L’educazione come esperienza vissuta
1. Introduzione
Con il termine pedagogia si allude all’educazione esattamente intesa come sviluppo progressivo di conoscenze e di
abilità e come custodia sociale di uno stile di vita. Una pedagogia non è solo un elenco di materie di insegnamento: è
prima di tutto un’organizzazione dello spazio temporale. Formare un uomo significa farsi carico del suo spirito E del suo
corpo nello sviluppo temporale delle loro attività. Non si può ridurre l’educazione e la pedagogia a quei luoghi comuni
con cui ognuno di noi chiude l‘orizzonte della propria vita. L'educazione quindi si deve presentare come esperienza
vissuta dell'uomo in quanto cultura, e la pedagogia intercetta quest'esperienza che conduce al darsi forma, come una
vera e propria teoria della cultura.
2. L’educazione in quanto esistenza
Il discorso pedagogico è ambiguo, ha a che fare con fonti morali e intellettuali della nostra civiltà. Tale discorso lo
condanna ad essere principio di libera progettazione esistenziale ma anche di rigido controllo sociale. Werner Jaeger
decifra il senso di paideia classica (educazione e formazione globale dell’uomo) intendendola come viva coscienza
normativa di una comunità umana. Questa normatività ha una doppia prospettiva: da una parte un'assimilazione passiva
delle regole condivise dal proprio mondo di riferimento, dall'altra, contraddittoriamente, un'appassionata ricerca di sé
che vorrebbe obbedire soltanto alla propria autenticità. L'equilibrio tra queste due forze è un contrasto storico ed
esistenziale, presente anche nell'antica Grecia. Da una parte Socrate, il liberatore, che sapendo di non sapere indica la
strada maestra di una ricerca interiore della verità che non conosce né vincoli né padroni, diventato archetipo di una
infinita apertura formativa; dall'altra i sofisti, Animati dal demone della persuasione argomentativa, che faranno del
pedagogo il veicolo privilegiato del potere politico. Questo conflitto, essere se stessi o divenire ciò che il mondo vuol
fare di noi, si colorerà di molte tonalità e dal 500 presenterà il medesimo problema: educazione come fondamento di
un destino di formazione a cui presiede l'idea di un uomo capace di essere ciò per cui egli si fa, e non più alla merce di
un dio che decide la sua forte. La ricerca di una forma è condizione di vita dell'uomo moderno, L'immagine somiglianza
di Dio non è qualità originaria ma compito. La formazione, realizzazione di una propria forma, diventa compito
pedagogico dell'uomo che intende realizzare pienamente suo destino. [I greci fecero dell'educazione una forma eterna,
la meta a cui subordinavano se stessi era la formazione di umanità superiore, significato di ogni sforzo umano.].
L'ambiguità del termine educazione non è un limite da superare ma un nodo da riconoscere e valorizzare. La dignità
critica del discorso pedagogico consiste nella coscienza di maneggiare un processo, la formazione dell'uomo, che ci si
mostra nel segno di un’esperienza vissuta, nel destino del soggetto e nella sua tormentosa ricerca esistenziale di una
forma. Dove trovare le risorse se non nella banale superficialità delle abitudini quotidiane? Riconoscere la banalità nella
nostra vita quotidiana non potrà inchiodarci ad una decisiva presa di coscienza.
- Il banale in agguato
A tutti noi capita di non renderci conto dei gesti più usuali, ripetizione meccanica ci esonera dal pensare. Ci troviamo
quindi a vivere su un doppio livello: una vita che, acquisito un patrimonio antropologico fondato sulle abitudini
quotidiane, si affida all'efficacia dei nostri movimenti utili, ed una che dovremmo esperire nei momenti in cui, con
sentimento di pura libertà, esprimiamo i nostri giudizi, interpretiamo e compiamo scelte. Nessuno ammetterà mai di
essere interprete di una commedia di cui non conosciamo regista: vogliamo, d’istinto, riconoscerci una libertà assoluta.
La libertà facile e istintiva che ci testimonia la dignità della nostra vita. Pensiamo Cartesio, che affidava alla certezza del
cogito la sicurezza del soggetto borghese che pensa di governare se stesso. Ora pensiamo alle nostre abitudini
quotidiane, che smentiscono la nostra garanzia di libertà, e alla superficialità di questo convincimento. E’ infatti
l'esperienza interiore che mostra la comicità e l'orrore della nostra vita; non è forse la sincerità la porta d’ingresso per
l’assurdo? (Camus).
- A ciascuno la sua dose di stupidità
[parte della montagna, rompere il silenzio per nominare l’innominabile]. “Che splendore questi luoghi” - “Ne sei sicuro?
Non credi che siamo sempre noi a decidere ciò che ci circonda?”. La stupidità si annida ciascuno di noi quando,
dismessa l'attitudine sorvegliata alla criticità, chi si rifugia nei sentimenti a portata di mano. La storia della montagna è
un tipico esempio di come si possa confondere immagine e percezione, fino ad attribuire alle cose circostanti il potere
che attiene alla coscienza. Tale coscienza è sì definita dal rapporto concreto con quelle stesse cose, ma nessuna
percezione concreta può esaurire la conoscenza esterna determinandone anche il contenuto emotivo. È sempre la
nostra coscienza intenzionale a decifrare il senso di ogni realtà particolare, perché, situata tra le cose, le trascende come
modo d’esistenza.
- L’ideologia del senso comune
L’uomo massa (Zolla) rappresenta in modo adeguato la condizione psicologica sociale e culturale che investe ognuno di
noi quando, con la presunzione di uomo libero, ci lasciamo andare a giudizi istintivi, attraverso i quali transita il
repertorio delle nostre abitudini consolidate, fino a fare di noi dei modellini di carta. Pensando al termine educazione è
inevitabile che si condensino molti depositi convenzionali, d'altronde l'uomo massa esibisce la communis opinio dettata
dall'industria culturale propria della classe media, entro cui convergono gli stili uniformi di una comunicazione sociale
omologa e compatta. L'educazione diventa quindi "ciò che tutti sanno che cosa essa sia”, qualcosa che sembra lasciarsi
assimilare dal medesimo automatismo di un gesto il cui scopo non fa che riflettere l'economicità di una vita che non ha
tempo da perdere in questioni interpretative.
Se è vero che interrogarsi sull'idea di educazione significa fare i conti con i sentimenti comuni che definiscono lo sfondo
dei nostri pregiudizi, allora ci si accorgerà facilmente di come si viva immersi nell'acqua torbida di quella communis
opinio, la doxa socratica che egli combatteva con l’ironia.
- Interludio antropologico
Per un verso l'educazione finisce per coincidere con l'evoluzione e l'incremento dei nostri saperi, perlopiù orientati a
definire una competenza professionale. Per l'altro aspetto esibisce il corredo di valori e stili di vita a cui uniformare la
nostra condotta (specialmente morale). La scuola è luogo privilegiato dell'educazione pensata come istruzione ma è la
famiglia a sentirsi depositaria di un'educazione come formazione morale. L’educazione si farà quindi rappresentare dal
principio per cui essa è ciò che tutti sanno cosa essa sia, secondo le regole di una saggezza, la morale del senso
comune. Se l’educazione si fa portatrice della morale del senso comune ciò fa di noi un precipitato della storia della
specie, di quell’inconscio collettivo? Eppure sappiamo di essere attori pedagogici ingaggiati nella costruzione della
civiltà. In quanto figli di un trauma originario che separa coscienza e vita e ci getta immaturi nel mondo portiamo il
segno di quella “nascita prematura” che ci rende fragili al cospetto di natura e storia. Ogni modello arcaico fissa una
volta per tutte il senso dell’educazione nei margini di una tradizione di saperi e di norme che si trasmettono come verità
a cui singolo aderisce per trovare suo posto nel mondo; viceversa, nella modernità, lo spezzassi di un simile elemento di
continuità fa di ciascuno di noi inedito ed avventuroso viaggiatore, sempre avvolto dal rischio di naufragio. Affidarsi alla
permanenza dei luoghi comuni finisce per farci nascondere dietro una maschera che non vuole affrontare l’insicurezza
del nostro destino individuale e sociale. L'uomo si configura quindi come il più fragile degli animali, destinato al
“paradosso di Icaro": volare verso il sole con le ali tenute da giunture di cera. Nessuno di noi potrà sfuggire all'idea di
un'educazione come processo di infinita progressione conoscitiva, vincolato dalla rassicurazione emotiva secondo la
quale nulla potrà modificare la sicurezza sentimentale che ci viene dai valori con cui ci gettiamo nella vita quotidiana.
Educazione e istruzione finiscono per assecondare un illuminismo che finisce per tradire la medesima radice di libertà
che lo generato, assumendo il grado di una civiltà in base al potere economico della spiegazione, senza che la
comprensione posso definire ciò che sembra rappresentarne il senso. E’ necessaria quindi una trasvalutazione del
significato dell’educazione rinvia a un metodo, quello fenomenologico, una prospettiva, quell'esistenziale, in nome
delle quali tentare un decostruzionismo formativo come luogo di una più sincera coscienza pedagogica.
-Un impegno all’orizzonte
il metodo fenomenologico è una visione teorica più rigorosa ma anche la più contraffatta; allo stesso modo la
prospettiva esistenziale significa introdurre un elemento vasto sotto il profilo dei suoi possibili riferimenti etico
intellettuali esigendo accortezza e misura. Parlare di esistenzialismo pedagogico significa fare i conti con una specificità
filosofica e con la radicale esigenza di esistenzializzare dei fenomeni di cultura. La categoria metodologicamente
fondativa del pensiero fenomenologico è la sospensione del giudizio, l’epoché. La sospensione del giudizio, la messa
tra parentesi dell'atteggiamento naturale, implica un ritirarsi dallo vita delle cose a portata di mano e sospettarne,
prendere un distanziamento critico che si neghi a qualsivoglia certificazione di conformità. Un ridiscutersi in nome di
un'educazione pensata e praticata come esperienza vissuta dell'uomo in quanto cultura, del nostro dovere di diventare
ciò che si è. Così la nostra vita scopre la responsabilità che ci viene dall'esercizio estremo della nostra libertà autentica;
la vita infatti non è mai solamente vita, per essere vita deve diventare critica della vita. Ideare pedagogicamente il
mondo altro non è che lavorare in segreto per dare vita ad una vita che si sappia veramente vita. Se la vita educa, è
anche vero che l’educazione non è mai soltanto educazione. Da qui la necessità di trasformare l’educazione in critica
dell’educazione.
- Tra Prometeo e Sisifo: la responsabilità di una scelta
Prometeo non è solo un personaggio mitologico, è l'archetipo di un potere che lo condanna alla nemesi (giustizia,
vendetta) di una atroce sofferenza. La sua colpa è stata quella di aver insegnato agli uomini la techne, la tecnica (il
fuoco) destino di una rivolta contro gli dei. Prometeo diventa sintomo di una coscienza copernicana a cui la scienza
devolve non a caso il compito di illustrare un destino. Non è difficile quindi pensare Prometeo come ad un archetipo
pedagogico, facendo riferimento alla pedagogia come la creazione dell'autonomia etica dell’uomo. Prometeo diventa
quindi l'eroe di un mondo in cerca di consenso e prototipo di una pedagogia strumentale.
Sisifo è un seduttore che seduce la figlia di Autolico, Anticlea, con cui concepisce Odisseo. Anche a lui Zeus impone
una punizione tremenda: spingere sul versante di monte un masso che, non appena giunto alla cima, riprecipita fino ai
piedi del monte. Il lavoro si fa quindi condanna, sofferenza inutile. Sisifo è l’immagine dell’uomo che si sa libero solo
quando sente l’assurdità del mondo. Egli diviene espressione di un differente archetipo formativo: a lui non si può
chiedere il significato della vita se non nel tormento rischioso di una continua sospensione del giudizio che, ponendo in
prossimità dell'insensatezza, lo sorprende alle prese con la vacua essenzialità dei giudizi correnti. Sisifo diventa
campione di un viaggio senza soste e dell'orizzonte senza chiusure, di un’educazione in quanto esistenza. L'unico modo
per non restare nella nostra desolante mediocrità è sapersi in cammino verso la forma problematica della nostra vita:
verso l'esperienza vissuta del nostro farci esistenza e cultura.
3. Tra umanesimo critico e decostruzionismo informativo. Problematicismo, fenomenologia, esistenzialismo.
- Oltre il concetto di essenza
Pestalozzi scrive nel 1780 che sapere cos'è l'uomo è il bisogno dell'uomo stesso “fin nelle più umili capanne”. Quando
lo scrive la coscienza pedagogica europea è ancora alle prese con l’idea che l'uomo sia portatore di un’essenza, una
natura da assecondare per mezzo dell'educazione, l'idea che l'uomo si compia nel riconoscimento del suo essere, Fisso
e immutabile. Il breve scritto pestalozziano è un modello della riflessione pedagogica moderna, centrata sul principio
che l'educazione debba giocarsi nell'indagine dell'essenza che costituisce l’uomo, laddove realizzarsi significa diventare
buoni cittadini. Tra ottocento e novecento la coscienza pedagogica concentrerà la sua attenzione sull'esigenza di
educare gli uomini secondi i ritmi della natura. Oltre l’idea moderna di uomo come natura ad assecondare, Si aggiunge
l'istanza per la quale formare il soggetto significa promuovere la sua integrazione nella società. L'idea di educazione
della tarda modernità nel suo duplice significato emancipazione/autonomia reca il convincimento che l'uomo sia
destinato a diventare ciò che deve diventare. Questo risponde a un ben preciso comando: realizzare se stessi
nell'ordine dell'adattamento sistema normativo vigente. Aldilà delle trasformazioni sociali e culturali, resiste in filigrana
l’idea per la quale l'uomo sarebbe portatore di una sua essenza necessaria e l'educazione non sarebbe altro che la
promozione di questa essenza. Tutto questo succede mentre tramonta l'idea di uomo come essere dotato di una sua
essenza necessaria. Tra il 19º il 20º secolo una crisi e destinata ad investire tutti i piani della vita di cultura: tale crisi
riguarda propria l’identità del soggetto, alle prese con la necessità di misurarsi con l'erosione delle certezze che
avevano costituito il fondamento del suo essere. I “maestri del sospetto” Marx, Nietzsche e Freud denunciano le aporie
del sistema e mettono in luce le contraddizioni di una cultura borghese che sta entrando nella fase della sua lenta
agonia. Sono loro gli interpreti principali della crisi; per Marx l'uomo è il prodotto dei rapporti socioeconomici che si
instaurano nel sistema capitalistico. Con la morte di Dio Nietzsche rappresenta la rottura con la tradizione etica
occidentale in nome di una trasvalutazione dei valori destinata a mutare radicalmente il senso dell'esperienza morale.
Freud sonda gli abissi di una psiche alle prese con le funzioni dell’Es e spalanca le porte a inedite conoscenze circa
l'ambivalenza della personalità umana. A partire da qui una maggiore consapevolezza relativa all’identità complessa e
problematica dell'umanità dell’uomo. In crisi infatti proprio l'idea di essenza intesa come rappresentazione di una natura
umana compatta, coesa al suo interno, che farebbe dell'uomo non una questione da mettere costantemente in
discussione ma un dato certo. L’idea di educazione entra in collisione con quanto va emergendo nei vari settori della
cultura novecentesca. È necessario andare al di là del concetto di essenza per comprendere il significato
dell'educazione all'interno di questa cultura. E’ la categoria dell’esistenza a ridefinire l’idea di formazione: l'uomo
innanzitutto ex-siste, prima di qualsiasi valutazione concernente il significato della sua esistenza è necessario muovere
dal fatto che egli c’è, storicamente condizionato e vincolato la contingenza, per cui la formazione non può più essere
pensata nell'ordine della necessità ma nell'orizzonte aperto della possibilità. Bisogna rivisitare l’idea di educazione
partendo
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