Concetti Chiave
- Un errore nel ciclo di Lundberg può influire gravemente sul percorso clinico del paziente, con conseguenze come indagini inappropriate e potenzialmente dannose.
- Circa il 75% degli errori di laboratorio si verifica nella fase pre-analitica, principalmente al di fuori del laboratorio stesso.
- Il laboratorio può identificare errori confrontando i risultati delle analisi precedenti tramite un sistema informatico che rileva anomalie nei valori.
- È fondamentale etichettare i campioni prima del prelievo per evitare mischiamenti e per garantire una corretta identificazione del paziente.
- Si consiglia di chiedere il nome del paziente con domande aperte per ridurre il rischio di errori di identificazione, specialmente in pazienti stanchi o distratti.
Conseguenze degli errori nel ciclo di Lundberg
Un errore in qualsiasi fase del ciclo di Lundberg può portare a delle conseguenze gravissime. È stato infatti stimato che il 26-30% degli errori ha ricadute sul percorso clinico del paziente, e comporta ulteriori indagini inappropriate e talora invasive; mentre tra il 6,4-12% ha effetti potenzialmente dannosi, come trasfusioni inappropriate, modificazioni erronee di infusioni epariniche od elettrolitiche e di regimi terapeutici.
Identificazione degli errori di laboratorio
Viene considerato errore di laboratorio un qualsiasi errore compiuto all’interno o all’esterno di esso, in una delle fasi del ciclo di Lundberg. L’obiettivo, quindi, è chiaramente quello di limitare il più possibile tali errori, partendo dalla fase pre-analitica. È stato calcolato, infatti, che circa il 75% degli errori sono commessi in fase pre-analitica e, gli stessi, sono compiuti soprattutto al di fuori dal laboratorio.
Prevenzione degli errori in reparto
Di solito è il laboratorio ad accorgersi dell’errore, mettendo a confronto i risultati delle analisi dei giorni precedenti degli stessi pazienti, tramite un sistema informatico automatico; tuttavia, se il paziente arriva per la prima volta, non è possibile avvalersi di alcun confronto. Nell’immagine sottostante è riportato l’esempio di un confronto tra gli esami emocromo citometrici di un paziente a tre giorni di distanza: il sistema informatico evidenzia dei delta nel valore dell’emoglobina, dell’MCV e delle piastrine. L’MCV (volume corpuscolare medio) può essere considerato come “l’impronta digitale” del sangue di un individuo, poiché nel giro di giorni o mesi non può avere una variazione consistente, a meno che non siano insorte in poco tempo delle condizioni patologiche croniche gravi; di conseguenza, il delta tra 88 del primo prelievo e 120 del secondo non è giustificato e indica proprio un errore di identificazione del paziente. È impossibile che un’anemia macrocitica possa insorgere in tre giorni, quindi con lo studio e le conoscenze mediche è possibile trovare l’errore. Se non si fosse individuato l’errore, il clinico avrebbe potuto non accorgersi e prestare invece attenzione al calo di emoglobina, iniziando esami ecografici per individuare un’eventuale perdita ematica. In reparto, per evitare questi errori, ci si dovrebbe recare al letto del paziente e chiedergli il nome con una domanda aperta, e non chiedendo di rispondere sì o no alla domanda “Lei è il signor X?”. Il paziente, infatti, spesso è poco attento, stanco e dolorante, e quindi più portato a rispondere senza ascoltare. Questa procedura, per quanto sembri inutile, dovrebbe essere eseguita anche con pazienti che si conoscono bene in quanto ricoverati da mesi. È fondamentale che tutti i campioni siano etichettati prima del prelievo, per evitare il rischio che le provette di due pazienti di una stessa stanza si mischino. Si deve prestare inoltre particolare attenzione a pazienti stranieri con più di un cognome, ai pazienti non collaboranti e ai pazienti che presentino omonimi in reparto.
Domande da interrogazione
- Quali sono le conseguenze degli errori nel ciclo di Lundberg?
- In quale fase si verificano la maggior parte degli errori di laboratorio?
- Come può il laboratorio identificare gli errori nei risultati delle analisi?
- Quali pratiche possono prevenire errori di identificazione del paziente in reparto?
Gli errori nel ciclo di Lundberg possono avere conseguenze gravi, con il 26-30% che influisce sul percorso clinico del paziente, portando a indagini inappropriate, e il 6,4-12% che può causare effetti dannosi come trasfusioni inappropriate e modifiche errate nei regimi terapeutici.
Circa il 75% degli errori di laboratorio si verifica nella fase pre-analitica, spesso al di fuori del laboratorio stesso, evidenziando l'importanza di limitare tali errori fin dall'inizio del ciclo.
Il laboratorio può identificare errori confrontando i risultati delle analisi precedenti tramite un sistema informatico automatico, ma questo è possibile solo se il paziente ha già effettuato esami in precedenza.
Per prevenire errori di identificazione, è fondamentale chiedere al paziente il nome con domande aperte, etichettare i campioni prima del prelievo e prestare attenzione a pazienti con nomi simili o complessi.