Concetti Chiave
- L'Italia ha dovuto adattare la sua industria alla produzione bellica durante la guerra, affrontando una mancanza di risorse e materie prime rispetto alle potenze alleate.
- Il biennio rosso è caratterizzato da un fermento sociale e da aspirazioni rivoluzionarie, in particolare tra la classe operaia, che è cresciuta in numero e diversità post-bellica.
- Durante il conflitto, molte donne e nuovi operai contadini sono entrati nel mercato del lavoro, influenzando la cultura e le dinamiche sindacali nell'industria.
- Le agitazioni operaie, scatenate da condizioni di lavoro difficili e inflazione, hanno portato a scioperi, culminando in vittorie parziali per aumenti salariali e richieste di una giornata lavorativa di 8 ore.
- Un accordo tra Confindustria e CGL nel 1919 ha stabilito la giornata lavorativa di 8 ore e miglioramenti salariali, cercando di mantenere la pace sociale e aumentare la produttività.
Indice
L'Italia in guerra
L’Italia, entrata in guerra con un apparato industriale più ridotto e fragile di quello delle grandi potenze capitalistiche belligeranti, e senza la loro ampia disponibilità di materie prime, è stata costretta a convertire la maggior parte della propria industria alla produzione bellica, ed a contare, per il rifornimento dei beni di consumo che sono così venuti a mancare, oltre che delle materie prime necessarie all’industria stessa, sulle facilitazioni e sui crediti delle potenze alleate.
Ma, cessata la guerra, le facilitazioni vengono abolite, e rimangono grossi debiti da pagare. In questa situazione cominciano a venir meno le basi del consenso sociale all’ordinamento economico e politico del paese, ed emergono conflitti laceranti.
Il biennio rosso
Il ciclo di lotte sociali che ne deriva, e che è destinato a prolungarsi per circa due anni, alimentando aspirazioni e aspettative di rivoluzione “come in Russia” — tanto da essere passato alla storia con il nome di “biennio rosso” —, comincia dalla classe operaia.
Il proletariato industriale italiano del dopoguerra non è più quello di prima della guerra. È diventato molto più numeroso, in seguito al rapidissimo sviluppo dell’industria bellica cui la guerra ha dato impulso — basti pensare che a Torino, centro della produzione bellica italiana, gli operai di fabbrica sono passati da circa 80 mila nel 1915 fino a 240 mila alla fine del 1918 —, e soprattutto è mutato nella sua composizione e nella sua mentalità.
Le aliquote di donne nelle aree industriali
Durante la guerra, infatti, nelle aree industriali italiane sono entrate per la prima volta in fabbrica consistenti aliquote di donne e di nuovi operai di recente origine contadina, che da un lato hanno superato rapidamente, nel clima di duro sfruttamento della fabbrica di guerra, il tradizionalismo del loro ambiente di provenienza, e che d’altra parte, essendo per lo più forza-lavoro priva di qualificazione professionale e senza un radicamento di lunga data nel mestiere operaio, e non avendo perciò, nei confronti della dirigenza riformista del sindacato socialista, quel vincolo emotivo e di interesse tipico delle vecchie aristocrazie operaie professionalizzate, non possono esserne moderate nella loro carica ribellistica.
Le azioni del nuovo proletariato
Nel nuovo proletariato, infatti, si sono rapidamente accumulati rancori e spirito di rivolta, a causa sia di una disciplina di lavoro cui esso non è abituato e non riesce ad adattarsi, sia di un’esasperante progressiva perdita di potere d’acquisto del sudato compenso monetario, in seguito all’inflazione. Tutto ciò spiega come nel novembre-dicembre 1918 dilaghino gli scioperi, che terminano, nella maggior parte dei casi, con vittorie degli operai, i quali ottengono, così, aumenti salariali tali da compensare in parte, anche se non del tutto, le perdite subìte a causa dell’inflazione. Questi risultati non calmano però le agitazioni, perché la classe operaia, logorata dai pesanti lavori che le sono stati imposti con la guerra, esige ora, con rabbia, la giornata lavorativa di 8 ore (la giornata lavorativa è in Italia, dal 1906, di 10 ore).
Accordo tra CGl e Confindustria
Nasce così, nel gennaio 1919, un famoso accordo stipulato tra la Confindustria e la Confederazione Generale del Lavoro (CGL) i quali si impegnano a concedere la giornata lavorativa di 8 ore a parità di salario, e con un aumento, anzi, delle tariffe dei cottimi e delle ore straordinarie (il compenso per queste ultime è addirittura raddoppiato), e la seconda si impegna, in cambio, ad accettare norme di lavoro più rigide allo scopo di far crescere la produttività, ed a garantire una tregua sociale (in pratica, la sospensione degli scioperi) per un periodo di tre anni. Alla base di questo accordo c’è la convinzione degli imprenditori industriali che convenga loro pagare un prezzo agli operai pur di porre termine agli scioperi e poter contare su una più vasta solidarietà nei confronti delle loro pretese di ricevere finanziamenti e persino, nonostante la fine della guerra, ulteriori commesse belliche dallo Stato, e c’è la strategia della dirigenza riformista del sindacato socialista di riassorbire le tensioni rivoluzionarie.
Domande da interrogazione
- Quali sono state le conseguenze dell'entrata dell'Italia nella guerra sul suo apparato industriale?
- Cosa ha caratterizzato il "biennio rosso" in Italia?
- Qual è stato l'impatto dell'ingresso delle donne nel mondo del lavoro durante la guerra?
- Quali fattori hanno alimentato le agitazioni nel nuovo proletariato?
- Qual è stato l'accordo tra CGL e Confindustria nel 1919?
L'Italia, con un apparato industriale fragile e ridotto, ha dovuto convertire la maggior parte della sua industria alla produzione bellica, facendo affidamento sulle potenze alleate per i rifornimenti. Dopo la guerra, ha affrontato debiti ingenti e una crescente disaffezione sociale.
Il "biennio rosso" è stato un periodo di intense lotte sociali, iniziato dalla classe operaia, che ha visto un aumento significativo del proletariato industriale e aspirazioni rivoluzionarie simili a quelle della Russia.
Durante la guerra, molte donne e nuovi operai contadini sono entrati nelle fabbriche, superando il tradizionalismo del loro ambiente, ma la loro mancanza di qualificazione professionale ha alimentato una carica ribellistica contro la dirigenza sindacale.
Il nuovo proletariato ha accumulato rancori a causa di una disciplina lavorativa severa e della perdita di potere d'acquisto dovuta all'inflazione, portando a scioperi che hanno spesso concluso con vittorie parziali per gli operai.
L'accordo ha stabilito la giornata lavorativa di 8 ore a parità di salario, con aumenti per le ore straordinarie, in cambio di norme di lavoro più rigide e una tregua sociale, mirata a ridurre le tensioni e garantire la produttività.