Storia ellenistica: vite ‘parallele’ nel Peloponneso del III secolo a.C.: Arato di Sicione e Cleomene III
Vite parallele è un titolo provocatorio. Plutarco non ha paragonato Cleomene III e Arato: la vita di Arato è una vita singola, mentre quella di Cleomene III fa parte delle vite quadruple dedicate ai re riformatori, Cleomene e Agide IV e i Gracchi. Nelle vite dedicate rispettivamente ad Arato e a Cleomene, Plutarco parla degli stessi eventi, ma da una diversa prospettiva. Viene, quindi, spontaneo chiedersi: qual è il vero Plutarco, quello della vita di Arato o della vita di Cleomene?
Possiamo distinguere innanzitutto due filoni storiografici, quello dedicato ad Arato e quello dedicato a Cleomene; il primo fa capo allo stesso Arato, cui seguono Polibio e Plutarco; il secondo a Filarco1. Si tratta di due personaggi molto diversi, Cleomene è presentato come colui che ha cercato di riportare in vita Licurgo attraverso le sue riforme.
Nell’analisi storiografica, bisogna liberarsi di alcuni dogmi. Come Tucidide ci presenta la sua versione della guerra del Peloponneso, così anche il punto di vista di Polibio è parziale, egli è un uomo del suo tempo, fortemente implicato nella lega Achea, cosa che rende la sua narrazione tendenziosa. Polibio, infatti, difende Arato come colui sotto il quale la lega è stata riformata; difenderlo significa sostenere una linea politica che va da lui ai successori di Filopemene, tra cui il padre di Polibio.
La città di Sicione
Il Peloponneso è una regione centrale nell’economia ellenistica. Nel III secolo sono tre gli elementi che caratterizzano la storia di questa regione:
- La presenza di tiranni.
- L’ingerenza dei Macedoni.
- L’ingerenza dei Tolemei.
Le città più importanti sono: Sicione e Sparta.
A Sparta dopo Antipatro abbiamo pochi personaggi significativi.
Sicione è la città in cui si instaura la tirannide degli Ortagoridi e da cui provengono Clistene, protagonista della I guerra sacra e Eufrone, protagonista delle Elleniche di Senofonte. Questa città cambia più volte il suo nome, metonomasia, nel corso della sua storia: in origine si chiamava Egialea dall’eroe locale Egialeo, mito dell’autoctonia; poi, come testimonia Pausania2, prende il nome di Sicione dal nome di un ateniese, figlio di Metione, figlio di Eretteo, che avrebbe sposato la figlia del re di Sicione Lamedonte, Zeuxippe; nel 303-302, in seguito all’occupazione da parte di Demetrio, che distrusse tutti gli stabilimenti adiacenti, la città viene denominata Demetriade e viene tributato al fondatore un culto3. Quest’ultimo nome viene subito eliminato in seguito alla battaglia di Ipso del 301.
Dal punto di vista geografico, Sicione è in una posizione strategica nel golfo di Corinto: a nord, nella regione dell’Acaia, distante poche decine di km da Corinto, non lontana da Fliunte ed Argo. Essa non si trova sulla costa, ma su una rocca scoscesa che non può essere facilmente avvicinata dalle macchine da guerra. L’Acaia4 è una felice regione senza storia, caratterizzata da un regime monarchico che improvvisamente si trasforma in democrazia. Pur essendo sempre stata una realtà periferica, non si può non tener conto dell’istituzione della lega Achea, nata nel 281-80, che per circa 30 anni non riesce ad avere l’egemonia nel Peloponneso.
Nella prospettiva polibiana, la lega Achea può non solo conservare la propria libertà, ma darla alla maggior parte delle città greche, una volta che si sia dotata di un buon capo. La città di Sicione è inizialmente nell’Argolide, poi viene inglobata nella lega Achea. Gli Achei riescono ad attrarre città non achee nella lega grazie ai principi di uguaglianza e democrazia, secondo Polibio.
Dal punto di vista archeologico, è difficile ricostruire la planimetria della città pre-ellenistica.
Note sulla città di Sicione e sull’Acaia
1 Secondo un’ipotesi, Filarco sarebbe originario di Sicione, cosa che giustificherebbe il suo livore nei confronti del suo concittadino.
2 Paus. 2, 6, 5: nella sua digressione sulle genealogie eroiche della Sicionia, Pausania ricorda ben quattro varianti sulla paternità del re ed eroe eponimo Sicione, delle quali, fortunatamente, riporta anche le fonti: secondo i Sicionii egli sarebbe stato figlio di Metione, figlio di Eretteo, e sposo della figlia del re di Sicione Lamedonte, Zeuxippe; con questa versione concordava, ricorda Pausania, anche il poeta Asio di Samo, mentre Esiodo, nel Catalogo delle Donne, faceva di Sicione il figlio di Eretteo e Ibico un figlio di Pelope. Una versione secondo cui Sicione sarebbe stato figlio di Maratone, figlio di Epopeo, viene respinta da Pausania, che non ne ricorda la paternità; essa era stata, già in precedenza, presentata dal Periegeta come la versione data da Eumelo di Corinto.
3 Si tratta di un culto eroico, non divino. Diodoro Siculo fa un poco di confusione in relazione a questo culto, poiché parla prima di un culto eroico e poi di un culto divino. Dobbiamo immaginare che il culto di Demetrio si sia rarefatto col passare del tempo, tanto più se consideriamo la breve durata del nome Demetriade.
4 L’Acaia comprende in epoca arcaica e classica centri che non hanno importanza politica e strategica, non avendo lo statuto di polis ed è caratterizzata da fenomeni di sinecismo, anche tardivo. Tuttavia, essa gode di una certa importanza dal punto di vista culturale prima del III secolo.
Arato
La testimonianza di Plutarco
In questo contesto si inserisce la figura di Arato, la cui vita, che su base stilistica si ritiene che preceda le Vite Parallele5, è narrata da Plutarco. Essa è dedicata a Policrate6, personaggio importante a Sicione, discendente di Arato, e ai suoi figli. Si tratta di una biografia in cui l’elemento parenetico è fondamentale: la rievocazione delle buone azioni dell’antenato esorta i suoi discendenti a comportarsi in modo analogo. Plutarco, tuttavia, compie un recupero artefatto del passato: Arato è tra i personaggi più illustri in ambito cittadino, ma non diviene esemplare, è confinato all’ambito locale; è il liberatore della tirannide a Sicione, non della tirannide per antonomasia. Nella Vita di Arato in rapporto a Cleomene III Plutarco si pone il problema di come conciliare l’antimacedonismo col fatto che Arato scenda a patti coi Macedoni. Sono compresenti inoltre il tema antitirannico e il tema antimacedone.
Riguardo le fonti, Plutarco confessa di essersi servito degli Hypomnemata di Arato, opera affrettata, pervenutaci in frammenti, che ha un’importanza di carattere documentaristico, non letterario, come fonte principale, nell’intenzione di scrivere in bella grafia quello che è stato lasciato da Arato. Egli ha, inoltre, presente Polibio in opposizione a Filarco.
La narrazione plutarchea procede per blocchi narrativi: nei cap. 2-15 descrive infanzia e giovinezza di Arato e la liberazione di Sicione; nei cap. 16-24 parla della conquista dell’Acrocorinto e nei cap. 25-35 della vittoria dei tiranni di Megalopoli e di Argo; nei cap. 35-46 si occupa dei prodromi della guerra contro Cleomene, dell’alleanza tra lega Achea e Macedonia e della conseguente guerra contro Sparta; infine, nei cap. 47-54 descrive i rapporti di Arato con Filippo V di Macedonia. La biografia, tuttavia, non è priva di hysteron proteron, per cui non sempre va ricercato un filo logico coerente; spiccano alcuni nuclei tematici: la lotta contro i tiranni e quella contro Cleomene III, mentre il rapporto con i Macedoni è soggetto ad una certa ambiguità.
Dopo la dedica iniziale a Policrate e ai suoi figli, Plutarco comincia con un breve excursus sulla città di Sicione, di cui non descrive però la storia antecedente al III secolo, che va ricostruita sulla base dello stesso Plutarco, di Pausania e Polibio. Plutarco suddivide la storia di Sicione in due fasi: regime aristocratico di stampo dorico e tirannide di Eufrone I, di cui parla anche Senofonte nei capitoli iniziali delle Elleniche.
Dopo aver parlato brevemente di infanzia e giovinezza di Arato, si sofferma sulla tirannide di Nicocle e sull’intenzione di Arato di smantellarla, prima servendosi dell’aiuto di Antigono Gonata, poi, visto il ritardo di questo, da solo. I capitoli successivi, a partire dal 5, sono dedicati alla conquista della città. Si descrive un contesto politico in cui ha una certa importanza la componente filosofica nella presentazione dei personaggi a cui Arato per primo rese note le sue intenzioni, ovvero Aristomaco ed Ecdelo. La divisione tra bios theoretikòs e bios praktikòs è solo in parte vera, in quanto l’età ellenistica abbonda di filosofi epicurei, stoici, accademici e peripatetici che partecipano alla vita politica. Secondo la tradizione, Teofrasto avrebbe cacciato da Ereso il tiranno, filosofia e azione; Diogene di Enoanda ad esempio si presenta come un uomo che ha trovato la pace nel mettere in pratica le dottrine di Epicuro, come è testimoniato dalla lunghissima iscrizione che ci ha lasciato, la quale contiene i principi dell’epicureismo.
5 Si tratta di una teoria di I. Pelling; secondo F. Muccioli invece, i criteri prosopografici sono più rilevanti dei criteri interni.
6 Personaggio attivo a Delfi, verso la fine del I secolo a. C., figura al fianco di Plutarco nei lavori di restauro di Delfi. Discendente di Arato, perfettamente integrato nell’ecumene greco-romana: ebbe la cittadinanza romana e assunse il nome Tiberio Claudio Policrate, esponente del koinòn della lega Achea.
La cacciata di Nicocle e il giudizio morale su Arato
La descrizione della cacciata di Nicocle è definita da Lolos pittoresca; essa, tuttavia, può essere così approfondita perché si basa sul racconto di Arato stesso. Nel capitolo 9, in particolare, si descrive il momento finale dell’operazione: Arato, insieme agli esuli e agli uomini forniti da questi e ai mercenari si lancia verso le porte del tiranno per appiccare il fuoco alla sua dimora. In seguito alla fuga di Nicocle, le sue ricchezze sono divise tra i cittadini, gli esuli richiamati in patria. La fortuna mantenne quest’impresa pura, non macchiata dal sangue di una guerra intestina, nessuno fu ucciso né ferito, né tra gli assalitori né tra i loro avversari.
La prospettiva plutarchea è polibiana, cioè di parte: la lega Achea fornisce salvezza.
Il capitolo 10 contiene un giudizio morale su Arato, che non è un elogio incondizionato, anche il politico di Sicione ha i suoi difetti e commette errori politici: non è un buon comandante in guerra, gli mancano coraggio e capacità di osare, data la mancanza di un’adeguata formazione filosofica. Il giudizio sul condottiero si conclude con un’immagine zoologica e con un immancabile riferimento alla paideia.
I capitoli 12 e 13 presentano un excursus sull’importanza della scuola di Sicione nel campo della pittura.
Antigono, l’Acrocorinto e la seconda strategia di Arato
Nel capitolo 15 vi è una demolizione di Antigono come sovrano filosofo attraverso una rappresentazione parodica e comica, che tradisce una forte tendenza antimacedone.
Nel capitolo 16 vi è il riferimento alla seconda strategia di Arato: egli è in tutto stratego per 16 volte ad anni alterni, considerando che le strategie non possono essere consecutive. Una volta ottenuta la strategia, organizzò le operazioni dell’Acrocorinto nell’intenzione di scacciare di là la guarnigione macedone, che teneva l’intera Grecia oppressa da una tirannide comune. Tale spedizione viene presentata come equivalente all’uccisione dei tiranni da parte del tebano Pelopida e dell’ateniese Trasibulo, con una differenza a favore di Arato che non agì contro dei Greci, ma contro un dominio importato e straniero.
Nel capitolo 17 si segnala la brama di Antigono di conquistare l’Acrocorinto. Alessandro, figlio di Cratero, nipote di Antigono, che teneva il luogo, morì, secondo la tradizione avvelenato da Antigono perché aveva creato un potere autonomo7. Sua moglie Nicea prese in mano la situazione e si mise a capo della guarnigione dell’Acrocorinto. Antigono le inviò subito suo figlio Demetrio, facendo nascere in lei la speranza di nozze regali. La circuì servendosi del figlio, ma lei non abbandonò il luogo. Antigono, facendo finta di non curarsene, offriva sacrifici per le loro nozze a Corinto, dava spettacoli e organizzava feste tutti i giorni. In occasione di uno spettacolo di Amebeo, il migliore suonatore di cetra sulla piazza, in teatro, Antigono accompagnò personalmente Nicea in teatro e prese l’Acrocorinto. Plutarco a questo punto ci offre il ritratto di un sovrano che si lascia andare a una gioia esplosiva con un effetto comico voluto, in un misto di ironia e sarcasmo, che richiama un’immagine propria della tradizione greca riguardo Filippo II, il quale, secondo Demostene, dopo Cheronea danzò ubriaco tra i cadaveri.
Nel capitolo 18 si dice che Antigono, dopo aver preso l’Acrocorinto, lo affidò ad altri di cui si fidava e al comando pose il filosofo Perseo, allievo di Zenone. Arato, il quale aveva iniziato a pensare a quell’impresa quando era ancora vivo Alessandro, ma vi aveva rinunciato poiché c’era stata un’alleanza tra gli Achei e Alessandro, ora ebbe una nuova opportunità di realizzare il suo progetto. A Corinto vi erano 4 fratelli di origine siriana, uno dei quali, Diocle, era di servizio nella guarnigione come mercenario. Gli altri tre, che avevano rubato l’oro del re, erano venuti a Sicione presso un banchiere, Egia, con il quale Arato era in contatto per affari. Uno di loro entrò così in confidenza con Egia che gli rivelò che sull’Acrocorinto vi era una fenditura obliqua che portava là dove il muro di cinta era stato costruito più in basso. Pochi giorni dopo ritornò per prendere accordi con Arato per condurlo al punto in cui il muro non superava i quindici piedi e per aiutarlo anche nel resto insieme a Diocle.
Fino al capitolo 22 sono descritte le operazioni di conquista.
7 Esempio di donna che si sostituisce al marito; non è la prima volta nella storia greca, basti pensare a Cratesipoli e Poliperconte.
La presa di Corinto e la lega Achea
Nel capitolo 23 si dice che Arato, quando la situazione sembrava del tutto stabilizzata, scese dalla cittadella al teatro, dove fu acclamato dalla folla. Quando la confusione cessò e la calma fu ristabilita raccolse le forze e pronunciò a lode degli Achei un discorso ben adatto all’impresa appena compiuta, convinse i Corinzi ad aderire alla lega Achea e consegnò loro le chiavi delle porte della città per la prima volta dai tempi di Filippo. Il teatro è luogo di adunanze pubbliche per motivi politici. Nel momento in cui Arato fa la sua comparsa, diventa lui stesso un personaggio teatrale; anche lui, che è ben 16 volte stratega, ha nel sangue il gusto per la teatralità. Da una parte c’è Plutarco che usa immagini teatrali, la vita è un teatro, quando si muore si esce di scena, dall’altra i personaggi stessi che mettono in scena le proprie azioni; il personaggio più teatrale in assoluto è Demetrio Poliorcete.
Nel capitolo 24 si dice che Arato subito dopo prese possesso del tempio di Era e del porto Lecheo, si impadronì di 25 navi del re e fece vendere 500 cavalli e 400 Siri. Plutarco, inoltre, definisce la presa di Corinto come l’ultima e la più recente delle imprese compiute dai Greci, pari alle più grandi sia per audacia che per fortuna8. Si dice poi che i Megaresi si ribellarono ad Antigono e si unirono ad Arato e Trezene ed Epidauro si schierarono dalla parte degli Achei. Arato è presentato come interessato solo ed esclusivamente all’accrescimento della lega Achea e vi è un’esaltazione dell’unione delle città in koinòn. Plutarco sostiene, infatti, che le città sono deboli quando restano isolate, ma possono darsi reciprocamente la salvezza quando sono legate da un interesse comune, come le parti del corpo.
La lotta contro i tiranni del Peloponneso
I capitoli seguenti descrivono la lotta di Arato contro i tiranni del Peloponneso. Il termine tiranno è un termine standardizzato che indica un uomo forte che esercita un potere autocratico; la genesi del potere di queste figure può essere paragonata ai tiranni del IV secolo. Nel III secolo abbiamo regimi tirannici in varie città. A differenza del fenomeno della tirannide di età arcaica però, in età ellenistica non si crea alcuna frattura in seno all’aristocrazia, ma tali regimi sono imposti da fuori, ad esempio da Filippo II in Eubea o da Antigono Gonata. I tiranni di età ellenistica e quelli di epoca arcaica si accomunano, invece, per la confisca delle armi, disoplitizzazione. Sotto la stessa etichetta, quindi, si racchiudono fenomeni diversi nella loro genesi. Nel mondo antico c’era un’immagine standardizzata dei tiranni che risale alla pubblicistica di IV secolo, vi è una sorta di graduatoria che veniva proposta nelle scuole di retorica: il primo posto spetta a Falaride di Agrigento, gli altri gradini dipendono dalle scuole di retorica. La tipologia del tiranno risponde ad alcuni criteri standard, a cui un pubblico greco-romano era aduso: il suo potere non è mai stabile, pertanto deve incutere timore ed essere crudele. Anche la sfera sessuale del tiranno è portata all’eccesso, ad esempio Periandro fa sesso con la moglie dopo averla uccisa. Nel nostro pensiero politico occidentale moderno siamo influenzati dall’idea di tiranno costruita dalla pubblicistica greca, a partire da Platone, Senofonte e Aristotele nella Politica. Il fenomeno della tirannide è molto articolato e pertanto può essere spiegato sulla base del singolo periodo o delle diverse dinamiche cittadine.
Nei cap. 26 e 27, in particolare, vi è una pausa narrativa attraverso una digressione su Aristippo, alleato di Antigono, che permette di accentuare l’idea di Arato come nemico dei tiranni.
Nel capitolo 28 si mette in evidenza una caratteristica di Arato, che lo stesso Polibio non può negare, nel tentativo di difenderlo: egli è un buon generale, ma è incapace di cogliere il kairòs, è pavido e non por
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