Alberi millenari
Alle origini delle parole della matematica
di Enrico Colognesi
Il primo contatto con la matematica – e, recentemente, con l’informatica - è, per la maggior parte di noi, mediato dalla scuola, dove tradizionalmente esse ci vengono introdotte con un approccio formale e con scarsa attenzione per gli aspetti storici, linguistici e culturali: riducendole a pure sequenze di calcoli, espressioni, manipolazioni algebriche, astrusi problemi e freddi algoritmi, rischiano di essere trasformate in discipline aride da cui quasi tutti si allontanano rapidamente senza giungere mai a percepirne la portata culturale e, perché no, la bellezza.
Fermamente convinto della natura culturale ed umanistica della matematica e dell’informatica, sono invece favorevole ad un approccio storico, che evidenzi le forti correlazioni e gli stretti intrecci con le altre scienze e soprattutto con la filosofia. Solo così c’è la speranza che gli spiriti sensibili possano coglierne i ‘momenti alti’ e sviluppare un serio interesse. Senza perderne mai di vista la natura formale, prendendo le mosse dai problemi di maggior respiro, gli argomenti dovrebbero essere presentati nel loro sviluppo storico, culturale e linguistico ...
Utopia? Siamo ottimisti!
Immaginiamo dunque che, in un Liceo, in seguito ad una pianificazione interdisciplinare, alcune lezioni di lingue classiche vengano riservate per raccontare che ...
Le radici delle parole tecnologiche
La nostra è certamente un’epoca di ‘hi tech’ ...
Possiamo comunicare con tutto il mondo in tempo reale, grazie ai telefoni, ai computer e alle reti; nei momenti di relax, davanti ad un apparecchio televisivo, ci godiamo i nostri film preferiti, facendo uso delle più recenti tecnologie, sperando che nessuno ci disturbi chiamandoci al cellulare.
Ma non è di tecnologia che voglio parlare, bensì di qualcosa di molto, molto più antico: vorrei soffermare l’attenzione sulle parole, sulla loro antichissima origine e sulla loro lunghissima storia. Anche di quelle che quotidianamente usiamo per riferirci alle più recenti tecnologie. Anzi, proprio per contrasto, per dare maggior risalto alle radici millenarie delle parole, inizierò il racconto proprio da quelle, di più recente introduzione, attribuite ai moderni ritrovati tecnologici, elettronici ed informatici, passando poi a quelle, un po’ meno giovani, della matematica.
Mi è sempre piaciuto pensare alle lingue e alle parole come ad alberi millenari, testimoni della nostra come di epoche remote, apparentemente immutabili, ma pur tuttavia vivi e mutevoli. È questo il messaggio, anzi lo stato d’animo, che vorrei trasferire. Anzi, nello studio delle lingue, moderne e classiche, suggerisco di arricchire innanzitutto il lessico: è di parole che sono fatte le lingue, prima ancora che di grammatica e di regole, ed è dalle parole che una lingua può essere capita. Lo sapevate che un virus informatico è un veleno per il vostro computer, che un codice è un tronco d’albero, che lo zero è un vento leggero, che studiare un teorema è un po’ come assistere ad uno spettacolo teatrale? No? Allora seguitemi, entriamo subito ‘in medias res’ ...
L’elettricità e le parole greche
Tutto ebbe inizio con Talete di Mileto ...
Quello dell’acqua? Sì, proprio lui. Oggi è conosciuto soprattutto per aver candidato quel preziosissimo elemento a principio ultimo di tutte le cose, ma il filosofo greco è importante anche per altri motivi. Non ultimo perché osservò, attorno al 600 a.C., che una resina fossile originaria delle rive del Baltico, che noi chiamiamo ambra ma che i Greci chiamavano èlektron [λεκτρον], acquisiva la capacità di attrarre piume ed altri oggetti leggeri quando veniva strofinata. Fu questo il 1 big bang da cui, due millenni e mezzo dopo, e in modo esponenziale, si sviluppò l’era dell’elettronica, il cui nome deriva proprio da quel pezzo di ambra.
1 Per motivi puramente informatici, nei testi greci sono omessi gli spiriti e gli accenti circonflessi.
Lungo il cammino, fu rilevante, scientificamente ma anche linguisticamente, il momento in cui, in uno dei laboratori di una chimica nascente, si fecero le prime conoscenze dei processi di elettrolisi: un recipiente contenente liquido mineralizzato, due conduttori metallici immersi a diversi livelli di tensione elettrica ... e la scoperta che si generavano particelle elettricamente cariche e che queste si spostavano verso i conduttori. Mi piace pensare allo scienziato che volle dare a quelle particelle in movimento il nome di ioni, usando il participio presente (ἰόν) del verbo greco andare (ἰέναι). E chiamò le particelle in moto verso il conduttore a tensione più bassa (κατά), cationi, quelle in moto verso il conduttore a tensione più alta (ανά), anioni. Poiché i due conduttori erano la via (οδός) percorsa dall’elettricità, furono chiamati elettrodi, e precisamente catodo e anodo, usando le parole greche che indicavano la discesa (κάθοδος) e la salita (άνοδος). E tutto il processo fu detto elettrolisi, scioglimento per mezzo dell’elettricità, usando il termine greco per ‘soluzione’, ‘scioglimento’ (λύσις, derivato da un verbo forzatamente noto a tutti gli studenti: λύω, io sciolgo).
Finalmente, nel 1904, un ingegnere elettrotecnico britannico, John Ambrose Fleming, costruì il primo dispositivo elettronico, nella forma di un tubo a vuoto che chiamò valvola termoionica. Valvae, in latino, erano i battenti di una porta, ed egli attribuì il nome al dispositivo osservando che, come una minuscola porta (valvula), poteva aprire e chiudere il transito della corrente elettrica. Aggiunse l’aggettivo ‘termoionica’ in quanto la corrente degli ioni si generava grazie al calore (θερμός in greco). Tale dispositivo fu chiamato anche diodo, essendo due (δι-) le vie (οδός) possibili per la corrente elettrica; i due conduttori furono chiamati reofori, portatori di corrente (ῥέος, corrente, nell’antichità ovviamente d’acqua, e φόρος, che porta), ancora distinti tra anodo e catodo.
Poco dopo, nel 1906, l’americano Lee De Forest scoprì che, aggiungendo opportunamente un terzo conduttore al diodo, poteva far sì che la valvola amplificasse la corrente: è la nascita del triodo, e con esso di tutta l’elettronica. Qui la storia del termine si fa interessante, in quanto i Greci chiamavano triodo (τρίοδος) la biforcazione di una strada e, per traslato, le situazioni in cui ci si trova di fronte ad una scelta, un dilemma (δίλημμα). Con l’avvento dell’elettronica è stato naturale chiamare triodo il primo dispositivo amplificatore perché, essendo dotato di tre reofori, equivale per la corrente ad una biforcazione stradale.
Molti anni dopo, come evoluzione del triodo, il fisico inglese William Shockley, nel 1948, inventò il transistor, il vero e proprio nucleo da cui si sviluppò rapidamente l’elettronica contemporanea. Il nome fu suggerito dall’ingegnere americano John Pierce, ed è la crasi di transmit resistor, parole certamente inglesi ma di chiara origine latina, per significare che il dispositivo è in grado di trasmettere (trans, al di là, mittĕre, mandare) una corrente attraverso una resistenza elettrica (resistentia, dal verbo resistĕre, stare fermo, opporsi).
E siamo ai giorni nostri ...
La composizione delle parole
Le lingue classiche hanno creato un modo efficacissimo di inventare nuove parole per mezzo della composizione di altre più elementari. Abbiamo già visto qualche esempio (triodo, catodo, reoforo ...), ma la tecnica era universale, in quanto potevano essere combinate tutte le parti del discorso: preposizioni e verbi, preverbi e verbi, aggettivi e verbi, nomi e nomi ... una sorta di gioco linguistico di costruzioni, in cui il latino e, ancor più, il greco erano eccellenti.
Telefono, ad esempio è un composto purosangue greco, che brillantemente descrive la funzione di trasferire la voce a distanza (τελε-, φωνή, voce/suono). ‘Tele-‘ è molto usato nei composti dei termini tecnologici, ad indicare un processo che si compie a distanza. Il verbo originario greco (τελέω) porta con sé l’idea del compimento, della conclusione di un’azione: perfetto per rendere l’idea di un segnale elettrico il cui effetto giunge a compimento nelle nostre case, lontano da chi l’ha prodotto. Colgo l’occasione per aggiungere che il telefono mobile è oggi chiamato cellulare (dal latino cellula, piccola camera, cella), essendo il territorio servito diviso in aree circolari per raggiungere la ‘copertura’.
Televisione e LED
Televisione è addirittura un composto greco-latino. Ciò è ben noto a tutti, ma se andiamo un po’ più a fondo, facciamo la conoscenza di uno degli alberi millenari più interessanti. Una antichissima radice indoeuropea, vid, si diffonde per il mondo linguistico. Giunge nel greco con la radice apofonica Fοιδ/Fειδ/Fιδ. Da qui un fiorire di parole greche, aventi molti discendenti anche nella nostra lingua: είδος (immagine, forma), ιδέα (apparenza, quindi specie, categoria, acquisendo poi nella filosofia platonica il significato di ‘forma intellegibile’, e infine idea), ιστορία (ricerca, esposizione della ricerca ed infine storia), είδωλον (immagine, statua, da cui i termini idolo e idolatria del greco cristiano), ειδύλλιον (piccola rappresentazione poetica, idillio) ... Giunge in latino, dove si origina il verbo vidēre (vedere), da cui i nostri composti di -video, -visione, -visore.
E arriva anche nel tedesco moderno, con wissen (visione della mente, sapere) e weise (saggio). Un albero, dunque, con radici, tronco e innumerevoli rami e foglie ...
Recente conquista della tecnologia, oggi gli apparecchi televisivi sono a LED, acronimo per ‘Light Emitting Diode’. La parola inglese light ha la sua lontana origine nella radice indoeuropea luc, splendere, trasferita in latino come lux e in italiano come luce. Puramente latina è anche l’origine di emitting, da emittĕre (composto da ex, fuori, e mittĕre, mandare): il LED è in effetti un dispositivo elettronico, un diodo, che emette luce. Per inciso, il greco indicava la luce con una radice ben diversa, φῶς: i vecchi apparecchi a tubo catodico formavano l’immagine sui fosfori che, come insegna la parola, erano portatori di luce. Dalla radice greca deriva anche la nostra fotografia.
Leibniz e l’informatica
Certo non esisteva una tecnologia così evoluta quando la nostra storia ...
... proseguì con Gottfried Wilhelm Leibnitz, ...
Quello della ‘mònade’? Certo. Il grande filosofo tedesco, limitandoci ai suoi meriti scientifici, oltre ad aver introdotto i concetti fondamentali e le notazioni del calcolo infinitesimale, fu uno dei padri della moderna informatica. Egli non solo costruì qualche rudimentale macchina per calcolare, come del resto aveva già fatto Blaise Pascal, ed intuì i vantaggi dell’adozione della base binaria, ma soprattutto concepì quella che chiamò la characteristica universalis, un formalismo avente l’ambiziosissimo fine di formalizzare ogni ragionamento, trasformandolo in un calcolo. Ci troviamo di fronte ad una controversia? Facile - egli pensava -, calcoliamo chi ha ragione. Non è questa la prima intuizione dell’intelligenza artificiale?
Oggi, quasi 400 anni dopo, il sogno di Leibnitz rimane irrealizzato, ma il mondo è pieno di macchine in grado di elaborare l’informazione. Avrete capito che stiamo iniziando a parlare di computer, di un settore il cui lessico, benché nato recentemente in un contesto di lingua inglese, vanta in realtà un’antica origine.
Computer, per iniziare, è evidentemente inglese, ma ha un’anima latina: l’inglese to compute (calcolare) deriva dal latino computāre (calcolare, composto da cum, con, e putāre, ritenere, stimare, valutare). Una nota di colore: sono stati pubblicati alcuni numeri di Topolino in cui i personaggi parlano in latino; in uno di essi il protagonista (Michael Musculus) risolve uno dei suoi casi facendo uso di un instrumentum computatorium ... mah ...
Accendiamo il computer e leggiamo sul monitor. Ecco un altro caso in cui un vocabolo latino ci arriva passando per l’inglese: in latino tale parola indica colui che ammonisce, consiglia, suggerisce (monēre). Oggi il monitor ci informa di quanto succede nel mondo, raramente ci suggerisce come comportarci nei casi difficili, al massimo ci ammonisce con le frequenti ed antipatiche segnalazioni di errore. Anziché monitor, si usa spesso il termine display, altro termine inglese con le radici nel latino: il preverbio dis- indicava un’azione diffusa nello spazio, definita in questo caso dal verbo plicāre, piegare, con probabile riferimento alle vele o alle bandiere. Il tecnologico display è perciò linguisticamente connesso col verbo spiegare, nel senso di illustrare dettagliatamente un argomento.
Computer, rete e virus
Ecco, qualcosa ci attrae … clicchiamo subito col mouse: ancora una volta le lingue classiche ritornano tramite l’inglese, dato che il simpatico (?) roditore dalla lunga coda era chiamato mus in latino, μῦς in greco.
Computer, monitor, display, mouse giungono all’inglese partendo dal latino; altri termini informatici provengono direttamente dal latino.
Davanti a noi la tastiera, che il computer condivide con gli strumenti musicali come il pianoforte e l’organo. Tasto è ciò che si tocca, dal latino parlato tastum e tastāre; il latino classico avrebbe però detto tactum e tangĕre. Con un click ci colleghiamo alla rete: la parola è probabilmente collegata al latino rete, che da un lato fa riferimento alle reti da caccia e da pesca, dall’altro allude alle insidie e agli agguati. E di insidie è ricolma la Rete in cui quotidianamente oggi navighiamo.
E chi non è mai incorso in un virus informatico? Parola genuinamente latina, significa propriamente veleno. Dalla biologia, in cui indica un parassita unicellulare che infetta animali e piante, passa in informatica, nella forma di un subdolo programma parassita che, è il sospetto di molti, arricchisce alcuni danneggiando i più. Per inciso, non c’è qualcosa di ironico nel fatto che per denotare un veleno in greco si dica φάρμακον?
Sin qui l’informatica personale ... ma che dire di quella professionale?
Nelle aziende i personal computer sono spesso collegati ad un computer centrale cui si riserva il nome di sistema.
Il primo contatto con la matematica è mediato dalla scuola, dove tradizionalmente questa scienza ci viene introdotta con un approccio formale e con scarsa attenzione per gli aspetti storici, linguistici e culturali. Fermamente convinto della natura culturale ed umanistica della matematica e dell'informatica, sono invece favorevole ad un approccio storico, che evidenzi le forti correlazioni e gli stretti intrecci con le altre scienze e soprattutto con la filosofia. Immaginiamo dunque che, in un liceo, in seguito ad una pianificazione interdisciplinare, alcune lezioni di lingue classiche vengano riservate per raccontare che ...