Sunto di pedagogia generale
Introduzione al concetto di "straniero" in classe
Il testo si apre e si conclude con il concetto che l’insegnante deve avere uno sguardo "estraneo" nei confronti di se stesso e della scuola e che deve imparare a sentirsi straniero in classe.
Premessa: una pedagogia dell'ospitalità
Una pedagogia dell’ospitalità dell’insegnante che diventa "straniero in classe" perché di fronte allo straniero/all’altro si sente stranito e spaesato e viene messo in discussione il suo modo normale di fare scuola. Può decidere di non fare nulla e continuare per la sua strada o farla diventare un’occasione di autoformazione per sé e per i propri allievi.
In questo modo, l'ospitalità può diventare qualcosa di più che la semplice risposta ai bisogni degli allievi stranieri; può diventare una pedagogia dell'ospitalità dove viene introdotto il concetto di una scuola in cui italiani e stranieri sono allo stesso tempo ospitati e ospitanti.
Che ci faccio qui? Accoglienza
"Che ci faccio qui?" non dovrebbe essere la domanda che si pone solo lo straniero, ma anche l’insegnante in modo da mettere in discussione il suo ruolo. L’insegnante che lavora con gli stranieri è visto come "insegnante di frontiera", intendendo la frontiera (secondo i border studies anglosassoni) non come la linea che separa due territori, ma come terra di frontiera, ossia luogo dove convivono più esperienze e dove i confini sono labili, che non serve a bloccare, ma a far passare.
Gli stranieri che si presentano agli incontri di prima accoglienza entrano di fatto in una terra di frontiera che deve farli filtrare in certe modalità e condizioni nella nostra società. L’insegnante è il doganiere, perché sono degli "stranieri" da orientare, alfabetizzare e integrare. Gli stranieri come tali sono sia fuori che dentro: fuori perché "immigrati" regolari, dentro perché ne condividono valori e propositi, ma imparano a guardare la realtà scolastica dal di fuori con una certa distanza.
Incontri di prima accoglienza
Gli incontri di prima accoglienza servono per:
- Dare ai futuri allievi e genitori una prima idea del sistema scolastico italiano e di quella specifica scuola;
- A farsi un’idea del futuro allievo e per organizzare il suo percorso formativo.
Alcuni stranieri accettano questa situazione, altri no. Inoltre, l'insegnante di frontiera si deve scontrare con le difficoltà linguistiche e deve cercare di farsi capire in ogni modo dai genitori stranieri.
Il colloquio e il protocollo di accoglienza
Anche il colloquio, il protocollo di accoglienza, un fatto del tutto naturale (moduli, tipi di domande etc.), ma lo straniero è e si sente fuori posto. Lo straniero spesso resta muto o perché non capisce o perché cerca di collocare ciò che sta accadendo in una sua "mappa" (il suo concetto di istituzione, colloquio etc.).
Capisce presto che la sua mappa non gli permette di orientarsi qui. L’insegnante accogliente lo capisce e diventa il punto di partenza per ricominciare a orientarsi.
Lo sguardo dell'insegnante
Se l’insegnante si limita a bollare la cosa come "il solito spaesamento di chi è appena arrivato…", non accoglierà il lavorio interiore di chi ha di fronte. Se invece lo sguardo si sdoppia (di qua e di là), l’insegnante perde un po’ della sua sicurezza oltre a essere esperto della cultura italiana e dei suoi meccanismi, e inizia a sentirsi un po’ spaesato, come l’antropologo in terra straniera.
Si tratta di oscillare continuamente tra il qui e il là e di trovare un modo nuovo per seguire il protocollo (mettendone tra parentesi le certezze senza abbandonarle del tutto). L'insegnante deve mettersi nel mezzo, per poter diventare accogliente nei confronti del genitore straniero.
Esercizio di autostraniamento metodologico
Esercizio proposto per aiutare l'insegnante a praticare una forma di autostraniamento metodologico nei confronti della scuola e del proprio ruolo, con l'obiettivo di mettersi in condizioni di fare qualcosa di strano in un ambiente familiare.
Esercizio: in ambiente simulato, ascoltare i colleghi insegnanti come se dietro le loro parole ci fosse un secondo fine (sfiducia totale) oppure continuare a chiedere di spiegare nei dettagli concetti ovvi.
L'altro sotto esame: prima conoscenza
Dopo il primo incontro comincia la fase per trasformare il minore straniero in alunno, la fase di prima conoscenza che ha l'obiettivo di raccogliere più informazioni possibili sull'alunno, allo scopo di poterlo inserire nella classe e nella sezione più opportuna.
In questa fase le scuole possono utilizzare molte prove per testare:
- Le competenze non verbali;
- Le conoscenze e competenze della lingua madre;
- Le competenze in lingua italiana;
- Il grado di conoscenza dell’alfabeto latino.
Inoltre ci sono griglie per osservare il comportamento. Servono tutte per inquadrare l’alunno, ma a volte più che per conoscerlo servono per costruirlo, cioè ad attribuirgli delle caratteristiche in base a come lo vediamo noi.
La questione dell'immigrazione
Sayad fa notare che si parla sempre di immigrazione e non di emigrazione. Non interessa la storia dell’allievo, all’allievo come problema da risolvere, ma per ricondurre tutto all’ “ordine”, neutralizzare i pericoli di perturbamento della routine scolastica/di classe.
Ex. di Francisco, ragazzo che ha vissuto in quattro paesi dove si parlano lingue diverse, non accetta il consiglio a non iscriversi all’Istituto Tecnico e alla fine fallisce e va a lavorare. Gli insegnanti, come in questo caso, attraverso la prima conoscenza cercano di “governare” il disordine che lui può portare nella scuola.
Governamentalità scolastica
Michel Foucault conia il termine "governamentalità" che indica il modo in cui, a partire dal settecento, il potere di ordinare e orientare le vite della gente è affidato a istituzioni depositarie di saperi e tecniche (ospedali= salute pubblica; scuole=pedagogia etc.). Secondo Foucault una delle pratiche principali della governamentalità scolastica è l'esame.
Questo modo di inquadrare ogni alunno tramite prove d’accesso:
- Lo rende più visibile,
- Documentando la sua specificità e
- Trasformandolo in un caso.
La diversità dell'allievo
La diversità dell’allievo viene sottolineata, nessun allievo può restare invisibile: ogni nuovo arrivato viene identificato e sono accertate le sue competenze; con le prove d’accesso si comincia a documentare i risultati che sono così consultabili; le prove trasformano ogni nuovo individuo in un caso, nel senso che, grazie alla prima conoscenza, gli insegnanti acquisiscono elementi per fare presa sui genitori, persuaderli e guidarli nelle scelte. Se uno diventa un caso, cessa di essere una persona da conoscere.
Le prove d’accesso servono, però le informazioni che vengono raccolte su un allievo straniero non possono essere separate dal modo in cui vengono raccolti i dati e dal contesto in cui li raccogliamo. Per quanto riguarda il modo, oltre a raccogliere informazioni bisogna anche cercare di stabilire un rapporto con lui e la sua famiglia, usando tatto, discrezione etc.
Il contesto della prima conoscenza
Riguardo al contesto bisogna capire che la prima conoscenza non avviene nel nulla, ma fa parte di un contesto che Certeau definisce "un reticolo di razionalità livellatrici", ovvero si cerca, già da questi primi incontri, di incasellare l’allievo, di proiettarlo nel suo futuro ruolo di buon cittadino del paese ospitante, di adattarlo alla società.
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