante.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/21 Lingue e letterature della cina e dell'asia sud-orientale

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