Ritratti e argomentazione
Nel brano
Cicerone traccia il ritratto di tre personaggi: se stesso, Clodio (il grande avversario) e Milone (il maggior alleato di Cicerone). L’argomentazione, invece di essere condotta secondo un filo logico, è lasciata emergere dal ritratto stesso delle tre figure coinvolte: posto di fronte al profilo morale di ciascuno, il lettore è indotto a formulare uno specifico giudizio, di approvazione o di condanna.
L’autorappresentazione di Cicerone
In dettaglio, l’oratore è attento a respingere il sospetto di essere mosso contro Clodio da ragioni personali. Al contrario, insiste sulla funzione pubblica della condanna dell’avversario: in Clodio non vede un nemico privato, ma una pericolosa minaccia per lo stato. In particolare, Cicerone fa risalire l’odio di Clodio nei suoi confronti allo scandalo del 62 a.C., quando aveva testimoniato contro Clodio, accusato di sacrilegio, e ne aveva demolito l’alibi. A partire da questo episodio, Clodio avrebbe nutrito un desiderio di vendetta così intenso da voler distruggere lo stato nella sua interezza, pur di colpire il solo Cicerone. L’oratore, da parte sua, si attribuisce doti quasi profetiche: soltanto lui, fra tutti gli uomini politici del tempo, ha colto in anticipo i tratti preoccupanti nell’indole di Clodio e ha capito che questi avrebbe costituito, in futuro, una minaccia gravissima per lo stato. Ora che i fatti gli hanno dato ragione, non può che esortare la parte sana della repubblica a intervenire prontamente, Stroncando Clodio finché si è in tempo.
La condanna di Clodio
All’autodifesa celebrativa di Cicerone si accompagna l’attacco, violentissimo e senza appello, a Clodio. Il tribuno è paragonato a un vero e proprio flagello che si è abbattuto sullo stato, per sradicarlo dalle fondamenta: l’azione di Clodio è stata come una tempesta (tempestas, procella) o una disgrazia (malum) per l’intera comunità. A Clodio sono attribuiti sentimenti di odio verso ogni compo nente onesta della repubblica: verso Cicerone, oltre al rancore personale, prova anche disprezzo per la carica di console, da lui rivestita; nei confronti delle istituzioni prova indifferenza, unita a un contegno arrogante; verso gli dèi mostra una compiaciuta empietà, come dimostrato nel gravissimo sacrilegio da lui commesso in casa del pontefice massimo (Giulio
Cesare). Il suo essere di origine nobile, ma corrotto, violento e incostante, oltre che pronto a mettere in atto piani rivoluzionari, lo rendono inoltre singolarmente simile a Catilina.
L’encomio di Milone
Come era stato necessario reprimere
la congiura di Catilina con la violenza, così anche le azioni di Clodio andranno frenate con la forza. Destinato a questo nobile compito è Milone, l’aristocratico a capo della banda armata opposta a quella di Clodio. Nel presentare Milone, Cicerone sfuma gli aspetti controversi della sua azione, non meno incostituzionali delle manovre di Clodio. Milone non è dunque descritto come un violento, ma come una figura eroica, a cui è stata affidata dagli dèi la missione di tenere Clodio a freno e, al momento opportuno, eliminarlo (come in effetti avverrà nel 52 a.C.). Ai meriti pubblici di Milone si aggiunge poi la generosità dimostrata in privato verso Cicerone: Milone, infatti, si era impegnato in modo particolare per il richiamo dell’esule. Anche questo debito di gratitudine, richiamato ad arte da Cicerone, contribuisce al ritratto encomiastico qui dato di Milone.