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Storia dell’arte dell’India e dell’Asia centrale

Contesti e lineamenti

La Repubblica dell’India si definisce sovrana, socialista, laica, democratica e si struttura come una confederazione di stati con un parlamento centrale. Gli indiani chiamano il proprio paese Bharat, “terra dei discendenti di Bharata” sovrano della leggenda, figlio di un re e nipote di una ninfa celeste.

Nel subcontinente indiano sono compresi oltre alla Repubblica dell’India, Pakistan, Bangla Desh, Afghanistan, Nepal, Bhutan e l’isola Sri Lanka.

A settentrione è cinta dalle montagne Hindu Kush, Karakorum e dalla catena dell’Himalaya da cui nascono l’Indo, il Gange e il Brahmaputra che con i loro affluenti formano la pianura alluvionale dell’India del Nord.

Nel Sud si parlano le lingue dravidiche, “meridionali”, e un’ipotesi verosimile afferma che a questo ceppo linguistico appartenessero gli abitanti più antichi del paese.

La religione vedica e il brahmanesimo

La prima grande civiltà attestata nel subcontinente risale fra il 2600 e il 1900 a.e.c ed è nota come Civiltà dell’Indo, di cui non è ancora stata decifrata la scrittura.

Significativi appaiono il culto di divinità femminili e i sigilli: manufatti importantissimi per le immagini e le iscrizioni che forniscono, anche se continua a resistere ai tentativi di decifrazione, sia per le immagini che per le iscrizioni; su uno di questi compare una figura simile a quello che nell’induismo sarà Shiva.

Dopo questa fase, testimoniata da ritrovamenti archeologici senza riscontri testuali, intorno al 1500 a.e.c si apre una fase letteraria, al contrario, avarissima di lasciti materiali. La letteratura è quella dei Veda, testi sacri scritti in una lingua indoeuropea e nel più antico, il Rigveda, sono glorificate le divinità apparentabili con quelle dell’Iran e dell’Europa antica, e gli Arya, “nobili”, detentori della cultura vedica che con la loro religione verrebbero da lontano: sarebbero calati in India da Nordovest a partire dalla metà del II millennio a.e.c sottomettendo gli abitanti originari, eredi della ormai decaduta Civiltà dell’Indo. La datazione dei Veda resta ipotetica e l’archeologia dell’India settentrionale sembra indicare una continuità con questa Civiltà e non una rottura; è stato suggerito che si sia verificata una trasformazione culturale, ma in ogni caso nessuna teoria è supportata da prove inoppugnabili.

La religione sacrificale vedica presenta un ricco pantheon di dei, i più importanti sono Indra, Varuna, Soma e Agni; e si trasforma lentamente in brahmanesimo, dal momento che è elaborato e gestito dalla classe sacerdotale dei brahmani. Già nel Rigveda si delinea la divisione della popolazione in una struttura piramidale che prevede quattro classi sociali:

  • Elaboratori della dottrina (brahmani)
  • Principi e guerrieri (kshatriya)
  • Allevatori e mercanti (vaishya)
  • Massa servile esclusa dal sapere vedico (shudra)

La lingua in cui il brahmanesimo si esprime è il sanscrito.

Nei secoli centrali del I millennio a.e.c sorgono correnti che reagiscono al brahmanesimo con proposte ascetiche e introspettive a cui danno voce le Upanishad, ultime opere della tradizione vedica, e due nuove religioni considerate da subito eresie: buddhismo e jainismo.

Le dinastie imperiali

Fra il 327 e il 325 a.e.c si assiste alla formazione della prima compagine imperiale dell’India storica: quella dei Maurya nel Magadha, terra d’elezione del buddhismo, con capitale Pataliputra e come massimo sovrano Ashoka (269-232 a.e.c). Questo re estende il proprio dominio su gran parte del subcontinente con l’eccezione dell’estrema punta meridionale.

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La dinastia Maurya è seguita nel Nordest da quelle degli Shunga (185-75 a.e.c) e poi dei Kanva (75-30 a.e.c); mentre nel Nordovest si avvicendano compagini politiche che derivano da migrazioni, la più poderosa, quella dei centro-asiatici Kushana. Su gran parte dell’India peninsulare domina nel frattempo la dinastia dei Satavahana (II secolo a.e.c – 200 e.c).

I modelli culturali si consolidano durante il dominio unificatore della dinastia dei Gupta (320-550), la cui capitale rimane Pataliputra e il cui sovrano più illustre è Chandragupta II che regna nei decenni intorno al 400 su gran parte dell’India del Nord. È questa l’epoca in cui, come evoluzione e rielaborazione della cultura vedico-brahmanica, si diffonde l’induismo.

Dopo il declino dei Gupta la storia dell’India si caratterizza per la costruzione di regni di portata regionale governati da dinastie più o meno longeve, ma la ricostruzione degli eventi politici è resa difficile in quanto non sono stati registrati.

Le religioni e le opere letterarie

La letteratura presenta eventi in forma mitica e interessa il loro significato più che l’esattezza dei fatti. Gli storici, infatti, hanno dovuto fondare le loro ricostruzioni su monumenti e monete per via della mancanza di storiografia che si connette con il fatto che nella visione tradizionale indiana il tempo non è un processo lineare bensì ciclico e nell’enormità della ripetizione di questi cicli temporali le personali vicende umane sbiadiscono.

La quasi totalità dell’arte dell’India antica può essere definita arte religiosa: il loro scopo fondamentale è quello di veicolare un messaggio metafisico nel quale si integra la ricerca della bellezza.

Le tre religioni indiane classiche, buddhismo, jainismo e induismo, condividono certi principi di base:

  • Gli uomini non sono destinati a vivere un’unica volta, ma attraverso un ciclo di esistenze (samsara), ciascuna condizionata dalla qualità delle azioni compiute (karma) nell’esistenza precedente e poiché la vita sulla terra non è felice, ogni uomo dovrebbe tendere alla liberazione (nirvana) dal ciclo delle esistenze. Questa meta è raggiungibile solo attraverso la rinuncia ascetica.
  • L’alimentazione vegetariana
  • La non violenza
  • Pratica dello yoga: nelle Upanishad vediche scritte tra l’VIII e il III secolo a.e.c l’essenza vera della persona viene individuata in un principio unificatore, “brahman”, che corrisponde nel cuore umano, “atman”; l’individuo giunge all’intimo riconoscimento di questa identità attraverso un mistico atto di conoscenza, “vidya”, preparato dalla rinuncia alla vita mondana, dalla meditazione e dalle discipline psicofisiche che rientrano sotto lo yoga, “giogo”, “unione”, con il senso di aggiogare il corpo e unirsi alla divinità.

Il buddhismo

Siddharta Gautama, detto Shakyamuni “asceta del clan degli Shakya” diventa il Buddha, “risvegliato” o “illuminato”, ma le date della sua nascita e della sua morte (nirvana supremo o parinirvana) sono oggetto di continua discussione: le ipotesi più accertate suggeriscono gli anni 565-485 a.e.c.

Secondo la sua biografia sarebbe un principe, la cui nascita avviene in modo prodigioso e che subito manifesta segni carichi di presagio dell’uomo superiore per cui il padre lo relega in un palazzo dei piaceri, ma il giovane esce in città dove gli viene una crisi provocata dalla visione dell’insofferenza umana dovuta alla transitorietà e l’intuizione di un possibile superamento di questa condizione lo spingono a fuggire e a compiere un lungo percorso spirituale al culmine del quale raggiungerà il risveglio, “bodhi”; fonderà quindi una comunità monastica e spenderà la seconda parte della sua vita predicando.

Il cuore dell’attività del Buddha è la regione del Magadha e le sue dottrine, “dharma” (legge), si affermano subito in ogni strato sociale. Il re Ashoka, che da questa regione estende il suo dominio, promuoverà la propagazione dell’insegnamento del Buddha e a questa religione fanno riferimento i primi monumenti artistici dell’India mentre la biografia del Buddha e le vicende delle sue esistenze precedenti in forma animale, sono narrate nella letteratura dei jataka, “nascite”, che costituiscono lo stimolo alle rappresentazioni figurative.

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La pronta diffusione del buddhismo si deve anche al fatto che il Buddha si rivolge a tutti senza limiti di appartenenza sociale, perfino alle donne. Il fondamentale Canone buddhista, messo per iscritto nel I secolo a.e.c a Sri Lanka, è in una lingua medio-indiana chiamata pali. La fase più antica della religione prende il nome, spregiativo inizialmente, di Hinayana, “piccolo veicolo”, e contempla un ideale di santità raggiungibile soltanto in una dimensione monastica e di sforzo individuale. Intorno ai primi secoli dell’era comune con la diffusione del Mahayana, “grande veicolo”, si assiste alla comparsa di figure di intermediari cui poter rivolgere preghiere e alla moltiplicazione e alla divinizzazione dei Buddha. L’evoluzione del buddhismo proseguirà nella seconda metà del millennio con il Vajarayana, “veicolo di diamante”. Mentre si diffonde in gran parte dell’Asia, però, il buddhismo perde di importanza: i conquistatori islamici intorno al 1200 distruggono gli ultimi grandi monasteri o ne causano l’abbandono e il buddhismo scompare così dall’India.

Il jainismo

Quasi contemporaneamente al buddhismo e nelle stesse regioni, si afferma un’altra religione, improntata a una disciplina rigorosa ed etica: il fondatore storico è Vardhamana Mahavira, soprannominato Jina, “vincitore” e i suoi seguaci sono detti jaina, è vissuto fra il 599 e il 527 a.e.c. Nel I secolo e.c uno scisma divide i jaina in due correnti che traggono il nome dal proprio abbigliamento: i Shvetambara, “vestiti di bianco” e i Digambara “vestiti di cielo” (nudi). Questa seconda corrente si afferma nell’India meridionale, mentre i primi prevalgono a settentrione; il jainismo non ha mai varcato i confini dell’India.

Secondo le sue dottrine un universo di anime si invischia con la materia e il traguardo ideale è arrestare l’accesso di quest’ultima attraverso una condotta ascetica severa. Non esiste un dio supremo e le divinità sono solo accessorie al cammino verso la perfezione.

L’induismo

L’induismo, nome creato per definire la “religione degli indiani” con significato di sanatana dharma, “legge eterna”, si presenta come una continuazione rivoluzionaria del passato brahmanico e sarà destinato a diventare la religione dominante. Sulla base delle Upanishad si affermano gli dei dell’induismo, che sono di origini varie, e questo viene considerato il passaggio dal brahmanesimo alla religione della legge eterna. Le tre grandi divinità sono Vishnu, Shiva e Shakti, dea della Potenza; ognuno di loro è considerato supremo, eterno, onnipotente, onnipervadente, immanente, trascendente e meta ultima da raggiungere con la liberazione e le vie percorribili non sono più la conoscenza superiore delle Upanishad e la rinuncia ascetica, ma la devozione (bhakti) e l’amore reciproco fra l’individuo e l’essere supremo.

Ciò porta alle raffigurazioni degli esseri superiori delle tre religioni durante l’epoca del dominio Kushana, in cui iniziano anche le costruzioni dei primi templi di pietra dedicati alle divinità dell’induismo.

La pratica del pellegrinaggio si impone nello sviluppo di ogni religione: in ambito hindu viene definito tirtha, “guado” sacro, che connota città e siti collocati in prossimità dell’acqua.

I poemi sanscriti e la letteratura

Di questa fase fa anche parte la redazione dei due grandi poemi sanscriti, manifesto dell’induismo: il Mahabharata, poema più lungo del mondo che si propone di essere onnicomprensivo di tutto il sapere del mondo, la cui storia principale inscena la lotta per il trono fra due famiglie di cugini rivali: i cinque Pandava di padre sovrannaturale, e i cento Kaurava capeggiati dal malvagio Duryodhana. La battaglia finale vedrà la vincita dei giusti dopo la quale il mondo trapassa nell’era malvagia (kaliyuga), in cui si trova tutt’ora.

Questo testo si è formato all’incirca tra il IV secolo a.e.c e il IV e.c e la tradizione ne attribuisce la paternità a Krishna Dvaipayana Vyasa, “compilatore”. Un’appendice, Harivamsha, “Stirpe di Hari”, cioè Vishnu, tratta la vita di Krishna, dio dalle origini complesse e considerato la più gloriosa delle discese, “avatara” di Vishnu sulla terra.

Il Ramayana, invece, narra le vicende di Rama, principe ereditario di Ayodhya; attribuito a Valmiki, “quello del formicaio”, perché un formicaio sarebbe diventato il poeta veggente durante la lunga immobilità ascetica, lo si può datare tra il V secolo a.e.c e il III e.c. Nella cultura indiana Rama è il modello del re giusto, infatti ramarajya, “regno di Rama” è un vocabolo tutt’ora usato per indicare la condizione perfetta di governo, dove il benessere dei sudditi deriva da un’autorità di grandi qualità morali; l’antica concezione indiana di sovranità si ispira all’ideale del chakravartin, il sovrano universale che governa armoniosamente il mondo intero.

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La letteratura d’arte, kavya, si manifesta intorno all’inizio dell’era comune e si consolida nel periodo Gupta con il poeta Kalidasa. Questa è alimentata dalla letteratura epico-religiosa che offre la sostanza mitica da illustrare.

Nella stessa epoca incomincia la redazione dei Purana, “storie antiche”, un insieme di opere enciclopediche in sanscrito che si occupano di mitologia, celebrazione degli dei, dottrine, rituali, pellegrinaggi e lode dei luoghi sacri.

Sia i Purana che i poemi epici, in nome della devozione (bhakti), demoliscono ogni ostacolo alla loro fruizione destinandosi a tutte le classi sociali e alle donne.

L’India meridionale e il tantrismo

L’estremo meridione dell’India ha in origine uno sviluppo culturale autonomo e diverso, che parla in tamil, lingua dravidica (“del sud”).

I clan dominanti sono i Chera, i Pandaya e i Chola che fanno la loro comparsa già nelle iscrizioni di Ashoka, ma il dominio è assunto dalle dinastie dei Pallava (fine VI – X secolo circa) e dei Chola (metà XI – XIII secolo circa).

All’inizio del primo millennio si sviluppa la letteratura del Sangam, “assemblea” dei poeti della città di Madurai che tratta di amore e battaglie.

È soprattutto l’induismo ad amalgamarsi con i culti locali.

La tradizione scritta va sempre di pari passo con l’insegnamento orale e centrale diventa la figura del maestro, “acharya” o “guru”, che guida nell’apprendimento e nell’acquisizione dell’autocoscienza.

Un influsso viene dalla metà del millennio in poi, dal tantrismo, un insieme di prassi e concezioni in cui il corpo è usato come strumento privilegiato di elevazione con gli scopi di salvezza spirituale, acquisizione di poteri magici o soddisfazione terrena. Nato in ambienti indipendenti, permea il buddhismo Vajarayana (veicolo di diamante) e l’induismo influenzandone i rituali e il pensiero.

Monumenti e opere d’arte

Il fattore primario che ha determinato la conservazione dei monumenti e delle opere è stato l’uso di materiali capaci di resistere alle razzie e al clima, anche se questo ha determinato l’oblio quasi totale della pittura.

Nella Civiltà dell’Indo l’ottima qualità dei mattoni cotti usati nell’architettura urbana ha consentito la conservazione dell’impianto della città; nell’India storica, invece, con l’inizio dell’uso della pietra, dal III secolo a.e.c, gli edifici in legno sono stati sostituiti ed essendo un materiale impegnativo e costoso è usata solo per le strutture connesse alla fede o alla devozione. La scultura è subito parte integrante dell’edificio religioso, lo stesso si può dire per il metallo.

Questo materiale, di grana e colore diverso in base ai luoghi e ai periodi, viene stuccato e dipinto anche se di questo uso rimangono poche tracce.

Di materiali poco durevoli come il legno e i mattoni, erano costruiti sia edifici sacri scomparsi, sia le mura delle città, le abitazioni civili e i palazzi dei sovrani e dei nobili, maestosi e ornati di ricchi arredi, statue e dipinti: raffigurazioni di città risalenti al I secolo sono state trovate nei rilievi del sito buddhista di Sanchi, mentre dipinti parietali sono offerti dal complesso, anche questo buddhista, di Ajanta.

Altro grande fattore determinante di distruzione sono state le continue guerre fra regni rivali e le invasioni di saccheggio e conquista di grandi complessi monastici buddhisti e templi medievali, depositi di ricchezze accumulate grazie alla devozione, al patrocinio dei re e rapaci amministrazioni sacerdotali.

Il pretesto iconoclasta nelle calate degli eserciti islamici, portatori di una concezione monoteista e del divieto di raffigurare Dio, le incursioni a scopo di rapina di Mahmud di Ghazni fra il 1000 e il 1026, la conquista dei turco-afghani e il loro insediamento definitivo nell’India del Nord intorno al 1200, hanno contribuito alla cancellazione di gran parte dei templi antichi dell’India settentrionale.

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La prima ampia fase dell’arte si può definire buddhista: a partire dai secoli II-I a.e.c sopravvivono alcuni stupa, “tumoli”, commemorativi e simbolici, costruiti in pietra e ornati di sculture che rappresentano imprese corali patrocinate dalla comunità dei monaci e dei laici. I siti si trovano nell’attuale Madhya Pradesh e nell’Andhra Pradesh, punti focali di centri buddhisti che comprendevano santuari e residenze per religiosi. Questa fase è definita aniconica: nelle sculture che corredano gli stupa di Sanchi e di Bharhut, il Buddha non è mai rappresentato in forma umana, ma attraverso di simboli, quali le impronte dei piedi,

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/16 Archeologia e storia dell'arte dell'india e dell'asia centrale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher CristinaMenabo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'arte dell'India e dell'Asia centrale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Pieruccini Cinzia.
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