Concetti Chiave
- Leopardi nasce a Recanati nel 1798, primo figlio del conte Monaldo e della marchesa Adelaide Antici, con una madre che esercita un'influenza dura sulla sua formazione.
- La sua formazione culturale avviene attraverso precettori ecclesiastici e una vasta biblioteca paterna, culminando in un periodo di intensa autoistruzione tra il 1809 e il 1816.
- Intorno al 1816, Leopardi vive una "conversione letteraria" che lo porta a riconoscere i valori artistici, dando vita a opere significative come "L'idillio" e "Le rimembranze".
- La sua filosofia si distingue per un pessimismo radicale, criticando la civiltà per aver distrutto le illusioni che rendono la vita sopportabile, portando alla concezione di "pessimismo storico".
- Leopardi sviluppa una visione ambivalente della civiltà, riconoscendo sia il suo ruolo nel rivelare la verità della condizione umana, sia il suo potere di rendere l'uomo più egoista e fragile.
Indice
Infanzia e famiglia di Leopardi
Nacque a Recanati il 29 giugno del 1798, primo figlio del conte Monaldo, e, della marchesa Adelaide Antici.
La durezza della madre, incide profondamente su Giacomo.
Un anno dopo Giacomo, nasce Carlo, e, nel 1800, Paolina.
Infine, degli altri sette fratelli, che, si susseguirono, ne sopravvive solo uno: Pierfrancesco.
Formazione e conversione letteraria
La formazione culturale dei tre fratelli maggiori, viene affidata a precettori casalinghi, che sono, in realtà, ecclesiastici, che, condividono il gretto classicismo di Monaldo, e, le esigenze religiose della bigotta Adelaide.
Giacomo, ha un rapporto diretto con la sua ricchissima biblioteca paterna, e, tra il 1809, e il 1816, si svolgono quei “sette anni di studio matto e disperatissimo”, che, conferiranno, alla cultura di Giacomo, una sicurezza straordinaria.
Intorno al 1816, si verifica quello che, Leopardi stesso, definì “conversione letteraria”: all’amore per l’erudizione, si sostituisce la consapevolezza dei valori artistici.
Nascono, così, L’idillio, Le rimembranze, e, L’appressamento della morte.
Incontri e delusioni
Il 1817, è un anno molto importante per Leopardi, sia per l’incontro con il letterato Giordani, sia perché, si innamora, per la prima volta, della cugina Gertrude Gassi Lazzari.
L’incontro con Giordani, segna la rottura con le posizioni cattoliche reazionarie della famiglia.
Nel 1819, Giacomo, tenta la fuga dalla famiglia, ma, scoperto dalla madre, rinuncia, scoraggiato anche da una malattia agli occhi.
Filosofia e opere a Recanati
Nel 1822, lascia Recanati, per recarsi a Roma, ma è, anche questa, una nuova delusione, facendo ritorno, a Recanati, solo dopo cinque mesi.
Qui, elabora una nuova filosofia, che, lo porta ad un combattivo pessimismo.
Dopo qualche anno, lascia di nuovo Recanati per recarsi a Milano, dove si impegna ad un commento al Canzoniere petrarchesco, e, a due antologie della letteratura italiana.
Firenze e il ciclo di Aspasia
A partire dal 1826, stabilisce, a Firenze, dei contatti con il mondo cattolico-moderato.
Nel 1827, vengono pubblicate, a Milano, le Operette morali, dall’editore Stella.
Recatosi a Pisa, ritorna alla scrittura poetica, e, scrive A Silvia.
Leopardi, poi, è costretto a ritornare a Recanati, per essere impossibilitato a mantenersi.
A Recanati, dal 1828, al 1830, passa sedici mesi d’insopportabile depressione, ma, compone altri quattro grandi canti: Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, e, Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia.
Intanto, gli amici toscani, mettono, a disposizione di lui, una somma sufficiente per vivere, a Firenze, per un anno.
Leopardi, accetta, lasciando Recanati.
A Firenze, attraverso la sua amicizia con il giovane Ranieri, scrittore napoletano, incontra l’affascinante Fanny Tozzetti, della quale s’innamora, e, per la quale scrive alcune canzoni, che, formano il cosiddetto ciclo di Aspasia.
Nel 1831, a Firenze, scrive la prima edizione dei Canti.
Ultimi anni e morte
Nel 1833, si reca, insieme al suo amico Ranieri, a Napoli, ma, le sue condizioni di salute, peggiorano.
In questo periodo, scrive I pensieri.
Tra il 1836, ed il 1837, scrive, a Torre Annunziata, La ginestra, e, Il tramonto della luna.
Tornato a Napoli, si aggrava, e, muore, il 14 giugno 1837.
Il “sistema” filosofico leopardiano.
Solo dopo la seconda guerra mondiale, si è riconosciuto il valore filosofico della riflessione leopardiana.
Alla fine dell’800, e, all’inizio del 900, è stata sottovalutata la prevalenza delle tendenze filosofiche antitetiche, rispetto a quelle che erano le posizioni espresse da Leopardi.
Tanto l’idealismo, che, il positivismo, non accettavano la sfiducia, di Leopardi, nel progresso, e, né nel suo radicale pessimismo.
La mancanza di un’elaborazione filosofica sistematica, non comporta il fatto che, Leopardi, sia un pensatore asistematico, anzi, è lui stesso, che definisce, teorie, alcune riflessioni di particolare importanza.
Ciò che può essere considerato asistematico, e, aperto, è il metodo leopardiano d’indagine, e, viene attribuito, alla speculazione filosofica, un bisogno esistenziale e sociale.
In definitiva, egli, non pensa perché è un filosofo, ma, in quanto essere umano e sociale.
Il vero, che, interessa Leopardi, è il vero esistenziale dell’io, e, il vero sociale dei molti.
Ogni ipotesi, quindi, dev’essere verificata, sia al cospetto della propria esperienza, sia al cospetto delle esperienze molteplici della società.
Secondo Leopardi, le leggi, devono avere un valore, sia oggettivo, che soggettivo.
E’ percepibile, l’influenza di Rousseau, quando, Leopardi, affronta il tema dell’infelicità umana: essa, non dipende dalla natura, che, è positiva e benefica, perché, capace, di produrre, illusioni generose.
L’infelicità, dipende dalla civiltà umana, perché, ha distrutto queste illusioni, che rendevano, la vita, sopportabile.
Di conseguenza, l’infelicità dell’uomo, non è un fatto insito nell’uomo stesso, ma, è storico.
Gli antichi, erano ancora capaci di grandi illusioni, mentre, i moderni, le hanno perse tutte.
Si parla, a questo proposito, di pessimismo storico di Leopardi.
Tra il 1819, ed il 1823, questo sistema della natura, e, delle illusioni, “entra in crisi”, venendo meno anche, l’adesione di Leopardi, al cattolicesimo.
Egli, abbraccia, definitivamente, le idee illuministiche, in virtù delle quali, il comportamento umano, è volto alla conquista dell’utile.
Successivamente, Leopardi, acquista una concezione rigorosamente materialistica, definendo, l’uomo, corpo che pensa, e, affermando che, la causa dell’infelicità umana, è data dal rapporto tra, il bisogno dell’individuo, di essere felice, e, la possibilità di poter realizzare, oggettivamente, questa felicità.
Nasce la “teoria del piacere”: il piacere desiderato, è sempre superiore a quello effettivamente conseguito, e, così, l’uomo, deluso dagli appagamenti reali, va alla ricerca delle illusioni, sperando di raggiungere, la felicità, solo nell’immaginazione.
Queste riflessioni, portano, a ridisegnare, un concetto di natura, che, è l’unica colpevole dell’infelicità dell’uomo, perché, determina, una tendenza, a infondere, negli uomini, il bisogno di felicità, senza, però, soddisfare, tale bisogno; anzi, contribuisce a fare, della vita umana, un insieme di delusioni, di sofferenza, e, di noia, con lo scopo, di procedere, verso la morte.
In questa seconda definizione di natura, Leopardi, arriva al “pessimismo cosmico”, dove, la vita stessa, nella sua concezione universale, è orientata solo a perpetrare l’esistenza umana, senza tenere, in alcun modo, conto del piacere degli individui.
Alla condanna della civiltà, si sostituisce, ora, una considerazione ambivalente di essa, cioè, positiva, e, negativa, allo stesso tempo.
Da una parte, la civiltà, è un’arma, attraverso la quale, l’uomo, ha smascherato la verità della propria condizione, recuperando, così, la dignità della coscienza.
Dall’altra parte, la civiltà, sottraendo, l’uomo, al dominio delle forze naturali, e, delle illusioni, lo ha reso, più egoista, e, più fragile.
Tra il 1823, ed il 1827, Leopardi, espone, nelle Operette morali, i risultati pessimistici della propria filosofia, e, si assiste, ad una valorizzazione, del momento sociale dell’esperienza umana.
A questo punto, il pensiero leopardiano, assume, i connotati, di un progetto di civiltà: gli uomini, consapevoli del male comune, e, del nemico comune (la natura), devono allearsi, per ridurre, il più possibile, il dolore, potendo, così, accrescere, la felicità, loro consentita, dal loro stato fisico-biologico.
Domande da interrogazione
- Qual è l'importanza della formazione culturale di Leopardi nella sua vita?
- Come influenzarono le esperienze amorose Leopardi nella sua scrittura?
- Qual è la concezione di Leopardi riguardo all'infelicità umana?
- In che modo Leopardi riformula il concetto di natura nella sua filosofia?
- Qual è il messaggio sociale del pensiero leopardiano?
La formazione culturale di Leopardi, avvenuta attraverso precettori ecclesiastici e la sua ricchissima biblioteca paterna, ha avuto un impatto fondamentale sulla sua crescita intellettuale, portandolo a sviluppare una straordinaria sicurezza culturale tra il 1809 e il 1816.
Le esperienze amorose di Leopardi, in particolare l'amore per la cugina Gertrude e per Fanny Tozzetti, hanno ispirato la sua poesia, dando vita a opere significative come il ciclo di Aspasia e il poema "A Silvia".
Leopardi sostiene che l'infelicità umana non è intrinseca all'individuo, ma storica, derivante dalla civiltà che distrugge le illusioni che rendono la vita sopportabile, portando a un pessimismo storico.
Leopardi riformula il concetto di natura come responsabile dell'infelicità umana, poiché essa genera un desiderio di felicità senza soddisfarlo, contribuendo a una vita di delusioni e sofferenze, culminando nel suo pessimismo cosmico.
Il pensiero leopardiano promuove un progetto di civiltà in cui gli uomini, consapevoli del male comune e della natura come nemico, devono unirsi per ridurre il dolore e aumentare la felicità, evidenziando l'importanza della solidarietà umana.