Macroeconomia – parziale 1 teoria
Introduzione alla macroeconomia
La macroeconomia è lo studio del sistema economico nel suo complesso. Si prendono in considerazione quindi le grandezze aggregate. In questo corso avranno rilevanza, ad esempio:
- Il prodotto complessivo dell’economia,
- I consumi aggregati delle famiglie,
- Gli investimenti totali delle imprese,
- Il livello medio generale dei prezzi…
Ignoreremo invece la composizione di tali grandezze, che viene invece analizzata dalla microeconomia.
La macroeconomia si occupa essenzialmente del livello e dell’andamento nel tempo dell’attività produttiva aggregata. In particolare, le variazioni dell’attività produttiva nel tempo assumono particolare interesse.
Introduzione alla contabilità nazionale
Consideriamo un sistema economico che produca autoveicoli. Il sistema è composto dai seguenti settori industriali:
- Agricolo, primario
- Estrattivo, primario
- Manifatturiero, secondario
- Commercio e servizi, terziario
Supponiamo che le uniche materie prime necessarie siano ferro, carbone e gomma. Processo è:
- Nel settore estrattivo vengono prodotti ferro, per 10€, e carbone, per 6€. Un sesto del carbone viene utilizzato per l’illuminazione all’interno delle miniere. I restanti 5€ di carbone ed i 10€ di ferro vengono venduti ad una acciaieria.
- L’acciaieria trasforma questi 15 Euro di materie prime in 25€ di acciaio.
- Il settore agricolo produce 5€ di gomma, i quali vengono trasferiti ad una industria chimica che li trasforma in pneumatici, guarnizioni…, il cui valore è di 15€.
- L’industria automobilistica acquista acciaio, pneumatici… e li “incorpora” in 10 autoveicoli, che vende ai concessionari per 70€.
- I concessionari vendono, per complessivi 100€, gli autoveicoli ai consumatori finali.
Poniamoci il problema di valutare il prodotto complessivo, il PIL, di questo sistema economico semplificato.
Il PIL è costituito dal valore dei beni e dei servizi destinati all’utenza finale, prodotti in un paese in un certo periodo, ad es. un anno. Il fine di un sistema economico è appunto la soddisfazione dei bisogni dell’utenza finale.
Nel nostro esempio, il PIL è 100€. La domanda che sorge ora spontanea è: “da dove si ricava questo valore?”
- Nel settore estrattivo è stato “creato valore” per 16€, ma 1€ è stato consumato per l’illuminazione.
- Il valore dei beni trasferiti all’acciaieria è 15 Euro. Il settore della gomma ha prodotto materia prima per 5€. L’acciaieria ha prodotto beni per un valore di 25, ma per fare questo ha consumato materie prime per 15. Il “valore aggiunto” (VA) da questa impresa industriale è 10.
- Anche l’impresa chimica, creando beni valorizzati a 15, ma consumando per 5, ha creato un VA di 10€.
- L’industria di produzione degli autoveicoli ha acquistato per 25 dall’acciaieria e per 15 dall’impresa chimica. Vendendo per 70€, ha “prodotto valore” per 30.
- Infine, il concessionario, vendendo per 100 beni acquisiti a 70, registra un valore aggiunto di 30.
Prendendo e facendo la somma dei valori aggiunti di ogni settore è 100 ed è pari al PIL.
Il valore aggiunto è l’incremento di valore della produzione, cui dà luogo ciascuno stadio produttivo, rispetto al valore ricevuto dagli stadi precedenti. Il Prodotto Interno Lordo è la somma di tutti i valori aggiunti.
Il valore aggiunto, in ciascuno stadio produttivo, è pari al valore dei redditi distribuiti in quella fase produttiva.
Nel caso in cui tali redditi fossero inferiori al valore aggiunto, l’impresa conseguirebbe un (extra)profitto, il che rappresenta un reddito per i proprietari di tale impresa. In caso contrario si avranno delle perdite.
Riassumendo ciò che fino ad ora è stato detto, si può dire che:
- A livello di impresa, il Valore Aggiunto coincide con i redditi distribuiti,
- A livello aggregato, il Valore Aggiunto coincide con il Reddito interno lordo. Dunque, PIL = VA = Reddito lordo.
Nel caso in cui un soggetto decida di acquistare un prodotto ai fini di migliorare la propria produzione o qualità, investimento di nuovi strumenti produttivi, quest’ultimo viene considerato come domanda finale. Si tratta di una convenzione, motivata dal fatto che la costituzione di nuovo capitale permetterà la produzione, in futuro, di una maggiore quantità di beni di consumo.
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Importante è distinguere la finalità dell’acquisto di questo nuovo prodotto:
- Fa parte del PIL se acquistato per incrementare lo stock di beni produttivi, fa parte dell’investimento.
- Farà parte del PIL quando il bene verrà ultimato se acquistato per essere incorporato in beni finali.
Supponiamo che alcuni beni finali risultino invenduti. Uno degli autoveicoli potrebbe essere rimasto al concessionario. In gergo, si parla di “incremento indesiderato nelle scorte”.
Per convenzione, le variazioni nelle scorte sono contabilizzate come parte del PIL, nella voce investimenti.
Definizione e composizione del PIL
La misura principale della produzione aggregata, ossia totale, nella contabilità nazionale è chiamata prodotto interno lordo (PIL). Non è la sola, ma è la variabile più conosciuta e più utilizzata per misurare la dimensione economica di un paese.
Esistono tre modi equivalenti di definire il Pil di un’economia.
- Valore dei beni e dei servizi finali prodotti in un’economia in un dato periodo di tempo;
- Somma del valore aggiunto in un’economia in un dato periodo di tempo;
- Somma dei redditi dell’economia in un dato periodo di tempo.
Il livello di produzione aggregata (PIL) è determinato da:
- La domanda di beni nel breve periodo, cioè nell’arco di qualche anno.
- Il livello di tecnologia, lo stock di capitale e la dimensione della forza lavoro nel medio periodo, cioè nell’arco di un decennio.
- Altri fattori come il sistema educativo, il tasso di risparmio e la qualità del governo nel lungo periodo, cioè nell’arco di qualche decennio o più.
PIN, PNL e “costo dei fattori”
Parte del capitale fisico a disposizione di un sistema economico smette di essere utilizzabile per la produzione. Diventa infatti fisicamente troppo vecchio oppure risulta essere superato dal punto di vista tecnico/economico, a causa dell’introduzione di beni capitali più moderni e produttivi: diventa dunque obsoleto.
Parte dell’investimento in nuovi beni capitali è volto a sostituire i beni capitali “deperiti”. Il “Prodotto Interno Netto” (PIN) considera tra i “beni finali” solo il valore degli investimenti che eccede l’ammortamento.
Pertanto: PIN = PIL - ammortamento.
Viene talvolta utilizzata la definizione di “Prodotto Nazionale Lordo” (PNL). Per definizione, il PNL si ottiene sommando al PIL di un paese i redditi netti prodotti da cittadini di quel paese residenti all’estero, ma a sua volta vengono sottratti i redditi prodotti in quel paese da cittadini stranieri.
Tra le tante attività statali, tipicamente annoveriamo anche l’imposizione fiscale e il trasferimento di sussidi, incentivi... ad alcuni settori industriali. Per depurare il prodotto interno dall’impatto dell’azione pubblica, si utilizza spesso il “PIL al costo dei fattori”, dato da: PIL (ai prezzi di mercato) – Imposte indirette + Trasferimenti alle imprese. L’intuizione è che il PIL al costo dei fattori misura i redditi effettivamente distribuiti, come salari, profitti…, nel sistema economico.
PIL nominale e PIL reale
Nel 2018 il Pil dell’UE era di 13.700 miliardi di euro, rispetto ai 2.598 miliardi di euro del 1980. Tuttavia, la produzione aggregata dell’UE non è stata cinque volte più alta nel 2018 che nel 1980. Gran parte dell’aumento riflette variazioni dei prezzi dei beni e servizi e non delle quantità prodotte. Questo ci porta a considerare la distinzione tra Pil nominale e Pil reale.
Pil nominale (€PIL): somma della quantità dei beni finali valutati al loro prezzo corrente, al tempo t.
La crescita del Pil nominale dipende da due fattori:
- Crescita della produzione, in termini di quantità, nel tempo.
- Aumento dei prezzi dei beni nel tempo.
Pil reale (PIL): somma delle quantità di beni finali valutati a prezzi costanti.
Il Pil reale permette di misurare la produzione e le sue variazioni nel tempo, escludendo l’effetto di prezzi crescenti. Per costruire il Pil reale, dobbiamo ad esempio moltiplicare il numero di auto in ogni anno per uno stesso prezzo. Per esempio, se si usa il prezzo di un’auto nel 2009 come riferimento, otterremo il Pil reale ai prezzi del 2009. Come si può pensare, il Pil nominale e il Pil reale possono differire enormemente.
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Pil: livello o tasso di crescita?
Per valutare l’andamento di un’economia da un anno all’altro, gli economisti considerano il tasso di crescita del Pil reale, chiamato semplicemente crescita del Pil. Dunque, crescita del Pil al tempo t tasso di crescita del Pil reale al tempo t: ( − ) −1 / −1. In base al risultato che otterremo potremmo avere:
- Espansione: periodo di crescita positiva.
- Recessione: periodo di crescita negativa.
Il tasso di disoccupazione e l’inflazione
In quanto misura della produzione aggregata, il Pil è chiaramente la variabile macroeconomica più importante. Ma altre due variabili, la disoccupazione e l’inflazione, rilevano aspetti altrettanto importanti dell’andamento di un’economia.
Tasso di disoccupazione
Iniziamo con qualche definizione:
- Occupato: persona che ha un lavoro al momento dell’intervista.
- Disoccupato: persona che non ha lavoro, ma è in cerca di occupazione;
- Fuori dalle forze di lavoro: persona che non ha un lavoro e non è in cerca di occupazione;
- Lavoratori scoraggiati: in presenza di elevata disoccupazione, alcuni lavoratori senza occupazione smettono di cercare ed escono dalla forza lavoro.
Per il tasso di disoccupazione dobbiamo innanzitutto classificare:
- Forze di lavoro: somma dei lavoratori occupati e disoccupati. L = N + U.
- U/L = Tasso di disoccupazione: il rapporto tra il numero dei disoccupati e la forza di lavoro.
- Tasso di partecipazione: rapporto tra la forza lavoro e il totale della popolazione in età lavorativa.
Il tasso di disoccupazione varia considerevolmente nel tempo e nello spazio, sia in risposta a recessioni ed espansioni, sia come conseguenza di mercati del lavoro differenti tra loro.
Tasso di inflazione
Iniziamo con qualche definizione:
- Inflazione: aumento sostenuto del livello generale dei prezzi.
- Tasso di inflazione: tasso a cui il livello dei prezzi aumenta nel tempo.
- Deflazione: riduzione del livello dei prezzi, ossia quando il tasso di inflazione è negativo.
Gli economisti si preoccupano dell’inflazione perché durante le fasi inflattive, non tutti i prezzi e i salari aumentano proporzionalmente. L’inflazione influenza la distribuzione del reddito.
Il problema pratico è come calcolare il livello generale dei prezzi affinché sia possibile misurare l’inflazione. Nel determinarlo, distinguiamo 2 tipi di indicatori: l’indice dei prezzi al consumo e deflatore del Pil.
Indici dei prezzi
Per ottenere un indice del PIL reale, abbiamo tenuto costanti i prezzi, all’anno base, e considerato quantità prodotte in diversi periodi di tempo. È possibile costruire indici dei prezzi tenendo costanti le quantità, di un anno base, e dunque studiare il cambiamento dei prezzi.
L’indice dei prezzi al consumo (IPC) è un numero indice: il suo livello è scelto arbitrariamente.
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.1 .1 .2 .2 .1 .1 .2 .2 ( × ) + ( × ) ( × ) + ( × ) +1 +1 +1 +1 = = / +1 .1 .1 .2 .2 € ( × ) + ( × )
Il tasso di variazione dell’IPC rappresenta il tasso di inflazione. In altri termini, l’aumento percentuale del costo della vita (= dell’indice dei prezzi) è chiamato inflazione. A livello europeo viene utilizzato l’Indice armonizzato dei prezzi al consumo (Iapc), costruito da Eurostat. La formula qui sottostante viene rappresentata tenendo conto che AB è l’anno base preso in considerazione e t/t+1 è il generico lasso di tempo dell’inflazione: − ⁄ ⁄ +1 = = ⁄ +1 ⁄
Deflatore del Pil
Il deflatore del Pil è concettualmente analogo all’indice dei prezzi.
€ = =
Il deflatore del Pil è un numero indice: il suo livello viene scelto arbitrariamente, uguale a 1 per l’anno base.
( − ) − : −
Il mercato dei beni
Composizione del Pil
Prima di passare all’argomento del mercato dei beni è necessario analizzare le componenti del Pil:
- Consumo (C): beni e servizi acquistati dai consumatori;
- Investimento (I): talvolta chiamato investimento fisso per distinguerlo dall’investimento in scorte. E’ la somma dell’investimento non residenziale e residenziale;
- Spesa pubblica (G): beni e servizi acquistati dallo stato e dagli enti pubblici. Non include né i trasferimenti, assistenza sanitaria e sociale, né gli interessi del debito pubblico.
- Importazioni (IM): acquisti di beni e servizi dall’estero effettuati dai residenti, consumatori, imprese, governo;
- Esportazioni (X): gli acquisti di beni e servizi nazionali da parte del resto del mondo.
- Esportazioni nette, (X - IM) o saldo commerciale, è dato dalla differenza tra esportazioni e importazioni:
- X > IM: avanzo commerciale.
- X < IM: disavanzo commerciale.
- Investimento in scorte: differenza tra beni prodotti e beni venduti in un anno; cioè differenza tra produzione e vendite:
- Produzione > Vendite: le scorte aumentano.
- Produzione < Vendite: le scorte diminuiscono.
La domanda di beni
Z = C + I + G + X – IM. La domanda totale di beni, Z, può essere scritta come:
Questa equazione è un’identità che definisce Z come la somma di consumo, investimento, spesa pubblica ed esportazioni nette. Per studiare con più facilità quali siano i fattori determinanti di Z introdurremo alcune semplificazioni, che abbandoneremo in seguito.
All’interno della nostra economia però si possono adottare delle semplificazioni, utilizzando semplicemente la somma tra consumo, investimento e spesa pubblica per indicare la domanda totale de beni: Z = C + I + G.
- Le imprese producono uno stesso bene che può essere usato come bene di consumo, bene di investimento e come spesa pubblica.
- Le imprese forniscono qualsiasi quantità di tale bene a un dato prezzo, P. Questa ipotesi è valida solo nel breve periodo.
- L’economia è chiusa: non avvengono scambi con il resto del mondo, esportazioni e importazioni pari a 0.
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Consumo
YD = Y − T. Il reddito disponibile, (Y), è il fattore principale da cui dipendono le decisioni di consumo, dove YD è il reddito aggregato e T rappresenta le imposte al netto dei trasferimenti.
C = C(YD). La relazione tra il consumo e il reddito disponibile può essere espressa come:
È possibile assumere che la forma funzionale della relazione tra il consumo e il reddito disponibile sia lineare: C = c0 + c1YD.
Il parametro c0 rappresenta il livello di consumo quando il reddito disponibile è zero. Il parametro c1 è la propensione marginale al consumo. Due restrizioni naturali sulla propensione al consumo:
- c1 > 0, un aumento del reddito disponibile genera un aumento del consumo.
- c1 < 1, un aumento del reddito disponibile genera un aumento meno che proporzionale del consumo. I consumatori consumano solo una parte dell’aumento del loro reddito disponibile.
Mentre c1 esprime l’effetto sul consumo di un euro aggiuntivo al reddito disponibile, c0 rappresenta il consumo in corrispondenza di un reddito disponibile nullo. Le persone però possono comunque consumare anche se loro livello di reddito è pari a zero attingendo dai non risparmi o indebitandosi.
Dobbiamo definire dunque il concetto di reddito disponibile dove Y = reddito e T = imposte. YD = Y – T.
Sostituendo in questa, l’equazione precedente otteniamo: C = c0 + c1 (Y – T).
Investimento
Nei modelli economici troviamo due tipi di variabili:
- Variabili esogene: prese come date.
- Variabili endogene: spiegate all’interno del modello.
Inizialmente, l’investimento verrà considerato come una variabile esogena. Questa ipotesi semplificatrice verrà
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