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Geografia culturale e migrazioni

La geografia culturale va inserita, come tutte, dentro la più vasta e generale geografia. È una branca della geografia che ha suscitato dibattiti e interessi diversi, assumendo le funzioni di una sorta di campo di frontiera degli studi geografici. Tra gli indirizzi che la geografia culturale coltiva, qui ne privilegiamo uno che si occupa delle relazioni tra culture differenti. Culture che appartengono a mondi lontani tra loro, che percorrono identità diverse: società e persone appartenenti a valori e riferimenti differenti, non sempre facilmente comparabili fra loro. In particolare, si affronterà il fenomeno sociale tanto dibattuto delle migrazioni: un fenomeno che sembra portare mondi lontani "a casa nostra".

Le società multiculturali

Le migrazioni hanno portato nel corso dei decenni alla formazione delle cosiddette società multiculturali o multietniche. In passato le società erano tendenzialmente più omogenee, composte da persone dalla medesima cultura, storia, religione. La geografia culturale studia la formazione di queste società: uno studio legato all'analisi dei fattori territoriali e spaziali, chiamati in causa dal fenomeno migratorio. Tali fattori sono:

  • Ambiti di provenienza, da dove vengono i migranti, quale il loro paese d'origine
  • Dislocazione dei flussi, persone si dislocano da un posto ad un altro
  • Luoghi di destinazione
  • Meccanismi di distribuzione
  • Concentrazione di migranti

All'interno di questi fattori si inseriscono diversi campi di studio, legati soprattutto agli aspetti qualitativi, ad esempio riguardo all'impatto ambientale, ossia su quanto una comunità è visibile e impattante su un dato luogo.

Ragnatele migratorie in Italia

In Italia, a partire dagli anni Settanta, si sono andate formando delle ragnatele migratorie: cioè qualcuno che è riuscito ad arrivare in Italia e, dopo essersi inserito, aiuta altri migranti ad inserirsi in quel territorio. Alcune di queste ragnatele si sono consolidate nel tempo, costruendo flussi migratori piuttosto grandi: i nuovi arrivati si inseriscono rapidamente in un contesto già organizzato e preparato dai loro connazionali.

Ghettizzazione e paesaggi etnici

Un altro fenomeno che si può creare è la ghettizzazione: può accadere che le diverse popolazioni di migranti finiscono per aggregarsi in aree limitrofe, lontane dal centro, in aree urbane spesso meno ricche con scarsità di servizi. Si vengono a costituire zone ben demarcate con alta concentrazione di popolazione straniera, più o meno diversificate al loro interno, con un loro specifico gradiente di visibilità. In alcuni casi può essere quasi nulla, mentre in altri può essere altamente visibile, producendo spesso dei meccanismi di reazione e resistenza da parte della popolazione autoctona. Tale gradiente è indice sia della coesione interna del gruppo e sia dell'accettazione della comunità pre-esistente.

Di solito sono gli ambienti urbani delle grandi città a presentare queste concentrazioni. La visibilità oggi è chiara ed evidente, di conseguenza il discorso odierno è ormai incentrato sulla gestione del fenomeno, e dunque sul paesaggio etnico: alcune zone della città vengono studiate come dei paesaggi. In base al modo in cui si decide di studiare il fenomeno migratorio, si hanno effetti diversi sull'interpretazione del fenomeno stesso e sulla costruzione degli spazi urbani.

Motivazioni delle migrazioni

Dalla fine del Novecento ad oggi si è assistito in Italia ad una crescente diversificazione dei migranti, della loro provenienza, e ad una crescita numerica (circa 5 milioni). Si pensi alle diverse fasi come quella dei flussi magrebini, filippini, poi quelli albanesi, fino ad oggi dove si contano centinaia di provenienze diverse.

Il motivo economico è una delle spinte principali, ossia la ricerca di un miglioramento del proprio salario e del proprio benessere. Un altro motivo è sicuramente di natura sociale, ossia la volontà di partecipare al benessere sociale di cui godono le persone dei paesi industrializzati, o almeno a quello che la pubblicità e l'immagine mediatica rendono di quei paesi.

I principali fattori della migrazione si possono schematizzare in:

  • Povertà
  • Sovraffollamento
  • Guerre
  • Fenomeni naturali (alluvioni, vulcani, terremoti)

La maggior parte dei migranti italiani hanno avuto un passato di immigrazione irregolare (oggi spesso definita come clandestinità), a cui è stato posto rimedio con le numerose sanatorie operate da molti governi.

Diritti e retoriche della migrazione

Esiste un diritto alla libertà di movimento?

Esiste un diritto alla libertà di movimento delle persone? La migrazione è un problema di diritti? Il diritto a migrare può equivalere al diritto al futuro, a poter guardare oltre. Si pensi al caso italiano e ai circa 30 milioni di migranti italiani che si sono sparsi in giro per il mondo nell'ultimo secolo, in cerca di qualcosa di diverso, aspirare ad un miglioramento della propria condizione, dando forma e un significato a un domani sostenibile.

Migrazioni e retoriche correnti

Nei paesi ricchi esistono due schieramenti contrapposti relativi al discorso sui migranti:

  • Favorevoli
  • Contrari

La migrazione è, innanzitutto, un fatto sociale e geografico: esiste e avviene indipendentemente dall'essere favorevoli o contrari. Prima di analizzarne alcuni aspetti, è utile soffermarsi sul modo in cui oggi viene raccontata la migrazione.

Nel mondo contemporaneo c'è la tendenza a percepire le migrazioni come dei giganteschi esodi. In realtà, secondo studi recenti commissionati dall'Onu, circa il 97% della popolazione nasce, vive e muore nello stesso posto. Riguardo all'Africa, ad esempio, è circa il 2% ad emigrare: uno dei luoghi del mondo con meno espatri, si può giungere alla conclusione che più si è poveri e meno ci si sposta. Dati in netto contrasto con le retoriche molto in voga nei paesi ricchi. Se si passa da dati in percentuale a dati in assoluto le cifre possono destare un certo clamore, ed è su tali dati che fanno leva le forze contrarie alla migrazione. Quale che siano stati i colori politici al governo, in Italia e non solo, le politiche migratorie sono in sostanza rimaste le stesse.

Sicuramente il fenomeno migratorio è un tema complesso e talvolta contraddittorio. Sono coinvolti fattori come età, sesso, famiglia, economia, politica, lingua, comunicazione, religione, territorio. Quest'ultimo punto è un campo d'indagine importante della geografia culturale.

Da tutti questi fattori, che sono solo alcuni, si comprende la complessità del tema e quanta semplificazione venga operata da media e partiti politici.

Che cosa non si vede oggi

Anamnesis: ricostruzione della storia clinica di un paziente per arrivare a capire perché è malato. Per anamnesis storica e geografica delle migrazioni si intende capire perché le cose non funzionano: raccolta e analisi dei disturbi del "malato", ossia dei dati per poter costruire una diagnosi sui fenomeni migratori.

Relazione tra merci e persone

Andare ad analizzare i disturbi del paziente significa analizzare "noi", la società industrializzata con i suoi privilegi e il suo modo di guardare ai fenomeni migratori: una diagnosi per osservare più realisticamente il fenomeno, basato su dati e oggettività scientifiche, per poter cogliere ciò che spesso in apparenza non si vede. Per far ciò è necessario partire dal lontano passato.

Il ruolo della M nella storia

Un punto di partenza è la M: mercanti, missionari, militari, medici. Coloro che hanno costruito gran parte del mondo come lo conosciamo oggi. Gli uomini di allora erano tutti assolutamente convinti, pur tra mille brutalità, di compiere un lavoro positivo: la civilizzazione. Ritenevano dunque lecita e poderosa la loro azione, definibile nel complesso come una missione (civilizzatrice) nel rendere migliori posti considerati arretrati. Tutto veniva fatto non tanto in nome della civiltà in generale, ma in nome di diverse "civiltà":

  • Civiltà cristiana, per diffondere la fede cristiana a tutti i costi
  • Civiltà scientifica, il mondo dei produttori di sapere: medici, scienziati, ma anche filosofi, dotti, pensatori. La scienza diede il beneplacito su questi meccanismi di dominazione
  • Civiltà tecnica, la volontà di trasmettere le conoscenze tecniche lì dove si considerava totalmente assente

Si pensi al tardo Novecento e a come molti illustri personaggi della cultura hanno avallato o appoggiato apertamente ideologie o operazioni che hanno portato ai noti genocidi del secolo scorso. Una storia e una geografia che avevano cuore e mente in Europa. Non bisogna demonizzare il mondo occidentale, che ha sicuramente molti meriti in positivo nella storia umana.

Sicuramente c'è una discrepanza tra l'enunciazione dei diritti dell'uomo e, nel contempo, le pratiche di ineguaglianza ai danni dei "poveri" del mondo: i grandi pensatori dell'Illuminismo o della Chiesa erano coevi alla schiavitù (similmente oggi continua ad esistere questa dualità di pensiero).

Durante quell'epoca l'ordine che prevaleva nei discorsi, e che quindi dettava i criteri della macrodimensione culturale e politica della società, era eurocentrico (o etnocentrico): tutto si basava sull'idea che l'Europa fosse il centro del mondo, l'unico centro della civiltà in contrapposizione alla barbaria di tutto ciò che era fuori.

Nel corso dei secoli, alla concezione eurocentrica si è andata parallelamente formando un certo relativismo culturale, ossia un'ideologia contraria all'assolutismo e volta alla difesa della diversità.

Relativismo culturale e globalizzazione

Il relativismo nel XX secolo

Il relativismo era presente già in passato, in risposta all'etnocentrismo, ma non è mai riuscito a divenire la cultura dominante. Solo negli anni Sessanta comincia ad affermarsi in modo concreto, grazie ad esempio al lavoro di molti antropologi. Messa in discussione dell'universalismo, dell'etnocentrismo.

Il mondo odierno è percorso da flussi di persone e intrecci culturali, sicuramente favoriti dalla globalizzazione e dall'economia globale. Seppur tardivamente, nel mondo occidentale hanno iniziato ad emergere forme di rispetto verso l'altro, il diverso; tuttavia questo nuovo atteggiamento è insieme una conquista ma può diventare un sostegno al disimpegno. Ritrarsi dalla propria storia passata e dalla geografia attuale, ossia da cosa sta accadendo, sottraendosi all'eredità del suo passato facendo finta che non sia esistito.

Tornando al rapporto merci-persone, i migranti spesso si confondono tra le merci, ad esempio in tir o treni, per passare i confini. L'idea diffusa sugli spostamenti, codificata nelle leggi, esprime chiaramente il diritto di partire per tutti ma non a tutti è concesso il diritto di approdo. Diverso è il caso per le merci, le quali godono di una totale libertà di ingresso e di uscita. La vera libertà è quella delle merci. La M del mercante rivendica ancora oggi le sue ragioni economiche su quelle umane/sociali.

Alterità e esotismo

Altrove ieri

Il luogo dell'altro: il territorio altrui, a tutte le latitudini. Vale dappertutto, e in ogni epoca storica. Si può anche definire come la forma territoriale assunta dall'alterità. L'alterità si declina in molte forme e in molti contesti: qui si intende una categoria antropologica che guarda l'altro come essere umano ritenuto altro, diverso da "noi".

Una definizione più completa dell'Altrove è: l'insieme dei modi spaziali e delle forme geografiche in cui si manifesta storicamente l'alterità. Dunque il complesso e l'insieme delle modalità e delle forme assunte dall'alterità geograficamente e come si sono manifestate nei diversi periodi storici.

Altrove lontano, esotismo (caotico)

L'altrove, in prima battuta, è sempre stato considerato come qualcosa lontano dal "noi", in primis geograficamente: qualcosa la cui localizzazione era distante dall'osservatore. Questa idea di altrove si è spesso sovrapposta, talvolta fino a coincidere, con l'esotismo.

L'esotismo tende ad essere una critica alla società e ai territori di appartenenza, piuttosto che una vera valorizzazione dell'altro e dell'altrove. È spesso rimasto legato ad un fascino per l'altro, che veniva desiderato ma senza realmente conoscerlo. Esotico è quindi divenuto sinonimo di diversità.

In una prima fase, questo contatto con l'alterità era un'esperienza positiva. Si pensi alla scoperta dell'America e al mondo in cui venivano descritte quelle popolazioni, viste come immerse in paradisi caratterizzati dalla purezza, dall'armonia (salvo poi, rapidamente, sviluppare una percezione opposta, considerandoli popolazioni demoniache). Questo entusiasmo iniziale spingerà molte potenze europee ad avventurarsi verso le terre inesplorate del pianeta, non a caso identificando il Cinquecento come il secolo delle scoperte. La percezione sensibile che si ebbe delle popolazioni era strettamente legata alla soggettività di chi guardava, e quindi collegata al territorio, al contesto, un approccio qualitativo.

Come si è arrivato a trasformare il contatto qualitativo dell'incontro all'aspetto quantitativo, ossia come conquistarli, classificarli, dominarli? E dunque come, dal fascino iniziale, si è passato all'analisi delle differenze tra loro e noi, e cosa e come si potevano sfruttare tali differenze a livello quantitativo, economico. L'analisi scientifica sulle differenze aveva quindi una chiara finalità opportunistica.

La cartografia e la rappresentazione del mondo

Cartografia medievale e rinascimentale

La cartografia non è sempre stata quella a cui siamo abituati oggi. Nelle carte medievali ad esempio, le carte presentano mondi immaginari, con illustrazioni di concezioni metafisiche prive di funzioni pragmatiche; questo tipo di carte non spingeva gli uomini a partire. Quando la simbologia della carta manteneva qualche somiglianza con il mondo reale, con il territorio, ostentavano comunque la loro parzialità: dichiaravano esplicitamente che quei luoghi raffigurati avevano delle qualità, disegnando dei percorsi con tecniche figurative che cercavano di ricreare ciò che si vedeva. Mantevano un rapporto con la realtà che il disegno preservava.

Il passaggio dal Medioevo al Rinascimento, nella dimensione cartografica, ha a che fare con l'introduzione nelle carte geografiche delle proiezioni: sono rappresentazioni di spicchi di mondo, in risposta al problema su come rappresentare fedelmente la sfericità della Terra su un foglio piano (simile agli odierni atlanti). Quando pezzi nuovi di mondo venivano scoperti, si cercava di rappresentarli con sagome non proprio precise ma soprattutto piene di spazi bianchi, riempiti solo successivamente di volta in volta. Lo spazio bianco spingeva gli uomini a riempire di contenuti quel "vuoto". A differenza del passato quindi, la sete di scoperta investì il mondo occidentale.

Proiezioni cartografiche e alienazione

Le proiezioni (una prima si può considerare quella di Tolomeo, riscoperto in latino in quei secoli) sono un dispositivo ineluttabile che appiattisce tutti gli elementi naturali ed anche quelli costruiti dall'uomo, eliminando l'aspetto qualitativo della geografia e trasformando gli stessi in elementi quantitativi, basati sul dato geometrico e numerico. Gli elementi del mondo vengono trasformati in rapporti tra superfici e rapporti tra distanze. La qualità sociale del mondo viene cancellata, obliterata, costruendo sulla carta un mondo più asettico, oggettivo.

La raffigurazione tolemaica della Terra è il primo modello, le altre perfezionano questo primo prototipo; essa coincide con la forma archetipica dell'alienazione. Le carte tendono ad uniformarsi a principi e punti di vista differenti: si attenuano progressivamente le componenti simbolico-mitologiche, in favore di una graduale de-umanizzazione: l'astrazione cartografica implica sempre più la separazione del soggetto dall'oggetto, ossia l'eliminazione del soggetto storico che vive in quel momento in quel territorio.

Il primo soggetto che viene eliminato è il cartografo: è come se la carta si fosse fatta da sé, senza uno scopo dichiarato come in passato quando ad esempio era commissionata da un sovrano, ma in realtà uno scopo c'era sempre. Che fine fanno gli altri soggetti nella carta?

La rappresentazione dell'alterità

La carta di epoca moderna è impegnata ad appropriarsi dell'altrove, a cogliere aspetti di quel mondo quantitativi e non qualitativi, e con la pretesa di rappresentare l'alterità: annulla gli altri e non gli riconosce peso storico, non degni di essere rappresentati sulla carta. Negazione dell'alterità. Tale negazione è fondata sulla negazione dell'altrove: l'altro non c'è perché sulla carta non c'è rappresentato l'altrove. Si omologa quindi l'altrove al sé, rappresentando l'altrove con le stesse tecniche geometriche e matematiche dell'Europa, negando implicitamente le diverse qualità dell'America Latina.

La carta riduce il reale al misurabile: la realtà è quella che viene riprodotta, ciò che non c'è è come se non esistesse. Alla carta sfugge l'essenza dell'altrove, del luogo dell'altro, non riesce a rappresentarlo con la sua simbologia: ciò perché non si riesce a pensare l'altrove come qualcosa di indipendente, che è sempre esistito prima della scoperta degli europei.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Matteofranchi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia culturale M e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di L'Aquila o del prof Gaffuri Luigi.
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