L’Italia pre romana
L’Italia pre-romana era abitata da popoli diversi per lingua, cultura e organizzazione sociale.
L’Italia settentrionale, ad esempio, era occupata a occidente dai Liguri, lungo un territorio esteso da Pisa fino a Marsiglia. Al centro dai Celti e a oriente dai Veneti, una popolazione indoeuropea che secondo la tradizione aveva origini orientali e sotto la guida del troiano Antenore scacciò gli Euganei, popolo dell’età del bronzo, e fondò Padova.
Sull’origine degli Etruschi vi sono invece delle controversie, sia nella storiografia antica che moderna.
Erodoto, ad esempio, sostiene che gli Etruschi provennero dalla Libia dopo la guerra di Troia guidati dall’eroe Tirreno, mentre Dionisio di Alicarnasso sostiene invece che si tratti di un popolo autoctono. La storiografia moderna vanta invece la soluzione proposta da Pallottino, il quale ritiene che la civiltà etrusca fu l’esito di un processo di formazione, avvenuto nell’8° secolo, dalla precedente civiltà autoctona villanoviana che durante l’età del bronzo aveva aperto i propri mercati all’Oriente e alla Grecia trasformando i villaggi in vere e proprie città (Perugia, Fiesole, Bologna, Modena, Rimini), a quella compiutamente etrusca che secondo i ritrovamenti archeologici quali necropoli, per quanto ancora le iscrizioni siano poco decifrate, doveva essere una civiltà aristocratica guidata da re detti Lucumoni e a base schiavile.
La vicinanza della civiltà etrusca finì con l’influenzare quella dei Latini che, specie nel 6° secolo, accelerò il processo di urbanizzazione e monumentalizzazione.
Nel 5° secolo s’impose la supremazia di Roma, mentre già dall’8° secolo i Latini subirono la pressione di Osco-umbri, Sabini, Equi e Volsci. La tradizione vuole che l’eponimo re dei Latini, Latino, discendente degli Aborigeni e figlio del dio Fauno, accolse Enea e gli diede in sposa la figlia Lavinia. Dall’unione nacque Silvio, capostipite dei re Latini del Lazio e di Alba Longa tra i quali Numitore, padre di Rea Silvia, e da qui il collegamento tra Enea e la fondazione di Roma da parte di Romolo.
La fondazione di Roma
Nonostante verso la fine dell’epoca repubblicana Varrone abbia fissato al 21 aprile del 753 a.C. la data di fondazione di Roma, si tratta solo di una data convenzionale. Lo stesso Tito Livio, il maggiore storico romano, sapeva benissimo che “non solo i fatti ma anche gli autori stessi sono avvolti nelle nebbie del passato”, sia perché molta della scarsa documentazione andò distrutta nell’incendio del 390, sia perché le vicende delle origini di Roma fino ai primi secoli della Repubblica furono scritte da annalisti, così chiamati perché annotavano anno per anno le vicende storiche, i quali ricorrevano spesso a manipolazioni delle stesse al fine di celebrare una famiglia illustre piuttosto che un’altra.
Inoltre la storia arcaica è velata da un alone mitico finalizzato a fornire esempi di vizi da evitare e virtù da imitare.
Basti pensare alla storia della nascita di Roma che la storiografia antica, dalla storia di Roma di Tito Livio a fonti quali Dionigi di Alicarnasso, Plutarco e Varrone, ci ha tramandato.
In tale storia a prevalere è il patto tra i Romani e i loro dèi poiché, come ci dice Livio, “Roma è una città fondata dagli auspici e dagli augùri. In essa non vi è un solo punto che non sia permeato dalla religione e dalla presenza divina e i luoghi e i giorni per i sacrifici solenni sono fissi”.
Su tale scia mitica, rivisitando il mito di Ercole e del re Servio Tullio e giustapponendovi elementi fondamentali nella vita di Roma, nasce la leggenda di Romolo e Remo in cui Romolo diventa re grazie alla benedizione divina garantita dall’osservazione del volo degli uccelli. Per prima cosa, dunque, egli delineò un recinto sacro dove gli uomini erano al riparo dalla violenza e gli schiavi potevano godere del diritto di asilo diventando così liberti, si propiziò gli dei degli inferi scavando una fossa dove depose un’offerta.
Poi delineò il Pomerio che allo stesso modo distingueva lo spazio esterno da quello interno e urbano, dove non si potevano portare armi, seppellire i defunti né erigere templi per divinità straniere; venne così fondata l’urbanitas all’insegna della non violenza.
Tra i patrizi scelse i primi 100 senatori; il popolo romano era infatti “Senatus Populusque Romanus”, ovvero composto dal Senato, un consiglio di cittadini illustri, e il Popolo, che poteva riunirsi in assemblee dette comitia.
Il popolo era a sua volta diviso in 3 tribù principali, la cui ricchezza dipendeva dal bestiame posseduto, da cui il termine pecunia, e dal metallo grezzo, per il quale si pagava per aes et libram, cioè pesandolo e valutandone il valore intrinseco.
Ognuna delle 3 tribù, Tizi, Ramni, Luceri, era raggruppata in 10 curie (da cu-viria, riunione di uomini da cui deriva “quirites”, termine arcaico solenne per indicare i cittadini romani, sia nati liberi, gli ingenui, sia ex schiavi affrancati, i liberti). Si riunivano dunque per comizi curiati, dove si votava curia per curia, per questioni civili di minore importanza, come le adozioni e le eredità o per votare la legge di delega dell’autorità a un magistrato. Ogni curia aveva inoltre a disposizione una porzione di terra pubblica. Durante la tarda Repubblica però si perse il senso di appartenenza alle varie curie e subentrò l’abitudine di farsi rappresentare nelle assemblee da 30 littori.
La presenza di Remo è altrettanto importante come esempio di abolizione dei tratti primordiali di un popolo ormai civilizzato.
Remo infatti si affidava alla sua forza ma era incivile e non godeva del favore degli dèi e venne ucciso da Romolo per aver violato il sacro limite del Pomerio. La sua morte rappresentava dunque non solo la morte della pre-civiltà ma anche la legittimazione dei prescelti dagli dèi ovvero il re e gli stessi patrizi.
Oggi, grazie ai ritrovamenti archeologici, possiamo arricchire questo quadro storico un po’ fantasioso. I dati emersi sono che fino alla prima metà del 9° secolo a.C. gli insediamenti centro-italici sul versante tirrenico erano circoscritti entro un’area di circa 5 ettari e che intorno alla prima metà dell’8° secolo tali insediamenti furono abbandonati in favore di una zona estesa per circa 150 ettari sul colle Palatino per la quale si può parlare di fase pre-urbana in quanto si è riscontrata la presenza di mura cittadine e di un foro. Si hanno inoltre le prime testimonianze di un’organizzazione sociale di tipo gentilizio, che andrà intensificandosi dalla seconda metà dell’8° secolo con la realizzazione dei primi tumuli funerari, alcuni dei quali, già nel 7° secolo, testimoniano le enormi ricchezze possedute da alcune famiglie, basti pensare alla tomba Rigoli-Galassi di Cerveteri, dove nel 1836 è stato rinvenuto un pregevolissimo corredo funerario fatto di oggetti in oro, argento e bronzo, a testimonianza del forte divario tra i patrizi e il popolo.
Nel 7° secolo infatti possiamo ritenere compiuta l’urbanizzazione romana grazie al ritrovamento di reperti inerenti il tempio di Vesta e appare anche il sistema onomastico bimembre col nomen gentile teso ad ostentare tale divario. Solo nel 6° secolo l’enorme differenza economica tra i cittadini verrà regolamentata dagli ultimi re di Roma che per farlo si basarono sul modello greco, sicché si osservò il progressivo impoverimento dei corredi e delle architetture funerarie fino alla totale scomparsa nel 5° secolo, quando tra l’altro si può osservare l’avvio della monumentalizzazione avviata dai Tarquini.
I 7 re di Roma
Dopo la morte di Romolo, come ci testimonia Tito Livio, il Senato ne acquisì i poteri e creò il primo interregno. Essi convocarono un comizio elettorale per scegliere il successore del re che fu Numa Pompilio (715-673 a.C.).
Numa Pompilio
La tradizione gli attribuisce la regolamentazione dei più antichi sacerdozi di Roma, i flamines, cui era affidato il culto delle maggiori divinità del Pantheon romano. Poi c’erano i pontefices che avevano la supervisione del culto ed erano esperti di diritto sia civile che religioso; garanti della correttezza del comportamento religioso dei Romani e guidati dal pontifex maximus che aveva il compito di scegliere le 6 vergini vestali, che si occupavano del fuoco del tempio di Vesta, e della residenza regia.
Inoltre stabilì poi che durante i tempi di guerra il tempio di Giano dovesse restare aperto e che durante i tempi di pace dovesse restare chiuso.
In campo religioso potevano agire non solo i sacerdoti, ma anche i magistrati, il popolo e il Senato. Inoltre altre figure importanti erano gli auguri, un collegio di esperti nell’interpretazione del volo degli uccelli e di prodigi, che avevano il compito di inaugurare monumenti o avvisare in caso di eventi funesti bloccando, se necessario, le attività pubbliche. Gli aruspici, esperti etruschi appartenenti a famiglie di esperti di prodigi e problemi religiosi inestricabili. Vi era poi il collegio dei duunviri, poi decemviri, e poi quindecemviri sacris faciundis, incaricati talora dal Senato di consultare i libri sibillini, indicazioni oracolari vendute, secondo la tradizione, dalla Sibilla Cumana al re Tarquinio il Superbo.
Tullio Ostilio
Fu un re guerriero al quale si attribuisce la conquista di Alba Longa.
Anco Marcio
Stabilì i compiti dei feziali, sacerdoti che si occupavano dei riti preparatori della guerra per propiziarsi gli dei.
La grande Roma dei Tarquini dal 6° secolo
Monumentalizzazione.
Le vicende degli ultimi re di Roma risultano più attendibili in quanto abbiamo corrispondenza nella storiografia greca che le annotò in quanto i Tarquini ebbero rapporti con la città greca di Cuma in Campania. Durante il loro regno, infatti, Roma, come altre città latine ed etrusche, subisce un processo di ellenizzazione riscontrabile nel ritrovamento di templi con colonne greche, statue di culto antropomorfe e l’introduzione di divinità greche come Ercole o Mercurio.
Tarquinio Prisco
A lui si deve la costruzione del Campidoglio, i templi di Giove, Minerva e Giunone, organizzò i ludi romani su imitazione dei concorsi di Olimpia e pavimentò il Foro.
Servio Tullio
Stabilì il censo, grazie al quale i cittadini furono registrati in base ai dati anagrafici e venivano dotati di diritti e doveri in base alle ricchezze. Dotò inoltre la città di nuove mura. Venne ucciso dal figlio di Tarquinio Prisco, Tarquinio il Superbo.
Tarquinio il Superbo
Era un tiranno spietato a tal punto che si attirò l’odio degli dei e dei cittadini, morto, secondo Livio, nel 495.
Le origini della Repubblica
Fonti: Livio, Storia di Roma, libro I e II. Dionisio di Alicarnasso, Ovidio, i Fasti, Plutarco, Vita di Publicola.
Secondo la tradizione all’origine della Repubblica nel 509 a.C. abbiamo la figura di Lucio Giunio Bruto che aiutato da Pubblicola cacciò il tiranno Tarquinio il Superbo.
La leggenda vuole che il figlio di Tarquinio il Superbo, Sesto, avesse violentato la moglie di un suo lontano parente povero, Collatino, e che la donna si fosse suicidata per l’umiliazione, sicché Bruto e Pubblicola ordirono una congiura, sollevando il popolo e chiudendo le porte della città al tiranno in ritorno dalla guerra. Fu così che il regnum fu sostituito dalla res publica, la quale si fondò su un patto di libertà stipulato tra i cittadini e gli dèi. Il patto sanciva che i Romani non venissero più schiavizzati da un re ma che fossero guidati da coloro che avevano una dignitas, data da ricchezza, valore militare e prestigio familiare; per tale motivo i patrizi poterono presto far leva sulla dignitas come fatto genetico e pertanto spettava a loro il compito di ricoprire la somma carica pubblica, quella di console.
Polibio ci riferisce che subito dopo la nascita della Repubblica Roma stipulò un trattato con la città marinara africana di Cartagine, al fine di regolare gli scambi commerciali e garantire a Roma il controllo della costa laziale a Sud del Tevere.
Secondo alcuni storici moderni, però, poco dopo la presunta nascita della Repubblica il re etrusco Porsenna conquistò Roma, sicché fu proprio il re Porsenna a cacciare il Superbo.
Porsenna, dopo aver conquistato i Romani, tentò di conquistare anche i Latini, stanziati in città sulla costa Sud di Roma, a Lavinium, Circeii, Tarracina, Ardea, e nell’entroterra a Tiburn, Praeneste, Tusculum, Velitrae e Aricia; qui venne però sconfitto dai Latini grazie al sostegno che ottennero dai Greci di Cuma.
Roma però nel frattempo aveva rafforzato i rapporti col re etrusco sicché iniziò un periodo di ostilità coi Latini che invece si erano alleati coi Greci e con il Superbo.
Nel 496 l’ostilità culminò nella battaglia del Lago Regillo, dove i Latini furono sconfitti e privati di parte delle loro terre.
Nel 493 il console plebeo Spurio Cassio sancì col trattato di Cassio trascritto su una colonna di bronzo nota a Cicerone (Pro Balbo) e a Livio, la Lega Latina, che faceva delle nuove colonie latine città indipendenti ma appartenenti alla lega dove vigeva lo ius latinum, ovvero il diritto di poter contrarre matrimoni, commerciare e stabilirsi in qualsiasi città della lega.
Nel 486 gli Ernici, un popolo stanziato a sud-est di Roma, vicino Anagni, si legò ai Romani con un trattato simile a quello dei Latini. Tale sistema di alleanze sarà fondamentale per osteggiare le popolazioni sabelliche di Sabini, Equi e Volsci che minacciavano i confini orientali e meridionali del Lazio. Basti pensare alla testimonianza di Plutarco, che in “Vita di Coriolano” ci narra come Marcio Coriolano strappò ai Volsci la città di Corioli, da cui il cognomen.
L’anno romano
Con la cacciata dei re ha inizio l’era repubblicana che viene calcolata a partire dal 509 a.C. procedendo secondo la successione annuale della coppia di consoli, riportata nelle opere di Livio e Diodoro che ci informano che, ad esempio, il 505 a.C. era chiamato Valerio Voluso, Posumio Tuberto consulibus, e nei Fasti Capitolini, iscrizione frammentaria trovata sull’arco di trionfo di Augusto che riporta non solo la serie di magistrati annuali eponimi dal 453 a.C. al 13 d.C., ma anche dal 753 a.C. al 19 a.C. i trionfi in battaglia con rispettivi generali e nome dei popoli vinti.
Il calendario romano aveva 355 giorni, per questo ad anni alterni si inseriva il mese intercalare di circa 21 giorni. L’anno iniziava il 1° di marzo, e i consoli entravano in carica il 15 dello stesso.
Ogni 8 giorni vi era il mercato, alcuni giorni erano considerati nefasti per svolgere attività; si avevano inoltre 3 giorni di riferimento importanti:
- Le kalende, il primo del mese.
- Le none, il 5 del mese.
- Le idi, il 13 del mese.
La famiglia
Con la cacciata dei re e l’avvio della Repubblica il “pater familias” ebbe una maggiore responsabilità sui membri della propria famiglia in quanto questi sarebbero stati prima di tutto cittadini. La famiglia era composta dalla moglie, figli, figli adottivi, schiavi, liberti, ovvero gli schiavi liberati, che nonostante ciò restavano legati al loro patronus, e i clientes, persone economicamente disagiate o immigrati che si affidavano al patronato di qualche cittadino ragguardevole; anche per questi, dunque, il pater familias era patronus, ed entravano sotto la protezione del patronus tramite il rito dell’applicatio, cioè dell’inginocchiamento.
Il sistema del nome era definito tria nomina, infatti si avevano:
- Prenome personale, di norma abbreviato. Es. A(ulus); C(aius); L(ucius).
- Nome gentilizio, che indicava la famiglia. Es. Iulius, Cornelius, Fabius.
- Cognomen, soprannome affermatosi col tempo. Es. Aemilius, Brutus, Cesar.
Le donne portavano solo il gentilizio. Es. Fabia, Marcia, Cornelia e per loro, in ambito giuridico, agiva il padre o il marito con il quale si sposavano attraverso il rito solenne della confarreatio o quello più semplice della coemptio; ad eccezione delle 6 vestali che potevano fare testamento.
I liberti usavano per nome quello gentilizio dei loro padroni e per cognomen il loro nome. Es. Iulius Serapio.
I figli adottivi prendevano per nome quello gentilizio e per cognomen un aggettivo derivante dal loro vecchio nome. Es. P(ublius) Cornelius Aemilianus.
Figli e figli adottivi diventavano cittadini a tutti gli effetti quando il padre decideva che fosse giunto il momento.
1 Il primo annalista fu Fabio Pittore.
2 Pezzo grezzo di bronzo o ferro.
3 Dea del focolare domestico e pubblico.
4 Divinità che rimanda al termine ianua “porta, passaggio” e a cui è dedicato il mese gennaio.
5 Cartagine era stata fondata dai Fenici di Tiro nel 9° secolo. La vocazione mercantile dei Fenici rese la città punica il centro di un impero commerciale che si estendeva dal Magreb alle coste meridionali della Spagna, dalla Sardegna alla Sicilia occidentale. Qui si trovava in conflitto con la parte orientale dell’isola che era in mano greca, in primis con la corinzia Siracusa. Cartagine era soprattutto una potenza marittima molto temuta.
6 Fatto piuttosto insolito visto che si trattava di un plebeo al quale, nonostante la gens Cassia non ricoprì alcuna magistratura fino al II secolo, risultano tre consolati durante i quali favorì la plebe. Venne infine condannato a morte dimostrando come il patriziato si muoveva su una linea oligarchica mentre la plebe sarà un movimento democratico.
7 Cioè che danno l’anno al nome.
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