Concetti Chiave

  • Enrico VII si proponeva come pacificatore in Italia, cercando la collaborazione con il papa e evitando conflitti, ma la sua politica si rivelò inefficace.
  • L'impresa italiana di Enrico VII incontrò ostacoli significativi, con i ghibellini che lo sfruttarono per eliminare rivali e i guelfi che lo considerarono un nemico.
  • Nonostante le avversità, Enrico VII riuscì a raggiungere Roma e a incoronarsi, ma dovette affrontare l'opposizione della nobiltà romana e di Firenze.
  • Nell'Epistola VII, Dante si rivolge ad Enrico VII sollecitando il suo intervento contro Firenze, descritta come una vipera malefica, evidenziando la sua frustrazione per l’indugiare dell'imperatore.
  • Dante manifesta una dimensione profetica nell'Epistola VII, presentandosi come giudice morale e sottolineando l'urgenza di estirpare il male che affligge Firenze.

Indice

  1. Qual è la politica di pace di Enrico VII?
  2. Difficoltà e malintesi dell'impresa italiana
  3. Opposizione e sfide a Roma
  4. Dante e l'Epistola VII
  5. Stile elevato e solenne del testo
  6. Traduzione e significato dell'Epistola VII
  7. Aspettative di Dante su Enrico VII

Qual è la politica di pace di Enrico VII?

Con la sua politica, Enrico VII voleva attuare ideali di pace, ma con risultati deludenti. Cercò la collaborazione col papa Clemente V, evitò di mettersi in urto con il re di Francia e decise di calare in Italia, nel 1310, con il ruolo di pacificatore: la penisola era lacerata da lotte fra le varie città e fazioni.

Difficoltà e malintesi dell'impresa italiana

Tuttavia, l’impresa dovette fare i conti con tutta una serie di difficoltà e di malintesi. I ghibellini come i Visconti di Milano si servirono di Arrigo VII per eliminare i rivali, e ne fecero il capo della propria fazione, anche se questo non era nelle intenzioni dell’imperatore.

A loro volta, i guelfi ne fecero, di conseguenza il loro principale nemico. Inoltre le varie città italiana, poco importa che fossero guelfe o ghibelline, erano gelose della propria indipendenza e non erano affatto disposte ad accettare l’autorità imperiale.

Opposizione e sfide a Roma

Arrigo VII dovette anche tener testa all’opposizione capeggiata da Firenze e dal re di Napoli, Roberto d’Angiò. Nonostante tutte queste difficoltà, l’imperatore riuscì ad arrivare a Roma dove, però dovette combattere anche contre la nobiltà romana, appoggiata dagli Angioini e capeggiata dagli Orsini. Comunque cinse la corona imperiale in San Giovanni in Laterano e non in San Pietro, caduta in mano ai suoi nemici. Ripresa la strada del ritorno, cinse d’assedio Firenze senza riuscire a piegarla (la città aveva ricevuto aiuti da Siena, Lucca e Bologna), si ritirò a Pisa e si preparò ad una spedizione contro il re di Napoli. Morì nell’attraversare la Maremma.

Dante e l'Epistola VII

Le epistole sono scritte in latino. Di seguito viene riportato il testo in latino nella parte più significativa della VII epistola in cui, Dante si indirizza ad Arrigo VII per sollecitare la sua calata in Italia e punire così la tirannide e la malvagità di cui Firenze è un chiaro esempio. Nelle righe precedenti rimprovera quasi all’imperatore di aver indugiato restando a Milano troppo a lungo e non avendo capito che il male deve estirpato alla radice. Per illustrare questo concetto ricorre alla metafora dell’idra, che fu uccisa da Ercole (una delle sette fatiche) e all’esempio dell’albero che se lo vogliano estirpare a nulla serve tagliare le fronde. E per uscire di metafora, Dante prevede una ribellione contro l’Imperatore, di tutte le città dell’Italia settentrionale se prima non viene eliminato il male che è alla base di ogni rivolta.

“An ignoras, excellentissime principum, nec de speculas summe celsitudinis deprehendis ubi vulpecula fetoris istius, venantium secura, recumbat ? Quippe nec Pado precipiti, nec Tiberi tuo criminosa potatur, verum Sarni fluenta torrentis adhuc rictus eius inficiunt, et Florentia, forte nescis?, dira hec pernicies nuncupatur. Hec est vipera versa in viscera genitricis ; hec est languida pecus gregem domini sui sua contagione commaculans; ; hec Myrra scelestis et impia in Cinyre patris amplexus exestuans ; hec Amat ailla impatiens, que, repulso fatali connubio, quel fata negabant generum sibi adscire non tinuit, sed in bella furialuiter provocavit, et demum, male aula luendo, laqueo se suspendit. »

Stile elevato e solenne del testo

L’argomento trattato è nobile per cui anche lo stile deve essere elevato, elaborato e solenne. Questo aspetto è reso evidente tal testo originali in latino. In tal senso sono da notare:

• la forma interrogativa retorica introdotta da “an”

• la simmetria fra “Pado precipiti” e “Tiberi tuo”, resa, in entrambi i casi da sostantivo + aggettivo

• il termine “nuncupatur” ha una solennità giuridica perché, nel latino classico, indicava la dichiarazione solenne di pubblici voti o la designazione pubblica di un erede.

• L’iterazione di hec (est) che è collocata all’inizio di quattroi enunciati che rende l’idea di un ritmo martellante

• Il termina “ausa” per indicare un’impresa eccezionale, ma anche un misfatto appartiene al linguaggio poetico

• Il chiasmo “domini sui sua contagione”

• L’uso del genitivo ebraico, ossia l’aggettivo viene sostituito con un genitivo, come spesso succede nel linguaggio biblico. Infatti “vulpecula fetoris istius” dovrebbe essere in modo più lineare e meno solenne “vulpecula fetida ista”

Traduzione e significato dell'Epistola VII

“O forse ignori, eccellentissimo fra i principi, e non scorgi dalla specola della somma altezza il luogo dove si rintana la piccola volpe di codesto fetore, noncurante dei cacciatori? Certo la scellerata non si abbevera alle acque precipiti del Po, né al tuo Tevere, [l’uso del possessivo è giustificato dal fatto che il Tevere attraversa Roma, la città che è la sede deputata dell’imperatore] ,ma le sue fauci infettano ancora la corrente dell'Arno impetuoso, e si chiama Firenze, forse non sai?, questo crudele flagello. Questa è la vipera avventatasi contro le viscere della madre; questa è la pecora malata che infetta, col suo contagio, il gregge del suo pastore; questa la scellerata ed empia Mirra che arde per gli amplessi del padre Cinira; [Nella tradizione mitologica, Mirra fu presa dalla passione per il padre Cinira, re di Cipro, riuscì ad unirsi con lui, fingendosi un’altra donna] questa è quella Amata furiosa [Amata era la moglie del re Latino; voleva che sua figlia Lavinia sposasse Turno e non Enea, ma ritenendo, per errore, che Turno fosse stato ucciso e che Lavinia potesse così andare in sposa ad Enea, si impiccò] che, rifiutate le nozze fatali, non ebbe paura di prendersi per genero colui che i fati vietavano, anzi lo eccitò furibonda alla guerra e infine, pagando il fio delle audacie malvagie, si impiccò".

Aspettative di Dante su Enrico VII

Dante riponeva in lui molte aspettative, soprattutto quella di punire Firenze che, nell’Epistola VII, assimila ad una vipera che si avventa contro le viscere della madre o ad una pecora malata che diffonde il contagio. In pratica, si potrebbe dire che l’Epistola, oltre a sollecitare l’imperatore è soprattutto un’invettiva contro Firenze.

La parte finale della lettera mette in evidenza la dimensione profetica di Dante. Egli è consapevole dei problemi del suo tempo ed è orgoglioso della propria superiorità morale che lo conduce ad essere predestinato a ricoprire il ruolo di giudice.

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Domande da interrogazione

  1. Qual era l'obiettivo principale della politica di Enrico VII in Italia?
  2. Enrico VII mirava a instaurare la pace in Italia, collaborando con il papa Clemente V e cercando di evitare conflitti, ma i risultati furono deludenti a causa delle lotte tra le città e fazioni.

  3. Quali difficoltà affrontò Enrico VII durante la sua impresa italiana?
  4. L'imperatore si trovò a fronteggiare malintesi e opposizioni, con i ghibellini che lo utilizzarono per i propri scopi e i guelfi che lo considerarono un nemico, mentre le città italiane rifiutavano l'autorità imperiale.

  5. Come si manifestò l'opposizione a Enrico VII a Roma?
  6. Enrico VII dovette affrontare l'opposizione di Firenze e del re di Napoli, Roberto d'Angiò, e anche della nobiltà romana, culminando nella sua incoronazione a San Giovanni in Laterano, nonostante le avversità.

  7. Qual è il tema centrale dell'Epistola VII di Dante?
  8. Nell'Epistola VII, Dante esprime la sua frustrazione per l'indugiare di Enrico VII a Milano e lo sollecita a punire Firenze, descrivendola come una vipera che danneggia la madre, evidenziando la necessità di estirpare il male alla radice.

  9. Quali aspettative aveva Dante nei confronti di Enrico VII?
  10. Dante riponeva grandi speranze in Enrico VII, sperando che punisse Firenze per la sua malvagità, e si considerava moralmente superiore, pronto a ricoprire il ruolo di giudice della situazione politica italiana.

Domande e risposte

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