Relazioni internazionali
Oggetto di studio: politica internazionale
La politica internazionale nasce approssimativamente nel Sedicesimo/Diciassettesimo secolo, dopo un lungo processo di gestazione che è durato parecchi secoli; la nostra politica internazionale è quindi una realtà storica che ha una sua genesi e che ha caratteristiche originali, specifiche, peculiari, che la differenziano da altre politiche internazionali che si trovano in altre epoche storiche.
Nelle epoche storiche precedenti alla nascita della politica internazionale che studiamo con il corso si affrontava una politica diversa, con cui ancora oggi non ci confrontiamo; comunità politiche indipendenti tanto coese al loro interno da consentire di distinguere tra un ambito interno ed un ambito esterno (le relazioni con le altre unità politiche) sono sempre esistite, in senso generico (per esempio le poleis greche nella Grecia antica o l’impero ellenistico dei romani sono sistemi internazionali in senso generico).
I sistemi internazionali premoderni presentano delle analogie nel loro funzionamento con la moderna politica internazionale, ma è anche vero che per altri aspetti e non meno importanti quelle politiche internazionali sono state molto diverse dalla politica internazionale moderna, come per esempio nel modo di condurre la guerra, nella diplomazia, nelle istituzioni internazionali.
La politica internazionale moderna
Quindi, la politica internazionale di cui ci occuperemo è la moderna politica internazionale, la cui nascita si colloca per convenzione nella Pace di Westfalia del 1648, una serie di trattati internazionali che mise fine alla Guerra dei Trent’anni (che avevano sconvolto l’Europa intera nei decenni precedenti), ragion per cui i politologi parlano di modello westfaliano di politica internazionale. Essa costituisce il punto di arrivo di un lento processo di trasformazione politica che durava ormai da un paio di secoli (basso Medioevo - prima età moderna), cristallizzandosi nella forma, nel modello geopolitico internazionale che ancora oggi viene utilizzato.
Questa politica internazionale moderna già consolidata a Westfalia si distingue per almeno due caratteristiche, costitutive della specificità di questa politica:
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La statualità, la graduale statualizzazione della politica: si ha a che fare con una politica essenzialmente inter-statale, fondata sullo stato sovrano, sullo stato territoriale, che è il grande ed assoluto internazionale della politica moderna. Lo stato moderno si distingue per:
- La sua sovranità esterna: non riconosce autorità politiche al di sopra di sé, superiorem non riconoscet; ci sono i rapporti di forza che possono imitare la libertà d’azione del singolo stato, ma tutto questo di fatto lo stato westfaliano in punto di diritto non riconosce al di sopra di sé un’autorità che sia legittimamente determinata [nel Medioevo per esempio questo non accadeva: il Papato e il Sacro Romano Impero esercitavano alcune delle prerogative politiche che poi sono diventate prerogativa delle identità statuali, come il diritto di fare la guerra].
- La sua sovranità interna: monopolio all’interno del suo territorio dell’uso legittimo della forza, smilitarizzazione di ogni altro soggetto politico all’interno del territorio statale, che in precedenza aveva avuto il diritto di utilizzare la forza [per esempio, il diritto di faida: una serie di soggetti socio-politici erano titolari del diritto in certi casi di imbracciare le armi per tutelare i loro interessi qualora fossero stati lesi da qualche altro attore sociale].
- La pretesa di lealtà esclusiva che avanza sulla popolazione sulla quale esercita la sua sovranità: può esigere persino il sacrificio estremo della vita nell’interesse supremo dello stato [in età medievale erano diverse le lealtà politiche, a base feudale, personale, cetuale, che si sovrapponevano con la lealtà dovuta al re].
- La sua territorialità: è un’entità politica sostanzialmente a identità territoriale: è delimitato da confini territoriali lineari, chiari, che sono sempre stati in epoca moderna e contemporanea più o meno permeabili a scambi (commerciali, migrazioni, di moda ecc), ma è lo stato che decide di aprire o meno il suo territorio allo scambio con il mondo esterno.
- L’estensione della politica internazionale moderna: la nascita del sistema politico internazionale moderno coincide grosso modo con la nascita delle grandi espansioni geografiche, che hanno unificato il mondo nell’immaginario e poi anche nella pratica; i portoghesi si avventurano nella circumnavigazione dell’Africa alla fine dell’Ottocento, attivando via are il commercio intercontinentale in particolare delle spezie (il cosiddetto petrolio d’allora) con l’Asia Meridionale, il Sud Est asiatico, l’Estremo Oriente, oppure la scoperta dell’America e poi l’immediato avvio della colonizzazione del continente americano di spagnoli, portoghesi, poi nel nord anche e soprattutto degli inglesi e francesi, oppure ancora la spinta della Moscovia nel corso del '500 che portò la Russia ad espandersi fino all’Estremo Oriente. C’era nel mondo una pluralità di sistemi a base regionale, pre-globale che intrattenevano tra di loro relazioni politiche, economiche, culturali sporadiche, saltuarie, rarefatte (si trattava generalmente di sistemi chiusi, introversi: cosiddetti sistemi signorali, caratterizzati da una struttura essenzialmente gerarchica impregnata dall’emergenza di un attore la cui supremazia politica era accetta come legittima dagli altri attori, tributari di quest’attore pur mantenendo una certa autonomia politica, come il sistema tributario sinocentrico cinese). È stata infatti la penetrazione europea ad esportare ed impiantare in questi contesti regionali la forma politica statale che nel frattempo si era stabilita sul suolo europeo.
Sia la statalizzazione della politica internazionale sia la sua globalizzazione sono legate alla vicenda del colonialismo europeo, e poi alla vicenda della decolonizzazione (della seconda metà del Novecento, processo di emulazione da parte dei popoli extraeuropei, che adottarono le forme politiche europeo-occidentali creando i loro stati sovrani ed indipendenti). Anche i popoli non europei che riuscirono a conservare l’indipendenza dal colonialismo lo hanno fatto adottando le istituzioni politiche europeo-occidentali: il caso più eclatante è quello del Giappone, paese che adottò precocemente istituzioni politiche, amministrative, militari di tipo occidentale. In questo modo le forme politiche europee sono diventate lo standard di tutta la politica internazionale.
Recuperare il senso della storicità della politica internazionale è importante perché sollecita a tenere in considerazione che il modello westfaliano un giorno potrebbe essere soppiantato da un altro modello.
Le principali tradizioni di ricerca
La disciplina delle relazioni internazionali è piuttosto giovane, almeno se confrontata con l’oggetto che si prefigge di studiare: è nata nel Novecento, anche se c’è una riflessione più antica sulla politica internazionale e in particolare sul tema della pace/guerra, l’oggetto obbligato della riflessione politologa internazionalista. Questa sua origine novecentesca l’ha segnata profondamente, imprimendo un’impronta profonda: è la storia del Novecento che ha interrogato i teorici studiosi della relazione internazionale, ed è rispetto alla storia del Novecento che questo studiosi hanno poi formulato le loro teorie.
L'idealismo
Il primo di questo approcci è l’idealismo, che coincide con l’atto di nascita delle relazioni internazionali come disciplina accademica: nel 1919 fu istituita ufficialmente la prima cattedra universitaria di relazioni internazionali in Gran Bretagna, presso l’Università del Galles, che fu affidata ad Alfred Zimmern. Rispetto alla tradizione idealista bisogna ricordarsi Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti durante la Prima guerra mondiale, padre ideale della Società delle Nazioni, uno dei più importanti politologi degli Stati Uniti di quegli anni e pertanto considerato una figura di riferimento del panorama idealista. La prima guerra mondiale, la Grande Guerra, è stata un cataclisma epocale, una carneficina come non se ne erano mai viste nei secoli precedenti, che sollecitò la riflessione sulle cause profonde della guerra, non solo della Grande Guerra ma in generale le cause della guerra nella politica internazionale.
Gli idealisti impostano il problema della guerra trattandola come una patologia, una malattia socio-politica che va curata e che per fortuna può essere effettivamente curata; è un fenomeno storico, che riguarda una certa fase dello sviluppo dell’umanità, e quindi può essere superata con il procedere ulteriore del progresso, con la civiltà. Negli anni ’20 gli idealisti guardavano alla guerra come un fenomeno destinato a scomparire presto; la Grande Guerra era stata un controsenso, tutti erano usciti sconfitti, per cui la lezione da ricavare era che la guerra dovesse smettere di essere uno strumento a servizio degli interessi nazionali. L’idealismo aderisce ad una concezione progressista della storia, hanno fiducia che nel corso della storia si vada verso il superamento della violenza politica e verso l’affermazione di pratiche cooperative di tipo economico o di tipo giuridico-legale per ricomporre le dispute che ci sono tra gli individui e le nazioni.
Le tre cause fondamentali che l’idealismo utilizza per spiegare la malattia della guerra sono:
- La politica interna dello stato e delle comunità politiche: alcuni tipi di stato hanno una predisposizione ad usare la forza militare, più esattamente pensano che la competizione armata sia opera per lo più degli stati autoritari, illiberali, non fondati sull’autogoverno, perché i costi della guerra ricadono sui governati e quindi chi è governato tende ad utilizzare la guerra solo quando è necessario (è il popolo che viene mandato a morire sul campo di battaglia, è il popolo che deve pagare le tasse…). Di conseguenza, l’aumento dell’influenza popolare e del controllo democratico ridurrà la propensione dei governi a ricorrere alla forza militare; di contro, i governi non democratici tendono ad essere meno prudenti perché può consentire loro di accrescere la loro potenza. Per gli idealisti la prima guerra mondiale ha mostrato tutto questo molto chiaramente, perché è stata la dimostrazione della nociva influenza e presenza di élite politiche di estrazione aristocratica nei governi degli imperi centrali (Impero asburgico e la Germania guglielmina): è stata il riflesso dei valori tipico delle élite aristocratiche e dei loro interessi egoistici (per esempio era loro interesse fermare le riforme sociali che mettevano a repentaglio l’egemonia politica dell’aristocrazia).
- L'economia: una bassa integrazione economica tende a favorire il conflitto armato. Infatti, gli idealisti credono che l’economia per sua natura è transnazionale, indifferente ai confini, crea legami, interdipendenza, e quindi tende ad avvicinare le nazioni e a renderle più simili. Se cambia l’economia, cambiano i rapporti strategici tra gli stati.
- Il diritto internazionale: il diritto internazionale è un corpus di norme altamente deficitario, lacunoso, che non copre l’ampia gamma delle fattispecie dei possibili conflitti di interessi tra gli attori dei conflitti internazionali, e quindi la mancanza di una legge chiara ed esaustiva lascia spazio alla soluzione dei conflitti con la forza. Manca infatti il divieto di fare la guerra; il diritto classico con il quale gli idealista avevano a che fare riconosceva agli stati il diritto di fare guerra ogni volta lo ritenessero opportuno per promuovere i loro interessi fondamentali, secondo la loro definizione (era sostanzialmente un diritto di guerra: prescriveva come dovessero essere combattute le guerre). Inoltre, mancava a livello internazionale un apparato repressivo, un tribunale o una forza di polizia internazionale che permetta di accertarle varie trasgressioni e, nel caso, punire i trasgressori.
Secondo gli idealisti se la malattia della guerra risiede nella politica interna bisogna curare nella politica interna, attuando delle riforme in senso democratico, impiantare la democrazia dove non c’è e assestarla laddove c’è. Se il problema ha a che fare con la chiusura economica degli stati, allora bisogna aprire gli stati al commercio internazionale, applicando politiche liberiste che stimolino il commercio estero (abolizione barriere doganali, dazi, e di tutte le altre misure di tipo protezionistico): bisogna lasciare che il mercato dispieghi liberamente il suo potenziale di convergenza degli interessi internazionali (il principio della porta aperta di Wilson). E, se il problema risiede nell’organizzazione della politica internazionale, nella frammentarietà, debolezza, lacunosità del diritto internazionale, allora bisogna cercare di rendere il più possibile simile l’ordinamento internazionale all’ordinamento giuridico degli stati, così da eliminare quel vuoto, quell’incertezza normativa che lascia loro l’onere di tutelare da sé i propri interessi fondamentali. Va sviluppato il sistema di arbitrato, vanno istituiti dei tribunali internazionali, e soprattutto va stabilito il divieto rigoroso di fare la guerra, organizzando un meccanismo di sicurezza collettiva che coalizzi tutti gli stati contro quello stato che osi ricorrere alla forza militare per far valere i suoi interessi personali. È il progetto della Società delle Nazioni di Wilson, istituita all’indomani della Grande Guerra. L’importanza della democrazia come chiave esplicativa della politica internazionale è tutt’oggi un tema importante [teorie della pace democratica]. Altra idea risalente all’idealismo che ancora è diffusa nelle relazioni internazionali è quella che l’economia aperta possa funzionare come argine della competizione tra le nazioni, che tenda a far convergere i popoli. Può essere ricondotta all’idealismo anche la teoria funzionalista, sulla quale si è appoggiata la teoria dell’integrazione europea. È molto pronunciata in questo caso l’impronta inglese ed angloamericana su questo approccio politologico, paesi che tendono a guardare con ottimismo al mercato ed all’apertura dell’economia proprio in quanto leader nell’economia mondiale (vedono negli scambi un’opportunità più che un attentato alla sicurezza degli stati) e dotati di istituzioni liberali e democratiche.
Realismo
Il realismo nasce come una sorta di contrappunto alle tesi dell’idealismo, come risposta al trauma storico: il fallimento della Società delle Nazioni, la Seconda guerra mondiale e l’incubazione e l’inizio della Guerra fredda. Il realismo non vede la guerra come una malattia curabile ma come un dato ineliminabile della realtà, fisiologica più che patologica: c’è il primato del conflitto sulla cooperazione, il conflitto è parte inestirpabile della realtà politica e della realtà politica internazionale, ed in luce di questo si tratta non di curare ma di evitare le guerre e di vincere le guerre che non possono essere evitate (in caso di individui che non sono suscettibili al potere della deterrenza).
Il realismo attinge alla riflessione filosofica del realismo politico (Hobbs: nel Leviatano si chiede cosa succederebbe se venisse meno il monopolio della forza dello Stato), preesistente alle relazioni internazionali in senso stretto (“trappola di Tucinide” per esempio viene ancora utilizzata nonostante risalga all’età classica greca). Max Weber e Smith furono grandi realisti; di questi autori, studiosi, nella tradizione del realismo politico, il realismo internazionale ha attinto una serie di nozioni, come lo spiccato pessimismo antropologico (l’uomo è una creatura carente, costruita male, meschina, spesso aggressiva e non c’è nulla che possa cambiare questa condizione, questa struttura antropologica: l’apparente incivilimento che l’uomo ha raggiunto non è che una patina sottile che copre la sua immutabile natura belluina che è destinata a riemergere periodicamente). Il padre dei realisti nelle relazioni internazionali, Hans Morgenthau, ebreo sfuggito alle persecuzioni naziste negli Stati Uniti, parla di animus dominandi degli uomini: nell’animo dell’uomo c’è il desiderio di dominare, e questo è il motore della storia, della politica e della politica internazionale, e così sarà sempre. C’è una concezione tutt’altro che progressista della storia: la storia non è un percorso lineare di ascesa verso lo sviluppo della civiltà, verso gradi superiori di cooperazione, ma il teatro dell’eterno ritorno dell’uguale, si svolge in un tempo ciclico, c’è la ricorrente ricaduta nello stato di barbarie e guerra (in effetti, prima dello scoppio della Prima guerra mondiale c’era stato un periodo di pace; Hengers, nel suo libro “La grande illusione” di qualche anno prima la Grande Guerra aveva pensato in una visione piuttosto idealista che le interdipendenze finanziarie tra le maggiori azioni europee avevano reso insostenibile una guerra: l’apertura economica tende a favorire la pace). I realisti tendono a pensare che la realtà sociale sia comunque una realtà completa, eterogenea, popolata da individui che vogliono cose diverse, talvolta inconciliabili e sostanzialmente conflittuali, tanto che non sempre è possibile risolvere le divergenze con il diritto; in questi casi subentrano i rapporti di forza che stabiliscono in ultima istanza l'ordine internazionale.
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