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TEORIA DELLE EMOZIONI

1.1. L’EMOZIONE COME FENOMENO PLURICOMPONENZIALE

L’emozione rappresenta un fenomeno complesso perché formata da più componenti, perché è rispettivamente un

fenomeno psicofisiologico, un fenomeno di natura cognitiva, di natura sociocognitiva e una forma di linguaggio. Pertanto

non è possibile dare all’emozione una definizione univoca, ma differenti definizioni ognuna delle quali non esclude

necessariamente l’altra. Si è cominciato a parlare di emozione già nel pensiero greco classico, un primo contributo

significativo si deve ad Aristotele che ha descritto le emozioni come reazioni che conseguono alla valutazione cognitiva

di determinati stimoli o come “affezioni” che influiscono sui giudizi degli uomini e sono accompagnate da piacere e

dolore. Nei confronti di ciascun stato emotivo, Aristotele individua: 1. una componente cognitiva; 2. una componente

legata al contesto sociale; 3.una tendenza a un certo comportamento; 4. uno stato di attivazione fisiologica.

Riconoscendo in questo modo il carattere pluricomponenziale delle emozioni. L’emozione si connota come parametro

che ci permettere di identificare situazioni che hanno una valenza favorevole e sfavorevole rispetto agli interessi

dell’individuo.

Cartesio pur condividendo il pensiero stoico secondo cui la forza dell’anima sta nel vincere le emozioni ed arrestare

l’attivazione fisiologica che l’accompagnano, ha introdotto la separazione tra corpo e mente ed ha parlato di emozioni

semplici e composte.

Anche pensatori diversi come Hobbes, Pascal, Rousseau e Kant hanno parlato di passione come emozione che

domina e controlla la personalità umana.

Con Darwin nella metà dell’800 le emozioni sono sottoposte ad un’indagine scientifica, attraverso la teoria

dell’evoluzione, e sono connotate come strumento funzionale all’adattamento. Nello stesso periodo anche James e

Lange parleranno di “teoria somatica delle emozioni”.

Dire che l’emozione è complessa non significa dire che è difficile da comprendere, ma che bisogna tenere in

considerazione l’interdipendenza di cui si alimenta il rapporto tra diverse componenti del fenomeno emotivo.

1.2. L’EMOZIONE COME FENOMENO COGNITIVO

L’emozione implica il concorso di più componenti e si esprime, quindi, su più livelli. I modelli che vedono l’emozione

come un fenomeno cognitivo ritengono che essa non può essere definita in assenza di adeguate elaborazioni e processi

di natura inferenziale, proprio perché sono le inferenze e i ragionamenti che guidano l’etichettamento di un determinato

stato mentale come emotivo. (ricorda esperimento di Schachter e Singer con la somministrazione dell’adrenalina

pag.26). Siamo davanti quindi ad un soggetto psicologico che percepisce e categorizza il proprio ambiente e interpreta

gli eventi che vi accadono secondo il proprio interesse e i propri desideri. Questo approccio però non vuole ridurre il

livello emotivo a quello cognitivo, ma vuole rivedere in senso critico la dicotomia tra emozione e cognizione, posta dagli

studi precedenti, che hanno visto la prima come perturbazione, interferenza e conflitto, e la seconda come un processo

di controllo, di regola, di chiarezza e di organizzazione. I modelli cognitivi, quindi, vogliono superare questa dicotomia.

I modelli cognitivi possono essere raggruppati in tre categorie: le teorie interpretative, secondo cui l’emozione è il

risultato della combinazione dell’attivazione fisiologica e dell’interpretazione di natura cognitiva; le teorie delle

valutazioni cognitive, secondo cui la componente cognitiva è parte integrante dell’emozione e ne può costituire la

causa diretta; le teorie della rappresentazione cognitiva, secondo cui le esperienze emotive presentano diversi

formati attraverso cui possono essere concettualizzate a livello mentale. Sebbene diverse queste teorie hanno come

assunto comune la relazione di dipendenza reciproca tra cognizione ed emozione.

Nell’ambito della psicologia dello sviluppo la concezione dell’emozione come fenomeno cognitivo sottolinea il ruolo attivo

del soggetto visto come soggetto dotato di competenze, capacità e strumenti per interpretare gli stimoli dovuti ad una

risposta emozionale. Tuttavia questo concetto varia a seconda dell’età: secondo l’approccio attivazionale-cognitivo,

nelle prime fasi di vita infantile non vi sono emozioni distinte ma stati di attivazione o di tensione, quindi stati di

benessere o di malessere dipendono dall’intensità dell’attivazione; secondo la teoria differenziale le emozioni

compaiono precocemente e sono influenzate sia dallo sviluppo cognitivo sia da quello sociale.

1.3. L’EMOZIONE COME FENOMENO SOCIOCOGNITIVO

Le emozioni sono da considerarsi anche dei fenomeni sociali, legate all’interazione umana e al contesto ambientale in

cui si verificano. A questo proposito ci sono due posizioni: la prima, definita versione costruttivista forte, che ritiene che

ciò che determina le esperienze emotive individuali sono il linguaggio e il sistema di regole e valori di una determinata

comunità sociale; la seconda, definita costruttivista debole, riprende il concetto della prima, ma consente un’analisi dei

suoi assunti teorici, e delinea il ruolo che svolge il contesto sociale per la definizione della risposta emotiva.

Secondo l’approccio sociocognitivo i bambini hanno una conoscenza organizzata rispetto al funzionamento emotivo

(script emotivo), che implica una serie di azioni in sequenza, influenzate dal contesto. Gli script sono costruzioni

cognitive fluide e permeabili alle caratteristiche del contesto ed è il significato delle relazioni coinvolte nel contesto in cui

viene provata l’emozione che costruisce uno script emotivo.

Bisogna inoltre definire gli aspetti “trasversali” delle emozioni, che accomunano tutte le emozioni e costituiscono in tal

senso gli “universali” del fenomeno emotivo, e gli aspetti che invece assumono valenze di significato diverse a seconda

dei contesti sociali in cui si collocano.

1.4 L’EMOZIONE COME LINGUAGGIO

L’emozione è un repertorio di competenze e questo repertorio è come un linguaggio, ossia un veicolo comunicativo

dotato di un proprio vocabolario, di proprie forme sintattiche, di propri significati e di una propria gamma di effetti

pragmatici. Nel suo ruolo di linguaggio l’emozione va considerata in funzione di due forme: le forme preverbali e

prelinguistiche, cioè vocali, mimica facciale, gesti, sistema prossemico, sistema aptico ed elementi posturali; la forma

verbale, cioè le parole con le quali esprimiamo le emozioni. La forma verbale ha le sue origini in quella preverbale in

quanto esiste già nel bambino una precoce capacità di comprendere le emozioni altrui e di regolare le proprie in funzione

di queste. Quando parliamo di linguaggio delle emozioni, tuttavia, facciamo riferimento allo studio del livello verbale, che

viene definito lessico emotivo distinto in: referenziale, concettuale e semantico. Di quello referenziale e concettuale se

ne parlerà in seguito mentre quello semantico riguarda i significati e le etichette verbali attribuiti alle emozioni e prevede

che il significato non sia separabile dal concetto e dall’esperienza corrispondente. Il lessico emotivo, dunque, è il

significato che le persone attribuiscono quotidianamente ai termini emotivi utilizzati negli scambi comunicativi con gli altri.

Sulla base di questi assunti il linguaggio delle emozioni viene concepito in stretto rapporto con i concetti ad esso sottesi

e , a sua volta i significati dei termini emotivi sono concepiti come collegati alla natura dell’esperienza emotiva.

1.5 FUNZIONALITA’ E INTERDIPENDENZA DELLE COMPONENTI EMOTIVE: IL CONCETTO DI COMPETENZA

EMOTIVA.

Quando si parla di competenza in relazione alle emozioni si fa riferimento alla necessità

dell’individuo di affrontare i cambiamenti dell’ambiente così da ricavarne maggiori capacità di

differenziarsi, di adattarsi, di essere efficace di avere fiducia in se stessi.

La competenza emotiva implica abilità, conoscenza, efficienza, padronanza e soprattutto organizzazione. Una persona

riesce a realizzarla in forma + o meno compiuta se ciascuna delle componenti detta poc’anzi funzioni correttamente e

comunichi con le altre.

Per Gordon i bambini sviluppano una cultura emozionale solo dopo aver compreso il significato culturale di

un’emozione,e che permette loro di imitare, evocare sopprimere l’emozione. Secondo Denham tre sono gli elementi per

comprendere la qualità delle nostra competenza emotiva: l’espressione delle emozioni, la loro comprensione e la loro

regolazione. Saarni invece sottolinea che il legame tra componente emotiva e componente sociale sia essenziale per

concettualizzare in maniera adeguata lo sviluppo. Per capire in quale modo un bambino può diventare un soggetto

emotivamente competente dobbiamo fare riferimento a un insieme complesso di componenti, che si possono

schematizzare in otto abilità basilari: 1) consapevolezza del proprio stato emotivo; 2) capacità di riconoscere e

discriminare le emozioni; 3) capacità di utilizzare il lessico emotivo e capacità di acquisire script emotivi legati a diversi

ruoli sociali; 4) capacità di coinvolgimento empatico delle esperienze emotive; 5) capacità di comprendere che lo stato

emotivo interiore non corrisponde necessariamente alla manifestazione emotiva esteriore; 6) capacità di usare strategie

di autoregolazione per affrontare emozioni negative ed angoscianti; 7) consapevolezza che le relazioni sono definite in

larga misura dal modo in cui le emozioni sono espresse e dalla reciprocità delle emozioni al loro interno; 8) capacità di

autocontrollo emotivo per controllare e padroneggiare le proprie esperienze emotive.

CAP.2

2.1 ALLE ORIGINI DELLE EMOZIONI: GLI STUDI EVOLUZIONISTICO-COMPARATIVI E LA PROSPETTIVA

PSICOBIOLOGICA.

Una considerevole parte di ricerca sulle emozioni è stata fatta da Darwin che ha visto l’emozioni come il frutto della

selezione naturale e il risultato di tentavi della specie di adattarsi al proprio ambiente. L’espressione delle emozioni in

chiave evoluzionistica può essere studiata seguendo tre principi: il primo afferma che le emozioni sono atti motori che, in

forza dell’abitudine, si sono associati a determinati bisogni di cui espletavano specifiche funzioni; il secondo, definito

dell’antitesi, afferma che emozioni opposte, tipo rabbia e amore, generano comportamenti e stati fisici opposti; il terzo

afferma che le espressioni emozionali sono costituite da movimenti di scarico dell’energia nervosa, dando luogo a

movimenti espressi come il saltare o l’urlare.

La prospettiva psicobiologica cerca di individuare i meccanismi e le strutture cerebrali che sottendono i diversi sistemi

emotivi. Con lo sviluppo della tecnologica si è visto che le aree cerebrali implicate nelle emozioni sono: la corteccia

prefrontale, la corteccia cingolata anteriore, l’ippocampo e l’amigdala, i nuclei accumbens e mesolimbico (questi ultimi

due sono implicati in stati emotivi positivi e sono attivati dalla dopamina). L’amigdala gioca un ruolo di fondo per

l’attivazione della paura ed è un sistema di vigilanza e di percezione del pericolo. Tra i due emisferi, quello destro è

attivato da emozioni negative, mentre quello sinistro da emozioni positive. Infine, la corteccia prefrontale è preposta al

controllo comportamentale e valuta ciò che è positivo e negativo per il soggetto. Tuttavia la presenza di componenti

biologiche nel funzionamento emotivo non deve far pensare che sia possibile ridurre l’emozione al cervello e al suo

funzionamento.

2.2. LA PROSPETTIVA ONTOGENICA E I PRECURSORI DELLO SVILUPPO EMOTIVO

Secondo la teoria differenziale esiste un numero di emozioni innate e universali rispetto alle quali si costruisce la

competenza emozionale. Queste emozioni sono definite primarie e presentano una corrispondenza tra espressione

facciale e ed esperienza soggettiva. Fin dalle più precoci fasi dello sviluppo, l’espressione del volto costituisce la prima

manifestazione delle esperienze emotive interne, garantendo al bambino un efficace strumento comunicativo. Con il

passare del tempo, però, il bambino imparerà a separare l’espressione dall’esperienza emotiva corrispondente e,

utilizzando le regole dell’esibizione, saprà cosa e come esprimersi emotivamente in determinate situazioni relazionali.

Tale teoria raccoglie i contributi della prospettiva costruttivista, secondo cui le emozioni sono dei costrutti psicologici che

traggono la loro origine da un iniziale stato emotivo indifferenziato di eccitazione, che via via nel corso del tempo tende a

differenziarsi.

Bridges ha osservato per 3-4 mesi il comportamento di 62 bambini di età compresa tra un mese e due anni. Alla fine del

suo percorso notò che nei primi tre mesi i bambini passavano da uno stato generale di eccitazione per poi,

successivamente, differenziare uno stato emotivo di sconforto e uno positivo di piacere. Tra i 6 e i 12 mesi dallo stato di

sconforto si differenziavano la collera, il disgusto e la paura, mentre da quello di piacere si differenziava l’affetto per gli

adulti. A 18 mesi compariva la gelosia, sul versante degli stati negativi, e l’affetto sul versante degli stati positivi. Le

condotte emotive, quindi, si modificano attraverso l’apprendimento in relazione a diverse tipologie di situazioni.

Sroufe riprendendo la teoria cognitivo-attivazionale di Schacther ha proposto una visione integrata dello sviluppo, dove

emozione e cognizione sono interdipendenti e gli stadi dello sviluppo possono essere una proprietà di entrambe le

dimensioni, strettamente interconnesse alla dimensione sociale. Secondo Sroufe le emozioni sono strumenti

attraverso cui organizziamo le nostre risposte ai cambiamenti ambientali. Ciascuna emozione sorge da prototipi

fisiologici che garantiscono reazioni riflesse a partire da stati di tensione o attivazione. Lo sviluppo emotivo, al pari

da quello cognitivo e sociale da cui non può essere disgiunto, è costituito da comportamenti precedenti che

rendono possibili quelli successivi, ma non li specificano. Alla nascita non possiamo parlare di emozioni vere e

proprie perché si può parlare di emozioni solo nel momento in cui si associano ad un significato, e ciò avviene a

partire dai 5-6 mesi di vita.

2.3. INFANZIA: COMPARSA E SVILUPPO DELLE EMOZIONI

Il bambino sin dalle precoci fasi del suo sviluppo è un essere attivo, emotivamente coerente e competente, ed è in grado

di comunicare con altre persone emotivamente orientate verso di lui. La comunicazione non verbale è il codice esclusivo

di questo periodo di vita.

Alcuni studi hanno dimostrato che già nel feto sono riconoscibili stati di benessere o di sofferenza neurologica, così

come è presente il riconoscimento dell’espressione vocale materna. Già Darwin aveva dimostrato che i bambini riescono

a produrre e riconoscere emozioni a partire da meccanismi innati e, ricerche successive, hanno dimostrato che i bambini

sono capaci di un coordinamento intermodale di ciò che osservano.

Possiamo individuare tre momenti che scandiscono lo sviluppo: il primo è rappresentato dalle risposte emotive già

presenti dalla nascita, in cui è operante un sistema endonico in grado di discriminare tra due macrodimensioni:

piacevolezza e spiacevolezza; il secondo, che va dai 2 mesi al 1° anno, è caratterizzato dall’emergere del sorriso sociale

e dalle emozioni di rabbia, tristezza, collera e paura; il terzo comprende la comparsa di emozioni complesse e sociali

quali vergogna, imbarazzo e colpa, e + tardi, intorno ai 15-18 mesi, la comparsa dell’emozione del disprezzo e delle

emozioni miste. È a partire dal 2° anno che la competenza emotiva si arricchirà anche della capacità di comprendere il

carattere emozionale dell’emozione dell’altro.

2.4. ADOLESCENZA E SVILUPPO EMOTIVO

Per indagare sulla strutturazione dell’esperienza emotiva adolescenziale, si usano narrazioni autobiografiche che vanno

a costituire un modello dialogico attraverso il quale il sé si costruisce dialogando e comunicando con l’altro. Queste

narrazioni ci permetto di rilevare il modo in cui si costruisce l’evento emotigeno. A partire da questa analisi è emerso

che, nell’adolescenza, il lessico emotivo è molto alto, sono menzionate in prevalenza emozioni di base, ma anche

emozioni complesse come gelosia, vergogna e imbarazzo. Le emozioni che riguardano stati emotivi positivi sono quelle

+ citate, seguite poi da paura tristezza e rabbia; questo aspetto sembra avvalorare l’ipotesi che connota l’adolescenza

come un periodo contraddistinto anche da emozioni positive, piuttosto che da una prevalenza di stati emotivi conflittuali o

negativi. Nelle fasi + avanzate dell’adolescenza aumenta la capacità riflessiva e compaiono con + frequenza le emozioni

delle tristezza, legata a perdite, mancanze e delusioni. Attraverso le narrazioni autobiografiche, inoltre, si è potuto

analizzare anche come i ragazzi cresciuti in ambienti sociali differenti possono intendere le emozioni, infatti, è stato visto

che soggetti a rischio tendono ad attribuire significati diversi ad alcune emozioni rispetto ad adolescenti cresciuti in

famiglie normative.

Nella fase adolescenziale si è consapevoli delle emozioni proprie e altrui, il lessico emozionale è ricco e articolato, si

posseggono script emotivi adeguati che collegano le emozioni a specifici ruoli sociali ed infine si riescono a comprendere

le cause delle emozioni nei termini anche di stati mentali, mostrando una discreta capacità di regolazione e di

autocontrollo.

2.5. ETA’ADULTA E SVILUPPO EMOTIVO

Nell’età adulta lo sviluppo emotivo comprende sia elementi di variazione sia elementi di continuità e dipende da un

insieme di variabili interagenti tra loro. Negli anni ’90, in relazione allo sviluppo emotivo degli adulti, si è cominciato a

parlare di “inte

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria delle emozioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof De Sanctis Ornella.
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