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Lomoar cPSD| 7389389 Consideriamo il silenzio nella comunicazione

Se non ci fosse tra un suono e l’altro, noi non ci comprenderemmo. Il silenzio quindi è un’assenza che è funzionale ad una presenza. Non è non-informazione. È un certo tipo di informazione. Succede che reagiamo col silenzio ad una certa situazione silenzio-assenso, e ciò accade anche nella vita di tutti i giorni. Se chiediamo ad un bambino: “Sei stato tu?”, è probabile che lui stia in silenzio come reazione.

Alcuni esempi storici

Facciamo alcuni esempi storici:

  • Il silenzio di Chamberlain, prima dell’ascesa di Churchill, quando Hitler invase i Sudeti nel 1938, ci fu un lungo periodo di attesa, che evidenziò la miopia del suo giudizio politico, che sfociò nella Conferenza di Monaco; Chamberlain aveva promesso al presidente della Cecoslovacchia appoggio militare in caso di invasione dei Sudeti e invece rimase in silenzio.
  • L’assordante silenzio in Germania con l’ascesa del partito nazional-socialista e le leggi razziali. Una delle cose peggiori per chi si sente ingiustamente accusato è il silenzio. Se appartengo ad una comunità e sono accusato di qualcosa di platealmente ingiusto, mentre tutti stanno zitti. È una violazione palese di fronte alla quale tutti stanno zitti.
  • Nella tradizione cristiana Erode al quale viene mandato Gesù da parte di Pilato. Pilato da perfetto giurista dice: “Se c’è un’altra giurisdizione, se ne occupi quella”. Erode interroga Gesù e non parla.

Il silenzio quindi può trasmettere un’informazione: è funzionale.

Se ne deduce che la comunicazione non è solo verbale: e che l’apparente assenza di comunicazione diventa comunicazione quando c’è un contesto, quando non c’è una persona sola anche il silenzio può trasmettere informazioni, ovvero quando c’è un apparente contrario di una trasmissione di informazioni, silenzio, e la persona non è sola, può trasmettere informazioni.

C’è un mistero: il pensiero, la parola, la forma di apertura reciproca, con questa qualità ed intensità, è solo umana.

Il dentro e il fuori

Questo è il punto di partenza del nostro percorso, che origina da una dialettica. C’è un dentro e c’è un fuori.

C’è una dimensione della mia soggettività nella quale, in quanto vivente, ho un’attività mentale neuronale di tipo emotivo, di tipo sensoriale: ricevo ed elaboro informazioni in maniera complessa. Posso metabolizzare ciò che mangio, respirare e bere, producendo ciò che serve alla mia complessione fisica per mantenermi in vita. Posso provare emozioni, rapportarmi sensorialmente con l’ambiente esterno. Ma tutto questo può non c’entrare nulla col “fuori da me”; è un’attività con il mio “dentro”.

Ma se trasmetto qualcosa attraverso, per esempio, il linguaggio, codice condiviso, non c’è più solo un “dentro”. Se ho sonno, provo questa sensazione; se sono solo non ho bisogno di dire che ho sonno. Invece in un contesto in cui non sono solo porto fuori queste attività mentali e razionali.

Allora comincia un campo diverso, quello dell’espressione: da solo non ho bisogno di esprimere.

Ad esempio, un pensiero nella mente assume la forma sintattica di “è una cretinata”, dentro. Ma la vita è fatta anche di questo. Potrei anche avere un’increspatura emozionale, ad esempio un fastidio, dentro, ma non c’è ancora espressione.

Cosa vuol dire espressione?

Significa che le attitudini dentro di me, razionali, emotive, sensoriali, le propongono, in modo che diventino un’informazione.

Come le propongo?

Le dico. Anche i gesti, Aristotele “La Retorica”: il pathos si vede dalla faccia, che a seconda del pathos ha un colore diverso. È un fuori, non è più un dentro: finché è dentro riguarda un certo ordine di realtà che sembra non interessare il diritto e forse neppure la politica.

La modernità ci ha educato a pensare ad uno spazio dentro di noi, che è nostro e che non è materia giustiziabile. Ad esempio, se desidero strozzare qualcuno, questo mio desiderio non è giustiziabile, poiché attiene alla dimensione etica, è un peccato. Non è però giuridicamente rilevante: lo diventa quando si trasforma in un fuori. È un processo di deiezione dal dentro al fuori.

Esprimere è un verbo icastico: “ex-premere”, qualcosa che premendo viene fuori; premere per far uscire fuori. Ci dice qualcosa?

Ci dice che una vera espressione è un atto di volontà. Un’espressione immediata ed istintiva non è vera espressione, perché potrebbe appartenere anche alla dimensione della solitudine.

Ma se c’è volontà, allora è anche un problema di libertà.

Quando c’è un’espressione?

Ma allora, quando c’è un’espressione?

Quando non sono solo, ma mi trovo in una dimensione interattiva, con più soggetti. Perciò significa che ogni espressione è inevitabilmente una comunicazione: non significa soltanto premere per far uscire da dentro un qualcosa, ma lo faccio perché devo far arrivare un’informazione a qualcuno: quindi l’espressione implica la comunicazione.

Se infatti non mi trovassi in una situazione comunicativa o potenzialmente comunicativa, non avrei nessuna necessità di esprimere. Si esprime per comunicare.

Perché si deve comunicare?

Perché si deve comunicare? È necessario farlo?

Esprimere per comunicare significa che se non dovessi comunicare, non avrei bisogno di esprimere. Esprimo per comunicare. Potrei non farlo?

Genesi 2, 18-22: “Non est bonum esse nomine solum”. Dio dice che non è bene che l’uomo sia solo. La solitudine può esserci, ma corrisponde ad uno stato che non è nella natura migliore delle cose. Da una parte sembra essere possibile sia solo, ma questo non corrisponde al suo bene, alla migliore natura della sua condizione.

Riassumendo: ci esprimiamo perché ci sono gli altri, quindi ogni espressione è una comunicazione, cioè un passaggio di informazioni riguardanti il mio dentro, che ha senso solo in questo contesto e solo in questo contesto realizza quello che dovrebbe essere l’optimum della sua condizione. Non sarebbe bene che lui non si esprimesse, poiché non è bene che l’uomo non esprima, cioè stia in un silenzio che non è significato, il significante è solo in un contesto di più interlocutori. Sir John Donne: “Nessun uomo è veramente un’isola, è la propaggine di un continente, una parte di un intero”.

La modernità si annuncia col “mito del buon selvaggio”: torna l’idea dell’isolamento come condizione felice; una tentazione alla fuga.

I due modelli nella storia dell’uomo

Come si delineano nella storia dell’uomo, in particolare dell’uomo occidentale, i due modelli?

La separazione da tutto/tutti come condizione migliore coltivata moltissimo in Oriente, eremita; beata solitudo sola beatitudo: necessità di ricerca della solitudine; necessità di esprimersi a cui si eccepisce.

Tale separazione è molto coltivata nella filosofia orientale perché il passaggio dal dentro al fuori non è né indolore né garantito. Riuscire in un compito isonomico, cioè rendere ciò che ho dentro uguale anche per chi sta fuori non è affatto semplice. Ex parte subiecta, ma anche ex parte ubiecti, giacché nemmeno per gli interlocutori è facile: una parola, per esempio, può ferire senza lo voglia o alimentare un pensiero contrario a quello che volevo alimentare.

C’è la tendenza di volersi sottrarre a questo rischio.

Martin Heidegger, esistenzialista negativo, sosteneva che il fatto di essere in contatto con gli altri ci costringe all’inautenticità: non posso essere veramente me stesso, poiché è più semplice adattarsi a quello che gli altri hanno in mente. La dimensione della chiacchiera: non mi interessa, non mi interessa però devo parlarne. Se esprimersi è portare dal dentro al fuori sulla base di un contesto e io mi lascio cullare dalla corrente di questo contesto, è una dimensione inautentica.

Da una parte una tradizione culturale che dice che non è bene l’uomo sia solo, bensì è un bene che siamo nella condizione di esprimere; dall’altra, “l’altro” può essere un fenomeno di interferenza nell’espressione, e di conseguenza, non porto più liberamente fuori quello che ho dentro.

L’Occidente ha scelto di misurarsi con questa dimensione dell’espressione; non ha scelto la via dell’anacoreta, stilita, monaci che vivevano sulla cima della colonna, trascorrendo lì la loro vita per eccettuarsi completamente dalla pazza folla, che è rimasta una scelta minoritaria. In Occidente si è preferito misurarsi con l’espressione e con i pericoli ad essa connessi. Si tratta di un lavoro delicato: quanto e come posso esprimermi?

La diatriba sui Sofisti

Pensiamo alla diatriba al tempo di Pericle sui Sofisti. I Sofisti negavano l’esistenza della verità: il che significa che posso esprimermi in qualsiasi modo io voglia, senza essere vincolato a qualcosa. Se c’è la verità sono vincolato nell’espressione, perché non posso esprimere qualcosa che non corrisponda al mio dentro. Ma se non sono vincolato alla verità posso esprimere qualsiasi cosa: è un’eresia. I filosofi dicevano invece che bisogna impegnarsi a far sì che ciò che portiamo da un dentro ad un fuori abbia una corrispondenza, al massimo delle nostre forze.

In certi campi potremmo essere molto forti: per esempio, dice Platone, nella matematica, 1 + 1 = 2; la somma degli angoli interni di un triangolo è 180°: ha un alto grado di verità, lo posso mostrare. Che sia meglio scrivere la effe in un modo o in un altro o dare la definizione di “bellezza femminile” non è semplice, perché non sempre nel nostro dentro abbiamo un’idea precisa e portare fuori implica un impegno robusto. L’Occidente sceglie questa via, e non la fuga.

Di fronte al dramma dell’espressione i casi sono due: o scelgo una via di conoscenza interiore, rifiutando l’espressione, come l’ostilità o esprimo quello che voglio.

O la fuga o l’imbroglio: nel mezzo c’è l’impegno, un’etica della comunicazione, o meglio, una metafisica della comunicazione, che è qualcosa di più profondo ancora.

Le parole sono importanti

Le parole sono importanti:

  • Comunicare, conversare, comprendere, -cum, l’atto del raccogliere insieme, da una condizione di distanza ad una condizione di raccoglimento. La dimensione mediana tra due entità esistenti. Da una dimensione di dispersione e di moltitudine si crea si cerca di ridurre ad un’unione: questo è l’atto di volontà che si compie.
  • Dialogo, diatriba, discorso, diavolo, -dia, condizione di fronteggiamento, in cui le entità sono una di fronte all’altra, in cui ho un impegno di verità o un imbroglio. Il diavolo è il mentitore.

L’atto dell’esprimere e del comunicare concettualmente implicano:

  • Una pluralità, che nella beata solitudo sola beatitudo non funziona.
  • Una prossimità, non solo dimensione spazio-fisica, ma anche affettiva.

Queste sono le condizioni fenomenologiche strutturali della comunicazione e dell’espressione.

Con un metodo di riduzione eidetica ci avviciniamo al cuore del nostro problema, senza calare concetti. Ogni espressione implica una comunicazione.

La cultura occidentale scopre questo in un momento particolare: si badi, non che prima non ci fosse quest’idea, ma non c’era ancora un pensiero riflesso.

Un conto è parlare di qualcosa, altro è ragionare su ciò di cui parliamo.

Ad un certo punto le idee che già c’erano vengono consapute, pensate. È il momento della polis, che dura meno di due secoli.

Lì si sviluppa fino in fondo l’idea che la pluralità e la prossimità non sono frutto di una scelta, ma siamo fatti così.

Aristotele dice che l’uomo è un animale sociale. E nella “Politica” dice non solo questo, ma che l’uomo è uomo perché parla. La dimensione della glossa è dimensione costitutiva.

L’uomo non parlerebbe se non ci fossero altri uomini, posso provare noia e pensare certe cose, ma solo parlando posso esprimere e portare fuori. L’uomo è un animale sociale che parla; l’oralità è costitutiva anche dell’esperienza giuridica. La dimensione propria dell’uomo è l’agorà, piazza, la sua dimensione, della comunicazione. [Antropologia classica]

Antropologia classica e antropologia moderna

Questa comunicatività naturale dell’uomo viene eccepita dai pensatori della modernità. Quando Cartesio deve costruire un’antropologia, non pensa alla dimensione collettiva della agorà, ma ad un soggetto astratto, ad una mente. L’uomo è una res cogitans. Oltre all’uomo c’è la res extensa, il mondo, ovvero un qualcosa che ha una dimensione: l’uomo dunque non ha una dimensione, è come lo zero alla base di un asse cartesiano.

La differenza dal punto di vista del modello antropologico-epistemico, cioè dell’uomo che conosce: l’uomo classico è nella sua dimensione propria quando è sociale e parlante. Per Cartesio non è così: nella dimensione classica la conoscenza è la discussione e si costruisce l’opinione, si cerca di essere sinceri nella comunicazione, così da arrivare ad un pensiero più informato, ad arricchire; dare e ricevere comunicazione mediante questo impegno.

Nella modernità invece si fa strada un altro concetto: se ci sono più persone che discutono, ci sono più opinioni e si crea confusione, non comprensione.

Il mondo dei rapporti umani non può essere quello della scienza. Il mondo della scienza dev’essere un mondo neutro, non contaminato da pareri, religioni, ed etica. Non possono dire che quella teoria è traballante secondo me, mentre posso farlo nella politica, nel dibattito pubblico. Ma la modernità dice che questo confronto non va bene per la conoscenza reale delle cose. Si deve astrarre dalle opinioni.

Nella modernità si crea una frattura sempre più profonda tra due sfere: la comunicazione in ambito di interazione sociale e l’unica espressione possibile che è quella scientifica, dove c’è il soggetto ed il mondo: una mente res cogitans e non res-senziente, emozionante e cogitante; succede che da una parte va il pensiero e dall’altra le emozioni, le sensazioni, le analogie, le intuizioni, cioè un mondo che non ha più la bandiera dell’esattezza. Da una parte la verità e dall’altra l’opinione; da una parte l’unico, Rousseau, ne “l’Emilio”, e dall’altra i molti che discutono e comunicano.

Il modello dell’animale sociale parlante si distacca dall’unico modo in cui si può esprimere correttamente, e cioè quello della solitudine e della res cogitans: solo la mente ci dice com’è fatto il mondo.

Il problema è che normalmente noi non ci comportiamo da res cogitans. [antropologia moderna] Oggi si parla di dato di realtà e percezione. L’uomo non è solo res cogitans e forse non è nemmeno la parte più direttiva dei nostri comportamenti. Probabilmente ciò non è del tutto sbagliato.

Facciamo un esempio: c’è il dato oggettivo secondo cui ogni anno si commettono 300 omicidi; negli anni ’70 invece gli omicidi erano ben 2000. Dunque, la res cogitans produce il dato, ma la gente pensa che le strade non siano sicure, siano diventate un far west: e questa è la percezione. Si basi che le politiche di governo non sono condizionate dai dati Istat, bensì dalla percezione.

Con l’avvento della modernità, tra il 1500 ed il 1700 si comincia a separare ciò che è emozione, sensazioni, intuizione, dalla conoscenza, quindi dalla verità; si comincia a separare la comunicazione dell’espressione dalla conoscenza. La conoscenza non dev’essere più espressione e comunicazione, ma dev’essere tolta dalla piazza e portata in un ambiente neutro. Questo genera una forte sofferenza.

In realtà nel nostro DNA c’è una discrasia tra due diversi modi di affrontare le cose:

  • Un modo classico, non necessariamente antico.
  • Un modo moderno, non necessariamente attuale.

Fino ad un certo tempo la storia dell’Occidente è stata evoluzione del modello classico; il modello classico è dominante nell’antichità, ma non è l’unico tuttavia ci sono state anche prese di posizione moderne: si pensi a Democrito e agli atomisti, pensatori riduttivisti già al tempo dei Greci, o ai Sofisti.

Per converso, è altresì vero che quello moderno è dominante fino alle soglie del ‘900, ma non è l’unico: ci sono stati filosofi sostenitori di posizioni riconducibili al pensiero classico: si pensi a Vico e al Petrarca.

Possiamo pensare alla separazione come ad una sorta di “trand”: classico e moderno fungono piuttosto da categorie. Esempi classici di comunicazione:

  • Platone: ogni persona esprime un parere e i pareri vengono asseverati dal maieuta, il quale trarrà le somme della discussione, il punto in cui il dialogo è giunto, che non è un punto definitivo.
  • SPQR: “senatus populosque romanum”, Roma nasce da un conflitto tra due e il due ritorna sempre: nella Roma repubblicana governano due consoli, scortati dai littori, che portano un fascio di verghe strette (l&rs
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Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher CriUniTn di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Manzin Maurizio.
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