Aiutare gli altri (Capitolo 9 Hogg)
Wispè (1975) → Comportamento prosociale (≠ dal comportamento antisociale) = comportamento con conseguenze sociali positive, che contribuisce all'altrui benessere fisico o psicologico → si tratta, dunque, di azioni valutate positivamente dalla società.
Il comportamento sociale
- Comportamento di aiuto = Azioni compiute intenzionalmente a favore di qualcun altro.
- Altruismo = Speciale forma di comportamento di aiuto, talvolta dispendiosa, caratterizzata dall’interesse per i propri simili, e compiuta senza aspettative di ricompensa; l'altruismo si riferisce ad azioni finalizzate al vantaggio altrui più che al proprio.
Perché aiutiamo gli altri?
Teoria dell'evoluzione (approccio biologico → “gene dell'altruismo”) – → Gli esseri umani hanno tendenze innate a mangiare, bere, unirsi, lottare e aiutare il prossimo.
Stevens e i suoi colleghi hanno proposto una distinzione tra due spiegazioni attendibili del comportamento cooperativo negli animali e negli uomini:
- Mutualismo (→ animali) = Comportamento cooperativo che avvantaggia il cooperatore come anche gli altri.
- Selezione familiare (→ esseri umani) = Un cooperatore dimostra tendenze sistematiche all’aiuto verso i propri parenti perché ciò permette la diffusione dei propri geni.
Pur essendo affascinante, sono pochi gli psicologi sociali che accettano una spiegazione esclusivamente evoluzionista del comportamento prosociale, sebbene possano accettare comunque una base evoluzionista.
Limiti e critiche alla teoria evoluzionista
- Mancanza di prove umane convincenti
- Certi eventi/fenomeni (es. caso di Kitty Genovese) sono difficili da spiegare a livello biologico
- Scarsa attenzione concessa dai teorici dell'approccio evoluzionista nei confronti dei teorici dell'apprendimento sociale
Approccio biosociale: si tratta di una teoria meno estrema di quella evoluzionista; essa sostiene che un’esperienza comune che precede l’azione prosociale consiste in uno stato di attivazione seguito da empatia. (Empatia = capacità di sperimentare le esperienze di un’altra persona, identificazione e condivisione delle emozioni, dei pensieri e degli atteggiamenti altrui.) → tale principio è stato formalizzato in un modello teorico:
Modello dei costi-benefici calcolati dallo spettatore
Modello dei costi-benefici calcolati dallo spettatore (elaborato da Jane Piliavin)
Prima di intervenire in una situazione di emergenza, lo spettatore calcola costi e benefici percepiti nel prestare aiuto, mettendoli a confronto con quelli associati al non farlo.
L'individuo, quando qualcuno è nei guai, passa attraverso le seguenti 3 fasi:
- Attivazione fisiologica: La prima reazione che l'individuo ha nei riguardi di qualcuno nei guai è fisiologica (è una risposta empatica) → la velocità della reazione è collegata al livello della risposta corporea dell'individuo (es. tanto più veloce il battito cardiaco, tanto sarà veloce la risposta), ma vi è anche un aspetto cognitivo, ovvero tanto più grave ed evidente è la difficoltà della vittima, tanto più l'attivazione fisiologica aumenta
- Classificazione dell'attivazione: Essere attivati è una cosa, provare una specifica emozione (paura, collera, ecc.) è un'altra → l'attivazione non produce infatti in modo automatico emozioni specifiche → a determinare la natura delle emozioni provate sono le cognizioni o i pensieri dell'individuo
- Valutazione della conseguenza: Prima di prestare aiuto, gli individui valutano le conseguenze che le proprie azioni genererebbero, scegliendo di agire in modo da ridurre al minimo i costi (i principali costi sono il tempo e lo sforzo) → maggiori sono i costi, minori sono le probabilità che l'individuo intervenga e dunque che l'individuo in difficoltà riceva aiuto.
Dan Batson sostenne che più gli spettatori si sentono simili alla vittima, più è probabile che sperimentino coinvolgimento empatico (=elemento della teoria del comportamento di aiuto elaborata da Batson che include sentimenti di affetto, disponibilità, compassione nei confronti di una persona in difficoltà; il coinvolgimento empatico prevede dunque la capacità di vedere la situazione di un'altra persona dal suo punto di vista, “mettendosi nei suoi panni”.); invece, quando le persone non hanno provato prima d'ora una sofferenza simile, nel tentativo di mettersi nei panni degli altri potrebbe produrre in loro una sofferenza auto-orientata, che genererebbe un'angoscia personale portando l'individuo a fuggire dunque dalla situazione.
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