Concetti Chiave
- Il Quattrocento segna una transizione linguistica con il ritorno del latino, influenzato dall'interesse per le civiltà classiche, mentre il volgare inizia a emergere come lingua letteraria grazie a Dante e Petrarca.
- Nel XVI secolo, il dibattito linguistico è animato da figure come Baldassare Castiglione e Machiavelli, che offrono prospettive diverse sull'importanza dell'uso corrente e della lingua fiorentina.
- Machiavelli sostiene che la lingua fiorentina, pur arricchendosi di vocaboli esterni, mantiene la sua identità e deve essere considerata la lingua volgare per eccellenza, superando modelli letterari statici.
- Pietro Bembo propone una tesi arcaizzante, sostenendo che gli scrittori debbano puntare all'eccellenza per i posteri, evitando l'uso popolare e ispirandosi agli Antichi solo quando superiori ai contemporanei.
- Il dibattito linguistico riflette le trasformazioni culturali del periodo, evidenziando il crescente riconoscimento del volgare e la tensione tra tradizione e innovazione nell'uso della lingua.
Indice
Evoluzione della Lingua nel Quattrocento
La questione della lingua comincia a svilupparsi fra il Quattrocento e il Cinquecento. Il Quattrocento, dopo la diffusione del volgare, segna il ritorno del latino, a seguito dell’interesse per le civiltà classiche. Nei secoli precedenti, i volgari si erano diffusi notevolmente, fino ad essere utilizzati come lingua letteraria. Dante aveva contribuito alla fortuna del volgare sia sul piano pratico (Divina Commedia e Convivio), sia su quello teorico (De vulgari eloquentia). Petrarca aveva decisamente optato per il latino, limitando il volgare solo a pochi generi specifici come nel Canzoniere o ne I Trionfi, cercando, però, di dare al volgare un decoro formare simile al latino. Le sue scelte stanno alla base del dibattito sulla lingua nel XV secolo.
La storia della lingua letteraria del Quattrocento e del primo Cinquecento è caratterizzata da due fasi, assai nettamente distinte:
1) Il periodo che va dal 1400 al 1480 vede il dominio pressoché incontrastato del latino, chiamato latino umanistico
2) Il periodo dal 1480 al 1550 registra un recupero lento, ma significativo e progressivo della lingua volgare
Dibattito Linguistico nel XVI Secolo
Nel XVI secolo, tre grandi scrittori si inseriscono nel dibattito.
Baldassare Castiglione riporta sua posizione sulla questione della lingua nel Libro del Cortegiano (1513-1518). La sua tesi, che si colloca a uguale distanza fra il fiorentino vivo e il fiorentino arcaico del Boccaccio, parte da un principio molto importante: l’uso è la vera forza che regola il “parlare bene”; viceversa, l’utilizzo di termine che non abbiamo consuetudine di usare è un vizio da rigettare. Non tutti i linguisti dell’epoca condividevano questa posizione. In sostanza, la concezione della lingua del Bembo è piuttosto duttile, perché essa deve tener conto del variare dei tempi, delle circostanze e degli argomenti da trattare. Per esempio, egli sostiene di non aver potuto utilizzare il volgare arcaico del Boccaccio perché il Decameron e il Cortegiano appartengono a due generi diversi. Tuttavia non è favorevole all’uso del toscano della sua epoca; giudica invece positivo lo scambio linguistico fra diverse nazioni che contribuisce ad arricchire una lingua di nuovi vocaboli e di nuove espressioni. In sintesi egli sostiene una lingua che sia duttile, eclettica, ritagliata sull’uso, aperta a scambi con altre lingue e soprattutto che prenda come riferimento le parlate in uso presso le corti dei Stati italiani e, pertanto, con un taglio nobile.
Machiavelli e la Lingua Fiorentina
Nicolò Machiavelli confuta la tesi secondo cui la lingua usata dai grandi scrittori del Trecento fosse una lingua comune. Egli, a tal fine, enuncia un principio importante: ogni lingua venendo contatto on altre lingue, assume nuovi vocaboli, pur tuttavia rimanendo sempre se stessa, non si snatura, anzi, adatta dal punto di vista morfologico e fonetico i nuovi termini alle proprie regole.. In sintesi, la lingua fiorentina, acquisendo nuovi vocaboli da altre lingue si arricchisce. Soltanto con trascorrere di molti secoli una lingua, in presenza di particolari circostanze si modificano talmente da snaturarsi. In questo caso, è ovvio che Machiavelli pensa al latino che ha dato origine alle lingue volgari. Per Machiavelli, tutti quei vocaboli e quelle forme che indichiamo come comuni, in realtà sono tali perché gli altri dialetti li hanno derivati dal fiorentino, che è la lingua egemone nel sistema linguistico della penisola italiana.
Per Machiavelli la lingua volgare per eccellenza, è il fiorentino contemporaneo a cui ci si deve attenere e non ai modelli letterari cristallizzati. Il concetto del Machiavelli, grosso modo, viene ripreso anche da Giuliano de’ Medici (uno dei protagonisti delle Prose della volgar lingua del Bembo) che sostiene la mutevolezza delle lingue nel tempo e l’opportunità che essa si adegui alle circostanze, con lo scopo di farsi capire dai contemporanei.
Tesi Arcaizzante di Pietro Bembo
La tesi di Pietro Bembo viene definita anche “arcaizzante” e si basa sui seguenti principi:
1) gli scrittori non devono tendere a piacere agli uomini del proprio tempo, ma soprattutto ai posteri, per cui essi devono mirare all’eccellenza assoluta;
2) per raggiungere l’obiettivo dell’eccellenza, occorre evitare l’uso popolare (che dà notorietà soltanto nel proprio tempo), come del resto fecero nel passato i classici;
3) i competenti che possono giudicare l’eccellenza di un’opera letteraria sono molto pochi ed è del loro giudizio che va tenuto conto
4) non è sempre necessario imitare gli Antichi per perseguire l’obiettivo dell’eccellenza (Cicerone e Virgilio non hanno mai imitato Ennio e se lo avessero fatto i loro scritti non sarebbero stati eccellenti); è indispensabile seguire l’esempio degli Antichi quando essi sono migliori dei contemporanei dal punto di vista linguistico e letterario: in questo caso, imitare gli Antichi non significa scrivere ai morti, come aveva detto Giuliano de’ Medici perché se si raggiunge l’eccellenza lo scrittore avrà sempre un pubblico di lettori affezionato.
In sintesi, Bembo risolve la questione della lingua, proponendo un tesi aristocratica che rispecchia, fra l’altro, uno dei più importanti principi informatori dell’Umanesimo e sarà proprio tale tesi che risulterà vincente nel Cinquecento.
Domande da interrogazione
- Qual è l'importanza del Quattrocento nell'evoluzione della lingua italiana?
- Come si distingue il dibattito linguistico del XVI secolo?
- Qual è la posizione di Machiavelli riguardo alla lingua fiorentina?
- Quali sono i principi fondamentali della tesi arcaizzante di Pietro Bembo?
- In che modo la concezione della lingua di Bembo ha influenzato il Cinquecento?
Il Quattrocento segna un periodo cruciale per la lingua italiana, con il ritorno del latino a causa dell'interesse per le civiltà classiche, mentre il volgare inizia a essere utilizzato come lingua letteraria, grazie a figure come Dante e Petrarca.
Nel XVI secolo, il dibattito linguistico è caratterizzato da posizioni diverse, come quella di Baldassare Castiglione, che sostiene che l'uso della lingua deve essere duttile e aperto agli scambi con altre lingue, contrariamente a una visione più rigida.
Machiavelli afferma che la lingua fiorentina, pur arricchendosi di nuovi vocaboli da altre lingue, rimane sempre se stessa e non si snatura, sostenendo che è la lingua volgare per eccellenza a cui attenersi.
La tesi di Bembo si basa sull'idea che gli scrittori debbano mirare all'eccellenza per i posteri, evitando l'uso popolare e seguendo l'esempio degli Antichi solo quando sono superiori ai contemporanei, riflettendo un principio aristocratico dell'Umanesimo.
La concezione aristocratica della lingua proposta da Bembo, che privilegia l'eccellenza e l'imitazione degli Antichi, si afferma come vincente nel Cinquecento, influenzando profondamente la letteratura e la lingua italiana.