Indice

  1. Verre: un collezionista ignorante (Verrine, 2,4,32-33)
  2. Una storiella poco edificante
  3. Un tentativo andato a vuoto
  4. Un finto intellettuale
  5. Dalla Sicilia a Roma
  6. Una chiusa umoristica
  7. L’atteggiamento ambiguo di Cicerone
  8. Il valore dell’humanitas

Verre: un collezionista ignorante (Verrine, 2,4,32-33)

La seconda Verrina non fu effettivamente pronunciata, ma è un testo concepito da subito per la pubblicazione e la lettura privata: una circostanza che permette a Cicerone di inserirvi sezioni prettamente letterarie. L’esame delle malefatte di Verre si estende spesso oltre i limiti della narratio (la ricapitolazione dei fatti da giudicare), per assumere le forme di una raccolta di ‘novelle’, composte con grande abilità narrativa. Il presente brano racconta casi curiosi, in cui Verre viene truffato dai suoi stessi complici o deve rimanere a bocca asciutta. Gli episodi, messi in scena con umorismo, come scene di commedia, rivelano che le pretese culturali di Verre sono inconsistenti: per quanto si atteggi a esperto d’arte, non ne capisce nulla. La sua è solo una patologica smania di possesso.

Una storiella poco edificante

Una delle caratteristiche principali di Verre è la sua ossessione per le opere d’arte, che lo induce a organizzare continuamente furti e ruberie ai danni di chiunque. I furti non riusciti sono l’eccezione nella sua carriera criminale: per questo Cicerone li mette in risalto. Il par. 32 riferisce un episodio in cui sono gli stessi complici di Verre a truffarlo. La vicenda è mostrata in diretta, come se si trattasse di una scena teatrale: un mimo tragicomico di cui Verre è vittima e protagonista. Cicerone dispiega qui tutta la sua abilità di narratore, creando un racconto vivido, pervaso di umorismo, costruito con grande cura (grazie a una struttura a incastro che inserisce un racconto nel racconto).

Un tentativo andato a vuoto

L’oratore riporta una storia che gli era stata riferita a Lilibeo, cedendo la parola allo stesso personaggio che ha subito la rapacità di Verre, il siciliano Pamfilo. Con una combinazione di discorso diretto e indiretto, Cicerone lascia che sia Pamfilo stesso a raccontare la propria storia: all’interno della cornice, è così riprodotta l’udienza dei testimoni propria di un processo reale. L’orazione simulata riproduce l’impressione di un’orazione pronunciata in diretta. La vicenda in sé si riassume così: Verre, tramite i suoi agenti, vorrebbe sottrarre a Pamfilo (al quale aveva già rubato un prezioso vaso) anche due coppe cesellate; Pamfilo riesce però a sventare la rapina pagando una somma di denaro agli ‘esperti’ al soldo di Verre: questi fanno credere al loro capo che le coppe di Pamfilo non hanno alcun valore.

Un finto intellettuale

La storia è sfruttata da Cicerone per dimostrare la rapacità dell’imputato e demolirne il profilo intellettuale: nonostante si atteggi a raffinato esperto di arte greca, Verre si è lasciato truffare in modo clamoroso. Ciò dimostra che non ha alcuna competenza in campo artistico: si affida al giudizio altrui, senza alcuna riflessione. Verre si conferma così privo di quella humanitas che vorrebbe ostentare: è un bruto che si illude di essere colto solo perché si impossessa delle opere d’arte altrui.

Dalla Sicilia a Roma

Come ‘coda’ all’argomentazione, si racconta un episodio analogo, avvenuto a Roma pochi giorni prima del processo (ossia, della data in cui si sarebbe tenuta l’udienza ‘ricostruita’ nell’Actio secunda). Verre era ospite di Cornelio Sisenna (lo storico: ca. 120-67 a.C.): nemmeno in questa occasione, nonostante fosse a un passo dalla condanna definitiva, si era trattenuto dal manifestare una passione patologica per l’argenteria del padrone di casa. Il comportamento di Verre è addotto come prova della sua pazzia: con una stupidità sorprendente, l’imputato mostra di essere pronto al furto proprio nei giorni in cui è sotto processo per le ruberie commesse in Sicilia, confermando così tutte le accuse.

Una chiusa umoristica

L’episodio si chiude con un dettaglio carico di humor. I servi di Sisenna, che conoscono bene Verre e hanno sentito i racconti delle sue imprese, lo tengono d’occhio per tutta la cena, senza dargli l’occasione di rubare le argenterie che avevano già attirato la sua attenzione. Il quadro finale di Verre ridotto all’impotenza dagli schiavi domestici di Sisenna, oltre ad alleggerire i toni dell’orazione, sancisce in modo definitivo la stupidità dell’imputato, vittima di impulsi bestiali che gli si ritorcono contro.

L’atteggiamento ambiguo di Cicerone

Nel corso del brano Cicerone, mettendo se stesso in scena come accusatore di Verre, esprime una serie di giudizi piuttosto sprezzanti sul collezionismo artistico e, in generale, sulla passione dell’alta società romana per la cultura greca. Intendersi d’arte è liquidato come «una sciocchezza» (nugatorium), una raffinata perdita di tempo, e gli stessi capolavori di oreficeria sono definiti, con tono di superiorità, «queste cose» (in hisce rebus). La posa non va presa troppo sul serio. Cicerone sta qui recitando una parte, quella di accusatore dalla mentalità tradizionale, fedele al mos maiorum e scettico verso un’adesione troppo entusiastica (come quella di Verre) allo stile di vita alla greca. Cicerone, insomma, si presenta come un ‘anti-Verre’, e le sue affermazioni vanno valutate alla luce di questa ‘maschera’ che indossa. Nella realtà, sappiamo che Cicerone aveva una competenza tutt’altro che superficiale sull’arte greca, conforme alla sua eccellente conoscenza della letteratura e della cultura elleniche. Al di là della loro funzione retorica, passi come questo lasciano intravedere il particolare atteggiamento di Cicerone verso la cultura greca e il suo enorme patrimonio: un patrimonio da cui non farsi ‘sedurre’ in maniera acritica, come fa Verre, e di cui appropriarsi non con la rapina, ma con lo studio e la riflessione.

Il valore dell’humanitas

Cicerone è lontano tanto da una chiusura ‘catoniana’ al mondo ellenico quanto dal collezionismo acritico e brutale di un Verre. Non a caso, a questi è negata la virtù dell’humanitas: appropriarsi indebitamente di opere d’arte non fa di lui un uomo colto, ma anzi ne accentua la disumanità. Per far propria la cultura greca non bisogna saccheggiarla, ma esaminarla a fondo, per coglierne lo spirito e saperlo tradurre in forme nuove, in armonia con i valori della tradizione romana.

Domande da interrogazione

  1. Qual è il tema principale della seconda Verrina di Cicerone riguardo a Verre?
  2. La seconda Verrina di Cicerone si concentra sulle malefatte di Verre, presentandolo come un collezionista ignorante e un finto intellettuale, incapace di comprendere l'arte che tanto desidera possedere.

  3. Come Cicerone utilizza l'umorismo nel suo racconto su Verre?
  4. Cicerone utilizza l'umorismo per mettere in risalto le truffe subite da Verre, presentandolo come un personaggio tragicomico che, nonostante le sue pretese culturali, viene ingannato dai suoi stessi complici.

  5. In che modo Cicerone dimostra l'incompetenza di Verre nel campo artistico?
  6. Cicerone dimostra l'incompetenza di Verre raccontando episodi in cui Verre viene facilmente ingannato, evidenziando la sua incapacità di valutare l'arte e la sua dipendenza dal giudizio altrui.

  7. Qual è l'atteggiamento di Cicerone verso la cultura greca e il collezionismo artistico?
  8. Cicerone adotta un atteggiamento critico verso il collezionismo artistico acritico, come quello di Verre, e promuove un approccio più riflessivo e rispettoso verso la cultura greca, basato sullo studio e la comprensione.

  9. Cosa rappresenta per Cicerone il concetto di humanitas in relazione a Verre?
  10. Per Cicerone, l'humanitas è una virtù che Verre non possiede, poiché il suo modo di appropriarsi dell'arte è brutale e disumano; invece, l'humanitas richiede un'appropriazione culturale basata sulla riflessione e il rispetto per i valori tradizionali romani.

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