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Lezione 1 - Psicologia clinica

Il termine clinica deriva dal greco antico “cline” (=letto) e indica le attività che il medico svolge al letto del malato.

Approccio clinico

Approccio clinico- osservare direttamente e approcciarsi al letto del malato. Significa approcciarsi alla condizione di malattia e di disagio qualsiasi essa sia. È clinico quello che riguarda una condizione di malattia, di disagio, di bisogno (i termini scritti precedentemente sono diversi tra loro: una malattia non è un bisogno, un bisogno non è un disagio).

Nell’approccio clinico la centralità dell’osservazione è diretta al letto del malato.

Si avvicina all’approccio idiografico che ha di mira il singolo. Non si può generalizzare un malessere, un bisogno, un disagio della persona. Bisogna sempre partire da quello che quel malessere, quel disagio o quel bisogno significa per quella persona: alla sua età, nella sua condizione, nel suo ambiente, nella sua vita, nel periodo storico che sta vivendo.

L’approccio al singolo e il fatto di considerare che ogni bisogno, ogni malattia, ogni malessere è proprio di una sola persona, di un singolo, del suo essere speciale riassume quello che oggi definiamo: “approccio idiografico”. Questo tipo di approccio si contraddistingue e si differenzia dall' “approccio nomotetico” che ha come obiettivo di indagine le differenze tra gruppi o le differenze tra categorie.

L’approccio ideografico invece ha proprio questa dimensione dell'essere singolo, dell'essere unico quindi è un approccio che non cerca di generalizzare ma piuttosto è un approccio che cerca di caratterizzare tutto quello che è appunto caratteristico di quella persona e, nell’ambito della clinica, del malessere che quella persona sta vivendo in questo esatto momento, in questo esatto modo, in questa esatta vita.

Quando parliamo di approccio clinico parliamo sì di un approccio a qualcosa che in qualche modo non va, ma questo non va non è necessariamente una condizione di malattia conclamata (potrebbe esserlo) ma riguarda anche l'indagine di qualcosa che non va anche quando non è malattia conclamata, ma quando la persona avverte un disagio, avverte un bisogno in cui non trova risposta, avverte che qualcosa non va come deve andare.

Le condizioni di malessere e di disagio è come se fossero su un continuum dove abbiamo sia la malattia conclamata (quella che ci descrivono i manuali, quella che ci descrivono le categorie diagnostiche, quella che è scritta, quella che risponde a dei criteri) così come abbiamo invece delle condizioni di malessere o disagio che sono invece molto più sfumate (magari la persona non avrà i criteri per essere considerata depressa, per essere considerata cognitivamente disturbata o non avrà i criteri per essere considerata psicotica o bipolare ma ciò nonostante potrebbe avere alcuni sintomi che se non ascoltati potrebbero puntare alla depressione, alla psicosi).

Proprio per questo, queste situazioni di malessere anche se sono sfumate fanno parte dell'interesse dell’approccio clinico perché sono esattamente le condizioni dove la persona non è arrivata alla malattia conclamata ma invece è come se avesse dei sentori, delle avvisaglie di un malessere che se non ascoltate possono diventare quel malessere, sono esattamente il momento e sintomi su cui l’approccio clinico può per esempio intervenire per prevenire l’insorgere di una certa malattia.

Ricapitolando

L'approccio è solo clinico, ma nella clinica abbiamo: approccio idiografico (focalizzato sul singolo), e approccio nomotetico (focalizzato su differenze tra gruppi o tra categorie diagnostiche).

Esempi pratici: io e un altro paziente possiamo avere una diagnosi entrambi di episodio depressivo maggiore tuttavia il mio episodio depressivo maggiore potrebbe essere caratterizzato primariamente dal fatto che io non mangio, non dormo e sono mediamente triste; l'altro paziente invece magari mangia e dorme regolarmente però è tristissimo, non si riesce ad alzare dal letto, non ha la forza per fare le cose, non si riesce a concentrare se guarda un film, legge un libro e si accusa per essere così triste: pensa che la vita non valga la pena di essere vissuta tanto che gli vengono delle idee per togliersi la vita.

Per l’approccio nomotetico categoriale io e questa persona rientriamo entrambi nella stessa categoria ossia diagnosi di episodio depressivo maggiore tuttavia la mia depressione nella mia vita, nel mio contesto, nella mia età, per la mia genetica, per i miei fattori predisponenti si esprime con il fatto che io non mangio e non dormo; la depressione di quell'altro invece si esprime diversamente, però, per l’approccio clinico dei gruppi (nomotetico) io e quella persona siamo entrambi clinicamente depressi.

Quindi l’approccio idiografico mira a cogliere questa differenza di persone che pur avendo la stessa diagnosi o nominalmente lo stesso malessere hanno delle differenze tra di loro, mentre l’approccio nomotetico è quello invece che porta ad accomunare me e quest'altro e a chiamarci entrambi persone affette da “episodio depressivo maggiore” ma a distinguerci anche da altri gruppi diagnostici come, per esempio, il disturbo bipolare.

Curiosità

  1. Un sintomo depressivo non curato potrebbe sfociare in altro? Sì, potrebbe esserci una persona molto triste che non ha voglia di uscire, perde l’interesse per ciò che faceva. Per fare una diagnosi non c’è bisogno solo del sintomo depressivo. Quel sintomo non equivale ad una diagnosi di depressione, se quella persona però è molto molto triste e non fa nulla e le persone intorno a lui non si muovono, se lui non si muove nel sistema e il sistema intorno a lui non si muove, è molto probabile che quella tristezza dopo 2 settimane/un mese diventi disturbo depressivo maggiore, che su quella tristezza si costruiscano altri sintomi (perdita del sonno, senso di nullità, auto-accusazione). Da un disagio si potrebbe quindi arrivare ad una malattia mentale (o categoria diagnostica, ecc.).

Le persone hanno disagi, ne hanno tanti, hanno malesseri, ognuno avrà il suo... La psicologia clinica ha il compito prima di identificare la malattia mentale, di cogliere questi disagi e di cogliere questi malesseri e di poterci intervenire prima che diventino malattia mentale o prima che a quei disagi si aggiungano altri disagi tali per cui la persona, se visitata, ha bisogno di un farmaco, ha bisogno di fare sistematicamente psicoterapia o ha bisogno di un’assistenza importante.

Depressione, psicosi e predisposizione genetica

Depressione (o meglio: sintomatologia depressiva)= sintomo speciale, sintomo aspecifico. Essere tristi potrebbe essere spia di tante cose che potrebbero essere sintomi simil psicotici dove la psicosi è un’alterazione della percezione.

Psicosi= insieme di disturbi in cui il disturbo più grave è la schizofrenia (deliri+ allucinazioni). Sono proprio i sintomi apsicotici che la psicologia deve leggere e interpretare.

La psicologia deve prendere la persona per i capelli (quando ha ancora questo sintomo sotto l’iceberg) e analizzarla prima che la malattia insorga.

Nevrosi e psicosi sono due tipi di disordine psichiatrico qualitativamente diverso. Le nevrosi sono problematiche che hanno a che fare con l’affettività, gli psicoanalisti dicevano che sfociavano da difese che non erano adattive, che non erano funzionali.

Nella psicosi è proprio il rapporto con la realtà che si frattura (percepisco che la realtà mi è ostile, chiave di interpretazione della realtà che non è funzionale, che non è veritiera).

Predisposizione genetica= la maggior parte delle problematiche psicologiche e psichiatriche emergono da interazioni tra genetica e ambiente. È come se ci fosse una predisposizione genetica per alcune malattie, sulla base della quale si costruiscono delle esperienze non funzionali per l’individuo che poi lo portano ad esprimere quel sintomo o quel malessere.

Le psicosi (bipolarismo 60%) e la schizofrenia hanno una predisposizione genetica dell’80%.

Se prese in tempo alcune malattie si possono prevenire. Laddove c’è una vulnerabilità genetica alta come psicosi e schizofrenia non si possono proprio prevenire. Con forte base genetica la prevenzione sta nel fare l’intervento abbassando la forza della sintomatologia.

Ricapitolando

La sintomatologia depressiva molte volte è aspecifica (che vuol dire che è precursore, e quindi può anticipare, diversi tipi di problematiche).

Disturbi psicotici = prevedono una frattura netta con la realtà; cioè, la persona legge ed interpreta il mondo che lo circonda in modo personale e bizzarro.

Sintomi classici = deliri (mi convinco di qualcosa che in realtà non esiste- convinzione di parlare con Dio per esempio); allucinazioni (le persone con psicosi sentono voci).

Allucinazioni = percezioni senza oggetto.

La psicosi ha diversi gradi di gravità: possiamo avere il disturbo delirante che ha solo i deliri; possiamo avere un disturbo psicotico breve che dura soltanto poche settimane; possiamo avere un disturbo schizofreniforme che dura meno di sei mesi... La manifestazione più grave della psicosi è la schizofrenia che è cronica e non guarisce nel senso che si possono fare dei trattamenti che migliorano moltissimo i sintomi (le persone con schizofrenia possono stare veramente bene) ma sono sempre a rischio perché la malattia è molto invalidante e dura almeno da sei mesi.

Come educatori possiamo aiutare tramite il lavoro di squadra che si fa sì prevalentemente con lo psichiatra e lo psicologo, si può beneficiare molto nella psicoterapia integrata all'interno di programmi che per queste persone sono svolte nei casi più semplici allo sviluppo delle social skill, nei casi cronici in cui le persone stanno molto male il nostro ruolo è fondamentale nel non far perdere a queste persone le abilità di cura personale, di autonomia.

Cos’è la psicologia clinica?

La psicologia clinica è la disciplina che studia il benessere psicologico individuale, interpersonale e di gruppo ricercando gli strumenti psicologici opportuni per migliorarlo.

La psicologia clinica, quindi, è una disciplina che oltre a fare la prevenzione della malattia psichiatrica studia anche il suo rovescio della medaglia: come faccio a promuovere benessere psicologico della popolazione? come faccio a mettere in atto delle strategie che massimizzino la possibilità che queste persone stiano bene? come faccio a non far diventare quel bisogno un disagio o malessere soggettivo? che a sua volta se no ho visto potrebbe diventare malattia psichiatrica?

La psicologia clinica fa entrambe le cose: da una parte la prevenzione della malattia e dall’altra invece la promozione del benessere psicologico.

La psicologia clinica utilizza modelli teorici di riferimento che predicono lo sviluppo dell’individuo nei suoi contesti interattivi e strumenti psicologici per la diagnosi, la terapia e l’intervento sull’organizzazione psicologica individuale, di coppia e di gruppo, nei suoi aspetti problematici, di sofferenza e di disadattamento.

Per fare prevenzione e promozione analizziamo l'individuo nel suo disagio specifico, all'interno della sua storia e del suo contesto specifico e usiamo quindi tutti gli strumenti della psicologia clinica:

  • La diagnosi (quindi riprendiamo l’approccio nomotetico ossia l’approccio dei gruppi e delle categorie diagnostiche= cosa si chiama psicosi, cosa si chiama depressione, cosa si chiama ansia e lo usiamo e lo applichiamo alla storia di quella persona per capire effettivamente in quale macrocategoria questa persona va a cadere e leggere sulla base della sua storia anche le possibili strategie o le possibili terapie che possiamo mettere in atto a livello del singolo, della coppia, del gruppo);
  • Comprensione del malessere e fornitura di strumenti di adattamento per la persona. Non è mai troppo tardi per intervenire. Per prendere per capelli, invece, c’è una finestra temporale.

Ma la prevenzione come miglioramento delle condizioni di vita si può fare sempre.

Definizione per l’American Psychological Association

Definizione per l’American Psychological Association (associazione a livello mondiale molto importante per tutte le attività di psicologia e di psicoterapia).

La psicologia clinica:

integra scienza, teoria e pratica sia al fine di capire, predire e alleviare disadattamento, disabilità e disagio, sia al fine di promuovere l’adattamento umano e lo sviluppo personale (da una parte identificazione del malessere e dall’altra parte abbiamo la promozione dell’adattamento umano e lo sviluppo personale, diamo dunque la possibilità alla persona di sentirsi funzionale nel suo ambiente).

Si concentra sugli aspetti intellettivi, emotivi, biologici, psicologici, sociali e comportamentali del funzionamento umano lungo tutto l’arco di vita, nelle varie culture e a tutti i livelli socioeconomici (il sintomo della persona si deve comprendere all’interno di tutti i suoi molteplici contesti. La psicologia clinica deve studiare il modo in cui la persona è adattata all’interno dei singoli contesti e capire anche su quali contesti questi sintomi vanno a caricare di più.

La storia e il malessere di una persona iniziano non nel momento in cui si approccia alla cura ma molto prima. Il sintomo deve tener conto dei livelli culturali e socio-economici. Dobbiamo stare attenti a non patologizzare, capire quando qualcosa fa parte della cultura e quando no.)

Psicologia clinica: una definizione italiana

È un settore della psicologia i cui obiettivi sono la spiegazione, la comprensione, l’interpretazione e la riorganizzazione dei processi mentali disfunzionali o patologici, individuali e interpersonali, unitamente ai loro correlati comportamentali e psicobiologici. [...]

Nel contesto italiano l'obiettivo è comprendere il modo in cui dal punto di vista mentale una persona funziona, comprendere il suo sintomo, comprendere cosa quel sintomo significa per lui, perché emerge, che significato ha per la persona. Il sintomo è inteso come un processo mentale disfunzionale o patologico.

Disfunzionale e patologico non sono sinonimi:

  • Patologico vuol dire qualcosa che si identifica come una patologia, come un sintomo chiaro, come qualcosa che è descritto in un manuale (approccio nomotetico- come per esempio il delirio);
  • Disfunzionale potrebbe essere qualcosa che io faccio, qualche pensiero che io faccio e che mi fa stare male pur non essendo patologico, quindi pur non essendo scritto da quel manuale, pur non essendo un sintomo grave.

Ciò che è disfunzionale (malessere percepito) non è scritto nei manuali, non è necessariamente una patologia, ma è qualcosa che dis-funziona cioè è un atteggiamento che non è un sintomo, non è una diagnosi, ma rende comunque quella persona meno funzionale nel suo ambiente, meno adattata nel suo ambiente, meno soddisfatta delle sue relazioni, più in difficoltà nelle sue relazioni.

Curiosità

  • La paura è patologica quando ti fa evitare delle situazioni sistematicamente.
  • Nei bambini le paure si devono leggere nel momento di sviluppo. Le paure ci sono e sono funzionali perché servono ad evitare il pericolo, però devono comparire e sparire nelle determinate fasi dello sviluppo. Se non spariscono per tempo possono diventare problematiche e divenire disfunzionali.
  • Non sempre il disfunzionale sfocia nella patologia. Dipende dalle risorse della persona e dal sostegno.
  • La depressione è una diagnosi e quanto tale è una patologia. L’essere triste invece può essere disfunzionale.

Lezione 2 – 22/10/2020

L’aggettivazione “clinico” può essere ricondotta ad almeno 3 significati principali:

  • Un approccio alla realtà basato sul rapporto interpersonale;
  • Una metodologia di studio della realtà fondata sull’osservazione diretta e sistematica nei suoi momenti di analisi e sintesi, dei vari individui (nel momento in cui noi dobbiamo capire una persona che problemi ha, dobbiamo guardarla, dobbiamo comprenderla, anche in diversi colloqui, dobbiamo guardare i sintomi corporei. Dobbiamo farci un’idea sul modo unico di quest’ultima di manifestare questo malessere attraverso il sintomo);
  • Un sistema conoscitivo e didattico di tipo empirico, che cerca di ricostruire le condizioni interne ed esterne che hanno dato luogo in quell’individuo ad una certa condotta. Dobbiamo rifarci ad un sistema che sulla base del rapporto interpersonale che abbiamo costruito con la persona, sulla base dell’osservazione che abbiamo fatto, ci permette di ricostruire la storia (=presente e passato, individuare evento scatenante o situazione traumatica) della persona.

Ricapitolando

Quali sono i fondamenti per agire praticamente? Sicuramente è fondamentale per poter identificare i sintomi o i disagi e per promuovere delle strategie il rapporto interpersonale, un’interazione costante e professionale tra il clinico e il paziente e un’osservazione diretta e sistematica: guardare la persona in diversi colloqui per capire come manifesta il malessere, quali sono i sintomi (non si esprimono mai in modo stabile, ci sono delle fluttuazioni/variazioni a seconda del contesto); in seguito, è necessario rifarsi ad un sistema che ci permetta di ricostruire la storia della persona-presente e passato- permettendoci di capire come si è originato quel sintomo.

Continuum tra psicologia clinica e psicologia di base

La psicologia clinica come scienza applicata è una diretta emanazione e applicazione del corpus di conoscenza e delle metodologie sviluppate dalla psicologia di base nelle sue varie branche. Ad esempio, processi come memoria, attenzione, emozione sono fondamentali per comprendere la clinica. Molte delle problematiche che andremo ad affrontare hanno delle alterazioni a carico di questi processi che noi abbiamo studiato in condizioni di norma e della normalità in psicologia generale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mharianl99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Antonucci Linda.
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