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Che cos'è la "questione della lingua"

Sotto il nome di questione della lingua si indicano tutte le discussioni e le polemiche, svoltesi nell’arco di diversi secoli, da Dante ai nostri tempi, relative alla norma linguistica e ai temi ad essa connessi. Nel medioevo si trattò di riconoscere e rivendicare la dignità del volgare, o di negarla in nome della superiorità del latino. Nel Cinquecento si discusse sul nome da dare all’idioma letterario: toscano, fiorentino, lingua comune o lingua italiana. Noi oggi sappiamo che la lingua italiana deriva dal fiorentino del Trecento usato dalle Tre Corone, anche se nel suo sviluppo successivo si è in parte reso indipendente dall’idioma fiorentino, accogliendo l’apporto di altre regioni.

Al momento dell’Unità era in grado di parlare in italiano solamente il 10% della popolazione, la lingua naturale restava il dialetto. Ne erano privilegiati solamente i toscani. Una notevole parte della questione della lingua riguarda i rapporti tra italiano e latino. I grammatici, a cominciare da Bembo, ebbero sempre ben chiaro di dover dare una propria soluzione alla questione della lingua e, quindi, a volte le dispute si tradussero in scelte pratiche di grande peso. Le dispute sulla lingua non sono esclusive della cultura italiana (Francia, Grecia), ma in nessun paese del mondo le discussioni si protrassero così a lungo come in Italia. La questione è tuttora attuale, basti pensare ad alcuni recenti decreti, come nel caso di quello del Ministero della Marina in cui per quel pesce chiamato ragno, spigola ecc. si prescrive l’uso di due soli termini: spigola e branzino.

Quando cominciò la "questione della lingua"

I primi paragrafi della questione sono le pagine teoriche di Dante nel Convivio e nel De Vulgari Eloquentia. Le dispute del Cinquecento ebbero per oggetto proprio le idee dantesche, proprio allora riscoperte e riproposte.

La teoria dantesca del volgare illustre

L’opera De Vulgari Eloquentia, che si interrompe bruscamente al secondo libro, è una vera e propria retorica del volgare. Dante si chiede quale fu il primo linguaggio e risponde che esso fu l’ebraico (Adamo). Dopo la confusione babelica gli uomini si divisero per gruppi, ognuno col proprio linguaggio. A questo punto l’attenzione di Dante si restringe ai soli tre volgari del SI (Italia), d’OIL (Francia) e d’OC (Provenzale). Dante, una volta stabilita la mutevolezza della lingua anche nella stessa nazione, vuole stabilire se ce ne sia una degna di essere posta al di sopra delle altre.

Assistiamo così all’eliminazione di tutte le parlate popolari, tutti giudicati difettose. Il volgare più brutto, secondo l’autore, è quello del Lazio. Vengono condannati anche i toscani e i fiorentini. In realtà in nessuno luogo d’Italia vi è un volgare degno di esser classificato come illustre, vi sono però alcuni scrittori che hanno scritto bene. Il trattato non provocò discussioni tra i contemporanei e fu ignoto alla cultura del Quattrocento. Solo nel Cinquecento fu al centro della questione della lingua.

Le prose della volgar lingua di Bembo

L’opera di Bembo si colloca in un’opera che risponde, almeno in parte, ai requisiti della grammatica. Essa avrebbe potuto essere la prima grammatica a stampe italiana, ma a causa del protrarsi della stesura, essa finì per essere preceduta dal lavoro di Fortunio, che apparteneva a un gruppo umanistico polemico rispetto alle posizioni di Bembo stesso. Fortunio non ha alcuna riserva nei confronti della Commedia di Dante, al contrario di Bembo che giudica plebee alcune scelte operate da Dante. L’opera di Bembo si apre con un giudizio negativo che colpisce proprio l’opera di Fortunio. Quest’ultimo aveva provato a ricavare delle regole dalle opere delle Tre Corone, mentre, per contro, Bembo va ben al di là del tentativo di organizzare a scopo pratico le norme del volgare.

Nelle Prose Della Volgar Lingua veniva innanzitutto discusso il modo in cui si era formata la lingua volgare: essa veramente esisteva già presso i latini? No, il volgare non era affatto volgare come il latino, ma ne era figlio legittimo; era il risultato di una contaminazione, era una lingua bastarda legata alle invasioni barbariche. Veniva quindi elaborato il principio del riscatto dalla barbarie originaria attraverso una sorta di lenta nobilitazione della lingua: agli scrittori viene così riconosciuto il merito di nobilitare la lingua.

Queste pagine storico-linguistiche precedono quelle in cui Bembo affronta le altre teorie capaci di concorrere con la sua: la teoria cortigiana e la teoria del fiorentino vivo. Bembo afferma che il toscano nel parlare è vago e nelle scritture si legge ordinatissimo e conclude, quindi, col dire che i toscani rischiano di scrivere male per colpa del loro parlare. Ritornando a Dante, Bembo non accettava certe scelte lessicali della Commedia e la qualità della sua scrittura risultava realmente discutibile. Inoltre, quando indicava Boccaccio come un perfetto modello di stile, non si riferiva ai dialoghi di sapore popolare di certe sue novelle, ma nello stile rintracciabile nelle sue composizioni.

La teoria cortigiana

La teoria cortigiana riteneva che la lingua avrebbe dovuto avere sede a Roma, sede naturale dell’Impero. Un importante esponente di questa teoria fu Calmata, nella cui opera Della Volgare Poesia affermava che la corte di Roma parla meglio di tutte le province d’Italia a lei sottoposte. Inoltre, la teoria di Calmata faceva riferimento ad una fondamentale fiorentinità della lingua comune, da apprendere sopra i testi di Dante e Petrarca, che doveva poi essere affinata attraverso l’uso della corte di Roma.

La riscoperta del De Vulgari Eloquentia

Trissino fu il maggiore avversario della teoria bembiana. Tradizione vuole che egli, attorno al 1524, avesse presentato a Firenze il De Vulgari Eloquentia di Dante, dopo averlo tradotto in italiano. Gli avversari contestarono subito l’autenticità di quel libro. Come gli altri esponenti della teoria cortigiana, Trissino era convinto che la lingua volgare non potesse essere identificata nel fiorentino, ma fosse costituita da parole comuni ad ogni parte d’Italia.

Reazioni alle teorie di Trissino e Bembo

Da parte toscana e fiorentina si trattava di contrapporre qualcosa di solido alle argomentazioni di Trissino e di Dante. Ma anche di Bembo, opposizione quest’ultima che risultava quasi impossibile. La più interessante reazione fiorentina al De Vulgari Eloquentia rimane senz’altro quella di Machiavelli. Nel suo trattato Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua viene introdotto Dante stesso, a dialogare con Machiavelli, facendo ammenda degli errori commessi scrivendo il De Vulgari Eloquentia. Machiavelli intendeva stabilire una volta per tutte il primato naturale dell’idioma di Firenze. Si sviluppava così l’idea di una naturale purezza della lingua fiorentina, e le divergenze fonetiche e morfologiche delle altre parlate italiane, raffrontate al fiorentino, venivano giudicate difetti, vizi. Machiavelli, al contrario di altri letterati toscani, non dubitava dell’autenticità del trattato di Dante, altrimenti non avrebbe sprecato tempo per controbatterne le tesi. Al contrario di Machiavelli, Tasso apprezzò molto il trattato di Dante. La sua simpatia per il trattato non è certo casuale, infatti egli, non filofiorentino, dovette sostenere una dura polemica con l’Accademia Della Crusca. Si può concludere dicendo che tutti coloro che furono avversi al primato della lingua fiorentina si appoggiarono al De Vulgari Eloquentia.

Il problema del primato fiorentino

L'Ercolano di Benedetto Varchi

Nella seconda metà del Cinquecento, l’opera più importante dedicata alla lingua fu L’Ercolano di Benedetto Varchi, fiorentino. Ne L’Ercolano vengono trattati tutte le opere che avevano avuto peso nel dibattito cinquecentesco: le Prose della volgar lingua di Bembo, Il Castellano di Trissino e il De Vulgari Eloquentia di Dante. Varchi non è affatto ben disposto verso il trattato di Dante e ne parla soprattutto per insinuare dubbi sulla sua autenticità. Uno dei suoi obiettivi principali è confrontarsi con la teoria di Bembo e correggerla in un senso nuovo.

Le due diverse teorie di Trissino e di Bembo concordavano nello scartare la lingua viva di Firenze. La rilettura di Bembo condotta da Varchi fu una sorta di cavallo di Troia che servì per reintrodurre nel dibattito il fiorentino vivo, dandogli un ruolo e una dignità. Varchi non perde l’occasione di ribadire che il trattato di Dante è un falso, ma tuttavia, nella sostanza, segue l’impianto del De Vulgari Eloquentia in maniera tanto fedele da far dubitare che quell’opera gli sembrasse davvero così ingenua e innocua.

Ne L’Ercolano si trova anche un discorso filosofico sulla natura e sull’origine del linguaggio: era la natura che aveva dato origine alla pluralità del linguaggio, non la Torre di Babele, e la pluralità non andava intesa come punizione (questo era il senso del racconto biblico della Torre di Babele). La teoria linguistica continua articolandosi in dieci quesiti.

  • Nel I quesito si stabilisce che cosa sia una lingua.
  • Nel II si chiede da che cosa si riconoscano le lingue e che cosa le caratterizzi.
  • Con il III quesito si passa a una classificazione delle lingue.
  • Il IV quesito affronta il problema del rapporto tra lingua e scrittori e si chiede se siano gli scrittori a fare le lingue o viceversa.
  • Il V si chiede se è da attribuire ai barbari invasori il merito di aver provocato la trasformazione che ha portato dal latino al volgare.
  • Il VI è connesso al V, in cui si chiede se il volgare sia una nuova lingua e se l’antico latino sia guasto e corrotto.
  • Il VII cerca di stabilire quanti linguaggi compongano la lingua volgare, cioè da dove provengono le parole del fiorentino.
  • L’VIII quesito si chiede se la lingua si debba imparare dagli scrittori o dal popolo.
  • Il IX quesito indaga come si giudichi quale lingua sia più bella.
  • Il X è dedicato alla questione del nome da attribuire alla lingua volgare. Varchi accetta la designazione di volgare e respinge, ovviamente, quella di lingua cortigiana o italiana.

Lionardo Salviati e i fondamenti del purismo

Salviati, negli Avvertimenti della lingua sopra il Decamerone (1584), collocò, accanto alle Tre corone, molti autori minori, i quali non avevano avuto altro merito se non quello di esser vissuti nel Trecento e di essere fiorentini. Salviati insisteva sulla decadenza attraversata dalla lingua fiorentina moderna rispetto all’antica. Se per Bembo la grandezza del passato era frutto di una reale valutazione dei meriti letterari.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Scarpa Raffaella.
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