Eutanasia, mafie, sessualità: no ai tabù, parliamone a scuola. Parola di Saviano

foto di roberto saviano
crediti foto: Barbara Ledda

Dal dibattito sull'eutanasia, argomento molto discusso nelle ultime settimane a seguito della vicenda di Dj Fabo - di cui "non è solo giusto, ma necessario" parlare tra i banchi di scuola - fino a temi più scottanti e delicati come bullismo, mafia e droga. Per Roberto Saviano bisogna trovare il tempo e il coraggio di affrontare questi argomenti con gli studenti, durante la normale didattica, superando i tabù. Ecco la scuola che vorrebbe il famoso giornalista e scrittore. A raccontarla direttamente lui, in una lunga intervista a Skuola.net, in cui ha anche svelato qualche dettaglio sul suo vissuto da insegnante e del suo passato da studente.

La scuola secondo Roberto Saviano: l'intervista di Skuola.net

Da una nostra indagine risulta che il 78% degli studenti vorrebbe parlare di eutanasia a scuola. Perché secondo te è giusto discuterne in classe?
Non è solo giusto, ma necessario. E lo è perché la vita in sé contiene anche la sua fine, e una fine dignitosa rende giustizia a una vita vissuta cercando la felicità. La storia di Fabo, che è stato a lungo prigioniero nel suo corpo, è la storia di un uomo che è stato ragazzo, ragazzo come voi, e che più di ogni altra cosa nella vita ha desiderato scegliere. Scegliere come vivere. Dove vivere. E anche come morire. Le parole sono importanti e riflettere sul loro utilizzo non è vuoto esercizio. Dire che Fabo abbia praticato “suicidio assistito” è cosa assai diversa dal dire che ha necessitato di “assistenza medica alla morte volontaria”. Qual è la differenza? Non è evidente? In un Paese dall’anima profondamente cattolica come l’Italia, parlare di suicidio relega il gesto di Fabo a quella zona della nostra sensibilità che etichetta tutto come peccato. Il suicidio è peccato. Togliersi la vita è peccato. Cosa accade però quando la vita, per chi la vive, non è più tale? La necessità che gli studenti sentono di confrontarsi con i temi etici non va letta come necessità di sondare la propria spiritualità, la propria intimità, ma è qualcosa di estremamente concreto. I ragazzi, gli adolescenti, sanno quasi in maniera istintiva che non esiste nulla di più concreto di un diritto: di un diritto negato, di un diritto concesso, di un diritto da pretendere e da ottenere.

Perché non si fa abbastanza? La morte è ancora un tabù o c’è paura di affrontare determinati argomenti?

La morte è un tabù, la procreazione è un tabù, il carcere è un tabù, la droga è un tabù. Tabù è tutto ciò che implica ragionamento, approfondimento, studio. Tabù è tutto ciò che puoi banalmente liquidare, senza quindi approfondire, informarti o studiare, pensando che tutto sommato si tratta di un aspetto immutabile dell’esistenza, che è sempre stato così e così sempre sarà.

Potrebbe essere utile riformare i programmi scolastici includendo ore di didattica dedicate ad approfondire argomenti anche delicati, per migliorare la coscienza critica degli studenti?
Ma davvero c’è bisogno di riformare i programmi o si tratta piuttosto di argomenti che rientrano a buon diritto in aree disciplinari già esistenti? Mafia è storia. Sessualità, vita e morte sono scienze, biologia, ma sono argomenti che rientrano anche in materie umanistiche. Pedofilia e bullismo sono argomenti che vale la pena trattare in ogni ambito disciplinare. Se pensiamo alle statistiche sarebbero anche oggetto di studio scientifico-matematico. Se pensiamo agli articoli di giornale, ai reportage e ai libri, allora è italiano, educazione civica. Droga è scienze, biologia, chimica. Non bisogna inventare materie ma trovare il tempo, e soprattutto il coraggio, per affrontare questi temi durante le ore di didattica già disponibili.

Parallelamente, ci sono invece argomenti scolastici a cui daresti meno rilevanza per far posto a temi più attuali?
Assolutamente no. Io sono ateo, ma anche l’ora di religione può essere utilissima se usata per studiare culture e religioni diverse. Ai miei tempi era un’ora persa. Per lo più si andava in bagno a fumare.

Quali sono a tuo parere le tematiche più urgenti da affrontare in questo momento per coinvolgere i ragazzi, e aiutarli a comprendere meglio il mondo che li circonda?

Bisogna parlare di droghe, ciò che è accaduto a Lavagna lo pone come priorità. Capire cosa sono, come agiscono, quanto male possano fare. È fondamentale capire che la repressione ha fatto il suo tempo e ha fallito. Servono momenti di incontro con i genitori, mediati da chi ha potuto affrontare l’argomento con i ragazzi anche in maniera scientifica. Bisogna parlare delle condizioni dei detenuti, dello stato delle carceri italiane, per capire che spesso sono luoghi dove non si educa o rieduca ma si punisce e ci si forma per una vita criminale di maggior spessore. Bisogna studiare i flussi migratori, studiare perché si arriva in Europa e con quali aspettative. Studiare quali realtà lascia chi si mette in viaggio e studiare anche cosa dovrebbe trovare, in cosa è carente l’accoglienza che offriamo. Bisogna parlare di come funziona l’informazione e come lavorano i social network, bisogna darsi strumenti per capire come valutare un’informazione, come capire quando è cronaca e quando già è opinione. Concetti come “messaggio semplice”, “viralità” ed “engagement” - parole d’ordine sui social - sono diventate anche le parole d’ordine della politica. E quindi: cosa siamo noi sui social? Che ruolo abbiamo? Come agiamo e come reagiamo? Che responsabilità abbiamo?

Ti è capitato anche di tenere delle lezioni: hai mai sognato di diventare professore a tempo pieno? Che tipo di professore saresti?
Molte volte ho tenuto lezioni ed essere professore mi piacerebbe moltissimo. Sarei uno che si fa i fatti vostri.

Ti ricordi quale tema hai scelto alla maturità? Come è andato?
Non ricordo la traccia. Tanta paura che possa saltare fuori quel tema o altri…confido nella distruzione degli archivi del liceo.

Che tipo di studente eri?
Secchione, ma suggerivo e passavo i compiti, quindi mi si voleva bene. Poi avevo una folta chioma liscia e lunga, molto metal.


Intervista a cura di Carla Ardizzone, Marcello Gelardini, Manlio Grossi e Carmine Zaccaro
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