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Storia moderna: la popolazione e le strutture familiari

Fonti e metodi

Gli studi sulla popolazione e sui meccanismi che ne regolano l’andamento nel tempo hanno conosciuto, nell’ultimo mezzo secolo, uno sviluppo dovuto ai timori di una crescita demografica incontrollata. Thomas Robert Malthus (1766-1834) nel “Saggio sul principio di popolazione, 1798” si preoccupa dello squilibrio tra popolazione e risorse alimentari, dato dal fatto che la popolazione, se non controllata, cresce in progressione geometrica (1,2,4,8…), mentre le risorse necessarie alla sopravvivenza, in progressione aritmetica (1,2,3,4…).

A frenare l’aumento incontrollato della popolazione intervengono, quelli che Malthus chiama freni repressivi, ovvero carestie, peste e guerre, che ristabiliscono temporaneamente l’equilibrio alterato in attesa di un nuovo ciclo di incremento demografico. L’unica alternativa a questi periodici è l’adozione di freni preventivi, cioè la limitazione cosciente dei matrimoni e quindi della fecondità che deve riguardare la parte più povera della società.

La statistica è la raccolta sistematica dei dati relativi alla popolazione e iniziò a muovere i primi passi nell’epoca moderna, dando un contributo significativo al progresso degli studi demografici, iniziato in Inghilterra dagli aritmetici politici dei Seicento, William Petty (1623-1687) e Gregory King (1650-1710), e dagli scrittori settecenteschi tedeschi e francesi, tra cui Johann Peter Sussmilch (1707-1767) inventore del termine Statistik.

Al XVIII secolo, o agli inizi del XIX, risalgono i primi censimenti modernamente impostati: in precedenza si hanno numerazioni di nuclei familiari compiute a scopi fiscali, finalizzati all’approvvigionamento e alla distribuzione dei viveri o al censimento degli uomini adatti alle armi.

Altra importante miniera di dati sono le fonti ecclesiastiche, distinguibili in:

  • Fonti relative allo stato: stati delle anime, cioè elenchi degli abitanti di una parrocchia redatti al fine di controllare l’adempimento del precetto pasquale. Questi consentono di determinare per i relativi anni, gli indici di natalità, di mortalità e di nuzialità ogni mille abitanti (sono indicative le medie pluriennali che attenuano le oscillazioni date anche dal fatto che i bambini nati morti non venivano registrati).
  • Fonti relative al movimento della popolazione.

Oltreché per la determinazione delle dimensioni e dello sviluppo storico della comunità, questi documenti sono preziosi per ricostruire la composizione per sesso e per età di queste ultime e per conoscere le strutture familiari e le forme di convivenza.

Anche i registri parrocchiali risalgono al periodo precedente al Concilio di Trento e la loro tenuta fu resa obbligatoria e sottoposta a regole precise nel 1563, per quanto riguarda battesimi e nozze, nel 1614, per le sepolture. Questi registri ci permettono di ricostruire l’andamento dei diversi eventi e di studiarne la stagionalità e sono diventati una fonte privilegiata per lo studio della popolazione a partire dagli anni Cinquanta del XX secolo, quando dai demografi francesi venne elaborato un metodo di spoglio.

Noto come ricostruzione nominativa delle famiglie, che consiste:

  • Nell’intestazione di una scheda di famiglia ad ogni matrimonio celebrato nella parrocchia studiata in un dato arco di tempo.
  • Nella trascrizione su ciascuna di queste schede di tutti gli eventi demografici desunti dai libri dei battesimi e delle sepolture e riguardanti la coppia cui essa è intestata.

Via via che si moltiplicavano le ricerche, ha preso forma un modello demografico dell’Antico Regime e i risultati di queste ricerche non riguardano solo la demografia, ma sono rilevanti anche per la storia sociale e per quella della mentalità.

Gli inconvenienti del metodo risiedono nel fatto che sfuggono le coppie che sono emigrate e gli eventi che avvengono fuori dai confini parrocchiali. Ecco perché i demografi hanno elaborato tecniche diverse basate sui grandi aggregati, anziché sul linkage attraverso il nome, come la costruzione di piramidi dell’età.

Un altro procedimento tradizionale è la costruzione di tavole di mortalità che si applicano a schiere di nati in uno stesso anno, eliminando i morti al termine di ogni anno successivo. Questa tabella consente di calcolare anche la speranza di vita a qualsiasi età. La speranza di vita alla nascita in Antico Regime è molto inferiore a quella degli adolescenti e dei giovani, dato l’altissimo livello di mortalità infantile.

La popolazione europea nell’età moderna

Per il periodo dal tardo Quattrocento agli inizi dell’Ottocento, si dispone di stime sufficientemente attendibili della popolazione mondiale divisa per continenti: molto più della metà viveva nel continente asiatico e le cifre evidenziano la catastrofe demografica che colpì il continente americano, con l’avvio della colonizzazione europea, e l’arresto dello sviluppo dell’Africa in larga misura, collegata allo stesso evento. La popolazione europea, invece, cresce tra il 1400 e il 1800, triplicandosi.

Si delineano, perciò, per il nostro continente tre grandi fasi:

  • Crescita demografica generale e continua (metà 1400 – inizio 1600)
  • Forte rallentamento, con effetti demografici differenti in base alle aree (1600)
  • Rinnovata tendenza espansiva nel 1700 che si rafforza nel secolo successivo

È certo che i tassi medi di incremento annuo, anche nei periodi più favorevoli, raramente toccano o superano lo 0,5% fino alla seconda metà del Settecento. Un’altra certezza è che la lentezza della crescita della popolazione è dovuta all’alta mortalità, i cui indici medi sono vicini a quelli della natalità; questo esiguo margine era spesso annullato dalle ricorrenti crisi demografiche: peste, fame e guerre moltiplicavano improvvisamente il numero dei decessi annui e all’aumento della mortalità faceva riscontro la diminuzione della nuzialità e della natalità. Poi, passata la carestia o la pestilenza, tutti gli indici si invertivano.

Il metodo della ricostruzione nominativa delle famiglie ha consentito di penetrare nel comportamento delle coppie matrimoniali e nei meccanismi della riproduzione: nell’età moderna erano sconosciute le pratiche contraccettive, che cominciarono a diffondersi nel tardo Settecento a partire dalla Francia. In queste condizioni di fecondità naturale, ci si aspetterebbe, quindi, che ogni coppia mettesse al mondo un gran numero di figli; in realtà così non avveniva, per tre ragioni:

  • In gran parte dell’Europa le donne si sposavano tardi (24-26 anni), ciò significava che 1/3 della loro vita feconda rimaneva inutilizzato.
  • Gli intervalli tra i parti tendevano ad allungarsi a causa dell’allattamento prolungato che induce una temporanea sterilità della donna.
  • Era molto frequente la rottura dell’unione prima che fosse giunto a termine il suo ciclo fecondo per la morte dell’uno o dell’altro coniuge.

Mediamente un matrimonio durava tra i 12-15 anni, durante il quale c’era la probabilità di mettere al mondo 5-6 figli. Questo numero sarebbe bastato a garantire un rapido raddoppio della popolazione, se non fosse intervenuta la mortalità infantile: ¼ dei nati moriva nel primo anno di vita e 174 scompariva prima di aver raggiunto l’età adulta. La sopravvivenza media di 2-3 figli per coppia fertile, bastava appena a garantire la riproduzione del potenziale umano.

Un aumento della natalità e una diminuzione della mortalità furono le cause fondamentali della crescita demografica del XVIII secolo.

La storia della famiglia

I documenti come gli stati delle anime, ci illuminano sui nuclei familiari, sulle loro dimensioni e sulla composizione degli aggregati domestici, perché a volte comprendevano altri parenti e conviventi o servi e apprendisti. La classificazione elaborata da un gruppo di Cambridge per lo studio della popolazione, diretto da Peter Laslett, ha distinto cinque tipi di aggregati:

  • Famiglia nucleare: composta dai due coniugi e dai figli
  • Famiglia estesa: oltre a quelli sopra citati, si giungono altri conviventi, come fratello o genitori del marito
  • Famiglia multipla: caratterizzata dalla compresenza di due nuclei, ad esempio convivenza dei genitori con i figli sposati
  • Famiglia senza struttura: alla cui base non c’è un rapporto matrimoniale, come la vedova che vive con i figli
  • Solitari

Laslett avanzò la tesi che nell’Antico Regime fosse predominante il tipo di famiglia nucleare, e successivamente, insieme a John Hajnal, distinse due diversi modelli matrimoniali e familiari:

  • Tipico dei paesi dell’Europa nord-occidentale, si basava su tre regole:
    • Sia gli uomini che le donne si sposavano tardi
    • Gli sposi seguivano la regola della residenza neolocale dopo le nozze, quindi mettevano su casa per conto loro formando una famiglia nucleare
    • Prima delle nozze i giovani passavano degli anni fuori casa al servizio di altre famiglie
  • Diffuso nell’Europa orientale e meridionale, prevedeva il matrimonio precoce e la residenza patriarcale (con i genitori del marito) ed escludeva il servizio prenuziale.

Questi schemi si sono dimostrati però incapaci di spiegare la varietà delle situazioni reali. Solo un attento studio dei condizionamenti economici, delle norme giuridiche e delle pratiche sociali, è in grado di rendere conto di queste varianti: un’epoca in cui la famiglia rappresentava un’unità di consumo e di produzione, come nel caso della aziende contadine e di molte lavorazioni artigianali o protoindustriali.

Le famiglie contadine potevano avere una struttura diversa a seconda dei meccanismi ereditari:

  • La divisione in parti uguali del patrimonio tra i figli maschi tendeva a favorire la formazione di famiglie nucleari.
  • La successione al podere di un solo figlio portava alla creazione della famiglia ceppo, ovvero alla convivenza dell’erede che portava in casa propria la moglie con i genitori.

Nella Linguadoca, regione della Francia meridionale, il forte calo della popolazione che si registrò tra il XIV e il XV secolo, ebbe come conseguenza l’accorpamento di molti appezzamenti prima suddivisi tra diversi proprietari e quindi la costituzione di gruppi familiari numerosi (composizione fraterna); viceversa, la crescita demografica cinquecentesca portò al tramonto di questo tipo di convivenza e all’affermazione della famiglia nucleare.

Le ricerche hanno dimostrato che nell’Italia centro-settentrionale le famiglie dei mezzadri erano mediamente più numerose e ramificare di quelle dei braccianti privi di terra, per la presenza sotto lo stesso tetto di vari nuclei coniugali tutti sottoposti all’autorità dispotica di un reggitore.

I condizionamenti di tipo economico e giuridico riguardavano anche le élites: la conservazione della ricchezza, incentrata sulla proprietà fondiaria, è una preoccupazione dominante per le famiglie aristocratiche europee, che tra il XVI e il XVIII secolo, adottano strumenti giuridici adatti allo scopo:

  • Fedecommessi: disposizione di ultima volontà mediante la quale chi fa testamento vincola l’erede a trasmettere una serie di beni sottoposti a vincolo, agli ulteriori chiamati, per via di discendenza maschile
  • Primogenitura: concentrare nel primogenito il grosso dell’eredità

Con tali accorgimenti le famiglie cercavano di tutelarsi contro il rischio di una dispersione del patrimonio a causa di una prole troppo numerosa o a opera di un erede spendaccione. Lo scopo era ugualmente raggiunto con la limitazione del matrimonio ad un solo maschio per ogni generazione.

Mentre per le femmine, la dote, era commisurata alla ricchezza e al prestigio della famiglia di origine e di quella del marito, fungeva da eredità anticipata, ma solo una figlia era destinata alle nozze, le altre prendevano i voti, per cui si richiedeva una dote spirituale, o rimanevano a vivere in famiglia come nubili.

Tutti questi fattori costituivano gli assi portanti di una strategia familiare che attribuiva molta importanza alle alleanze matrimoniali e alle reti allargate di parentela agnatizia (legame di parentela tra i discendenti dello stesso padre) e cognatizia (acquisita tramite unioni matrimoniali).

Michael Anderson, autore de “Interpretazioni storiche della famiglia, 1982”, ha parlato di un approccio dei sentimenti: filone di studi volto ad indagare i rapporti d’autorità e di affetto tra marito e moglie e tra genitori e figli (o anche tra padroni e servi).

La tesi di Philippe Ariès, autore de “Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, 1968” secondo la quale l’amore coniugale e la considerazione dell’infanzia come una fase della vita avente caratteri ed esigenze proprie, non esistevano prima dell’età moderna e furono il risultato di una serie di circostanze nuove, tra cui la cultura umanistica e la scolarizzazione.

Lawrence Stone, in “Famiglia, sesso e matrimonio in Inghilterra fra Cinque e Ottocento, 1983”, distingue tre tipi di aggregato domestico che si sarebbero succeduti, anche accavallandosi, in questo periodo:

  • Famiglia a lignaggio aperto: 1450-1630, caratterizzata dal formalismo e dalla freddezza dei rapporti tra i coniugi e tra genitori e figli
  • Famiglia nucleare patriarcale ristretta: 1550-1700, all’accentuazione dell’autorità del paterfamilias, riflesso del potere assoluto del monarca sulla società, si accompagna lo sviluppo di legami affettivi tra i coniugi e il risalto dato all’educazione cristiana e alla disciplina della prole (per influsso della Riforma protestante)
  • Famiglia nucleare domestica chiusa: 1620-1800, l’individualismo affettivo si esprime nell’attenuarsi del divario gerarchico e in una nuova tenerezza sia tra marito e moglie sia tra questi e i figli.

Edward Shorter in “Famiglia e civiltà, 1978” sposta al tardo Settecento e all’Ottocento la trasformazione delle relazioni familiari, che comporta l’erotizzazione del rapporto di coppia, la crescita dell’amore materno e collega tali sviluppi con l’industrializzazione. Si tratta di tesi difficili da dimostrare data l’esistenza di diversi livelli di ricchezza e di cultura, di diverse tradizioni e forme di sensibilità.

L’economia dell’Europa preindustriale

L’agricoltura: risposta estensiva e risposta intensiva

I secoli che seguono l’anno Mille furono caratterizzati da innovazioni nel campo agricolo: l’aratro pesante, la ferratura degli zoccoli dei cavalli e la loro bardatura con collari e la rotazione triennale. Tutto ciò aveva consentito di estendere le colture anche a terreni umidi e argillosi prima incolti, ma non nei Paesi mediterranei, dove la scarsità di piogge e la terra friabile, ostacolarono l’applicazione di queste tecniche: qui rimasero la rotazione biennale e l’aratro leggero; le colture erano principalmente arboree: ulivo, vite e alberi da frutta.

Nel periodo tra il 1450 e il 1750 non si verificarono grandi innovazioni nell’organizzazione produttiva delle campagne europee. La domanda di alimentari aumentò a causa del generale accrescimento demografico avvenuto durante il lungo Cinquecento: maggiormente richiesti furono i cereali, dato che la carne scomparve dalla dieta degli strati più bassi della società, che fino al Novecento inoltrato troveranno il proprio sostentamento nel pane o nelle farinate (frumento in città, cereali inferiori nelle campagne e castagne in montagna) e in legumi e verdure. Il lardo, il pesce salato, le uova e i latticini, il vino e la birra scadenti potevano ritrovarsi sulle tavole delle famiglie contadine dell’età moderna.

L’agricoltura riuscì a sfamare una popolazione in forte crescita grazie ad una risposta estensiva, cioè attraverso l’allargamento della superficie coltivata; e ad una risposta intensiva, cioè tramite l’adozione di tecniche atte ad accrescere la quantità di prodotto. Nel Cinquecento fu prevalente la prima soluzione e via via che la popolazione aumentava, furono rimessi a coltura i terreni abbandonati durante la crisi demografica del XIV e XV secolo e furono dissodate molte aree prima occupate da foreste, paludi e lande. Questi nuovi terreni non erano di prima qualità e l’estensione della superficie coltivata portò ad una riduzione delle aree utilizzate per il pascolo e quindi ad una sempre crescente scarsità di concime.

Anche l’andamento del clima sembra aver influito negativamente sui raccolti, dato che verso la metà del 1400 si aprì una fase di diminuzione delle temperature, chiamata piccola glaciazione. In quasi tutto il continente europeo, la maggior parte degli abitanti vivevano sulla terra e della terra; solo Paesi di elevata produttività agricola, come l’Olanda e l’Inghilterra, fin dal XVII secolo, potevano permettersi di tenere impiegata una parte della popolazione in altri lavori.

La fertilità dei campi è in funzione di due fattori: disponibilità di acqua e di concime. La presenza di un rete irrigatoria fu all’origine delle grande produttività della pianura lombarda, dove, fin dal basso Medioevo, si diffusero l’affitto capitalistico, l’alternanza di cereali e piante foraggere (che restituivano al terreno l’azoto sottrattole dalle colture di cereali e consentivano il mantenimento di bovini, che a loro volta, alimentavano l’industria casearia e con il letame garantivano la fertilità dei suoli), le risaie e i prati artificiali.

La stretta associazione di agricoltura e allevamento e l’adozione di rotazioni, sono l’essenza della rivoluzione agricola, prima nei Paesi Bassi, poi in Inghilterra.

Il regime fondiario dell’Europa centro occidentale

I secoli del basso Medioevo videro in gran parte dell’Europa la disgregazione della feu...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher CristinaMenabo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Tonelli Giovanna.
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