Psicologia sociale
1. Fondamenti storico-teorici
La psicologia sociale si è sviluppata soprattutto negli Stati Uniti e in Europa. La psicologia sociale nordamericana comprende il comportamentismo, il cognitivismo e la sociologia microinterazionista. Il comportamentismo ha dominato la psicologia sociale americana nella prima metà del '900.
I suoi assunti di base sono il rifiuto di prendere in considerazione fenomeni non direttamente osservabili quali emozioni e pensieri e la focalizzazione sul rapporto tra ambiente e comportamenti (modello SR: stimolo-risposta). I comportamentisti sostengono che tutto il comportamento può essere spiegato in termini di premi e punizioni (rinforzi positivi e negativi) e che non esiste una psicologia dei gruppi che non sia una psicologia degli individui, in quanto la realtà sociale può essere considerata come un semplice stimolo sul soggetto.
Il cognitivismo elabora il modello SOR (stimolo-organismo-risposta), secondo cui l'organismo è attivo, guidato da spinte che derivano dalla sua stessa attività mentale, configurata come una gerarchia di strutture e processi, ed elabora i dati ambientali al fine di costruire una rappresentazione utilizzabile del mondo. Sempre nell'ambito del cognitivismo, Markus e Zajonc elaborano il modello OSOR (organismo-stimolo-organismo-risposta), in cui l'organismo non ha un semplice ruolo di mediazione tra input ed output, ma anche un ruolo attivo di selezione degli stimoli e delle risposte.
Il cognitivismo ha prodotto quattro concezioni dell'individuo come social cognizer:
- Il ricercatore di coerenza (in cui lo stato di incoerenza tra credenze e atteggiamenti è di per sé motivante al ripristino della coerenza tramite cambiamento degli atteggiamenti);
- Lo scienziato ingenuo, secondo cui l'individuo, dotato di capacità logico-razionali, raccoglie i dati necessari alla conoscenza di un dato fenomeno e giunge a delle conclusioni;
- Il risparmiatore di risorse cognitive di Taylor (cognitive miser): questa visione dell'individuo afferma che le persone, nei processi di elaborazione delle informazioni, non tengono in considerazione tutti i fattori in gioco, ma utilizzano delle euristiche, ossia delle scorciatoie di pensiero che consentono di risparmiare tempo ed energie ma che portano a distorsioni ed errori nel giudizio e nel ragionamento. Si tratta di errori dovuti a proprietà del sistema cognitivo;
- Il tattico-conoscitore motivato (motivated tactician) di Fiske e Taylor, che possiede molteplici strategie cognitive a cui fare ricorso in base agli obiettivi e ai bisogni di una situazione ed è in grado sia di pensare rapidamente, sia di soppesare con cura le informazioni. La motivazione assume un ruolo fondamentale in quanto tutta l'attività di conoscenza è un processo motivato.
La sociologia microinterazionista afferma che il soggetto è dotato di una mente capace di elaborazione simbolica, in quanto si muove in un mondo di significati, e non di stimoli oggettivi. Il soggetto costruisce e ricostruisce la realtà ed opera all'interno di una sorta di rappresentazione drammaturgica, che crea un senso di realtà condivisa.
La psicologia della Gestalt nasce in Germania a partire dai lavori di Wertheimer, Köhler, Koffka e Lewin, continua a svilupparsi negli Stati Uniti e cerca di comprendere il funzionamento della mente studiando come le parti si unifichino per formare l'esperienza cosciente. La Gestalt ha una concezione olistica: il tutto è più della somma delle parti.
La psicologia sociale europea comprende la teoria dell'identità sociale di Tajfel, la teoria delle rappresentazioni sociali di Moscovici e il sociocostruttivismo. I suoi assunti di base sono:
- La convinzione che la psicologia non possa essere imparziale davanti ai fenomeni che caratterizzano il nostro tempo;
- Il rifiuto del riduzionismo psicologico, che vede il soggetto come una tabula rasa;
- Il rifiuto del riduzionismo sociologico, che collega direttamente l'input sociale all'output sociale.
2. Introduzione alla psicologia sociale
Cos'è la psicologia sociale?
La psicologia sociale è lo studio scientifico del modo in cui le persone e i gruppi percepiscono e pensano sé stessi e gli altri, li influenzano e si pongono in relazione con loro. Nello specifico, la disciplina focalizza l'attenzione su come le persone costruiscono il loro mondo sociale e sui fattori sociali che modellano i comportamenti, le emozioni e le cognizioni.
Quando e dove è nata la psicologia sociale?
I primi studi di psicologia sociale si collocano all'interno di due approcci sviluppatisi in Europa nel XIX secolo, la psicologia della folla (di origine italo-francese) e la Völkerpsychologie (di matrice tedesca). Le prime ricerche di psicologia sociale sono quelle di Triplett e Ringelmann sulla facilitazione e l'inerzia sociale, ma la nascita della disciplina è ricondotta alla pubblicazione dei primi due manuali di psicologia sociale di McDougall e Ross nel 1908. A partire dall'inizio del XX secolo, la psicologia sociale ha avuto un notevole sviluppo negli Stati Uniti, attraversando fasi alterne di grande espansione e crisi.
In Europa, invece, la psicologia sociale si sviluppa soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, dapprima in maniera subalterna agli sviluppi statunitensi, e in seguito costruendosi una propria identità. Fautori di questa costruzione autonoma sono autori quali Tajfel e Moscovici, che rivendicano la necessità di una psicologia sociale più sociale e meno individualista. Una citazione a parte merita Kurt Lewin, europeo immigrato negli Stati Uniti, considerato unanimemente il padre della moderna psicologia sociale. I suoi contributi hanno avuto una certa rilevanza soprattutto per quanto riguarda le riflessioni epistemologiche, la teoria del campo, la dinamica dei gruppi e l'action research.
3. Metodi di ricerca per la psicologia sociale
Come operano gli psicologi sociali?
Gli psicologi sociali utilizzano il metodo scientifico, che comprende strategie di ricerca correlazionali e sperimentali. Le ricerche correlazionali indagano il legame tra due o più variabili, ma non hanno l'obiettivo di indagare la direzione di tale legame. Le ricerche sperimentali, invece, hanno l'obiettivo di testare alcune ipotesi sul legame di causa tra due o più variabili. Per fare questo, si cerca di modificare le variabili indipendenti per produrre una modifica sulle variabili dipendenti. Alcuni strumenti utilizzati sono l'intervista, il questionario e l'osservazione, ossia uno strumento di registrazione dei comportamenti, che vengono codificati attraverso categorie.
Si distingue tra un'osservazione naturalistica e una partecipante. Nel primo caso, l'osservatore è esterno a ciò che avviene e cerca di non influenzarlo in alcun modo; nel secondo caso l'osservatore è pienamente coinvolto in ciò che avviene, lo influenza e ne viene influenzato. Questo tipo di ricerca può essere condotto in laboratorio, che mostra una scarsa validità esterna e un'elevata validità interna, o sul campo, che presenta caratteristiche opposte. La validità esterna è legata alla generalizzabilità dei risultati a individui e contesti diversi da quelli oggetto della ricerca, mentre la validità interna garantisce il legame di causa-effetto tra variabile indipendente e variabile dipendente.
4. Il sé in un mondo sociale
Come definiamo il sé?
Il sé è l'insieme del concetto di sé e dell'autostima. Il concetto di sé, ossia una costellazione di elementi attraverso cui una persona descrive sé stessa, è composto, a sua volta, da due elementi: gli schemi di sé, ossia modelli mentali, considerazioni sul sé che strutturano e guida l'elaborazione di informazioni importanti per il sé (ad esempio percepirsi come intelligenti o in sovrappeso), e i sé possibili (immagini di ciò che si desidera o si teme di diventare). L'autostima, invece, è la valutazione positiva o negativa che ogni persona ha di sé, il giudizio generale che diamo rispetto a quanto valiamo.
Cosa c'è alla base della motivazione all'autostima?
Gli psicologi sociali si son domandati cosa ci sia alla base della motivazione a mantenere la propria autostima. Una delle possibili spiegazioni è che l'autostima sia una sorta di indicatore sociometrico: dal momento che le relazioni consentono la sopravvivenza, una scarsa autostima emerge in caso di rischio di rifiuto sociale, motivando ad agire con maggiore sensibilità nei confronti delle aspettative altrui. E in effetti una serie di studi conferma che il rifiuto sociale erode l'autostima e rende le persone più bisognose di approvazione.
Tory Higgins spiega invece la motivazione ad incrementare la propria autostima come un tentativo di evitare sensazioni spiacevoli quali depressione o ansia. Secondo la sua teoria della discrepanza del sé, infatti, l'autostima è definita dal grado di scarto tra come ci si vede (il Sé attuale/concetto di sé), come si dovrebbe essere per la società (Sé imperativo) e come si vorrebbe essere (Sé ideale). Questi due ultimi elementi del modello sono definiti guide del sé. Se c'è discrepanza tra il Sé attuale e una delle guide del sé, l'individuo può sperimentare stati emotivi negativi.
A proposito di autostima, Robert Wicklund elabora la teoria dell'autoconsapevolezza, in cui si sostiene che solitamente le persone non sono focalizzate su di sé, ma certe situazioni favoriscono l'insorgere di autoconsapevolezza, ad esempio quando ci si guarda allo specchio o quando si è di fronte a un pubblico. In questi casi aumenta l'autoconsapevolezza, ossia lo stato di intensificata coscienza di sé durante il quale ci si misura con i propri canoni interiori e durante il quale si avvertono maggiormente le discrepanze tra i nostri sé. Ci sono poi persone che hanno una forte tendenza all'autofocalizzazione, e che di conseguenza avvertono spesso un forte livello di autoconsapevolezza. Questa può essere privata (tendenza intimistica all'introspezione) o pubblica (tendenza a riflettere molto sulla propria immagine pubblica). Si tratta di due tratti complementari: chi ha un alto livello dell'una, tendenzialmente ha un basso livello dell'altra. È possibile ridurre la percezione di discrepanza del sé facendo progressi in modo tale da ridurla effettivamente o evitando l'autoconsapevolezza. La scelta della soluzione dipende dalla motivazione a ridurre la discrepanza e dalla percezione di autoefficacia nel poterla ridurre.
In che modo la motivazione all'autostima influisce sui nostri processi cognitivi?
La motivazione ad avere un'alta autostima influenza i nostri processi cognitivi. In generale, quando le persone con alta autostima falliscono, tendono a giustificarsi dicendo che anche le altre persone falliscono, e vanno incontro a un processo tale per cui si ostenta la propria superiorità rispetto alla norma: si tratta delle distorsioni da sopravvalutazione del sé. Sebbene molte persone soffrano di bassa autostima e di sentimenti d'inferiorità, numerosi studi hanno infatti dimostrato che si fa un uso frequente dei cosiddetti self-serving bias: nella vita di tutti i giorni, cioè, tendiamo a rimarcare i nostri successi e a giustificare gli insuccessi tramite spiegazioni da ricercarsi nel contesto in cui sono avvenuti.
Il concetto di autostima è affine a quello dell'autoeficacia, che indica quanto una persona si sente competente in uno specifico campo. Le persone con un'elevata autoeficacia e un locus of control interno sono quelle che raggiungono risultati migliori e affrontano meglio i problemi. Il locus of control è la misura in cui le persone percepiscono i risultati ottenuti come internamente controllabili mediante le loro azioni o esternamente governati da forze esterne al sé.
Cos'è l'effetto autoreferenziale?
Il sé influenza la nostra memoria attraverso un fenomeno noto come effetto autoreferenziale: si tratta della tendenza a elaborare in modo efficace e a ricordare senza difficoltà le informazioni relative a sé stessi. Quando l'informazione è pertinente con il concetto di sé, la si elabora rapidamente. L'effetto autoreferenziale illustra un fatto basilare della vita: il Sé è il centro del nostro mondo.
Come si sviluppa il sé sociale?
Le influenze genetiche sul concetto di sé sono solo parziali. Il Sé è influenzato da numerosi fattori, tra cui i ruoli che ricopriamo, i confronti che facciamo, l'identità sociale, il modo in cui gli altri ci vedono, le esperienze di successo o fallimento a cui andiamo incontro e la cultura dominante.
Per quanto riguarda il ruolo, ossia un insieme di norme che definisce come ci si dovrebbe comportare in una certa posizione sociale, sappiamo che quando se e assume uno nuovo (studente, genitore ecc.), inizialmente si è consapevoli e ci si può sentire "finti"; tuttavia, il ruolo viene gradualmente assorbito all'interno del concetto di sé. I diversi ruoli che internalizziamo costituiscono la complessità del sé, cioè il numero e la diversità degli aspetti del Sé che le persone sviluppano in relazione ai diversi ruoli, le attività svolte e i rapporti sviluppati: si può avere un certo Sé con la propria madre, un altro con gli amici e un altro a scuola.
Le relazioni contribuiscono a definire il Sé. La ricerca ha mostrato che una elevata complessità del sé protegge dalle oscillazioni dell'autostima e dell'umore, in quanto un evento, positivo o negativo che sia, ha un effetto diretto solo su uno o due aspetti del sé.
A proposito dei confronti sociali, sappiamo che le persone si confrontano con gli altri quando non sono disponibili informazioni oggettive per stabilire il proprio valore. Va detto, tuttavia, che per proteggere l'autostima si tende a paragonarsi con chi è meno abile di noi: si tratta dei confronti al ribasso.
Il concetto di sé non include soltanto l'identità personale (cioè la descrizione che una persona dà di sé stessa sulla base di caratteristiche individuali), ma anche l'identità sociale, cioè l'insieme degli aspetti di sé che derivano dalla consapevolezza di appartenere a uno o più gruppi e dal sentimento suscitato da tali appartenenze. Quando si fa parte di un gruppo ristretto circondato da uno più ampio, si è spesso consapevoli della propria identità sociale, ma quando il gruppo a cui si appartiene costituisce la maggioranza, si tende meno a pensare ad esso.
A proposito del giudizio degli altri, in sociologia è stato proposto il concetto di rispecchiamento: il modo in cui le persone pensano di essere percepite è utilizzato come una sorta di specchio per percepire sé stessi.
Anche i successi e i fallimenti definiscono chi siamo: dopo aver sperimentato il successo a livello accademico, gli studenti sviluppano una più alta stima della propria competenza scolastica, che spesso li stimola a studiare meglio e a ottenere risultati più ambiziosi.
Un ultimo fattore d'influenza è costituito dalla cultura dominante, che può essere individualista o collettivista. L'individualismo, tipico dell'Europa e degli Stati Uniti, è un concetto che prevede l'assegnazione della priorità ai propri obiettivi rispetto a quelli del gruppo e alla definizione della propria identità in termini di attributi personali invece che di identificazioni di gruppo. Il sé che si sviluppa nelle culture individualiste è detto idiocentrico, cioè basato sull'edonismo e sull'autoespressione (la motivazione a scegliere comportamenti che esprimono e riflettono il concetto di sé).
La maggior parte delle culture originatesi in Asia, Africa e America centrale e meridionale attribuisce invece un maggior valore al collettivismo, ossia la tendenza ad assegnare priorità agli obiettivi del gruppo di appartenenza e a definire la propria identità in base ad esso; il Sé tipico di queste culture è allocentrico: diviene significativo e completo nell'ambito delle relazioni sociali.
Come si arriva a conoscere il Sé?
Talvolta ci si conosce attraverso l'osservazione dei comportamenti, ma è più probabile che le inferenze su sé stessi vengano tratte da comportamenti che si ritiene di aver scelto liberamente. Spesso la conoscenza di sé è inficiata dall'esistenza di bias che proteggono la nostra autostima o da altri errori cognitivi quali l'immune neglect, ossia la tendenza a trascurare la rapidità di azione e la forza del proprio sistema immunitario psicologico, che consente di ristabilirsi emotivamente dopo un evento negativo.
Cosa sono i self-serving bias?
I self-serving bias sono errori cognitivi in cui si tende a percepire sé stessi in modo eccessivamente positivo: si tratta di meccanismi adattivi volti a preservare la propria autostima, a proteggersi dallo stress e che fungono anche da fattori protettivi per la depressione. Credere nella nostra superiorità può motivare a raggiungere determinati obiettivi, dando vita a una sorta di profezia che si auto avvera. Uno dei bias più frequenti è lo stile attributivo a favore del sé, in cui si tende ad attribuire a sé stessi i risultati positivi e ad altri fattori quelli negativi. Tuttavia, va detto che siamo più disposti a riconoscere i nostri insuccessi passati, quelli imputabili al nostro "ex sé".
I self-serving bias compaiono anche quando le persone si mettono a confronto con gli altri: la maggioranza delle persone si considera migliore della media, più svincolata dai pregiudizi rispetto agli altri e addirittura meno vulnerabili ai self-serving bias. Un'altra illusione cognitiva è il cosiddetto ottimismo irrealistico: spesso le persone vedono il proprio futuro più roseo rispetto a quello degli altri.
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