Concetti Chiave
- Il poeta Dante descrive Stefano come un "giovinetto", in contrasto con gli Atti degli Apostoli che lo presentano come un adulto, suscitando dibattiti sulle possibili cause di questo divario.
- Alcuni studiosi ritengono che la scelta di Dante di rappresentare Stefano come giovane sia stata intenzionale, per enfatizzare la sua mansuetudine rispetto alla ferocia dei persecutori.
- Dante interpreta il momento del martirio spostando l'accasciarsi di Stefano, suggerendo che il suo inginocchiarsi sia legato alla visione celeste, per evocare un'emozione più profonda nei lettori.
- Il verso finale del poema sottolinea la pietà suscitata dalla scena del martirio, che prevale sull'ammirazione per la forza eroica di Stefano, colpendo anche i testimoni dell'evento.
- Dante utilizza il termine "giovinetto" per indicare un uomo di circa 25 anni, rendendo la gioventù di Stefano un elemento chiave nella sua rappresentazione poetica.
Indice
Contrasto tra fonti e interpretazioni
Il poeta dice che Stefano quando fu lapidato dai Giudei infuriati era «giovinetto» (107); fu primo lo Scartazzini, a trovare ciò in contrasto con gli Atti che narrano la lapidazione (Act. Ap. VI-VII) e che presenterebbero Stefano come un adulto; un divario che sarebbe nato da una confusione del codice che Dante leggeva o da un suo errore di lettura o di memoria: egli avrebbe attribuito a Stefano la qualifica di 'adulescens' che invece effettivamente si riferisce a Saulo (poi Paolo), nominato come presente all'episodio.
Interpretazioni poetiche e intenzioni
Secondo altri invece, e sono i più, il fatto sarebbe stato intenzionale: con esso il poeta avrebbe voluto accentuare, o per così dire rendere più visibile, la mansuetudine del martire, in contrasto con la ferocia dei suoi lapidatori.
Il problema è stato variamente analizzato e interpretato nelle sue conseguenze poetiche; ma in realtà non esiste; non c'è nulla, negli Atti, che faccia pensare a uno Stefano adulto, se non l'espressione «virum plenum fide», la quale può benissimo riferirsi a un giovane, e comunque 'vir' in questo caso vale genericamente 'persona".
"Poi vidi genti accese in foco d'ira
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a sé pur: « Martira, martira!».
E lui vedea chinarsi, per la morte
che l'aggravava già, inver' la terra,
ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
orando a l'alto Sire, in tanta guerra,
che perdonasse a suoi persecutori,
con quello aspetto che pietà diserra."
Del resto, con la parola «giovinetto» Dante designava non già un ragazzo ma un uomo sui 25 anni (cfr. Cv IV xxIv 1-3; Pd VI 52-53; in Pd XI 58-59 è detto che S. Francesco «giovinetto, in guerra / del padre corse», e aveva 24 anni). Negli Atti il poeta trovava, al contrario, qualcosa che lo guidava nella direzione della gioventù di Stefano: leggeva infatti che i membri del Sinedrio, dinanzi al quale era stato trascinato, videro «faciem eius tanquam faciem angeli» (VI 15); e gli angeli nessuno se li è mai raffigurati vecchi e neppure adulti.
Descrizione poetica del martirio
Il testo degli Atti dice che in punto di morte Stefano, piegate le ginocchia («positis...genibus»), invocò da Dio il perdono degli uccisori: ed è forse da intendere che egli s'inginocchio per pregare. Dante invece interpreta la frase evangelica come designante il cader giù del corpo di lui per effetto della morte sopravveniente, e sposta nel racconto, rispetto agli Atti, questo accasciarsi, facendolo coincidere con la visione celeste: in ambedue i casi è evidente l'intenzione del poeta di suscitare nei lettori pietà.
Il verso finale, «con quello aspetto che pietà diserra», interpretato secondo che e più probabile, riassume la scena appunto in modo che la pietà per il corpo martoriato prevale sull'ammirazione per la fortezza eroica della testimonianza e del perdono: pietà che il poeta attribuiva a coloro che assistettero al martirio nella Terra Santa e a sé stesso che vi assisté in «visione / estatica» nel Purgatorio.
Domande da interrogazione
- Qual è il contrasto principale tra le fonti riguardanti il martirio di Stefano?
- Qual è l'intenzione poetica di Dante nel descrivere Stefano come un "giovinetto"?
- Come viene interpretata la frase "virum plenum fide" in relazione all'età di Stefano?
- In che modo Dante modifica la narrazione del martirio rispetto agli Atti?
- Qual è l'effetto finale della descrizione del martirio di Stefano secondo Dante?
Il poeta Dante descrive Stefano come un "giovinetto", in contrasto con gli Atti degli Apostoli che lo presentano come un adulto. Questo divario potrebbe derivare da un errore di lettura o memoria di Dante, o da una confusione nel codice che utilizzava (come indicato nel testo).
Dante potrebbe aver voluto accentuare la mansuetudine del martire in contrasto con la ferocia dei suoi persecutori, rendendo la scena più toccante e visibile (come suggerito nel testo).
La frase può riferirsi a un giovane, poiché "vir" in questo contesto vale genericamente "persona", e non implica necessariamente un adulto, come evidenziato nel testo.
Dante interpreta il momento della morte di Stefano come un accasciarsi del corpo in coincidenza con la visione celeste, spostando l'azione rispetto agli Atti, per suscitare pietà nei lettori (come descritto nel testo).
Il verso finale enfatizza la pietà per il corpo martoriato, che prevale sull'ammirazione per la fortezza eroica, suscitando una profonda emozione sia nei testimoni del martirio che nel poeta stesso (come indicato nel testo).