Dialettologia
Ruffino disse che se in Sicilia si dovessero bruciare gli archivi, la storia della Sicilia potrebbe essere ricostruita dalle sue parole.
Quando pensiamo alle lingue romanze possiamo dire che il lessico ha tre componenti:
Lessemi e parole condivise con la lingua tetto
1) Lessemi/parole che il dialetto romanzo (siciliano) condivide con la lingua tetto (italiano).
In fondo abbiamo un coro di parole nazionali.
Al netto delle differenziazioni fonetiche, dietro c’è un genitore comune: il latino.
“Plus” -> “più” in un’area e “chiù” in un'altra. Altri esempi sono “rosa – rosa”, “chiazza-piazza” ecc.
Scarto tra etimologia delle parole
2) Scarto tra etimologia delle parole dei dialetti italiani e di quelle dei dialetti siciliani.
“Naca” (lettino dei bambini/culla) = forma tradizionale del dialetto > scarto tra ita e dialetto perché la parola seleziona due oggetti diversi (parole che non sono patrimoniali). Naca (dialetto) vs. culla (ITA). Naca esiste solo al sud ed è di origine greca “nakè”, ci informa sui rapporti che il sud Italia ha avuto col mondo greco, sia della prima mora che col mondo bizantino: nake è il vello di pecora, corrisponde al cosiddetto “carnazzo” ovvero il vello non dell’animale tosato bensì di quello scuoiato. Una volta il carnazzo veniva usata per pareggiare i materassi.
I greci facevano dormire i bambini in un vello appeso alle funi che permetteva al genitore steso di dondolarla col piede. Dal materiale dell’oggetto abbiamo il nome dell’oggetto stesso = metonimia.
Queste parole non si sa bene come chiamarle, poiché le possiamo trovare in Lucania, Sicilia, Calabria… “meridionalismi” come “sicilianismi” potrebbe creare problemi. Sarebbe meglio “autoctonismi”, parole che non hanno corrispondenze formali e semantiche nell’italiano perché non sono parole patrimoniali o perché sono in forte crisi a causa della massiccia italianizzazione che le portò a partire dal 900 a scomparire, perché la società è cambiata ed è cambiato il modo di utilizzare quelle parole; fanno riferimento a un mondo che non esiste più (infatti molte di queste parole sono arcaismi, come “naca”).
Lo scarto può essere anche solo di ordine semantico: “scuro” in italiano esiste come aggettivo, ma solo in siciliano indica come sostantivo il buio. Quindi anche questo è autoctonismo, ma di ordine semantico.
Casi di autoctonismi giunti dal dialetto
3) Casi di autoctonismi che sono dell’italiano ma che sono giunti dal dialetto.
Parole delle specificità storico culturali, ovvero realia (parole che da una cultura approdano in un’altra ma non sapendo come tradurle rimangono così).
“Giarra” (recipiente di terracotta per conservare l’olio) è una parola di origine araba: le giare venivano mandate sopra le navi, le navi approdavano in porti diversi e così anche la parola si diffonda dalla Sicilia e da Venezia verso la Penisola Italiana, la Penisola Iberica e arriva in tutta Europa.
Ci sono due modi affinché una parola che nella sua storia culturale entri in crisi, trovi una forma di sopravvivenza:
- Modo strettamente connesso alla linguistica interna: la parola tenta di resistere → specializzandosi.
Coperta si diceva “cutra”; quando fu minacciata dall’italianismo coperta, si è specializzata nel significato di copriletto. Questo succede in ogni realtà linguistica, non solo nel siciliano; processo semantico che viene dall’interno (per questo fa parte della linguistica interna).
- Modo strettamente connesso alla linguistica esterna: parole/autoctonismi che ricompaiono in forme di neo-dialettalità.
Nomi di locali che evocano cose locali, nomi di vini, arte, canzone in dialetto dal rap al cantautorato, letteratura plurilingue isolana (pratica inaugurata con Sciascia con “Le parrocchie di Regalpetra” = Racalmuto, pseudonimo del paese di Sciascia in cui lui parla della sua vita di maestro elementare e della vita di quel paese. Ci sono molte parole dialettali e da qui si ebbe uno sdoganamento di questa pratica in letteratura. Molte di queste parole rimbalzano da un autore all’altro, alcuni autori pur non avendo competenza dialettali attingono ad altri autori che hanno utilizzato parole in dialetto).
Italia dialettale
- Immagine tripartita del fondo dialettale italiano (G. Rohlfs, 1930-1960).
- Classificazione dei dialetti italiani sulla base di criteri geolinguistici.
- Rohlfs individua una serie di tratti fonetici, morfologici, lessicali e traccia i confini che separano le aree in cui tali tratti sono presenti da quelli in cui sono assenti.
- Questa linea di confine (ideale, immaginaria) è detta isoglossa e ritaglia lo spazio entro cui si registra un certo tratto.
- Siccome i tratti che delimitano il confine di un’area sono molteplici, le linee di questo confine si sovrappongono, disponendosi in fasci. Dal lavoro di Rohlfs vengono fuori due fasci di isoglosse: un fascio si sovrappone lungo la linea La Spezia-Rimini, l’altro lungo la linea Roma-Ancona.
- Le due città di ogni linea rappresentano il punto di congiunzione ovest-est del confine così tracciato.
Due isoglosse
- Nord = linea La Spezia - Rimini → coincide con i confini tra gli Stati pontifici e la Repubblica fiorentina (poi Granducato di Toscana).
- Sud = linea Roma - Ancona → coincide con il cosiddetto corridoio pontificio che aveva separato le Marche longobarde settentrionali da quelle meridionali, lungo la Via Salaria.
Carta linguistica d’Italia
Sabatini (1997) divise i dialetti italiani in:
- Dialetti settentrionali (a nord della linea La Spezia Rimini) = Galloitalici, Veneti.
- Dialetti centromeridionali (a sud della linea La Spezia Rimini) = Toscani, Corsi, Mediani “di transizione” (a nord della linea Roma Ancona) e mediani, altomeridionali, meridionali estremi (a sud della linea Roma Ancona).
- Sardi.
- Friulani e ladini.
Quando si parla della distribuzione dialettale si fa riferimento al continuum dialettale, nel senso che nonostante la forte frammentazione dialettale italiana (ogni località ha il suo dialetto) esiste un continuum:
le differenze possono essere più o meno vistose, ma non inficiano la reciproca comprensibilità (Comprensibilità > ciò fa sì che le diverse comunità si riconoscono come appartenenti a una determinata area dialettale piuttosto che a un’altra).
Se non consideriamo località contigue (come quelle Bieddu-beddu) ci troviamo in quello che si chiama continuum dialettale: più mi allontano la comprensibilità diventa sempre più flebile. Questa situazione viene detta “Romania continua” (Romania = area strettamente geografica in cui vi sono dialetti romanzi; continua = si può invocare questa catena di comprensibilità).
Il continuum prosegue anche al di là del confine italiano. Nel continuum abbiamo partizioni dialettali (non solo posso dividere l’Italia dialettale in varie parti ma posso dividere anche queste stesse parti, come la Sicilia > tratti propri del siciliano, tratti comuni ai dialetti meridionali estremi, tratti tipici romanzi ecc.).
La Sicilia linguistica: classificazione
Ogni partizione dialettale implica che all’interno di ciascun gruppo si possano fare altre distinzioni.
- Siciliano occidentale privo di metafonesi → area più conservativa con vocalismo più arcaico.
- Siciliano centrorientale presenta metafonesi.
Ricordiamo, però, che le classificazioni non vanno assunte come modello assoluto poiché vi è una situazione di forte permeabilità e non vi sono sempre confini netti.
Metafonesi
Fenomeno/tratto al quale vengono date molteplici letture.
Fu identificato da Giorgio Piccitto (1951) e può essere visto come un’innovazione; molte innovazioni vengono dal continente (come “chiancheri”, parola che arriva a Catania e si diffonde, a Messina, poi a Palermo, poi Sciacca) ma nel caso della metafonesi è un fenomeno endemico.
Come qualunque innovazione linguistica va letta come fenomeno epidemiologico, ma anche centrifugo (come se butto un sasso nello stagno fa un cerchio e poi si allarga): c’è un centro propulsore da cui il fenomeno parte e poi si allarga. Si pensa che tutto partì da Caltanissetta-Enna (da ‘bieddu’ a ‘biddu’) in cui si ha un innalzamento della metafonesi, anche se in alcune aree come quella palermitana il fenomeno non viene accettato. Il cambiamento linguistico è sostanzialmente un errore del sistema.
Sistema strutturale di riparazione fonologica: avendo una crisi delle vocali finali, le vocali finali non danno informazioni sul genere e numero; la metafonesi ci dà indicazioni morfologiche ed è quindi un modo per preservare alcuni paradigmi che vanno in crisi.
Nelle aree meridionali in genere vanno in crisi I ed U: per via della metafonesi, nelle parole che hanno E ed O toniche, queste due vocali diventano un dittongo se le parole terminano in I e U (“beddi” > bieddi/biddi).
Nella metafonesi si ha una assimilazione della vocale finale con quella interna: dittongazione condizionata dalle vocali finali (anche nel palermitano c’è dittongazione ma è incondizionata, non è metafonetica).
C’è un’area del messinese (forte densità bizantina) in cui si usa consumare carni infornate di capra. In fine dei pellegrinaggi la muravano in un forno e la facevano cuocere per più giorni. Poteva essere avvolta per insaporirla nell’omento del maiale (parte dello stomaco del maiale). Il confine di questa pratica si sovrappone a una pratica di chiamare l’omento (chippu, fazzolo…).
Neoromanizzazione della Sicilia
Questione reale del dialetto siciliano che lo ha reso di notevole interesse rispetto ad altri dialetti romanzi.
Questa teoria si basa sulla presunta modernità del dialetto siciliano in ragione della neo-romanizzazione della Sicilia.
Il siciliano è una varietà neolatina/romanza ovvero una lingua sviluppata dal latino volgare (reazione delle diverse lingue con cui la dominazione romana venne in contatto).
Roma non aveva una politica linguistica, non voleva affermare il suo potere sul piano linguistico.
I siciliani a un certo punto reagirono al latino (perché era la lingua del potere) a modo proprio.
Nel 400-500 si attua questo processo graduale di distacco dal latino e si pensa che già nell’800-900 si parlasse in Sicilia una varietà neolatina detta “protosiciliano” con le sue regole, il suo lessico, il suo vocalismo. Potremmo vederlo come il modo siciliano di parlare latino.
Quindi la comunità siciliana, laddove non parlasse il greco, parlava questo protosiciliano che non era più il latino volgare del IV-V secolo. Possiamo immaginare che questa situazione con una realtà linguistica nuova ben strutturata valesse per altre aree dell’Italia.
Placito Capuano (960)
Formula testimoniale di un contadino: il notaio scrive nel suo atto ciò che sente dal contadino che non sapeva bene il latino, utilizza il modo di parlare del contadino e non il latino.
La questione del Placito capuano riguardava la spartizione delle terre: il monastero di San Benedetto diceva che le terre erano sue e non del contadino, perché le aveva coltivate da 30 anni e scattava quindi il diritto di usucapione.
Quindi vediamo che nel 960 il volgo parla il volgare, come oggi parla il dialetto.
In questo caso pensiamo che sia un documento campano, la Campania a quell’epoca si era data una forma di lingua staccata, anche se vicina, dal latino.
Nell’827 arrivano gli Arabi. Si ha l’islamizzazione e gli arabi hanno un forte successo sociale. Molta gente si converte per una questione di prestigio ma anche chi no ha comunque rapporti con questa popolazione.
Si crea una situazione di plurilinguismo: greco (lingua della scrittura - lingua alta), latino (documenti - lingua amministrativa), protosiciliano e arabo.
Estremizzando questo successo della lingua araba, il quadro è che l’arabo sia diventato lingua di popolo e il processo di sviluppo del protosiciliano si interruppe.
L’arabo ebbe sicuramente un grande impatto sul siciliano: indizi di romanzofonia che ci sono nell’arabo (“nesso – nz” = interferenza romanza). Tuttavia la forma di protosiciliano continuò ad essere parlata da chi non si convertì e da chi pur convertendosi si sentiva “latino” e si propose di chiamare questa varietà di protosiciliano parlato nel periodo arabo “mozarabico siciliano” (mozarabico era la lingua parlata dai cristiani in Spagna durante il periodo dei Mori).
In teoria, estremizzando come detto prima, dovevano essere rimasti pochissimi a parlare il protosiciliano come diretta evoluzione ininterrotta del latino. Però a questo punto come facciamo allora a dire che il siciliano è una varietà romanza-neolatina? > Quando arrivarono i normanni, che parlavano lingua neoromanza latina (antico francese), abbiamo una reintroduzione nel siciliano di elementi latini-romanzi ma rinnovati, col filtro francese.
È come se la neolatinità si interrompe e riprende in modo rinnovato con i normanni: ecco perché si parla di dialetto neo-romanzo.
Il siciliano come lo conosciamo noi non si è formato prima del 1100, a differenza degli altri volgari italiani tra 800 e 900. Ecco perché modernità del siciliano: perché a differenza degli altri dialetti meridionali non presenta elementi di latinità ininterrotta ma elementi latini mediati dal francese.
Sostenere la teoria della neoromanizzazione significa immaginare che con gli arabi ci fu una profonda cesura col dialetto siciliano che esisteva come diretta evoluzione del latino e che questa cosa ripartì dopo gli arabi con i normanni (come se i normanni fossero venuti qui con lo scopo di ripristinare il siciliano).
Prove della neoromanizzazione
- In latino ho “ACU”, per latinità ininterrotta nei dialetti meridionali ho “acu” ma in siciliano “avugghia”/”agugghia” che deriva dall’antico francese “aguille”. [N.B. → la teoria di Rohlfs nasce non tanto dalla presenza di “agugghia” ma dalla perdita della memoria di “acu”].
- In latino ho “ACINA”, rimane “acina” nei dialetti meridionali”. Nel francese abbiamo “racin” ma “racina non deriva da questa”. “Racin” è il risultato di “razin” di una volta, che ha dato “racina” nel siciliano e “racin” oggi in francese.
- In latino ho “CAECUS”, che si conserva come “cicatu” nei dialetti meridionali, mentre in Sicilia “orbu”.
- In latino ho “INUXORARE”, che si mantiene come “nzurari” nei dialetti meridionali mentre in siciliano diventa “maritarisi” dal francese “se marier”.
Da questi esempi sembrerebbe che mentre l’Italia meridionale non interrompe l’evoluzione lessicale col latino, la Sicilia l’ha interrotta ma è comunque una teoria estrema; ricordiamo ad esempio “vugghiri” da “bullire” (latino) che dimostra che comunque il latino non si è del tutto perso.
Gli arabismi diventarono poi soltanto forme lessicali di ambiti settoriali (agricoltura, irrigazione ecc.).
I più grandi studiosi di dialetto sono stati a cavallo tra 800 e 900 poiché venivano a trovare la classicità, che nel meridione si delinea come grecità. Rohlfs era ancor prima che sicilianista un calabresista con interesse per la presenza della grecità nel mondo calabrese. Poi si rimangiò la teoria della neoromanizzazione.
Approcci per lo studio del siciliano
Approccio stratigrafico
- Prospettiva storico-etimologica e geo-linguistica (es. Ruffino).
- Studio dei tipi lessicali e della loro distribuzione geografica come conseguenza di specifiche dinamiche areali (e storico-sociolinguistiche), con riferimento ai dati culturali.
- Quali tipi? Quelli a maggiore vocazione variazionale.
- Ragioni della variabilità: scontro tra correnti innovative e conservative.
Prospettiva storico-etimologica
- Ciascun tipo è riconducibile alla lingua: tipi diversi da lingue diverse → lingue diverse disposte in progressione diacronica.
- Valore storico e identitario: le storie delle parole diventano lo specchio della storia della Sicilia > peculiarità culturale nel lessico siciliano (prospettiva di Varvaro).
- Parole autoctone: parole che significano cose che in italiano hanno altri nomi. Scarto tra dialetto e lingua (es. “naca”).
Per esprimere un certo concetto è stata selezionata una parola che si deve ora agli arabi, ora ai greci ecc… può capitare che una parola non sia panregionale, ma vi siano una serie di sinonimi ben distribuiti in determinate aree geografiche > per un certo oggetto ho diversi modi di chiamarlo a secondo delle aree (geosinonimi). O la popolazione si è addensata in una certa area o le persone hanno selezionato tipi lessicali dovuti a una cultura piuttosto che a un’altra.
Prospettiva geolinguistica
Tipi a forte vocazione variazionale:
- Tipi che “tagliano” la Sicilia (isoglosse occidentali, centrorientali, nordorientali, tratti “eruttivi”, isoglosse “fratte”, particolarità microareali).
Altri ambiti:
- La trottola.
- Il lessico del mare.
- Il lessico della caccia.
- Il lessico dell’alimentazione.
Dal punto di vista geolinguistico la Sicilia è tagliata in due: isoglosse non fonetiche ma lessicali che ci rimandano al fatto che già al Medioevo
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