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Sociologia della devianza

Saggio di Cohen

Visualizzare la devianza come categoria sociologica, non sociale, implica definire la devianza come comportamento deviante. Questo concetto va osservato da punti di vista relativistico e interazionistico. La devianza non è una qualità intrinseca di un certo modo d’agire, ma un’interpretazione che se ne dà. Le definizioni della stessa sono relativistiche, in quanto implicano l’ovvia constatazione che non si può compilare un elenco universale dei “comportamenti devianti”, poiché non tutti i gruppi sociali concordano su ciò che è normale. Inoltre, le definizioni sono anche interazionistiche, in quanto implicano, oltre all’ovvio elemento del comportamento (il fenomeno “grezzo” puro e semplice), anche la reazione a esso. La devianza, in altre parole, non è una qualità obiettivamente data dell’atto, ma è un’attribuzione soggettiva (o politica): è sempre il prodotto di un processo interattivo.

Howard Becker, nel 1963, prima di giungere alla concezione relativistico-interazionistica, respinge altre tre definizioni di devianza: quella che riduce la devianza a uno stato patologico, quella che la descrive in termini statistici e quella che lo identifica come condotta trasgressiva.

  • La prima definizione (patologica): la devianza è una qualità “intrinseca” di una persona o la qualità “oggettiva” di un atto.
  • La seconda definizione (statica): la devianza è uno scostamento da una distribuzione normale, in senso statistico.
  • La terza definizione (trasgressiva): la devianza consiste nell’infrangere regole e norme sociali stabilite.

Becker pervenne dunque a una quarta definizione: la qualità della devianza consiste nella reazione sociale.

Classificazioni della devianza

Esistono molte classificazioni differenti, ma quasi tutte comprendono: la criminalità, la delinquenza giovanile, la violenza, il suicidio, l’abuso di droghe, l’alcolismo, la malattia mentale, la devianza sessuale, ecc. Oltre a queste, le evoluzioni moderne includono la violenza contro le donne, la devianza di élite e corporativa, gli abusi di potere e i crimini dello Stato.

In genere, ogni esempio è illustrato e analizzato precisando quattro punti:

  • La definizione del fenomeno (per esempio la “violenza” o la “devianza sessuale”).
  • L’estensione e la struttura del fenomeno (la percentuale di diffusione, la distribuzione sociale).
  • Le spiegazioni avanzate (le diverse teorie causali concorrenti, biologiche, psicologiche, sociologiche, economico-politiche, ecc.).
  • Il controllo sociale del fenomeno (le principali forme di reazione sociale, rieducativa, terapeutica, assistenziale, ecc.).

Trasformazioni storiche

La nascita di un discorso specificamente moderno sulla devianza risale a tre radicali trasformazioni che si verificarono verso la fine del XVIII secolo:

  • L’attribuzione al concetto di “crimine” di un ruolo egemone nella categorizzazione delle forme fondamentali di devianza, che rafforzò il potere del sistema legale centralizzato dello Stato moderno.
  • Il prevalere di modi di controllo consistenti nella segregazione in istituzioni specializzate chiuse (prigione, ospedale psichiatrico, ecc.).
  • Il perfezionamento dei metodi per classificare popolazioni e fenomeni devianti, ognuno col proprio sistema di definizioni e di spiegazioni e col proprio apparato burocratico e professionale.

Noi interpretiamo tutte le forme di devianza ufficialmente riconosciute attraverso i tre principali schemi di regolazione e repressione:

  • Lo schema legale/giuridico
  • Lo schema assistenziale
  • Lo schema salute/malattia

Devianza e controllo sociale

All’inizio del XX secolo i maggiori conflitti di competenza sembravano risolti: la devianza doveva essere di pertinenza di esperti e professionisti (operatori sociali, psichiatri, avvocati), e fu separata dalla questione più generale del potere politico. L’insieme delle attività assistenziali, educative, legali e terapeutiche riguardanti la devianza costituì un nuovo ambito “sociale”, separato dal sistema politico.

Durkheim fu quello che più chiaramente anticipò i problemi concettuali che sarebbero in seguito diventati di pertinenza della sociologia della devianza. Matza, nel 1969, individua tre contrapposizioni ricorrenti:

  • Tra correzione (studiamo i fenomeni devianti perché vogliamo estirparli) e comprensione (il nostro interesse è capire, perfino empaticamente, i fenomeni devianti).
  • Tra patologia (la devianza è una variante intollerabile e intrinsecamente indesiderabile della normalità) e diversità (la devianza è una variante, o un mutamento, tollerabile, che, per ragioni estrinseche, è considerata negativamente).
  • Tra semplicità (la devianza, in quanto scostamento dalla normalità, è un fatto ovvio) e complessità (la devianza è un fenomeno difficile da definire, dati i suoi rapporti talvolta paradossali con la normalità, cui spesso si sovrappone).

Gli scienziati sociali appoggiavano movimenti di riforma miranti a rendere più efficienti, umane e “progressiste” le istituzioni ufficialmente deputate al controllo sociale (correzionalismo). Questa "ideologia professionale dei patologi sociali" con il suo insieme di criteri morali assoluti in base ai quali valutare la devianza, con le sue teorie causali individualistiche o situazionali, con la sua riluttanza a pensare in termini politici o storici, dominò il pensiero sociologico per decenni. La Scuola di Chicago degli anni Venti e Trenta ereditò parte di questa ideologia, ma cercò di affrontare il tema della devianza in modo più “scientifico” e meno moralistico. I suoi seguaci usavano dati statistici (riportando la distribuzione dei tassi di devianza su mappe della città), ma furono anche i primi a utilizzare metodi etnografici.

Le loro descrizioni, molto dettagliate, delle bande giovanili, della criminalità organizzata, della prostituzione, del vagabondaggio, ecc. inaugurarono una tradizione metodologica duratura. Queste correlazioni furono spiegate in tre modi:

  • In termini di “ecologia” (la crescita urbana crea “ambienti naturali” favorevoli a costituirsi di rapporti simbiotici tra varie forme di devianza).
  • In termini di “trasmissione culturale” (le norme devianti vengono trasmesse da una generazione all’altra attraverso un processo di apprendimento).
  • In termini di “disorganizzazione sociale” (la devianza dipende dalla debolezza - in casi estremi dal crollo - delle forme tradizionali di controllo sociale di fronte ai conflitti fra culture, ai mutamenti sociali dirompenti e all’instabilità sociale).

Contributi funzionalisti

I funzionalisti si interessavano dei macro-modelli dell’ordine sociale. Nella teoria di Parsons la devianza era uno scostamento dagli standard normativi, da spiegarsi in termini di socializzazione difettosa o di aspettative di ruolo. Comunque, malgrado la loro dichiarata mancanza di interesse per la devianza in sé (considerata il prodotto di scarti di una macchina malfunzionante), il funzionalismo e le concezioni a esso ispirate contribuirono allo studio del fenomeno con due idee estremamente importanti.

Il primo contributo del funzionalismo allo studio della devianza è l’idea - paradossale - che la devianza, lungi dall’essere un fenomeno puramente negativo e patologico, svolga un ruolo fondamentale e addirittura positivo nel mantenimento dell’ordine sociale. Questa idea si fa immancabilmente risalire alle prime tesi di Durkheim sulla "normalità del crimine". Il crimine, secondo Durkheim, è un fatto sociale non solo in senso statistico, ma anche in quanto esso svolge precise funzioni sociali: "Classificare il crimine tra i fenomeni della normale sociologia non vuol dire solo affermare che esso è un fenomeno inevitabile, sebbene deplorevole, dovuto all’incorreggibile debolezza dell’uomo, ma anche che esso è un fattore di salute pubblica, una parte integrante di tutte le società sane".

Le "funzioni positive" della devianza sono:

  • Rafforzare la coscienza collettiva.
  • Segnare i confini di ciò che è lecito.
  • Anticipare mutamenti sociali desiderabili.

Marx aveva notato lo stesso paradosso che tanto affascinava Durkheim; Marx, però, si chiedeva non come fosse possibile la società, ma come fosse possibile la società capitalistica, dove il crimine svolgeva un ruolo necessario nel mantenimento dello status quo. La devianza rafforza la solidarietà (aggregando l’opinione pubblica nella comune condanna del deviante) e chiarisce i confini della morale (la denuncia del male ci informa su ciò che è bene). La devianza è dosata in modo tale che ogni società ottiene la quantità e il tipo di devianza di cui necessita. Altri teorici sostennero un paradosso parallelo: la distinzione tra funzioni manifeste e funzioni latenti. Sotto la superficie visibile negativa - l’unica dimensione accessibile agli occhi del moralista - ci sono le funzioni sociali occulte della devianza, che possono essere rivelate solo da un analista più raffinato.

Così la corruzione presente nelle istituzioni cittadine offre possibilità di ascesa sociale, così la prostituzione aiuta a preservare la famiglia monogama. I funzionalisti non sembravano rendersi conto del fatto che tali conclusioni erano influenzate dai valori in cui essi credevano; inoltre sottovalutarono le divisioni sociali, i conflitti e le disuguaglianze di potere che rendono sospetta ogni formula sulle funzioni positive della devianza. Ma funzione per chi?

Anche il secondo importante contributo del funzionalismo allo studio della devianza trae ispirazione da Durkheim. In questo caso non si tratta degli aspetti della devianza ritenuti “normali” o “sani”, ma delle sue origini nella “anormale” divisione del lavoro, in certi tratti patologici della società moderna emergente. Il famoso termine durkheimiano “anomia” si riferiva alla caratteristica dissociazione, nella società moderna, dell’individualità dalla coscienza collettiva. L’anomia era lo stato di mancanza di norme (o di deregulation) prodotto dalla rapida fuoriuscita dalla società tradizionale, ed esacerbato dalle crisi sociali ed economiche.

Nel Suicide - forse il primo “classico” di sociologia della devianza - Durkheim, nel 1897, prese in esame il suicidio, la forma di devianza più individuale di tutte, per costruire un modello di causazione sociale. Egli individuò le cause sociali del suicidio (e, implicitamente, di altre patologie) nella debolezza della regolamentazione morale delle società moderne.

Contributi di Merton

In quello che è considerato il più importante scritto di sociologia della devianza, Merton, nel 1938, trasformò la nozione di anomia di Durkheim. Per Merton l’anomia non era più in “assenza di norme, ma la conseguenza non voluta di un divario strutturale tra fini e mezzi. La risposta più comune a questa situazione sarà sempre il conformismo, cioè l’accettazione dei mezzi legittimi e culturalmente prescritti (come l’impegno individuale), nonché dei traguardi approvati. Esistono però anche adattamenti devianti, di cui i più importanti sono nell’innovazione e nella rinuncia.

  • L’innovazione consiste nel perseguire i fini culturali prescritti (in particolare, successo materiale), facendo però uso di mezzi illegittimi (per esempio il furto, la frode, la violenza).
  • La rinuncia (una categoria di comportamenti nella quale Merton includeva gli “adattamenti devianti” come il suicidio, la malattia mentale e la tossicomania) consiste nel rifiuto sia dei fini prescritti sia dei mezzi convenzionali.

La più importante conseguenza della concezione mertoniana, per lo studio della devianza, è stata lo sviluppo delle teorie delle subculture, specialmente a proposito della delinquenza giovanile. Queste teorie, pur notevolmente diverse tra loro (v. Cloward e Ohlin, 1960; v. Downes, 1964), hanno in comune due caratteristiche: si basano tutte sul presupposto che la delinquenza sia una soluzione culturale condivisa di problemi indotti strutturalmente, tutte rappresentano un tentativo di combinare un macro-modello derivato da una teoria sul tipo di quella dell’anomia (che chiama in causa le tensioni, le pressioni, le frustrazioni e le ineguali opportunità di successo generate dalle democrazie industriali avanzate) con un micro-modello derivato da una teoria sul tipo di quella della Scuola di Chicago (che mette in luce i processi sociali concreti attraverso i quali si giunge agli adattamenti devianti, li si impara e li si adotta come stili di vita).

Teoria del controllo

A esse si contrappone una teoria nota come "teoria del controllo" (v. Hirschi, 1969). Rifacendosi (quasi) alla nozione di Durkheim, secondo cui l’anomia è l’effetto di un controllo insufficiente, questo modello sostiene che, siccome la tensione è un fatto universale (ognuno ha i suoi problemi), la questione non è come spiegare la devianza, ma come spiegare il conformismo. Anziché postulare che la maggior parte della gente segua le regole a meno che non accada qualcosa di speciale (anomia, tensione, frustrazione, alterazione, ecc.), si dovrebbe partire dal presupposto che i desideri devianti sono normali.

Nuove concezioni della devianza

Verso la metà degli anni Sessanta, dapprima negli Stati Uniti e poi in Gran Bretagna e nell’Europa occidentale, si affermò una nuova concezione della devianza, una combinazione - talora incoerente - di svariati princìpi teorici e pratici, che assunse diverse denominazioni: teoria interazionista, transazionale, scettica, della reazione sociale, della reazione societaria, o più comunemente teoria dell’etichettamento. Uno stesso atto, compiuto nello stesso identico modo e con le stesse conseguenze materiali, è oggetto di riprovazione o meno a seconda che esista o no una regola che lo proibisce.

La tesi principale dei nuovi teorici era che la variabile cruciale nello studio della devianza non fosse l’attore (il suo patrimonio genetico, la sua personalità, il suo status sociale, o altro) e neppure l’atto (la sua presunta pericolosità), ma piuttosto la pubblica opinione. Viene, così, integrato (a volte sostituito) lo studio del comportamento con quello della reazione sociale. La reazione sociale si esplica a tre livelli:

  • A livello di definizione,
  • A livello di classificazione,
  • A livello di effetti.

Gli anni Sessanta hanno visto l’affermarsi di numerosi movimenti sociali volti a indebolire, scavalcare o perfino abolire le strutture convenzionali di controllo appartenenti ai diversi sistemi: legale, assistenziale, psichiatrico. Ciò che accomuna quasi tutti questi gruppi era la volontà di imporre una qualche forma di destrutturazione: le strutture e le ideologie fossilizzate del controllo sociale ereditate dal secolo precedente dovevano essere smantellate. A volte l’oggetto dell’attacco era “il potere”: le procedure, le istituzioni e l’apparato attraverso cui si esercitava ufficialmente il controllo sociale.

Teoria dell’etichettamento

La teoria dell’etichettamento e i modelli di strategia politica implicitamente associati ad essa sono stati fatti oggetto di numerose critiche negli ultimi due decenni. La teoria è stata di volta in volta accusata di un eccessivo relativismo e pluralismo, di eludere le questioni della motivazione e della causazione, di attribuire potere causale all’atto dell’etichettamento. Si è sostenuto che, col suo concetto di devianza deliberatamente ambiguo e mutevole, la teoria perde di vista l’aspetto obiettivo dell’atto e le sue varianti dipendenti da variabili sociologiche standard, quali la classe, il sesso, il potere, la cultura, ecc. Da un punto di vista opposto (fenomenologia ed etnometodologia), la teoria è considerata troppo poco attenta alle problematiche della costruzione sociale. Da un’altra prospettiva ancora, i critici radicali sottolineano la presunta difficoltà che la teoria incontrerebbe nel passare da un’analisi interazionistica a un discorso in termini di potere e di tipo storico.

Le repliche a tali critiche (v. Plummer, 1979; v. Goode, 1981; v. Schur, 1971) riconoscono che alcune di esse sono giustificate, mentre altre dipendono da un fraintendimento. La teoria era semplicemente una prospettiva sulla devianza e non ha mai preteso di offrire un’alternativa alle spiegazioni convenzionali del comportamento. Se l’esistenza di una regola non significa che questa sarà seguita - e le diverse infrazioni saranno modellate socialmente secondo la classe, l’età, il sesso, ecc. -, allora anche l’esistenza di tali infrazioni non significa che esse saranno universalmente riconosciute nello stesso modo da chi le commette o da altri soggetti interessati.

Sviluppo delle teorie radicali

Alla fine degli anni Sessanta le nuove teorie della devianza - già radicali per le loro implicazioni culturali e per la loro contestazione delle teorie positiviste ortodosse - assunsero un tono più radicale anche nel senso politico convenzionale del termine. In Gran Bretagna, specialmente, alla teoria dell’etichettamento si diede una netta svolta:

  • Annoverando la reazione sociale fra i meccanismi più generali del potere statale.
  • Considerando gli adattamenti devianti come comportamenti razionali, significativi e implicitamente di carattere politico.

I radicali sostenevano che il concetto generico di “devianza” non fosse adatto per comprendere la natura del potere statale. Secondo loro il capitalismo moderno aveva generato due categorie di devianti (v. Spitzer, 1975): i “rifiuti della società” (social junk, forme di comportamento che non costituivano una minaccia per l’ordine socia

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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gildafrancescachisena di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Macerata o del prof Raiteri Monica.
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