Generale II
Linguistica
La linguistica descrittiva si occupa di descrivere la lingua su tutti i livelli, e riceve i
contributi di diverse scienze: la fonetica è la scienza che si occupa della trascrizione dei foni
di una lingua (i suoni), la fonologia si occupa invece dell’individuazione dei fonemi. Un
fonema si definisce come la più piccola unità di espressione verbale capace di provocare
una differenza di significato; un morfema, invece, è la minima unità lessicale dotata di
significato. La morfologia è lo studio della combinazione dei morfemi in parole, mentre la
sintassi è la combinazione di parole in frasi o periodi.
I comportamentismi vedevano il linguaggio solamente come il mezzo materiale attraverso
cui esprimere il pensiero; esso è quindi sotteso al pensiero, non lo influenza. Chomsky, al
contrario, affermò che il linguaggio è un’attività cognitiva a sé stante, indipendente dal
pensiero, e che si doveva cercare il luogo materiale nel cervello in cui risiedeva questa
abilità. Queste due visioni sono poli opposti di un continuum.
A seconda di come noi esponiamo una comunicazione o un problema, le persone con cui
interagiamo attivano determinate e diverse tipologie di ragionamento, e quindi quanto
comunichiamo noi utilizziamo un linguaggio che può essere più o meno efficace.
Dato che ogni riconoscimento di parole che noi compiamo richiede un lavoro di memoria,
deve essere presente in memoria un “vocabolario” in cui tutte le parole sono contenute. Tutti
i modelli che vengono utilizzati per cercare di spiegare e analizzare il linguaggio devono
tener conto di questo concetto di base, ma ci si è subito chiesti come è organizzato il lessico
mentale, se in modo fonologico (in base al suono delle parole) o in modo morfologico,
semantico (in base alla struttura della parola). Anche se il possesso di entrambe queste
forme di riconoscimento sarebbe molto comodo per l’elaborazione, i modelli non
sostengono questa ipotesi, poiché la memoria di lavoro ha delle precise caratteristiche che
non permettono di verificare un modello del genere (anche solo dovendo scorrere due
diversi tipi di “vocabolari”, la memoria non avrebbe poi abbastanza spazio per compiere
anche altre operazioni). La memoria non può neanche contenere tutte le parole di una
lingua, poiché per essere così veloce deve anche essere abbastanza libera. Questo potrebbe
essere dimostrato dal fatto che spesso noi riconosciamo le parole prima ancora che esse
vengano completate (“Dai da mangiare al ga..”: sappiamo che la parola è gatto, se in casa
nostra c’è questo animale).
I modelli che spiegano il linguaggio devono tener conto anche di questi aspetti, e quello più
accreditato è quello secondo i quale noi abbiamo in memoria solamente le radici delle
parole regolari a cui viene poi aggiunta l’elaborazione del morfema che compone la
desinenza. Per le parole non regolari, invece, viene memorizzata tutta la parola, poiché il
loro numero è inferiore.
Uno studio interessante è quello sugli errori di parole, che ha osservato come sia possibile
incorrere in alcuni errori durante la produzione linguistica dovuti a metatesi (sostituzione di
vocali), anticipazione di consonanti (seria rossa anziché sedia rossa) o sostituzione di
radici (cedro gallone anziché gallo cedrone). Questi errori fanno pensare a un lessico
mentale basato sulla fonologia delle parole. Tuttavia talvolta capita anche di scambiare una
1
parola con un’altra appartenente alla stessa categoria ma con un diverso significato
(scambiare la parola mese con la parola settimana, ad esempio), e questo indicherebbe un
lessico mentale basato su categorie semantiche. Si sono quindi sviluppati due diversi
modelli per quanto riguarda l’elaborazione del linguaggio, entrambi accettati dalla comunità
scientifica: il modello logogeno di Morton e il modello a ricerca attiva di Forster. Sono
entrambi accettati proprio perché non si è ancora riusciti a stabilire la vera natura del lessico
mentale, se fonologica o semantica.
Alla base del modello di Morton si trova il concetto di nodo logogeno, un vero e proprio
“nodo di una rete” che si attiva quando la determinata parola che rappresenta viene
percepita e ne permette così il riconoscimento.
In seguito si verifica la diffusione dell’attivazione, un processo attraverso il quale anche i
nodi semanticamente affini a quelli attivati vengono attivati (“I gatti rincorrono i …”: anche
in assenza dell’ultima parola noi riusciamo a capire che si parla di topi). La soglia di questa
attivazione diffusa è diversa a seconda della persona e del contesto. Questo modello prevede
quindi la strutturazione della memoria in “reti” in cui esistono numerosi nodi semantici (o
logogeni) che si attivano ed espandono tale attivazione anche ai nodi vicini sul piano del
significato. La rete formata da nodi logogeni collegati è una rete lessicale, ma è interfacciata
a una rete semantica, di significati, che permette appunto la diffusione dell’attivazione.
Quest’idea di rete mentale semantica viene diffusa per la prima volta da Collins e Loftus,
ma viene ripresa da Morton, che amplia la rete collegandola a una rete fonologica.
E’ un modello abbastanza passivo, che prevede l’attivazione del sistema cognitivo solo in
seguito a una stimolazione esterna, visiva (che viene comunque tradotta in un codice
fonologico) o uditiva.
L’altro modello, antitetico a questo ma lo stesso accettato, è quello a ricerca attiva di
Forster, secondo il quale è il soggetto stesso che ricerca ed elabora gli stimoli. In questo
modello si ipotizza l’esistenza di un archivio centrale, il “vocabolario” più grande, il cui
accesso diretto richiederebbe però troppo tempo, e per questo viene ipotizzata anche
l’esistenza di tre archivi più periferici, in cui la parola in esame viene riconosciuta ed
elaborata in base a caratteristiche diverse. Questi tre archivi sono l’archivio ortografico,
quello fonologico e quello semantico, che riconoscono la parola rispettivamente per la
struttura, il suono e il significato. Per aumentare ancora la semplicità e la velocità di
riconoscimento, Forster ipotizza l’esistenza di sottoarchivi ancora più piccoli, in cui
vengono riconosciute ed elaborate categorie piccole di parole simili per un determinata
caratteristica (per riconoscere fonologicamente “topo” non dovrò scorrere tutto l’archivio
fonologico, ma solo quella piccola parte in cui si trovano le parole simili come suono: toro,
tomo..).
Modello di Chomsky
Chomsky afferma che non c’è un linguaggio senza una grammatica, e per sottolinearlo
chiama il suo modello grammatica generativo-trasformativa. L’aspetto più importante di
una frase, quindi, sarebbe la sintassi, l’ordine in cui si presentano le parole, perché solo con
un determinato ordine di parole la frase acquista un determinato significato; il significato,
comunque, non si riduce solamente a questo.
Delle tre componenti del linguaggio (sintassi, semantica e fonologia), solo la sintassi ha un
ruolo generativo, mentre le altre due hanno solo un ruolo interpretativo.
2
La grammatica chomskyana prevede una struttura gerarchica della frase, secondo la quale
esistono degli elementi sovraordinati che comprendono elementi subordinati; ogni elemento
sovraordinato, quindi, può essere sostituito da quelli subordinati che lo compongono (F =
NP + VP; NP = articolo + nome). Chomsky compie una distinzione, simile a quella di De
Saussure tra langue e parole, tra struttura superficiale, la struttura visibile al parlante (“La
vecchia porta la sbarra”), e struttura profonda, l’insieme delle componenti della frase e
delle loro relazioni (“La vecchia porta” = NP, “la sbarra” = VP, ad esempio). Se la struttura
superficiale può essere ambigua, la struttura profonda è univoca. Non sono però necessari
due diversi insiemi di regole per queste due forme, poiché ogni frase deve essere sempre
ricondotta alla sua forma base, alla struttura profonda, che viene chiamata così proprio
perché permette di comprendere il significato profondo della frase. Questa trasformazione
linguistica ipotizzata da Chomsky, che porta ogni individuo a ricondurre una frase alla sua
forma attiva, è stata verificata da Sabin e Pérchonok, ed è quindi una realtà psicologica.
La grammatica è il meccanismo che genera tutte e solo le sequenze grammaticali di una
lingua (nessuna sequenza agrammaticale); il generativismo, ovvero lo scopo di questa
linguistica di Chomsky, è identificare un certo numero finito di regole e di vocaboli a partire
dai quali sia possibile generare tutte le frasi.
Grammatiche markoviane o a stati finiti
Il modello delle grammatiche a stati finiti è un modello che riassume in sé tutti i tentativi di
descrivere il linguaggio in termini di semplici associazioni, per cui ogni elemento della
frase sarebbe legato al precedente da connessioni probabilistiche, apprese in fase di
acquisizione del linguaggio. Il nostro cervello, come un elaboratore, calcolerebbe quali sono
le probabilità che un determinato elemento sia collegato a un altro determinato elemento, e
sceglie così gli elementi successivi sulla base delle probabilità maggiori. Questo è quindi un
modello che prevede un’azione sequenziale, da sinistra verso destra, si potrebbe dire.
Tuttavia, nelle critiche a questi modelli, compare il fatto che non si riesce a spiegare
attraverso una grammatica a stati finiti l’enorme complessità del linguaggio umano; modelli
di questo tipo, infatti, funzionano solamente con frasi molto semplici e senza subordinate: se
compaiono delle subordinate (come nelle frasi “Se…allora..”), la frase non può essere
spiegata con un sistema markoviano.
Psicolinguistica
La psicolinguistica, o psicologia del linguaggio, è una materia interdisciplinare che
comprende psicologia, linguistica, antropologia culturale e informatica, e che ha il compito
di studiare il linguaggio.
Per quanto riguarda la storia di questo filone di studi, si deve parlare prima di tutto di
Wundt, che distingue un linguaggio esterno, relativo alla percezione e alla produzione
linguistica, da uno interno, che riguarda i processi di pensiero sottostanti alla comprensione.
Successivamente Buhler propone tre diverse funzioni del linguaggio:
• Espressione, serve a esprimere i propri pensieri;
• Evocazione, evoca nell’ascoltatore i pensieri del parlante;
• Rappresentazione, la relazione esistente tra significante (il simbolo) e il significato
(l’oggetto di cui si parla). 3
Più tardi i comportamentisti vedono il linguaggio come una serie meccanica di risposte
condizionate; l’interesse è però incentrato sull’apprendimento in generale, e sono pochi gli
studi compiuti sul linguaggio. Gli ultimi esponenti del comportamentismo riprenderanno in
mano l’interesse verso il linguaggio, ma non applicheranno molte innovazioni, limitandosi a
riciclare le teorie dello strutturalismo di Wundt e Titcher e le teorie comportamentista
dell’apprendimento. Il passaggio successivo è quello alla teoria della grammatica
generativo trasformazionale di Chomsky, che centra il suo interesse sulla sintassi.
Oggi l’interesse è più diretto verso la linguistica e la semantica.
Per capire come possiamo avere in memoria un lessico mentale tanto vasto, comprendente
tutte le parole di una lingua, e come possiamo accedere a queste parole e ai loro significati
in modo tanto rapido, lo studio della comprensione del linguaggio utilizza diversi paradigmi
sperimentali; i più frequenti sono:
Soglia di riconoscimento, si cerca di capire qual è la durata minima di presentazione
• necessaria al riconoscimento di una parola (per parole frequenti si osserva una soglia
più bassa);
Denominazione, si chiede al soggetto di denominare una parola presentata su uno
• schermo appena la vede apparire, e si misura il tempo che intercorre tra la
presentazione e l’inizio della vocalizzazione.
Decisione lessicale, il soggetto deve decidere il più in fretta possibile se una stringa
• di lettere è una parola oppure no;
Monitoraggio, detezione di una lettera o di un fonema all’interno di una stringa;
• Priming semantico, un concetto presentato precedentemente facilita il
• riconoscimento di un concetto presentato successivamente. I concetti sarebbero
quindi associati o legati in reti semantiche.
In questi compiti vengono riscontrati diversi effetti, tra cui l’effetto frequenza, grazie al
quale parole più frequenti sono riconosciute più velocemente ed accuratamente, l’effetto del
contesto, grazie al quale una parola inserita in un contesto è processabile (memorizzabile)
più velocemente di una parola isolata, e l’effetto di superiorità della parola, secondo cui le
parole esistenti nella lingua vengono riconosciute in modo molto più rapido rispetto a
stringhe di lettere casuali. Ad esempio, identificare la P in “talpa” è più facile che
identificarla in “latpa”.
In base a questi risultati sono stati sviluppati due diversi tipi di modelli per il riconoscimento
delle parole:
• Modello ad attivazione, quando si ha una sufficiente informazione sensoriale si
attiva un’unità nel lessico mentale (il magazzino contente tutte le nostre conoscenze
linguistiche ritenuto organizzato secondo il modello a rete semantica di Collins e
Loftus); un esempio è il modello del logogeno di Morton.
• Modello a ricerca, il riconoscimento delle parole avviene in seguito ad una ricerca,
simile a quella che possiamo fare su un dizionario. Due esempi sono il modello a
ricerca attiva di Forster o il modello della coorte di Marslen-Wilson.
4
Modello logogeno di Morton
Il logogeno è un’unità del lessico mentale che corrisponde a una parola; la sua attivazione
avviene se viene superata una certa soglia di attivazione, che può essere dovuta a stimoli
visivi o uditivi o all’attivazione da parte del sistema cognitivo semantico.
Quando un logogeno viene attivato si parla di diffusione dell’attivazione, poiché il sistema
di tutti i logogeni è organizzato secondo una rete di nodi interconnessi, e quindi l’attivazione
di un nodo logogeno porta inevitabilmente all’attivazione dei nodi vicini (per questo il
priming semantico avrebbe effetto).
Anche se lo stimolo attivatore può essere visivo, l’informazione visiva viene comunque
trasformata in un codice fonologico e analizzata quindi fonologicamente.
Il sistema cognitivo semantico, non ancora ben conosciuto nei suoi meccanismi, è
rappresentato da una figura indefinita che riceve e trasmette informazioni al sistema
logogeno (la rete di nodi), che a sua volta trasforma le informazioni che riceve (dall’esterno
o dal sistema cognitivo semantico) in un codice fonologico che viene immagazzinato nel
magazzino della risposta. Successivamente viene fornita la risposta.
Questo modello, secondo Morton, permette di spiegare gli effetti prima descritti: l’effetto
frequenza è dovuto al fatto che nodi logogeni più frequenti hanno soglie di attivazione più
basse (basta una stimolazione minore per attivarli), mentre l’effetto del contesto è dovuto al
fatto che il contesto pre-attiva i nodi logogeni, tramite la diffusione di attivazione.
Modello a ricerca attiva di Forster
Questo modello è il prototipo dei modelli a ricerca; prevede l’esistenza di un enorme
archivio centrale che contiene le diverse parole e le relative informazioni (tipo un database
in cui ogni parola ha il proprio indirizzo). Per facilitare la ricerca delle parole in questo
immenso archivio, esistono degli archivi periferici in cui le parole sono organizzate
secondo criteri differenti: sono l’archivio semantico (significato), quello fonologico (per il
suono) e quello ortografico (per la struttura della parola).
Nell’archivio centrale le parole sono organizzate secondo una rete che porta all’attivazione
delle parole collegate alla parola attivata inizialmente. Negli archivi periferici, ad ogni
parola è associato un indirizzo, che permette di recuperare la parola nell’archivio centrale, e
un codice d’accesso, che può essere fonologico, ortografico o semantico a seconda del tipo
di archivio. Questi archivi periferici sono organizzato in bins (scatole): ciascun bin contiene
un gruppo di parole simili (che possono essere simili fonologicamente o ortograficamente o
semanticamente, a seconda del codice d’accesso) ordinate per frequenza. Questa
disposizione è in grado di spiegare l’effetto frequenza, poiché le parole più frequenti
vengono poste prima di quelle meno frequenti nei bins.
Questo modello è anche in grado di spiegare l’effetto del contesto, in quanto la rete
semantica dell’archivio centrale è simile a quella di Morton, e prevede la diffusione
dell’attivazione. 5
Modello della coorte di Marslen Wilson
È un modello a ricerca valido solo per le parole udite; Wilson individua diverse fasi di
riconoscimento delle parole:
• Ascolto del primo fonema (ad esempio “c”), che porta all’attivazione di tutte quelle
parole che iniziano con quel fonema, che sono dette della stessa coorte (casa, cena,
cavallo..);
• Ascolto del secondo fonema (“c-a”), che restringe il campo alle sole parole che
iniziano con quei fonemi. Il campo si restringe sempre di più per ogni fonema che
viene aggiunto in seguito;
• Selezione lessicale, il processo termina quando una sola parola che corrisponde
all’input viene selezionata (“casa”, ad esempio).
Parole ambigue
Per quanto riguarda le parole ambigue, esistono due diverse teorie s
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Psicologia
-
Psicologia cognitiva psicologia generale II
-
Domande, Psicologia generale II
-
Psicologia generale