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Basi funzionali e cognitive dell’intersoggettività

LM Psicologia clinica dello sviluppo - a.a. 2016/2017 - prof. Sessa

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27 Febbraio 2017

Introduzione alle neuroscienze sociali e all’intersoggettività

La relazione e l’intersoggettività: un’introduzione

In questo corso parleremo di intersoggettività, in un contesto vicino a quello delle scienze cognitive e delle neuroscienze; parleremo dei precursori dei vari tipi di relazioni (caregiver/bambino - studenti/insegnanti - amore - odio - tra sconosciuti) e di come esse siano possibili.

In questo corso cercheremo di comprendere quali siano le basi cognitive, neurali e funzionali di ciò che consente di entrare in relazione ed in interazione con l’altro.

Perché è necessario parlare di intersoggettività e non basta studiare il singolo soggetto? È necessario pensare all’altro, che ci sia un altro?

Per rispondere a queste domande è necessario prima di tutto ricordare che siamo mammiferi: veniamo concepiti in virtù di una relazione, ci nutriamo e cresciamo nel corpo di un altro, nasciamo grazie al corpo di un altro.

Questo implica che forse siamo cablati per le relazioni: nasciamo con un imprinting cerebrale di relazione; questo significa che lo scambio madre/feto non è solo uno scambio circolatorio, nutritivo. Il nostro cervello mappa la relazione con l’altro a partire da un periodo precedente a quello della nascita.

Partanen nel 2013 ha dimostrato che già quando il bambino è in grembo la relazione viene mappata ed all’università di Helsinki è stato chiesto ad alcune madri, in questo studio condotto nell’ultimo periodo della gravidanza, di cantare una ninna nanna ai figli.

Subito dopo la nascita, i bambini venivano “studiati” mediante elettroencefalografia mentre ascoltavano una registrazione della ninna nanna cantata dalla madre o di una modificata. Questo ha permesso di dimostrare che il bambino, già appena nato, riconosce la ninna nanna e la voce della madre; vi sono delle misure neurali che differenziano gli ascolti delle due ninna nanne.

Il cervello reagisce in modo diverso poiché ha già reagito a questo tipo di interazione con la madre prima; l’interazione non è quindi solo fisiologica ma va ad un livello più “alto”.

Un altro studio, molto importante, condotto da Castiello, Becchio e Gallese consisteva nell’esaminare movimenti compiuti da 5 coppie di gemelli alla 14° e alla 18° settimana di gestazione. I movimenti potevano essere suddivisi in tre tipologie: movimenti verso di sé, movimenti verso l’altro (definiti movimenti sociali) e movimenti rivolti verso la parete uterina.

Una prima cosa che si può notare è che i movimenti rivolti verso di sé sono in percentuale quelli più effettuati, sia a 14 che a 18 settimane.

Un’altra cosa interessante è l’aumento, che avviene dalle 14 settimane, della percentuale di movimenti rivolti verso l’altro: man mano che il bambino cresce tende a rivolgere sempre più movimenti verso l’altro, che diventa sempre più importante.

In questo studio non si parla solo di quantità dei movimenti rivolti verso l’altro, ma anche di qualità; già a 14 settimane la qualità dei movimenti sociali è diversa da quella che i feti compiono verso sé stessi o verso la cavità uterina: soltanto per i movimenti rivolti verso l’altro si assiste ad una decelerazione.

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Una caratteristica fondamentale dei movimenti biologici, rispetto a quelli da “automa”, è che essi sono fluidi e sono composti da accelerazioni e decelerazioni, in modo non lineare. Quando un feto va a toccare l’altro si possono notare queste decelerazioni, non presenti se il feto tocca sé stesso o la cavità uterina.

Questo porta a pensare che siamo “cablati per la socialità”: nasciamo già con dei meccanismi che sono “diversi” quando dobbiamo entrare in interazione con gli altri.

Quando nasciamo siamo dotati di un meccanismo potentissimo per relazionarci immediatamente con gli altri; questo meccanismo, scoperto da Meltzoff nel 1977, è l’imitazione neonatale: quello che accade è che se la mamma compie alcuni gesti (protrusione della lingua, rigonfiamento delle guance, apertura della bocca), il bambino cerca di riprodurre questi movimenti.

Questo meccanismo dimostra, appunto, come siamo cablati per entrare in relazione con l’altro.

Lo stesso tipo di meccanismo è stato rilevato da Ferrari anche negli scimpanzé.

Lo sviluppo delle competenze sociali

Trevarthen è un altro dei teorici che si è occupato di intersoggettività. Egli è il primo a parlare di intersoggettività primaria e a definire la protoconversazione, una forma di “dialogo” in cui è assente il linguaggio ma in cui vengono rispettati i caratteri e gli elementi definiti paralinguistici (alternanza di ruoli, rispetto del tono, prosodia, ritmicità).

La protoconversazione sembra quasi un dialogo vero e proprio.

Si potrebbe pensare che è la presenza dell’adulto ad indurre la ritmicità, che egli in qualche modo possa aiutare il bambino: ci sono delle dimostrazioni che tali protoconversazioni avvengono anche in coppie di gemelli, senza la presenza di un adulto. Quindi non è necessaria la presenza di un adulto per instaurare questo “dialogo” ma è sufficiente la presenza di un altro.

Trevarthen parla di protoconversazione come esempio di intersoggettività primaria, nella quale sono presenti solo due elementi, io e l’altro; poi vedremo che esiste anche quella secondaria in cui entra in gioco anche l’oggetto.

Un altro elemento cruciale per il bambino che indica l’importanza della relazione è mostrato dal paradigma dello Still Face; fondamentalmente questo paradigma è strutturato così che vi siano tre minuti in cui il caregiver e il bambino interagiscono normalmente, con le loro espressioni facciali naturali.

Passati questi tre minuti è richiesto al caregiver di voltarsi e tornare a fissare il figlio con una faccia assolutamente immobile e di restare in questa situazione per altri tre minuti (difficilmente raggiunti).

Ad un certo punto il bambino o la bambina, molto stressati da questa condizione, iniziano ad autoconsolarsi: inizialmente cerca in tutti i modi di attirare l’attenzione del caregiver ma vedendo che questo non basta cerca di autoconsolarsi, per poi esplodere in un pianto incontrollabile che si ferma solo quando il caregiver torna a rispondergli.

Questo paradigma dimostra che il bambino non solo è sensibile ad una relazione, ma la ricerca spontaneamente: nel momento in cui è assente il bambino entra in una situazione di distress molto elevato.

Il paradigma dimostra anche che la lettura dei cue e dei segnali sociali, in particolare delle espressioni facciali altrui, è un aspetto fondamentale dell’intersoggettività e dell’instaurare una relazione.

Dedicheremo a questi aspetti un’ampia parte del corso, dell’elaborazione dei volti, dell’espressione facciale, dell’estrazione della categoria sociale/etnica e parleremo molto anche di prime impressioni. Vi sono infatti alcune caratteristiche del volto che ci fanno risultare più o meno belli, affidabili. Tutti questi aspetti sono dei fondamentali modulatori delle relazioni.

Noi parleremo di questi aspetti e di tutti quelli che possono essere considerati i precursori dell’intersoggettività.

Il volto è una finestra sull’altro, un modulatore della relazione.

Parleremo di volto, di sguardo, di attenzione condivisa che è fondamentalmente quello che Trevarthen dice essere l’intersoggettività secondaria: tale intersoggettività è una forma più evoluta e parliamo di essa quando oltre a me e l’altro è presente un oggetto. Questa forma di intersoggettività è rilevabile quando, durante un’interazione caregiver-bambino, il caregiver indica e nomina un oggetto e il bambino, se ha una sensibilità a captare ed elaborare la direzione dello sguardo, entra in una situazione di attenzione condivisa sarà in grado di capire il nome di esso; l’intersoggettività secondaria è quindi importante per l’apprendimento del linguaggio.

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Abbiamo quindi visto come siamo cablati per la socialità: il nostro cervello effettivamente risponde già nell’utero a stimoli che sono legati all’interazione o alla relazione con la mamma; appena nati siamo dotati di un meccanismo innato per sincronizzarci con gli altri (imitazione neonatale); siamo stressanti se non riusciamo a trovare una relazione.

Psicologia sociale

Adesso vorrei mostrarvi come anche la semplice presenza di un altro, come diceva già Allport (la “psicologia sociale si configura come un tentativo di comprendere e spiegare come pensieri, sentimenti e comportamento degli individui sono influenzati dalla presenza reale o immaginata degli altri”), ha un’influenza molto grande ed importante sui nostri comportamenti, sui nostri giudizi e sui nostri giudizi percettivi, sulla nostra attività neurale.

Per concludere questa introduzione all’intersoggettività ho raccolto questi esempi che ora vi illustrerò.

Ash (influenza chiaramente esplicita)

La semplice presenza di un altro modifica il mio comportamento.

Un esempio classico e lampante è quello storico dell’esperimento di Ash del 1956.

Si tratta di un esperimento che parte dal presupposto che, se si è all’interno di un gruppo, allora il mio comportamento tenderà ad essere diverso e, in particolare, tenderà a conformarsi.

Per dimostrarlo si riunivano in una stanza 8 individui (7 collaboratori e un solo “soggetto sperimentale”) e veniva detto loro che si trattava di un compito di giudizio percettivo: essi dovevano, dopo che veniva presentata loro una scheda con tre linee di lunghezza differente, decidere a quale di essa corrispondesse una quarta linea presentata in un’altra scheda.

I soggetti venivano disposti in riga e il soggetto sperimentale era sempre l’ultimo o il penultimo di essa.

I risultati dimostrano che, nel momento in cui i soggetti confederati davano tutti una risposta errata, il soggetto sperimentale tendeva a conformarsi e a dare a sua volta la risposta errata (il 75% dei casi).

Questo quindi dimostra che l’appartenenza ad un gruppo modifica il comportamento dell’individuo.

Boothby et al. (influenza più sottile)

Questo studio è stato svolto nel 2014-2016 ed ha come titolo “Shared Experiences are Amplified” (= “Le esperienze condivise sono amplificate”).

In questo esperimento venivano invitate delle coppie di soggetti sperimentali (uno dei due era un complice degli sperimentatori) in laboratorio e, nella prima parte, vi potevano essere due condizioni: entrambi i soggetti mangiavano assieme del “buon cioccolato” (condivisione) oppure un soggetto mangiava il cioccolato mentre l’altro svolgeva un’azione non inerente (non condivisione).

I risultati di questo primo studio dimostrano che, nel momento in cui veniva loro chiesto di dare un punteggio al gradimento ed al gusto del cioccolato, i punteggi erano maggiori nella condizione di condivisione, rispetto a quella di non condivisione. Questo implica un amplificamento dell’esperienza, nel momento in cui essa è condivisa.

Una domanda che ci si può porre è se la condivisione migliori o amplifichi un’esperienza.

La differenza può essere vista nel momento in cui l’esperienza sia negativa.

Per rispondere a tale domanda hanno sottoposto i soggetti allo stesso esperimento ma utilizzando un cioccolato “cattivo”. Le condizioni sperimentali erano le stesse del primo esperimento, condivisione o non condivisione dell’esperienza.

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In questo caso i risultati hanno dimostrato che un’esperienza, quando condivisa, non viene migliorata ma amplificata. Nei grafici si può infatti notare che la valutazione del cioccolato risultava peggiore nella condizione di condivisione, rispetto a quella di non condivisione.

King-Casas (influenze evidenziate attraverso sofisticate tecniche di registrazione dell’attività neurale)

Abbiamo visto l’esperimento di Ash in cui si dimostra come il giudizio di altri componenti di un gruppo possa influenzare quello del singolo e gli esperimenti di Boothby che dimostrano come la sola presenza e condivisione di un’esperienza possa influenzare il nostro giudizio su un’esperienza.

Esistono poi alcuni livelli ancora più sottili. L’hyperscanning è una tecnica molto raffinata che consente di registrare l’attività neurale di due soggetti che interagiscono; questa tecnica è relativamente recente ma precedentemente si utilizzava la fMRI o l’elettroencefalografia.

In sintesi si registra contemporaneamente l’attività di due individui e si nota come esse possano correlare.

Attraverso l’utilizzo di queste tecniche è stato quindi possibile dimostrare che ad un livello estremamente sottile, quando si entra in relazione con un altro individuo alcune regioni cerebrali iniziano a correlare con l’attività delle regioni cerebrali altrui, indipendentemente da quello che sta accadendo.

Vi sono alcune regioni cerebrali che rispondono a quelle dell’altro.

King-Casas lo dimostra attraverso l’utilizzo di un gioco economico, un trust game.

Ma quale potrebbe essere una situazione sperimentale, ma che è un’esperienza anche della vita reale, in cui è molto importante sincronizzarsi? Immaginate per esempio un duo di violini.

Uno studio ha effettuato proprio questa misurazione con la tecnica della spettroscopia nel vicino-infrarosso che ha permesso di osservare come alternativamente i due violinisti “regolino” la loro attività cerebrale sulla base di quella dell’altro, in modo da mantenere sempre lo stesso tempo.

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28 Febbraio 2017

Anche quella di oggi sarà una lezione introduttiva ma iniziamo ad andare un pochino più a fondo, per poi partire alla grande settimana prossima.

Riassumendo molto velocemente alcuni passaggi fondamentali visti ieri:

  • Abbiamo detto che siamo “cablati per la socialità”: come dimostrato dallo studio di Castiello già in utero coppie di gemelli alla 14° o alla 18° settimana hanno già una qualche forma di “socialità”, in particolare per quello che riguarda i movimenti diretti verso il feto gemello.

In questo studio venivano confrontati tre tipi di movimento (diretti verso sé stessi, diretti verso la cavità uterina o diretti verso l’altro gemello) nelle due diverse settimane di gestazione: quello che si rilevava e che era l’elemento interessante dello studio era, al di là dell’incremento del numero dei movimenti verso l’altro dei feti, la qualità dei movimenti verso l’altro. Infatti, a differenza di quanto accadeva per i movimenti verso sé o verso la cavità uterina, quando i movimenti erano verso l’altro si assisteva a delle decelerazioni.

Gli autori dello studio affermano che tali decelerazioni riflettevano la necessità di una qualche forma di controllo e che i movimenti verso gli altri sono movimenti più controllati rispetto agli altri.

  • Il secondo punto visto ieri è che, alla nascita, il neonato possiede una capacità incredibile che gli consente di sintonizzarsi immediatamente con l’altro che gli sta vicino: l’imitazione neonatale.

L’imitazione neonatale è stata scoperta da Meltzoff nel 1977.

  • A pochi mesi il bambino ha delle manifestazioni ancora più chiare e lampanti del fatto che ha bisogno di entrare in relazione con gli altri.

Trevarthen parla di protoconversazione: i bambini di pochi mesi sono in grado di rispettare, in qualche modo, degli elementi paralinguistici (alternanza di turni tra i due parlanti, prosodia) che simulano una sorta di dialogo.

  • Sempre a pochi mesi abbiamo visto con il paradigma Still Face che il bambino è ad una ricerca costante di un’interazione con l’altro: il bambino legge costantemente le espressioni facciali di chi gli sta di fronte tant’è che se quest’ultimo non ne manifesta più e non entra più in interazione, il bambino entra in una situazione di forte stress e distress personale.

Il bambino inizia, in qualche modo, a tentare di autoconsolarsi (tocca parti del corpo o del seggiolone su cui è seduto, sposta lo sguardo), inizia ad urlare e compie alcune azioni che fanno capire che è in una situazione di forte disagio perché il bambino cerca la relazione.

La natura quindi ci ha dotato di un sistema complesso per relazionarci e questi ne sono degli esempi.

Un cervello sociale?

Gli esempi della lezione scorsa hanno portato alcuni studiosi ad affermare che quando si parla di cognizione umana dovremmo in realtà parlare di cognizione sociale.

Questa forse è un’estremizzazione ma quello che possiamo dire è che una grossa fetta, una parte molto importante della cognizione umana è costituita dalla cognizione sociale che può essere poi frazionabile in tantissime altre capacità. Una è il mentalizing, la teoria della mente: essa è una capacità di pensare a cosa pensano gli altri.

Vi sono poi la cooperazione ed anche una capacità che sembra essere propria dell’essere umano, quella di rilevare se qualcuno dinnanzi a noi sta mentendo.

Questi sono chiaramente degli aspetti di più alto livello della cognizione umana ma vediamo cosa dice Adolphs, che io ritengo molto importante e che credo spieghi in modo molto diretto perché ho pensato di “È

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiaralice92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Basi Funzionali e Cognitive dell’Intersoggettività e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Sessa Paola.
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