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Storia e cultura del Medio Oriente (prof. Mazzuccotelli)

2.03.2022

State building = costruzione dello Stato con le sue istituzioni amministrative, Parlamento, Costituzione, ecc.

Nation building = costruzione dell’identità nazionale.

Questi due termini li ritroviamo nel corso della storia in particolare nella fase post-coloniale. Vi sono infatti due strade da intraprendere, nel momento in cui un impero coloniale viene distrutto: un’organizzazione statale, state building, per l’appunto, nell’esercizio delle funzioni pubbliche e amministrative, e una riconnessione con le proprie radici e di definizione di sé, nation building.

Punto chiave: non leggere il Medio Oriente come un’area geografica a sé, con una storiografia diversa rispetto a quella dei paesi occidentali. Quella che vediamo nel Medio Oriente del XX sec. è una storia propriamente legata a quella di altre regioni a livello globale, e che risponde a preoccupazioni e trasformazioni globali nella loro natura.

Un tema ricorrente nella storia del Medio Oriente (e non solo) è quello di un declino storico, politico, e culturale come conseguenza dell’epoca coloniale. In tutte le narrazioni anticoloniali e postcoloniali del XX sec. ci troviamo dunque di fronte ad un fenomeno di rinascita (non a caso in Italia si parla di Risorgimento, nel mondo arabo nahda), parliamo invece di in contrapposizione con il declino a cui si era assistito precedentemente.

Come garantire questa rinascita?

Ponendo la questione di:

  • Sovranità (state building), ovvero della legittimazione del potere: bisogna chiedersi a chi appartiene questa sovranità e come questa deve essere esercitata.
  • Autenticità (nation building), attraverso un rifiuto dell’emulazioni delle esperienze occidentali dentro il contesto Medio Orientale. Si tratta di trovare una via autoctona e originale della modernità (tema chiave nel fondamentalismo religioso, l’idea di dover guardare alle spalle per trovare il modello e l’esempio a cui fare riferimento).

Queste tematiche le ritroveremo nelle politiche applicate nell’area mediorientale a partire dagli anni ’50 del ‘900, ma non saranno pratiche a sé stanti, anzi comparabili con quella che era la mentalità che ritroviamo in Occidente. A livello intellettuale, i problemi posti sono gli stessi: il ’68, l’anno delle rivolte studentesche, arriva anche in Medio Oriente.

3.03.2022

Vicino e Medio Oriente: definizioni che assumono come base di riferimento l’Europa, considerata non solo il centro della geografia, ma anche della storia. La distanza dall’Europa determina anche la distanza dalla civiltà (concetto molto orientalista). Si tratta in ogni caso di discorsi che rientrano in una logica strategica.

In contesto accademico, si cerca ancora di distinguere questi due ambiti per capire quali Stati nello specifico vi facciano parte, ma il vero obiettivo dovrebbe essere una messa in discussione degli ideali alla base di queste definizioni – che risultano oltretutto aleatorie.

Distinguiamo dunque:

  • Vicino Oriente = “Prochain Orient”, costa orientale del Mediterraneo (un oriente vicino in senso geografico ma anche storico e culturale all’Europa).
  • Medio Oriente = “Moyen Orient”, un’indefinita terra di mezzo tra le coste del Mediterraneo e del mare cinese, comprendendo anche buona parte dell’Asia centrale (penisola araba, Golfo Persico, Egitto, Persia, ecc.).

In molti casi, le popolazioni locali si sono appropriate di queste definizioni, indipendentemente dalla loro derivazione culturale, attraverso traduzioni letterali che vanno ad indicare la conformazione geografica di questi territori. È il caso anche di termini come Maghreb (ponente, zone più occidentali delle aree di lingua araba) e Mashreq (levante, zone più ad est nel mondo arabo), che oramai non vengono più tradotti.

Storia degli ex territori ottomani tra ‘800 e ‘900

Golfo Persico passa dalla protezione ottomana a quella britannica: si formano una serie di protettorati che verranno inclusi nel sistema coloniale britannico, al fine di collocare sempre più in sicurezza l’India con l’Inghilterra.

1881: la Gran Bretagna perde la Tunisia, che diventa protettorato francese. In seguito, l’Italia conquisterà Tripolitania e Cirenaica e, con le guerre balcaniche, Gran Bretagna perde anche gli ex territori ottomani nei Balcani.

La geografia che si crea nel corso del ‘900 – in particolare alla fine della Prima guerra mondiale e con la caduta degli imperi coloniali – vede la nascita di nuovi confini tra Stati di lingua araba; nasce “il mondo arabo” come lo conosciamo.

Emergono, inoltre, le prime forme di mandato, ovvero una forma di protettorato (nei settori della politica estera e della difesa) a tempo limitato, basato sull’idea che i territori in questione non fossero in grado di autogovernarsi, ma attraverso il sostegno di una potenza europea sarebbero stati in grado di diventare indipendenti in futuro.

In risposta a queste nuove ideologie e conseguenti provvedimenti da parte delle forze europee, emerge il panarabismo, ideologia politica che confuta la spartizione dei paesi arabi determinata dalle grandi potenze, rivendicando invece un’integrazione politica, economica, linguistica e culturale di questi Stati.

Uno strumento che viene proposto per la realizzazione degli ideali panarabi è la Lega araba, un’organizzazione internazionale costituita da Stati membri che si prefiggono, sulla base di una comune identità storia, culturale e linguistica, una cooperazione rafforzata.

Cronologia

1955: Iraq rientra ancora tra gli alleati degli USA quando viene siglato il Patto di Baghdad, che istituisce la cosiddetta Organizzazione del trattato centrale (o Organizzazione Cento, corrispettivo della NATO) che includeva Turchia, Iraq, Iran, Pakistan, Gran Bretagna. La politica alla base è quella del containement, ovvero l’idea di un contenimento di una possibile avanzata sovietica verso il Mediterraneo orientale, il Golfo Persico e l’Oceano Indiano.

1956: crisi di Suez tra Egitto, Gran Bretagna e Francia. Risultato: Egitto (prima tra i non-allineati) si sposta nella sfera di Mosca.

1958: anno chiave per il Medio Oriente, che determinerà la composizione delle mappe geografiche negli anni a venire, oltre che le sorti della guerra fredda:

  • Guerra civile in Libano tra la fazione filoccidentale e quella araba.
  • Colpo di stato in Siria che porta all’unificazione con l’Egitto.
  • Colpo di stato in Iraq che abolisce la monarchia, viene proclamata la Repubblica che porta al potere Abd al-Karim Qasim, esponente politico di formazione militare sostenuto dal partito comunista iracheno.

Con l’uscita dell’Iraq dall’alleanza filoamericana, gli USA solidificano sempre più il legame con altre forze internazionali, come Israele e le monarchie di stampo tradizionalista, tra cui Iran, Marocco e Afghanistan.

Di fronte a questi eventi, Malcom Kerr parla di “guerra fredda araba”, termine che ci spiega che il Medio Oriente è una delle aree centrali della guerra fredda, dove vi si riflettono le dinamiche principali. Ciononostante, il socialismo arabo è ben diverso rispetto al socialismo inteso in ottica marxista. Si tratta di regimi più nazionalisti che “di sinistra”.

Le relazioni tra Mosca e le altre potenze (tra cui Iraq) non si affermano sulla base di un’affinità ideologica, ma seguono piuttosto un principio di realpolitik.

1970: salita al potere in Egitto di Anwar al-Sadat, la cui politica porta ad un riavvicinamento alla fazione americana, rimescolando ancora una volta gli equilibri strategici e di forza nella regione. Il ruolo dell’URSS rimane comunque rilevante fino al momento della sua dissoluzione (1991).

9.03.2022

Sviluppo storico egiziano per lo state e nation building

Figura chiave per l’Egitto d’epoca ottomana: Muhammad Ali, generale di origini albanesi e turche, nominato governatore militare ottomano nel 1805 dopo la conquista dell’Egitto post parentesi napoleonica. Nel 1820, Ali si rende autonomo dall’imperatore ottomano Mahmud II nel quadro della guerra d’indipendenza greca, in cui vede un tentativo di secessione.

Date le sue ambizioni di potere – che, tuttavia, non consistevano in una dichiarazione formale d’indipendenza –, assieme a suo figlio Ibrahim, sfrutta la debolezza dell’impero centrale per ottenere una maggiore autonomia.

Così si arriva nel 1840 alla Convenzione di Londra, con cui viene riconosciuta l’autonomia egiziana, ma solo nel 1867 l’impero ottomano riconosce formalmente il titolo di hidiv (viceré) a Ismail, nipote di Muhammad Ali. È uno stratagemma concettuale e linguistico, attraverso il quale l’Egitto viene dichiarato indipendente dall’impero pur continuando a farne formalmente parte.

In Egitto, la classe d’élite turco-circassa chiamata efendiyya rappresentava gli stati superiori della burocrazia e delle forze armate nel corso dell’800. Fino alla metà del secolo, questa sorta di aristocrazia includeva anche i latifondisti, che mantenevano il proprio controllo sulle proprietà terriere nelle zone del delta e della valle del Nilo, dove vi erano i latifondi (proprietà agraria la cui gestione era delegata dal proprietario al mezzadro o al fattore).

Questo ordine viene sovvertito nella seconda metà dell’800, quando nasce l’industria tessile in Europa e le risorse egiziane diventano fondamentali per le industrie nascenti europee; anche qui assistiamo alla nascita delle prime fabbriche cotoniere o le prime industrie per trasformare il tabacco in sigari e sigarette. Vi è, di conseguenza, un importante sviluppo di relazioni commerciali e l’emergere di una borghesia locale che sostiene la necessità di superare il sistema latifondista e la spartizione della proprietà agraria, per favorire la produttività dell’agricoltura e il passaggio alle prime forme di industrializzazione. È, dunque, un periodo di profonde trasformazioni economiche e sociali, oltre che di sempre maggiore autonomia.

Pag. di riferimento libro “Guida alla politica mediorientale”: 29-42, 69-72, 132-134. Libro consigliato: “La storia dell’Egitto contemporaneo” (Campanini, 2005).

In parallelo, hanno luogo diversi fermenti di natura culturale, a partire dalla nahda, progetto di rinascimento letterario e linguistico. Tra i principali promotori ricordiamo Rifa’ al-Tahtawi che, a seguito di una visita a Parigi, ricerca degli spunti per migliorare la propria società d’origine. Vi era alla base un’idea di assimilazione selettiva della modernità europea che ritroviamo anche in Ismail, nipote di Muhammad Ali. Egli aveva l’abitudine di presentarsi di fronte ai governi europei nei panni di un sovrano illuminato, appartenente all’epoca moderna. Per farlo, si fece promotore di un grande piano di edilizia pubblica e urbanistica in chiave moderna al centro del Cairo, che prevedeva la costruzione di teatri e luoghi di culto che favorirono la crescita di un ambiente intellettuale moderno. Sarà proprio qui che avranno inizio, paradossalmente, le prime opposizioni nei confronti di Ismail: le sue scelte verranno ritenute, infatti, troppo schiacciate dagli interessi britannici. Si pensi ad esempio a Ya’ qub Sanu’, cairota figlio di un ebreo livornese, formato sulle idee di Mazzini e Garibaldi, che sviluppa la prosa teatrale come strumento politico.

Vi era, infatti, la questione dell’accessibilità delle informazioni, ovvero come far sì che il proprio messaggio possa essere trasmesso ad una popolazione quasi interamente analfabeta. È da qui che la lingua comune venne introdotta all’interno del mondo del teatro: le sue opere usano il vernacolo egiziano come mezzo di comunicazione con le vaste platee popolari e la satira come genere letterario. Si tratta di una scelta legata al fatto di trovare un mezzo efficace e diretto per parlare ad un pubblico ampio. Tra il 1869 e il 1877, questo metodo viene anche tollerato, finché non diventa troppo efficace, in quanto inizia ad attaccare:

  • Gli strati più conservatori dell’élite e l’aristocrazia sempre pronta a giungere a compromessi con la Gran Bretagna.
  • L’alta borghesia urbana, che seguiva le mode di Londra e Parigi dimenticando invece la tradizione rurale locale, e perdendo dunque il contatto con il popolo.

Per questo Ya’ qub Sanu’ verrà esiliato nel 1878 su pressione britannica.

Sanu’ era entrato in contatto anche con Jamal al-Din al-Afghani (proveniente dalla Persia nord-orientale, ma trascorre gran parte della propria vita all’interno dell’impero ottomano e dell’Egitto) e Muhammad ‘Abduh (come al-Afghani, trascorre molti anni in Egitto), principali esponenti della islahiyya, ovvero il riformismo islamico, che puntava ad un recupero della propria identità e delle proprie tradizioni, attraverso un ritorno ai fondamenti dell’Islam.

Il loro pensiero era che la religione dovesse indicare le coordinate di vita, ovvero assumere una funzione di guida sociale che era stata persa nel corso dei secoli a causa di:

  • Tutta la ritualità/religiosità superstiziosa (es. sacrifici, pratiche rituali, il culto e intercessione dei santi, ecc.).
  • Il fatalismo, la concezione che ogni cosa accada per volontà del destino.
  • La giurisprudenza islamica.

I contatti di al-Afghani e ‘Abduh con Sanu’ ci spiegano che questo tentativo di rilancio dell’Islam in epoca moderna si sviluppa su basi e discorsi differenti.

L’ambizione modernizzatrice di Ismail, che si concretizza in spese fuori controllo, conduce ad un debito pubblico massiccio nei confronti dell’estero; il senso di umiliazione provocato dalle condizioni imposte dai creditori esterni per la gestione del debito pubblico provoca un aumento del malcontento, fino allo scoppio di un’insurrezione nel 1879 nei confronti del nuovo viceré Tawfiq.

A capo della rivolta vi è il generale Ahmad ‘Urabi, che viene nominato, attraverso un accordo politico, Ministro della difesa (gennaio 1882). La nomina, tuttavia, non è vista di buon occhio dai grandi proprietari terrieri e nemmeno dagli investitori stranieri che avevano tra le mani la gestione del debito pubblico egiziano.

Nel corso dell’estate dello stesso anno ha inizio una serie di attacchi nei confronti delle comunità di europei risiedenti in Egitto, che diventerà il pretesto per un intervento britannico nel paese. Non si tratta solo di un tentativo di sedare le rivolte, ma anche di una volontà di ripristino dell’ordine politico sotto il rigido controllo inglese. Ha inizio, dunque, la guerra anglo-egiziana, che si concluderà con un’occupazione di tipo formale da parte della Gran Bretagna, nel contesto della politica, dell’amministrazione e dell’economia locale. Viene nominato leader egiziano Lord Cromer, un imperialista convinto, che considera l’Egitto come:

  • Territorio da cui trarre risorse naturali.
  • Trampolino di lancio per le politiche coloniali britanniche verso sud, nella valle del Nilo.

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, i nazionalisti egiziani iniziano ad appoggiare senza entusiasmo la Gran Bretagna contro l’Impero Ottomano. Nel 1918, a guerra finita, Sa’d Zaghlul guida la wafd (delegazione) egiziana presso il rappresentante britannico chiedendo l’indipendenza totale dell’Egitto dal dominio inglese. L’idea viene del tutto rigettata dal ministro degli esteri Balfour e i membri della delegazione vengono arrestati.

Nel 1919, la Gran Bretagna si ritrova, dunque, a dover fare i conti con una violenta sollevazione scoppiata a seguito del rifiuto di Balfour. Il generale Allenby si rivolge al primo ministro Lloyd George e sarà grazie a lui che, nel 1922, verrà dichiarata l’indipendenza dell’Egitto, mentre la Gran Bretagna conserverà un controllo sulla politica estera, sulla difesa e sui territori dell’attuale Sudan (a tutti gli effetti, si tratta di una forma di protettorato).

Si presenta dunque una situazione in cui vi sono tre attori coinvolti nella vita politica egiziana:

  • Fuad, nuovo re egiziano, discendente della casata turco-albanese-circassa di Muhammad Ali, che aspirava ad una gestione assoluta del potere e all’instaurazione di un governo incentrato sulla sua persona.
  • La Gran Bretagna che puntava a conservare parte della propria influenza sul paese.
  • Il partito della delegazione di Sa’d Zaghlul che sosteneva il progetto di un sistema costituzionale.

Questi tre interessi diversi competono politicamente all’interno dell’Egitto nei trent’anni di monarchia. Nel 1923 viene promulgata una Costituzione che limita i poteri del sovrano attraverso la creazione di un parlamento; vengono indette nuove elezioni, ma nel 1928 il re interverrà per restaurare l’autocrazia.

In seguito, nel 1930, viene promulgata una nuova Costituzione che accresce i poteri del sovrano, abrogata nel 1934. In tutti i casi, ci troviamo davanti a governi filomonarchici deboli, all’interno di un quadro di incertezza politica derivante da fattori esterni, come la crisi economica del 1929 (abbassamento condizioni di vita, impoverimento, malcontento generale) e l’avanzamento dell’espansione coloniale italiana in Libia (i ribelli libici cercano rifugio in Egitto).

Nel 1936 sale al trono Faruq, figlio di Fuad, che cerca di gestire il potere in modo più accomodante grazie alla formazione di un governo guidato dal Wafd all’abolizione della figura para coloniale dell’Alto commissariato britannico.

10.03.2022

La cultura egiziana alla ricerca di un’identità nazionale

Hasan al-Banna, autor

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/01 Storia del vicino oriente antico

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luciapasp di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Medio Oriente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pavia o del prof Mazzucotelli Francesco.
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