Il denso di eredità culturale
Il denso di eredità culturale lo troviamo in tutte le civiltà. In Cina era già radicato in epoche molto lontane, quindi il rispetto, anche il collezionismo, la volontà di mantenere in funzione ciò che si era ricevuto in eredità dal passato. Il tempo agisce sulla materia dell’opera d’arte come uno scultore agisce sulla materia. Anche la guerra è una forma di barbarie nei confronti del patrimonio culturale.
Protezione e conservazione
In ogni cultura troviamo storie di protezione e di conservazione, formate da testimonianze bibliografiche e da testimonianze fisiche (opere che sono arrivate fino a noi). La Cina insieme all’Italia sono i due paesi che hanno il maggior numero di siti nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità. Uno di questi siti cinesi è il sito delle grotte scolpite di Dazu di epoca Tang, dove furono realizzate grandi sculture policrome dipinte. La durata nel tempo sia delle rocce sia della policromia era limitata, e quindi alcune figure ebbero bisogno di interventi di restauro. Troviamo restauri di epoche diverse perché, via via che passava il tempo, la pietra si erodeva e questa erosione causava la perdita di dettagli plastici di queste sculture.
Musei e restauri
In Cina nascono molti musei pubblici. Dopo la seconda guerra mondiale in Italia si intensificano gli stacchi di pittura murale, una procedura che aveva origine antichissima. Poi, tra i secoli diciottesimo e diciannovesimo, il fenomeno si amplia ancora di più. Dal 1950 al 1970 in Cina c’è la stagione degli stacchi. Oggi nessuno osa più staccare un dipinto murale.
In Cina, Wang Xu, nato nel 1930 e morto nel 1997, è stato uno dei personaggi più significativi per la storia contemporanea del restauro. È diventato il massimo esperto di conservazione e restauro di tutta la Cina, specialista nel recupero e nel trattamento dei tessuti archeologici che, in Cina, per ragioni legate ai terreni, si conservano particolarmente bene i materiali organici.
Michelangelo Cagiano De Azevedo
Il precursore degli studi di storia del restauro è Michelangelo Cagiano De Azevedo che pubblica sul bollettino dell’Istituto Centrale del Restauro un saggio densissimo che rimane un fondamento perché riuscì a identificare tutte le fonti letterarie principali greche e latine che ci offrivano testimonianze legate alla tutela e al mantenimento.
Il paradosso di Teseo
Il paradosso di Teseo è uno strumento di discussione che oggi i filosofi utilizzano, ma che deriva da una fonte letteraria, ovvero Plutarco che scrive le “Vite parallele” che è un’opera interessante in cui mette a confronto un personaggio della Grecia Antica e un personaggio del mondo romano. In questa sezione dell’opera mette a confronto Teseo vs Romolo. Ricostruendo la vita di Teseo e da Plutarco sappiamo che Teseo fa ritorno con questa nave, però questa nave è così importante storicamente che gli ateniesi la musealizzano all’aperto, la mantengono perché la ritengono una testimonianza fondamentale della loro storia. Ma questa nave era fatta di legno, quindi il legno marcisce, andava conservato e quindi le sostituzioni aumentavano. I filosofi che osservavano queste sostituzioni cominciano a porsi una domanda: “Questa nave è proprio la nave di Teseo? È autentica?” È una domanda fondamentale anche per noi oggi.
Santuario di Ise
Il Santuario di Ise shintoista venne costruito per la prima volta nel 690 d.C., ma ogni vent’anni viene distrutto e ricostruito. La prossima costruzione è prevista nel 2033. Questo fenomeno è interessante, il tempio di Ise l’originale durò vent’anni ma venne formato un protocollo rituale, quello della riedificazione ogni vent’anni mantenendo inalterata la forma. Per me il santuario non è autentico perché se io non ho la materia originale non ho l’autenticità, ma la stessa cosa non vale per chi vive a Ise, per loro è autentico. Ci sono tante concezioni di autenticità. Questa questione venne vissuta dall’UNESCO una ventina di anni fa quando venne organizzato in Giappone un convegno di specialisti di tutto il mondo che dovevano discutere sul concetto di autenticità e da questo convegno derivò la Carta di Nara sull’autenticità. È una carta importantissima che definisce la relatività del concetto di autenticità. Mette in equilibrio le diverse maniere di concepire il restauro. Concezioni diverse di autenticità che influenzano i metodi di conservazione.
Durabilità dei materiali costitutivi
La durabilità dei materiali costitutivi. Quanto l’idea di far durare le cose, almeno in Occidente, ha influenzato i cambiamenti strategici nell’uso di materiali sempre più durevoli, abbiamo una testimonianza di Pausania che ci racconta di aver visto nell’Heraion di Olimpia, una colonna di legno come residuo del passato di un’epoca in cui tutte le colonne erano di legno e queste colonne duravano poco. Il passaggio dal legno alla pietra è radicale.
La Casa dei Mercanti
La Casa dei Mercanti in provincia dello Henan è una specie di club dove si riunivano i mercanti che venivano da altre province. Edificata nel 1720 circa, non è un edificio antichissimo. La materia prima era il legno. Condizioni di forte degrado che il tetto di questa costruzione aveva. Nel mondo orientale questa casa dei mercanti può essere restaurata altre centinaia di volte purché si mantenga la stessa immagine.
Le fonti antiche ci danno indicazioni sui legni preferiti per alcune produzioni artistiche, per esempio per la pittura mobile, per realizzare tavolette dipinte Platone suggerisce il cipresso (legno che resiste bene al degrado biologico). Pausania ci raccomanda per la protezione contro l’attacco di agenti di insetti che mangiano il legno, suggerisce trattamenti con oli profumati (di narda, di rosa) che avevano una funzione repellente per questi insetti molto pericolosi.
In Oriente si utilizza ancora oggi un olio estratto dalla noce di Tong. A differenza dei trattamenti che venivano utilizzati in Europa a base di prodotti chimici tossici e pericolosi per gli operatori, questo olio di Tong non ha nessun effetto tossico e in Europa si è utilizzato solo nel processo di fabbricazione degli strumenti musicali. Negli ultimi anni si è registrato in Occidente una forte attenzione per la salute degli operatori. Oggi siamo in un’epoca green, un’epoca con più rispetto per la salute dell’uomo quindi questo prodotto diventa di uso attuale anche in Occidente.
Sculture polimateriche costituite da materiali sensibili alle variazioni dell’umidità relativa per esempio. Lo Zeus di Fidia aveva un avorio esterno quindi veniva irrorata la scultura con olio per dare stabilità alla scultura. Plinio racconta l’uso del bitume, una sostanza estratta dalla natura che ha una funzione isolante. Con il bitume venivano patinate le statue di bronzo costituendo uno strato protettivo. La pece secondo Pausania veniva applicata sugli scudi per non farli rovinare dal tempo e dalla ruggine. Sulle statue di marmo veniva utilizzata l’ganosis quindi una lucidatura a caldo con una miscela di oli e cera per mantenere efficiente uno strato di isolamento con il mondo esterno e per mantenere l’effetto lucido adeguato a quelle sculture.
Per quanto riguarda la pittura parietale, Plinio ci racconta che Apelle usava applicare sui dipinti uno strato di atramentum che era una miscela di cere ma anche di prodotti di combustione d’avorio e formava una patina lievemente colorata che agiva su un assestamento cromatico della pittura. La scelta attenta dei materiali è attestata da fonti più specialistiche, una delle fonti più importanti per la costruzione dell’edificio architettonico è il De architectura di Vitruvio. Vitruvio è precisissimo nel dare indicazioni sulla pietra giusta da usare nel caso più idoneo. Le pietre sono diverse l’una dall’altra. Le pietre calcaree vengono intenzionalmente trattate con il fuoco per fare la calce.
Giulio Carlo Argan
Giulio Carlo Argan, storico dell’arte straordinario, ideatore con Brandi dell’Istituto Centrale del restauro, scrisse l’introduzione alla voce “tecnica” per l’Enciclopedia Universale dell’Arte. Argan ci introduce al problema della necessità di approfondire gli aspetti tecnico-produttivi quando si va ad esaminare l’arte in generale e ci spiega il significato della tecnica. Conoscere il processo produttivo di un’opera d’arte è fondamentale per poter progettare il restauro. Lo scopo dello storico dell’arte è quello di ricostruire l’atteggiamento dell’artista nei confronti della produzione artistica e ci si arriva attraverso un lavoro fatto non limitandosi su un singolo caso per poter fare confronti. L’idea che un manufatto ha valore condiziona il suo esito, se una cosa ha valore deve essere mantenuta in efficienza. Gli aspetti della tecnica sono legati alla conservazione.
La pittura murale è una categoria di prodotto artistico che ha delle sfumature specifiche quindi per studiare il fenomeno delle tecniche produttive della pittura murale in epoca romana, andremo a cercare delle testimonianze che ci aiutano ad arrivare a una prima ricostruzione dei procedimenti. Chi compie una ricerca sulla tecnica della pittura poi va a cercare le tracce sulle opere autentiche osservando le pareti dipinte possiamo andare a trovare elementi indicatori del procedimento per esempio segni che ci fanno capire che per assicurare l’adesione tra uno strato e l’altro dell’intonaco, dove questi strati si sono separati troviamo queste incisioni che sono fatte su uno strato fresco poi fatto indurire prima dell’applicazione dello strato successivo finché queste incisioni potessero assicurare un incollaggio a questi strati. Vitruvio ci descrive in modo dettagliato come si fa un intonaco, il procedimento alla fine viene descritto come il procedimento migliore da utilizzare per ottenere il miglior risultato. Vitruvio ci racconta esattamente le cose come stanno, è una fonte attendibilissima.
Restauri di statue
Abbiamo anche fonti letterarie di scultori restauratori per esempio Aristandros di Paros che era pronipote del grande scultore Skopas, il quale le fonti ci dicono che compie dei restauri molto precisi su sculture e possiamo datare questi interventi. Un personaggio della levatura di Gian Lorenzo Bernini dedica un paio d’anni al restauro di sculture antiche. Questa doppia identità dell’artista che si occupa anche del restauro ha un’origine molto antica. L’essenza del restauratore è parte integrante dell’essenza dell’artista cioè l’artista ha anche quella competenza distinta ma mai separata completamente. Due figure che sono state riunite per tanto tempo in un solo personaggio con la stessa identità poi si separano e questa separazione rappresenterà un cambiamento epocale quando il restauratore non avrà più niente a che vedere con l’artista. Aristandros di Paros è uno scultore però preferisce intervenire sulle opere degli altri, è un restauratore-scultore, ne troveremo molti.
L’incontro del mondo greco e romano senza toccare gli aspetti storici di conquiste, dalla sfera greca ci sono migrazioni di manufatti e di personaggi che fanno un certo tipo di lavoro quindi inizia il collezionismo di manufatti che arrivano dall’altra parte del Mediterraneo con trasporti via mare e le navi possono affondare e da questi disastri marittimi vengono fuori ritrovamenti importanti soprattutto le sculture. Plinio menziona un certo Gaius Avianus Evander che restaura e nel 28 a.C. Augusto gli fa restaurare la testa di una statua che aveva destinato a un luogo molto importante. Roma avrà tantissimi personaggi che copiano originali greci. L’Efebo di Subiaco, questa scultura ha avuto un intervento di restauro antico.
Camillo Boito
Nell’Ottocento noi incontreremo Camillo Boito il quale ha un pensiero da architetto che aiuterà lo sviluppo del pensiero degli storici dell’arte, del restauro e della pittura. Il colore delle architetture e delle sculture in pietra è andato perduto perché è stato consumato dalla natura e dagli uomini e a noi ci sono arrivate piccole tracce residue. Questo interesse diventa sempre più massiccio nel ventesimo secolo e cominciano ricerche sulle tracce della policromia e sul mondo germanico viene fuori una mostra sui colori del bianco dove vengono esposte simulazioni provocatorie. I frontoni dei vari templi in realtà erano colorati in un edificio che era anch’esso colorato.
Restauri di statue in Grecia
Restauri di statue. Troveremo sculture prodotte in Grecia che però subiscono un restauro molti secoli dopo la loro produzione con una tradizione di intervento che non era più quella tecnologica dei greci antichi. L’Efebo di Selinunte è una scultura molto importante, venne trovata in Sicilia intorno agli anni ottanta dell’Ottocento, viene scoperta da alcuni contadini siciliani e ne attribuiscono un valore negativo e danno una serie di colpi con strumenti agricoli creando delle ferite profonde dando delle accettate che la fanno a pezzi. I restauratori che intervengono la rimettono insieme, la svuotano, la riempiono di cemento e la espongono, non puliscono l’esterno. Questa statua rimane esposta a Palermo, poi viene riportata nel comune di Castelvetrano e il sindaco di Castelvetrano ne fa un uso improprio, la usa come cappelliera e un gruppo di ladri la rubano e di questa statua se ne perdono le tracce per vari anni e alla fine degli anni sessanta del Novecento c’è Rodolfo Siviero che era un cultore della storia dell’arte con una passione per l’intelligence che svolge un’azione positiva. Dopo la nascita della repubblica, Siviero viene incaricato di recuperare le opere che i tedeschi erano riusciti a trafugare ma a quel punto Siviero si comincia ad occupare di recuperi di opere d’arte rubate in Italia e recupera l’Efebo di Selinunte. Questa scultura viene consegnata all’Istituto Centrale per il Restauro dove rimarrà fino al 1974 e allora a quel punto bisognava restaurarla. Ma uno storico dell’arte molto importante, Ranuccio Bianchi Bandinelli, l’aveva pubblicata in una sua opera importante sull’arte italica. L’aspetto del viso e del corpo non erano coerenti con la scultura prodotta in Grecia. Bianchi Bandinelli la descrive come un prodotto di non alto livello e la descrive come “rachidica”. Il rachidismo è un’anomalia della crescita dell’individuo per carenza vitaminica in cui si diventa lunghi lunghi. Termine poco adatto per la descrizione iconografica della scultura. Questa scultura va nelle mani di un bravissimo restauratore, Alberto Di Maio, il quale la sottopone a un esame a raggi x e la svuota, toglie il cemento, e alla fine questa statua vuota viene ispezionata e ispezionandola con un endoscopio scopre che aveva in corrispondenza del torace e al di sotto delle due ginocchia aveva tre fascioni che erano anomali. La radiografia gli fa capire che queste fasce erano delle aggiunte. Alberto Di Maio prende un foglio di cartoncino azzurro, due stampe fotografiche uguali dell’Efebo di Selinunte, una la incolla così com’era e l’altra la taglia e rimuove la materia corrispondente alle fasce e la statua cambia aspetto diventando proporzionata e canonica. Non include le braccia e la testa perché non avevano nulla a che vedere con la statua iniziale. Questa statua ha un percorso di interventi molto lungo. Negli anni che seguono il caso dell’Efebo di Selinunte, nacque un interesse in Italia molto importante per la ricostruzione dei procedimenti della metallurgia antica. A Firenze il laboratorio di restauro della sovrintendenza archeologica iniziò una serie di interventi di nuovi ritrovamenti di sculture in bronzo che provenivano dalle Marche e poi i Bronzi di Riace più avanti.
Bronzi di Riace
Bronzi di Riace. Caso interessante non solo dal punto di vista della storia realizzativa dei due bronzi ma perché nascondono un restauro che non era immaginabile guardandoli. Sono due sculture che sono un po’ più alte del vero, questa maggiore altezza serviva per amplificare questa idea di possenza di questi due eroi. Hanno la stessa postura: gamba sinistra in avanti e gamba destra dritta, hanno le braccia con la stessa postura, braccio sinistro piegato e braccio destro dritto. Paolo Moreno, grande storico dell’arte antica, uno dei maggiori studiosi di queste due sculture, aveva capito che queste sculture non erano coeve, tra loro c’era una trentina d’anni di differenza, era più antica la statua A (a destra intera) intorno al 460 a.C. e di una trentina d’anni più giovane la statua B. Queste statue ci sembrano uguali per tante cose, ci viene spontaneo pensarle come un duo, come due opere parte di uno stesso progetto formativo, è la postura che ci trae in inganno. Questi bronzi vengono recuperati dal mare nel 1972 a Riace Calabra appoggiate sulla sabbia l’una accanto all’altra. Li ritrovano due sub. Il sovrintendente di Reggio Calabria li invia a Firenze per il restauro perché a Firenze c’era un laboratorio del restauro archeologico che aveva una sua notorietà. I restauratori di Firenze fanno una pulitura dell’esterno usando dei metodi che erano abituati a utilizzare. Prima di restituire le statue ai calabresi le mettono a mollo in bagni di acqua ossigenata e ammoniaca e poi li lavano in acqua distillata, i bronzi cominciano a corrodersi all’esterno, si preoccupano e pensano che derivavano da corrosioni che stavano dentro e iniziano lo svuotamento dai piedi, iniettano litri di acqua ossigenata, asciugano le sculture, le riportano a Reggio Calabria e nel 1984 viene pubblicato un numero speciale del bollettino d’arte con due tomi dedicati ai Bronzi di Riace. Loro immaginano che le teste erano state fuse separatamente. Per quanto riguarda il corpo di Riace A e B, immaginano che era stato realizzato in un’unica soluzione il torace con le gambe con poi le altre parti saldate successivamente e qui si sbagliavano perché nel 1984 gli americani stavano organizzando le olimpiadi di Los Angeles e chiedono i bronzi in préstamo...
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