Riforma Gelmini, ora tocca alle università

Cristina Montini
Di Cristina Montini

La Gelmini non si ferma e, dopo il riordino delle superiori, ha già messo in cantiere un’altra riforma. Questa volta toccherà all’università farsi carico di cambiamenti e modifiche che, si augura il Ministro dell’Istruzione, possano entrare in vigore entro l’estate. Ma dall’opposizione, e non solo, si sono levati cori di allarme e preoccupazione nei confronti di un disegno di legge che in realtà potrebbe penalizzare gli atenei pubblici solo per la necessità, da parte dello Stato, di ridurre i fondi.

ENTRO L'ESTATE ANCHE ALL'UNIVERSITÀ LA SUA RIFORMA - Il clima di polemiche e scontri si è acceso subito dopo l’intervento del Ministro dell’Istruzione alla commissione del Senato che sta discutendo il ddl di riforma delle Università. La Gelmini ha innanzitutto sottolineato la sua ferma intenzione di rendere legge in breve tempo il testo di riforma e spera, ha dichiarato, “alla fine di giugno o luglio, di poter chiudere i lavori”. Ha inoltre evidenziato la sua disponibilità a discutere proposte costruttive di cambiamento provenienti dall’opposizione a condizione, però, che non si arrivi ad un “annacquamento” - così lo ha definito la Gelmini - del disegno di legge.

LARGO AI GIOVANI - Ciò a cui il Governo vuole puntare con tale riforma è la promozione di una “una gestione efficiente delle risorse unitamente a un miglioramento della qualità, della didattica e dell'offerta universitaria” e, continua il Ministro “questo passa da un governo degli atenei con responsabilità distinte e chiare, da un reclutamento che punti davvero sui giovani, che apra gli atenei alle giovani generazioni” e, il cui scopo sia giungere ad un vero cambiamento “non per aumentare l’età pensionabile dei professori, non per aumentare il numero dei mandati dei rettori”.


RICERCATORI IN PERICOLO - Sul fatto che una riforma del sistema universitario sia necessaria non si discute, quello che tuttavia rende perplessi e contrariati molti esponenti dell’opposizione, ma anche alcuni componenti della stessa maggioranza, è il contenuto della riforma proposta dall’attuale governo. La senatrice del Pd Vittoria Franco parla di “un progetto di riforma sbagliato, che toglie all'Università italiana autonomia. Non risolve i problemi sostanziali e marginalizza ancora di più la fondamentale funzione della ricerca che deve essere propria degli atenei” e prosegue accusando il Ministero dell’Istruzione di voler far diventare l’Università come “un grande Liceo superiore, sede prevalentemente della trasmissione del sapere, dal quale scompare la sua essenza, il primato della ricerca”.

A NAPOLI NON SI INSEGNERÀ PIÙ - E proprio i cambiamenti previsti dal disegno di legge in esame al Senato nei confronti della figura del ricercatore hanno spinti alcuni atenei italiani a far sentire la loro protesta verso una riforma che considerano una minaccia per il loro futuro e per il futuro della ricerca. Alla facoltà di Scienze Biologiche della Federico II di Napoli i ricercatori hanno deciso di non fare più lezione provocando forti disagi quali accorpamenti di corsi, fusioni di gruppi e “spegnimento” di insegnamenti a scelta, ma che, sperano, inducano il Governo a ritornare sui suoi passi e rivedere l’attuale disegno di legge.

E A TORINO NEMMENO - Stessa storia anche all’Università di Torino dove i ricercatori hanno detto basta a corsi, didattica ed esami. Dal prossimo anno, nella facoltà di Scienze, si occuperanno solo di ricerca. A commentare questa sofferta decisione è Alessandro Ferretti, ricercatore al dipartimento di Fisica sperimentale, che ha spiegato “Smetteremo di svolgere tutti quei compiti didattici a cui fino ad oggi ci siamo dedicati con passione, su basi volontarie, e per il bene degli atenei e dei loro studenti. Da ottobre lavoreremo a tempo pieno al nostro compito istituzionale”, la ricerca appunto. E tutto ciò per far capire al governo quanto forte sia la loro protesta nei confronti del ddl che introduce la figura del ricercatore a tempo determinato, con contratti di tre anni rinnovabili per altri tre e il rischio di avere ricercatori che a 40 anni non saprebbero più che lavoro fare. E dopo Fisica anche Veterinaria, Agraria, Economia e Scienze politiche sembrano intenzionate ad attuale lo stesso tipo di contestazione.

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Cristina Montini

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