Le variazioni dell'italiano
Le lingue attualmente in uso, in quanto parlate, si evolvono perché i parlanti, per un principio di economia di un sistema lingua, ma anche di ergonomia, adattano un sistema a quelle che sono le proprie esigenze comunicative. L'italiano come lingua materna è cambiato nel tempo e c'è una caratteristica che è propria, legata ad una dimensione di plurilinguismo. Questo avviene perché c'è stata da sempre una compresenza fra italiano e dialetti. Ma non si può neanche parlare di italiano in termini monolitici: per dire una stessa cosa in italiano posso usare espressioni diverse, posso dire “Sbrigati che è tardi” con il che polivalente, che è una struttura dell'italiano antichissima ed è un tratto che non è entrato nella codificazione grammaticale (norme dal ‘500 in poi). Veniva usato prima da parlanti con un livello basso di istruzione, ma è funzionale nel parlato, magari si evita di usare questa formula nella scrittura.
La lingua parla in relazione al contesto e agli interlocutori, ma anche alla forza pragmatica che io voglio dare ad una determinata espressione. Alcune di queste alternative non sono state accettate dalle grammatiche e quindi considerati non-standard. Questo fatto però ha comportato che si sia continuato ad usarli e che piano piano siano risaliti. Se il che polivalente nelle grammatiche di 50 anni fa non era accettabile, adesso la possibilità di usarlo in certi contesti viene accettata. Il fatto che la lingua abbia diversi registri vuol dire che ha tante possibilità.
Repertorio linguistico degli italiani
I sociolinguisti che hanno studiato la lingua in relazione al contesto in cui si usa hanno messo in evidenza il repertorio linguistico degli italiani, che è l'insieme di lingue o di varietà di lingue che sono a disposizione della comunità italiana. L'italiano quindi non è uno, perché il parlante ha a disposizione tante varietà, può scegliere se parlare dialetto o italiano. C'è una parte diversa di repertorio per tutti gli italiani che è il dialetto che varia nella diatopia (nello spazio, da nord a sud), dall'altra metà del repertorio c'è un insieme di varietà comune a tutti gli italiani, possiamo avere a disposizione il dialetto, l'italiano regionale e l'italiano comune/colloquiale.
Diglossia e bilinguismo endogeno
Cosa è successo nel corso del tempo? Siamo passati da una situazione in cui varietà dialetto e varietà italiano per i parlanti avevano dei domini chiari, ad una situazione in cui questi domini sono diventati confusi. Il termine coniato da Ferguson nel 1959 (parliamo del dopoguerra) è diglossia perché prima tutti parlavano dialetto, dopo grazie ad una serie di fattori come l'innalzamento dell'obbligo scolastico tipo scuola media obbligatoria, poi boom industriale, la televisione, hanno fatto sì che l'italiano fosse sempre più parlato; negli anni ’60 questi due codici sono compresenti in una situazione di diglossia. Il dialetto serviva per alcuni ambiti come familiari, colloquiali; l'italiano invece per gli ambiti formali. La testa del parlante italiano degli anni ’69 era organizzata in modo chiaro, in famiglia si parla dialetto, in contesto formale italiano; a scuola le maestre si trovavano della stessa situazione in cui si trovarono quelle degli anni ’80 perché c'erano persone che avevano italiano come L2. In seguito però con la tendenza all'italianizzazione, l'italiano ha iniziato a erodere i contesti in cui si usava il dialetto, ha invaso il “dominio basso”. Spesso c'era un vuoto, nel senso che si usava il dialetto perché non si conosceva il termine in italiano.
Italiano standard e variabilità regionale
Oggi la maggior parte degli italiani parla un insieme di varietà, anche il dialetto ha una sua risalita, si mantiene l'uso dei due codici però non in due domini separati, ma con una sovrapposizione, con delle varietà intermedie. Endogeno a bassa distanza strutturale (tra italiano e dialetto). Esiste una prima etichetta per definire l'italiano che è “italiano standard”, su questa etichetta i linguisti difficilmente sono d'accordo perché si è pensato ad esempio a “lingua nazionale”, ma non funzionava molto. Si tratta sicuramente di una varietà che non è marcata regionalmente, è la lingua che viene usata come lingua di riferimento quindi quella che troviamo in una grammatica, però le grammatiche e i dizionari accettano anche parole non-standard. Sicuramente la lingua standard deve essere codificata, deve essere non marcata dal punto di vista diatopico e diastratico. L'italiano standard in teoria lo è anche nella pronuncia ed è quello della dizione, quindi il fiorentino ripulito dai tratti marcatamente locali, esiste nella teoria ma non nella pratica. Nello scritto la situazione è diversa perché facciamo ricorso all'italiano standard.
Geosinonimi e geomonimi
Gli italiani parlano l'italiano regionale, questa è la realtà linguistica vera dell'italiano. Nei corsi di lingua per stranieri ci si è aperti all'italiano regionale, perché magari lo straniero impara un italiano standard perfetto che però qui non viene usato. Gli italiani regionali non sono tanti quante sono le regioni, esistono delle aree in cui si rintracciano delle varietà che hanno delle caratteristiche comuni, sono legati quindi ad un’area. Varietà di italiano circoscritta a un’area che non corrisponde a quella amministrativa. Le differenze di intonazione e lessicali ci sono perché gli italiani regionali risentono direttamente o indirettamente del sostrato dialettale.
Esistono gli italiani regionali perché esistono i dialetti. I parlanti di italiano regionale non sono necessariamente dialettofoni, possono non avere coscienza che alcune parole dell'italiano regionale hanno un corrispettivo col dialetto. È una varietà che è parlata da tutti, è indipendente dal livello di istruzione. Parole che cambiano in relazione alle varietà sono geosinonimi, come ad esempio giocattolo e balocco, lavandino e lavabo, melone, anguria e cocomero; quindi parole che significano la stessa cosa (il referente è lo stesso), ma in diverse parti viene usato un termine e non un altro. Parole che hanno lo stesso significante ma diverso significato, come saggio che non vuol dire solo sapiente, ma anche mansueto o tranquillo, sono geomonomi.
Regionalismi atipici e metapl asmi di genere
I regionalismi atipici sono quelle parole che non hanno nessuna corrispondenza con una parola dialettale, come carpetta che non è una piccola carpa ma una cartelletta. Alcuni regionalismi atipici possono risalire e finire nei dizionari. Abbiamo zineffa, tovaglia per dire asciugamano, mollica che per noi è pan grattato. Anche stranizzarsi rientra in questa categoria. Metapl asmi di genere riguardano scatolo/scatola. I verbi transitivi vengono usati intransitivamente. Usiamo anche la preposizione “a” con oggetti animati “Chiamare a mamma”, ed è un’eredità dallo spagnolo.
Accettabilità e neostandard
Si intendono anche delle strutture come “L’ho letto il giornale”, che si usano ma non sono regionali, il verbo essere in ultima posizione invece è un tratto regionale. È il parlante che decide se qualcosa è accettabile o meno nella sua lingua. Se mi trovo in determinati contesti ritengo alcune forme come inaccettabili perché ho un livello alto di istruzione, il parlante di italiano regionale con un livello di istruzione basso ha come varietà più alta nel suo repertorio quella regionale, mentre io ho quella standard. Io parlante decido che struttura può rientrare nelle potenzialità del sistema che sto usando. I dialetti hanno grammatica, non codificata però, non normativa, quindi per il dialetto l'accettabilità è ancora più importante.
L’italiano neo-standard o dell’uso medio è una varietà che i parlanti ritengono accettabile in contesti di media formalità; anche i parlanti istruiti lo usano. I tratti considerati accettabili li recupera dagli italiani non-standard, da quelli regionali o tratti dell’italiano popolare che non sono rientrati nello standard, ma che continuano ad essere usati. Sabatini individua 35 tratti, ad esempio l’uso di lui/lei come soggetto, le dislocazioni a sinistra o a destra quindi frasi marcate, frasi scisse, frasi con “a me mi”, verbi pronominali intensivi come “mi mangio una pizza, mi leggo un libro”, il pronome “mi” esprime la partecipazione all’azione, il che polivalente. Ci sono una serie di varietà che si intersecano tra di loro.
Italiano popolare
Abbiamo anche la varietà dell’italiano popolare, una varietà che è stata studiata a partire dalle lettere che furono mandate dal fronte da Spitzer, un linguista austriaco, ma ci sono nel corso della storia della lingua una serie di attestazioni di italiano popolare. In alcuni contesti i parlanti dialettofoni si trovano obbligati a usare l’italiano. Da una parte l’italiano regionale è parlato indipendentemente dal livello di istruzione mentre l’italiano popolare è usato da parlanti di istruzione bassa che hanno come L1 il dialetto quindi in alcuni contesti devono abbandonare la loro L1 per usare l’italiano L2, la loro è una condizione di necessità non è fatto per scelta ci sono per cui dialettismi e forme interferite. Le differenze principali sono legate all’ L1 e al livello di istruzione.
Se guardiamo al movimento che si fa verso la lingua d’arrivo (dal dialetto all’italiano) ci sono stati alcuni che hanno detto che l’italiano regionale funziona come interlingua, quando arrivo quindi alla lingua che sto imparando per fasi, una grammatica transitoria che costruisce il parlante. L’interlingua è in continua evoluzione e il regionale pure. Nel caso del popolare questo processo di evoluzione si blocca, si parla di interlingua fossilizzata, perché l’apprendente raggiunge i suoi scopi comunicativi e non ha la motivazione di migliorare il suo livello di interlingua. La definizione di Cortelazzo dice che l’italiano popolare è l’italiano imperfettamente acquisito da chi ha come madrelingua il dialetto. De Mauro dice che l’italiano popolare è il modo di esprimersi di un incolto che sotto la spinta di comunicare senza addestramento maneggia quella che si definisce lingua nazionale.
È una varietà che ha tante manifestazioni di lingua scritta perché chi ha esigenza di comunicare ha anche esigenza di scrivere le sue memorie, abbiamo tutta una serie di generi come lettere, diari, libri di memorie che sono testimonianze di questa varietà. Si nota che queste scritture risentono moltissimo dell’oralità perché i semicolti sono più abituati alla lingua orale; quando vogliono passare allo scritto si trovano davanti a una serie di norme come l’ortografia che ha una serie di fenomeni che si trovano nelle convenzioni relative, ad esempio, all’uso della punteggiatura: negli scrittori semicolti o manca totalmente o è ipertopica. Rabbito ad esempio ha scritto un libro che si chiama “Fontanazza”, è un siciliano che racconta tutta la sua vita e ogni parola è separata da un punto e virgola. Assenza di segni grafici, maiuscole e minuscole sbagliate, incertezze nelle doppie ecc…. Gli stessi errori dei bambini che imparano a scrivere, ma si tratta di due cose diverse perché il bambino è in un processo di apprendimento quindi i suoi errori sono destinati ad essere superati mentre per il semicolto no. Ci sono molti malapropismi e parole che vengono dal dialetto e nella morfo-sintassi vengono accolte tutta una serie di forme tagliate fuori dalle grammatiche.
Uno studioso Enrico Testa ha scritto un volume che si chiama “L’italiano nascosto” perché il popolare è un italiano che è sempre esistito, alcuni dicono che il popolare è l’italiano di domani perché anticipa il livello che l’italiano avrebbe avuto se fosse stato parlato dall’inizio. L’italiano popolare non è limitato ad alcune zone ma è panitaliano, alcuni fenomeni sono gli stessi sia a sud che a nord. Abbiamo preso in considerazione due variabili, quella diatopica (dello spazio) e diastraticha (caratteristiche sociali del parlante) in cui rientrano anche variabili legate all’età o al sesso dei parlanti, è quindi possibile trovare altre variabili come il linguaggio giovanile. La varietà diafasica è legata alla situazione comunicativa, quindi il contesto in cui il parlante si trova a comunicare, connesso al grado di formalità e informalità e al rapporto più o meno simmetrico tra i parlanti. Anche i linguaggi settoriali sono varietà di lingua che dipendono dalla varietà diafasica, in un caso uso un linguaggio diverso per necessità perché devo usare termini che devono avere un significato univoco (tecnicismi specifici), vengono usati anche tecnicismi e si usano queste formulazioni per distinguere il linguaggio settoriale dalla lingua comune, si chiamano tecnicismi collaterali quindi, termini che devono sottolineare la distanza dalla lingua comune. Si usano forme impersonali, passivo, nominalizzazione, una serie di scelte linguistiche per differenziare quella lingua dalla lingua comune. Nei linguaggi settoriali rientrano le lingue speciali che si riferiscono a contesti particolari, ad esempio il linguaggio della moda, i termini transitano molto più facilmente nella lingua comune come “outfit”.
Lingua e linguaggio
La lingua seconda è una lingua imparata in un paese in cui quella lingua è lingua d’uso. Per la lingua straniera c’è sempre un input formalizzato perché non è mai corretto o superiore al nostro livello di apprendimento. La grammatica è l’insieme delle convenzioni che danno stabilità alle manifestazioni espressive degli uomini che parlano. Il linguaggio non è una facoltà solo umana e permette di associare significati a significanti. Il significato non è percepibile, ciò che noi percepiamo è il significante. I segni possono essere non-verbali, ma nel non-verbale rientrano anche i simboli; i colori ad esempio. La facoltà di linguaggio è universale e in quanto facoltà non si deve imparare, è qualcosa di innato.
La lingua è una manifestazione concreta legata a un determinato tempo e spazio, sono codici storico-naturali. Linguaggio e lingua non sono sinonimi, il linguaggio è una sorta di iperonimo che si concretizza nelle lingue storico-naturali che hanno la caratteristica specifica di essere arbitrarie. La facoltà di linguaggio non si impara ma si deve attivare. È stato studiato che perché questo meccanismo funzioni è necessario che si entri in contatto con una lingua nei primi anni di vita. Anche il pianto del bambino può cambiare a seconda del bisogno. Le lingue, proprio perché sono legate a determinate comunità, tempo e spazio, si modificano nel tempo perché cambiano i referenti; cambiano anche in relazione alle comunità di parlanti. Per far sì che i parlanti si capiscano tra di loro si deve ricorrere a delle convenzioni, non c’è nessun motivo naturale per cui un oggetto debba avere un certo nome. I segni linguistici sono quindi arbitrari. Proprio perché le lingue sono arbitrarie devono essere imparate. La grammatica, così come la lingua, è arbitraria, è l’insieme delle convenzioni che danno stabilità alle manifestazioni espressive degli uomini che parlano una stessa lingua in un dato tempo e in un dato spazio.
La grammatica
Le grammatiche cambiano. La prima conseguenza è che una lingua ha una sua grammatica; non esiste una lingua senza grammatica perché ogni lingua ha un insieme di regolarità. In alcune lingue la grammatica è stata oggetto di codificazione e quindi la regolarità diventa la regola con una grammatica di tipo normativo, in altre lingue, come i dialetti, non c’è stata questa codificazione. Ci sono due tipi di grammatiche, descrittiva (dialetto) e normativa (italiano). Possiamo pensare all’interlingua come a una grammatica transitoria, dinamica e flessibile perché la guardiamo come sistema che fa funzionare la lingua in quella determinata fase. Parliamo in questo caso di grammatica descrittiva. Il parlante sta ipotizzando il meccanismo di funzionamento di quella lingua. Storicamente la grammatica normativa è nata scegliendo una lingua di riferimento e si è deciso che tutti per parlare correttamente quella lingua dovevano prendere quello come modello di riferimento. Il compito di chi studia la lingua è cercare di ricostruire un modello di lingua che sia il più possibile vicino a quel modello di lingua. Devo ricostruire la regola.
Il depositario del sapere linguistico è il parlante, se parliamo di grammatica descrittiva. Studiare la grammatica di una lingua vuol dire cercare di capire quale conoscenza le persone che usano quella lingua hanno delle strutture. Se io parlante sono il depositario del sapere linguistico diventa fondamentale l’accettabilità, se una cosa è accettabile allora può essere grammaticale.
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