Concetti Chiave
- Rousseau considera la pietà come una virtù fondamentale, evidenziando che la relazione con gli altri è essenziale per il compimento della nostra natura.
- La concezione di autarkeia in Rousseau suggerisce che la relazione con gli altri è necessaria per realizzare pienamente sé stessi.
- Secondo Rousseau, l'individuo allo stato di natura è privo di linguaggio e legami sociali, e la vera socievolezza emerge solo in comunità organizzate.
- Rousseau critica la modernità per come ha reso gli individui insocievoli, sottolineando l'importanza delle relazioni per il compimento personale.
- Il pensiero di Rousseau avvicina il concetto di natura umana a quello di Aristotele, riconoscendo l'importanza storica e naturale nella realizzazione dell'individuo.
Il fatto che egli chiami virtù la pietà significa che nella sua convinzione è esattamente la dimensione della relazione con altri che porta a compimento la nostra natura. È come se Rousseau descrivesse un’esistenza solitaria, senza però poter fare a meno (per le sue inclinazioni naturali) di prestare attenzione alla sofferenza dei propri simili e questa non è una dimensione etica e nemmeno relazionale, perché lo diventa soltanto quando la rielaboriamo razionalmente. Si presenta quindi anche la possibilità di una lettura aristotelica di Rousseau: egli cambia la modalità di intendere ciò che è naturale e che vive molto forte il tema della costituzione di sé, del valore che ha la solitudine e la relazione con gli altri. In Rousseau ritroviamo l’aristotelico tema dell’autarkeia, cioè della necessità di avere la relazione per essere pienamente se stessi; egli lo vive direttamente sulla propria pelle, tanto che il passaggio dal Contratto sociale agli scritti autobiografici si può teoricamente leggere così: è la parabola di un autore che si sta interpellando sul fatto che il compimento di noi stessi sia inevitabilmente rappresentato dalla relazione o meno con gli altri. Lo stesso tema ritorna anche dentro al passaggio tra il Discorso sull’origine dell’ineguaglianza e il Contratto sociale, perché l’individuo allo stato di natura non ha relazioni, ma è “perfettibilmente socievole”, cioè arriva al compimento di sé attraverso la relazione dentro ad una comunità organizzata. Ma lo dice anche lo stesso Rousseau che piomba nella solitudine degli ultimi scritti, per il quale la natura originaria è una natura di solitudine. Un altro possibile rapporto con Aristotele è individuabile nella maniera di interpretare la natura umana: per Rousseau ciò che è naturale non si mostra alla fine, ma la natura è ciò che viene dato all’inizio. Paradossalmente, a suo avviso l’uomo allo stato di natura è un essere privo di linguaggio e di legami sociali. Comunque, anche per Aristotele non esiste un linguaggio naturale, molti uomini vivono in forme diverse dalla polis: il naturale non è il dato nativo, storico o evidente della realtà, ma indica quando siamo divenuti ciò che siamo veramente, ossia quando diventiamo persone che parlano in maniera ragionevole e vivono in una comunità di liberi cittadini. Per Aristotele naturale è ciò che non è storico, ma che diveniamo quando siamo pienamente noi: rispetto a questa immagine, si può comprendere la critica di Rousseau alla modernità. Egli riconosce una forma di socievolezza, quella che ha portato all’attuale società e che ci ha reso insocievoli, una necessità del passare attraverso la relazione con altri, la politica che ci porta pienamente a compimento; ma è lo stesso che evidenzia, nel suo modo di parlare della natura, la possibilità di ridurre fenomenologicamente tutta la realtà a quello che è l’individuo prima di ogni moralità, prima di ogni relazione e condivisione. Il concetto di natura umana e quello di natura, rispetto ad Aristotele, divengono molto più vicini, perché non c’è nessun valore assiologico, normativo, ontologico, cioè non c’è niente a prescindere da noi, ma Rousseau riconosce un valore a quella categoria pur portandola sul versante storico-naturale. Perciò si può permettere di dire che naturalmente siamo quel che siamo all’inizio, nei nostri istinti, ma anche che compiamo perfettamente noi stessi quando, attraverso una comunità, svolgiamo la nostra perfettibilità. Ma a questo percorso si possono presentare dei fallimenti storici, come per Rousseau è il suo tempo.
Domande da interrogazione
- Qual è il significato della pietà secondo Rousseau?
- Come si può interpretare la solitudine in Rousseau?
- Qual è il legame tra Rousseau e Aristotele riguardo alla natura umana?
- In che modo Rousseau critica la modernità?
- Qual è la visione di Rousseau sulla natura umana rispetto alla storia?
Rousseau considera la pietà come una virtù fondamentale, evidenziando che la relazione con gli altri è essenziale per il compimento della nostra natura. La sofferenza altrui non è solo un aspetto etico, ma diventa tale solo attraverso una rielaborazione razionale.
Rousseau vive la solitudine come una dimensione della natura umana, ma riconosce che il compimento di sé avviene attraverso le relazioni con gli altri, suggerendo una tensione tra l'esistenza solitaria e la necessità di socialità.
Rousseau rielabora il concetto aristotelico di autarkeia, sostenendo che la vera natura umana si realizza attraverso le relazioni sociali, mentre Aristotele afferma che il naturale è ciò che diventiamo quando siamo pienamente noi stessi in una comunità.
Rousseau critica la modernità per aver generato una forma di socievolezza che ha reso gli individui insocievoli, sottolineando l'importanza delle relazioni per il compimento personale e la necessità di una comunità organizzata.
Rousseau sostiene che la natura umana è data all'inizio, nei nostri istinti, ma si compie attraverso la socialità. Egli riconosce che ci possono essere fallimenti storici nel percorso verso la perfettibilità, come nel suo tempo.