Concetti Chiave
- Il problema della teodicea esplora l'esistenza del male nel mondo, interrogandosi sul perché Dio, se è buono, permetta il male.
- Le tre soluzioni proposte per spiegare il male sono: libero arbitrio umano, negazione del male come privazione del bene, e accettazione dell'imperscrutabilità divina.
- Il pensiero occidentale distingue tra la potenza assoluta di Dio, senza vincoli, e la potenza ordinata, in cui Dio agisce e poi si ritira.
- Il concetto di giustizia divina implica che Dio deve premiare i buoni e punire i malvagi per mantenere la sua giustizia e il bene supremo.
- Ghazali confuta l'idea mut’azilita che Dio non possa fare il male, sostenendo che il male esiste, ma il suo disegno rimane incomprensibile per l'umanità.
Il problema della teodicea
‘adl, la giustizia, chiaramente quella di Dio. Il più controverso e insolubile dei problemi teologici, che nella tradizione occidentale è conosciuto come “problema della teodicea”: l’esistenza del male nel mondo.
Se Dio è eternamente Buono al di là di ogni limite, perché consente il male? Si hanno tre soluzioni di base:
a. Il male è colpa dell’uomo, che lo compie applicando il libero arbitrio
b. Il male non esiste, è soltanto privazione e mancanza del bene
c. Soluzione teistica: il male esiste, ma non sappiamo perché Dio decida di comportarsi in questo modo, fa tutto parte della sua imperscrutabilità. L’essere umano non può fare altro che accettare quel che capita, conscio che Dio agisce a ragion veduta.
Nessuna delle tre soluzione funziona: il libero arbitrio assoluto pone limiti all’onnipotenza di Dio; il fatto che il male non esiste è soltanto scegliere di evitare il problema piuttosto che superarlo; il riporre tutto nella volontà di Dio è filosoficamente totale irrazionalità.
La potenza di Dio
Al riguardo di queste problematiche, il pensiero occidentale ha distinto la potenza di Dio:
a. Absoluta: priva di vincoli, totale. Dio, se vuole, può andare contro le regole della logica, come il principio di non contraddizione.
b. Ordinata: Dio può fare come intende, ma una volta che ha agito, basta. Non è quindi onnipotente, ma piuttosto è il discorso del newtonianesimo, quello del “Dio orologiaio” che mette in moto l’Universo e poi se ne ritrae.
Da una parte quindi si ha un Dio che agisce in modo irrazionale, dall’altra è impotente. Il ragionamento dei mut’aziliti è che Dio è Uno e Giusto. Se fosse ingiusto, infatti, farebbe il male, ma come può un Dio onnipotente fare il male? Il suo essere Giusto quindi gli impone l’obbligo che è racchiuso nel terzo principio.
Il concetto di giustizia divina
A tutto ciò si lega il concetto di promessa/minaccia: Se Dio è Giusto si trova di fronte ad un uomo che ha commesso il bene e uno che ha commesso il male, il primo lo manda in paradiso e l’altro all’inferno, altrimenti sarebbe ingiusto. Dio è obbligato a premiare i buoni con il paradiso e punire i malvagi con l’inferno, perché ciò rappresenta il loro bene e Dio agisce sempre per il meglio (il male è allora un’illusione).
La parabola di Mosè e l'angelo
Ghazali solleva la questione dei dannati, dei salvati e dei bambini che stanno a metà. Un bambino si rivolge a Dio chiedendogli perché non è stato premiato con il paradiso, come ha fatto con il suo fratello credente. La risposta è che, ragionando alla luce del bene e del meglio, lo ha fatto perché il fratello si è adoperato per le opere buone, mentre il bambino no, essendo morto giovane. Ma allora perché Dio ha permesso che il bambino morisse giovane? Dio ha una risposta obbligata: sapeva che sarebbe diventato un adulto malvagio, quindi condannato alla dannazione. Ha dovuto scegliere il meglio. Ora però sono i dannati che ribattono: perché non ha fatto morire giovani anche loro?
Questa parabola segna il limite del ragionamento dei mut’aziliti e l’idea del bene e del meglio. Ancora un esempio:
Mosè chiede a Dio di dimostrargli la propria giustizia. L’Angelo lo istruisce di nascondersi presso una fonte e osservare. Arriva un cavaliere che si ferma a mangiare, ma ripartendo dimentica una borsa di denaro. Arriva un ragazzino, la prende e fugge. Giunge infine un cieco e allo stesso tempo ritorna il cavaliere. Nasce la disputa per la borsa scomparsa e il cavaliere uccide il vecchio cieco. L’Angelo spiega a Mosè che questa è la giustizia di Dio: il vecchio da giovane aveva ucciso i genitori del cavaliere, che quindi ha potuto vendicarsi. Il ragazzino invece era il figlio della coppia che era stata derubata dal cavaliere, quindi è stato ricompensato. Morale: è Dio a decidere. Ciò che sembra incomprensibile ha in realtà un fine recondito nel disegno di Dio che noi non possiamo conoscere. Dobbiamo solo avere pazienza (sabr), Dio è la volontà di Dio.
L'incontro di Mosè con Khidr
Al riguardo si narra ancora un fatto accaduto a Mosè, che incontra un misterioso personaggio coranico dotato di scienza divina: Khidr, “il verde”. Mosè gli chiede di conoscere la scienza di Dio ed egli lo invita a seguirlo, senza però mai interrogarlo sulle sue azioni. Khidr fa naufragare una nave, uccide un giovinetto e raddrizza un muro caduto. Dopo ogni fatto Mosè, senza dimostrare pazienza, chiede spiegazioni e le ottiene solo alla fine: ha fatto naufragare la nave per salvarla dal futuro assalto di pirati, ha ucciso il giovinetto perché era un perverso malvagio e in quel modo Dio avrebbe dato ai genitori un figlio migliore, ha rieretto il muro perché sotto c’è un tesoro e quando Dio vorrà esso tornerà al legittimo proprietario. Si tratta di atti apparentemente illogici, che in realtà hanno un perché a noi sconosciuto. Khidr afferma: “Quello che io ho fatto, non l’ho fatto io”. È stato soltanto uno strumento di Dio.
La confutazione di Ghazali
Tutto ciò va contro la concezione razionalista mut’azilita del fatto che Dio è buono e non fa il male. Ghazali la confuta affermando: il male esiste, ma non possiamo conoscere il disegno di Dio. Per salvaguardare la sua onnipotenza, dobbiamo ammettere che Egli può fare il male. Ciò invece è negato dai mut’aziliti: se fosse vero, Dio sarebbe Ingiusto.
Domande da interrogazione
- Qual è il problema centrale della teodicea?
- Come viene distinta la potenza di Dio nel pensiero occidentale?
- Qual è il concetto di giustizia divina secondo il testo?
- Cosa rappresenta la parabola di Mosè e l'angelo?
- Qual è la posizione di Ghazali riguardo al male e alla giustizia divina?
Il problema della teodicea riguarda l'esistenza del male nel mondo e la questione di come un Dio buono possa permetterlo. Le tre soluzioni proposte non riescono a risolvere il dilemma, evidenziando le contraddizioni nel pensiero teologico.
La potenza di Dio è distinta in due categorie: assoluta, priva di vincoli, e ordinata, dove Dio agisce ma non può contraddire le sue stesse azioni. Questo porta a una visione di Dio che può apparire sia irrazionale che impotente.
La giustizia divina implica che Dio deve premiare i buoni con il paradiso e punire i malvagi con l'inferno, altrimenti sarebbe ingiusto. Questo concetto è legato all'idea che Dio agisce sempre per il bene.
La parabola illustra come le azioni di Dio possano sembrare incomprensibili, ma hanno un fine recondito nel suo disegno. Essa sottolinea la necessità di avere pazienza e fiducia nella volontà divina.
Ghazali sostiene che il male esiste e che non possiamo comprendere il disegno di Dio. Per mantenere la sua onnipotenza, è necessario ammettere che Dio può compiere atti che noi consideriamo male, contrariamente alla visione mut’azilita che nega questa possibilità.