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Confini e identità dei popoli

Il confine è uno spazio nello stesso tempo geografico e culturale che, oltre a delimitare il territorio d’influenza di uno Stato, delimita e costruisce l’identità di un popolo. Il tema della definizione dei confini, del loro significato e della loro stessa esistenza è forte attualità oggi, basti pensare al dibattito planetario fra chi vorrebbe un “mondo comune”, senza barriere di alcun genere, soprattutto economiche, e chi rifiuta invece l’idea, a favore di un’economia più attenta alle differenze fra luoghi e culture.

L’Europa contemporanea sta abbattendo progressivamente i suoi confini interni: laddove un tempo c’erano barriere, controlli e bisognava esibire un passaporto, oggi ci sono vie aperte e percorribili. Tuttavia, la nozione di confine accompagna la storia europea dall’antichità a oggi. La prima rappresentazione di un confine nella cultura europea si trova nell’Iliade: il divino fabbro Efesto forgia per Achille uno scudo finemente decorato in cui trova posto in cerchi concentrici tutto l’universo noto: il cielo, la terra, il mare, le costellazioni. A chiudere questo affresco Efesto pone la corrente del fiume Oceano: è un limite oltre il quale non c’è assolutamente niente. Per gran parte della loro storia, i Greci conoscono una visione del confine simile a questa rappresentazione omerica: il confine è una linea netta, che divide i Greci dai barbari, vale a dire lo spazio della civiltà da quello del mondo selvaggio. Questa nozione di confine assoluto è suggerita dall’idea delle colonne d’Ercole, identificate con lo stretto di Gibilterra, il punto di massima vicinanza tra Europa e Africa: per quasi duemila anni, questo confine rimase per gli osservatori europei il limite del mondo, da cui sarebbe stato folle uscire.

Anche nella Roma delle origini e poi quella repubblicana il confine è un fattore indispensabile per definire l’identità dei Romani rispetto agli altri. Romolo fonda Roma proprio tracciando i suoi confini nella terra nera con un aratro. Questa linea di confine era per i Romani il pomerium, vale a dire la linea sacra che fondando una città si era obbligati a tracciare, per delimitare nello spazio indistinto ciò che resta escluso. Cesare simbolicamente sigla la fine della Repubblica valicando in armi il confine, presso il Rubiconde, e pronunciando la celebra frase “alea iacta est”, “il dado è tratto”, cioè “è impossibile tornare indietro".

In età imperiale viene elaborata una precisa nozione di confine: il limes, ossia il confine fortificato che difende il territorio dell’Impero e che dall’epoca di Augusto si trova sul Reno e sul Danubio. Gradualmente, il limes diviene una linea fortificata da difendere a ogni costo, non più una base avanzata per nuove conquiste o uno spazio che può essere valicato da commercianti o viaggiatori; gli imperatori, in particolare da Adriano (117 – 138 d.C.) in poi, rinunciano all’idea di estendere il territorio romano, per presidiarne i limiti estremi: è quindi un confine-scudo, fatto apposta per essere impenetrabile, al di fuori del quale attendono i barbari ansiosi di preda e devastazioni. In un certo senso, quindi, il confine diventa il luogo della paura, ossia quello spazio che a tutti i costi deve essere difeso perché il mondo civile non rischi di essere travolto dalla barbarie.
Questa nozione poco flessibile di difesa del confine finì per costare cara: una volta forzato il limes, infatti, non vi furono altre barriere, né militari né di altro tipo, alla distruzione dell’Impero.

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