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Zagari, F., Al centro dell'oceano. Osservando/Progettando

In un'epoca caratterizzata dal più grande fenomeno di urbanesimo della storia, parliamo con sempre maggiore insistenza di paesaggio, spesso con significati diversi, ma sempre mossi da una comune aspirazione, di ritrovare un principio di orientamento e di equilibrio, di cui la nuova città, non più propriamente urbana né rurale, disperatamente... Vedi di più

Esame di Architettura del paesaggio docente Prof. F. Zagari

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discontinuo,sia il mezzo che forse appare più istintivo, e che il nuovo paesaggio a sua volta si

disponga ad essere rapido e discontinuo e. aderisca per questo a forme brevi.

Si cerca dunque una nuova soggettività e un nuovo angolo critico per osservare, rispetto a

avvenimenti la cui dimensione e rapidità non ha paragoni in nessun altro momento storico, con una

situazione complicata, almeno in Europa, perché il disastro urbanistico degli ultimi dieci anni

coincide con il massimo benessere materiale, e non solo, della nostra storia. Nuove categorie di

giudizio sono necessarie per corrispondere alle esigenze di una nostra posizione che si sposta

costantemente in latitudine e longitudine, rispetto a quella che appare come una “tempesta perfetta”,

un corso degli avvenimenti che modifica radicalmente lo si voglia o no la nostra abitudine mentale

dell‟abitare.

11. Affinità elettive

E‟ certamente anche per questo che il paesaggio e il giardino sono temi che interessano così tanto la

società del nostro tempo, e anche perché permettono una focalizzazione del significato della natura

che oggi sembra essere segnato da uno stato di drammatica disarmonia, al punto di essere

un‟emergenza prioritaria, da ricomporre con urgenza. Ma è anche perché questi temi individuano

zone franche di confine del pensiero dell‟architettura e dell‟urbanistica che sperimentano

comportamenti originali, con capacità di interpretare lo spirito del tempo con una adeguata

corrispondenza alla dimensione e alla velocità degli eventi degli ultimi decenni, che appunto

dell‟umanità. In

abbiamo detto essere il maggiore movimento di persone e cose della storia

particolare questi temi sono anche campi abituali di sperimentazione delle arti plastiche nello spazio

delle nostre azioni quotidiane, nuove “affinità elettive” che liberano punti di vista molto efficaci per

interpretare ciò che tende ad accadere, ancor prima che accada, e quindi risorse preziose nella

innovazione del linguaggio. L‟ideazione di un progetto di paesaggio è dunque anche tutto questo.

E a questo proposito grandi discussioni ha sollevato la XII Biennale di architettura di Venezia,

firmata da Kazuyo Sejima, che sembra un diario di viaggio autobiografico di questa meravigliosa

– di progressiva dissoluzione dell‟architettura nel

autrice, un osservatorio è proprio il caso di dire -

paesaggio, un‟edizione che comunque sarà ricordata come un punto di svolta, un reset spietato di

tutti i canoni consueti della missione di progettare e di costruire. Una aspirazione di armonia, di

ricomposizione, di sobrietà sembrerebbe essere la chiave della ricerca della bellezza nel nostro

tempo. Vorremmo reinventare il celebre personaggio di Jacques Tati, Monsieur Hulot, perseverare

nella tentazione di voler resistere al tempo, ma naturalmente la bellezza, come ogni fenomeno

legato alla creatività, invece si manifesta spesso proprio dove più ci sorprende, perché inattesa. La

bellezza è anche coraggio, libertà dagli schemi, eresia, follia.

12. Letture

Alcuni libri appassionati oggi parlano di paesaggio, fra questi mi piace ricordare Entre paisaje di

Joan Nogué, una agile raccolta di riflessioni di uno dei testimoni più interessanti delle vicende del

paesaggio europeo, che nasce dall‟esperienza dell‟Osservatorio della Catalogna, forse il più

avanzato in Europa. Significativamente le bellissime immagini, affidate a Maria Rosa Russo, sono

state scelte dall‟autore come una seconda narrazione (Barcellona, 2009, Milano 2010).

Sembra per il resto non esserci spazio per mezze misure, si afferma un pensiero radicale su

posizioni molto diverse.

Una distanza totale da qualsiasi ideologia del progresso e una rinuncia a qualsiasi scrittura del

moderno sono la tesi di due libri che segnano il nostro tempo, direi proprio come osservatori, fra

loro molto diversi, Paesaggio Costituzione Cemento di Salvatore Settis, che è un elogio ad oltranza

della tutela del nostro patrimonio storico, del restauro come progetto del nostro futuro, e Il

manifesto del Terzo paesaggio, di Gilles Clément, celebrazione invece della wilderness, la vendetta

della natura dove l‟uomo abbassi la guardia, la rinaturalizzazione come grande missione. La crisi

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dell‟ambiente e del paesaggio sono due aspetti di viva sofferenza, distinti e concomitanti: il primo,

l‟ambiente, è relativamente più chiaro all‟opinione pubblica, che lo riduce però spesso a una

questione materiale e funzionale, di indici e di numeri che separano il bene dal male, mentre il

secondo, il paesaggio, è meno capito e sentito se non per la nostalgia di quanto era confortante una

cornice tradizionale della scena delle nostre azioni, è posto come una qualità residua di un mondo

che non c‟è più, un valore che ci appartiene come un‟eredità, comunque una perdita, per ora mai

posta come una priorità nella nostra ricerca di benessere. Dal libro di Settis si trae una forza

straordinaria per una maggiore consapevolezza del valore del paesaggio e su come questa si traduca

in termini giuridici e amministrativi in misure di tutela, ma non apre ad alcuna speranza di poter

trovare valori positivi al di fuori di questo dovere di responsabilità civile. Una consapevolezza

culturale e politica del patrimonio storico e ambientale, richiede anche una visione di futuro, che

non può coincidere con un progetto di solo restauro, passato e futuro sono momenti da non separare

mai. Dal libro di Clément invece si trae la visione di una contronatura che appare nuova proprio

perché protetta da ogni antropizzazione, è evidente il fascino di portare a valore estetico un

messaggio morale che la cultura dell‟ambiente sente come un‟urgenza planetaria. Clément ha il

merito di una sintesi colta e ispirata, che è rara, fra sensibilità ambientale e capacità di Gardner, ma

il suo manifesto è forte se sostenuto dalla sua poetica, altrimenti è un‟altra fuga da un progetto

contemporaneo.

di Rem Koolhaas è l‟elegia di uno spazio senza morale e senza storia, che pur si muove

Junkspace

… e al suo opposto di Lucien Kroll è l‟affermazione del diritto prioritario di chi

Tutto è paesaggio

E‟

abita a esprimersi. un processo inarrestabile, è di questi giorni il sorpasso planetario della città

sulla campagna: per questo parliamo di “città non città”, intendendo un sinonimo di “paesaggio non

paesaggio”, dove categorie come periferia e centro vanno ridefinite caso per caso perché

mantengano un significato. Sprawl è il termine anglosassone che indica un‟immensa parte del

territorio che ha abdicato a qualsiasi pianificazione e che è oggi una realtà alla quale non si conosce

rimedio. Lo sprawl, spazio amorfo e dinamico, violento come una nuova invasione barbarica, fa

terrore e affascina allo stesso tempo. Per Koolhaas è il nuovo linguaggio, per Kroll la liberazione da

una cultura imposta.

13. Una nuova geografia

Da quando disponiamo di mongolfiere osserviamo i territori dall‟alto, perfezionando le visioni

zenitali immaginate dai topografi. L‟arte della guerra ha poi sublimato questi punti di vista con

mappe altimetriche perfette dalle quali è possibile estrarre rilevamenti della consistenza del suolo,

della presenza di vita animale e vegetale, del movimento, del calore, degli scambi commerciali (non

lo so ma sono sicuro che momento per momento sono elaborate carte su ogni forma di produzione e

di consumo di energia, sulle spese con carta di credito, sul volume di contatti telefonici,

sul‟evasione dell‟Ici) e noi paesaggisti abbiamo appreso dagli entomologi, non dagli urbanisti, che

la tecnologia GIS è ormai più efficace quando incrocia alcuni dati apparentemente casuali,

semplicemente rivelando frequenze interessanti su quella che impropriamente possiamo chiamare

l‟emotività di un sito, vale a dire l‟intensità e la frequenza di fattori di vitalità, indicatore di una

vocazione a sviluppare nuove attività di forte richiamo. Certamente rappresentare e osservare sono

attività molto diverse e non potremo certo dire di conoscere un paesaggio attraverso i miracoli di

Google. Vorremmo liberarci dalle Carte dei luoghi e dalle Linee guida, che tassonomizzano senza

esitazione i paesaggi ancora sul principio dello zoning, faccia attenzione a non inciampare, lei sta

passando da un paesaggio a un altro, il confine passa proprio qui. Purché i paesaggi lo sappiano, e

che si adeguino. 7

14. Città non città, paesaggio non paesaggio

La rappresentazione rassicurante di un nostro ideale di equilibrio fra uomo e natura, che ha fatto

parte della buona educazione borghese della prima metà del Novecento, si è sostituita nel secondo

dopoguerra con una visione sempre più discontinua, dove i paesaggi conclamati per la loro bellezza

diventano sempre più isole, il cui valore si fa raro e irriproducibile, fino a diventare uno stereotipo

museale e turistico, immersi in un glutine chiamato con varie espressioni come una città infinita, un

habitat indistinto non più né rurale né urbano. La discontinuità, che attraversa il pensiero

occidentale in ogni disciplina, che origina dal trauma della guerra e che esplode con la crisi della

civiltà industriale, con i grandi fenomeni di massa della mobilità e dell'informazione individuale, è

una tendenza che ormai è uno degli aspetti più evidenti della città contemporanea, tanto che anche i

che il ciclo della città

canoni di estetica urbana si stanno modificando. Marco Romano fa l‟ipotesi

europea sorto in epoca medievale, fondato sull‟idea di un'opera d'arte collettiva, frutto del desiderio

e del bisogno di appartenere a una comunità di tutti i cittadini, già del tutto diverso da quello

precedente, con il nuovo millennio sia giunto al termine, e che un altro ciclo si affacci di nuovo del

tutto diverso (Ascesa e declino della città europea, 2010).

La nuova città del terzo millennio, non più urbana né rurale, per riconoscersi si rifugia in

monumenti, Landmark, centri storici, resti di coltivazioni, riserve naturali, in paesaggi appunto, per

ritrovare il senso di una appartenenza a un luogo, dove fissare il nostro immaginario, che ci faccia

dire: “Io abito qui”. E‟ allora che parliamo di paesaggi, luoghi dei quali riconosciamo il carattere e

il carisma, la capacità di rappresentarci. Ma i nostri paesaggi sono sempre più assediati, codificati

come eccezioni, appesantiti da un modo turistico di accedervi e di vivervi consumandoli come un

prodotto, in pericolo di diventare feticci e stereotipi, Più li desideriamo autentici e più sotto i nostri

occhi si semplificano. I problemi sono immensi e superiori a ogni risorsa umana e materiale

immaginabile. Pensiamo che la vicenda della tutela del paesaggio storico non vada disgiunta, anzi

coincida con quello della creazione di nuovi paesaggi richiesti dalla nostra epoca.

Da un importante osservatorio della qualità della vita nelle città italiane, il nostro quotidiano

il paesaggio non esiste, esiste l‟ambiente

economico Il Sole 24 ore, ho appreso, semplicemente, che

come una pratica sanitaria che in qualche modo lo rappresenta. Un altro osservatorio di grande

impatto mediatico mi ha invece molto preoccupato, Nuovo paesaggio italiano di tre guru Oliviero

Toscani, Vittorio Sgarbi, e lo stesso Settis, i quali aprono uno spazio di pubblica delazione contro il

brutto, “per fargli male”. Cosa sia il paesaggio lo sanno loro, il processo sommario in contumacia si

Non tiene più l‟idea di una

sostituisce a qualsiasi pacato ragionamento. città ordinata in un mondo

ordinato, che si è prodotta con la decadenza della cultura industriale e l‟affermazione delle culture

che decentrano la mobilità e l‟informazione oggi, della green economy domani, in tutto questo

caotico frenetico divenire dobbiamo cercare di ritrovare un nostro nuovo equilibrio, è qui che si

gioca la partita fra locale e globale, e si sperimentano le nuove dinamiche di inurbamento, fra le

quali pulsano quelle delle comunità multietniche, ed è qui che la città contemporanea si organizza,

come dice Manuel Castells in due dimensioni parallele, dei flussi dell'informazione e dello spazio

fisico, fra loro interattive e al tempo stesso conflittuali. Si tratta di un nuovo mondo che più

cerchiamo di osservare e descrivere più sfugge, mappe con zone bianche, luoghi non più urbani né

rurali, formati per accumulazione di atti fra loro indipendenti, incoerenti, discontinui, in buona parte

rifiutati, apparentemente privi di storia e di visione di futuro. Idee e cose senz‟anima sono

abbandonate, sommate e non sedimentate come scarti e offrono nel migliore dei casi un uso ridotto

all‟esercizio di una pura funzione primaria. E‟ là che si pone uno dei temi più scabrosi dell‟incontro

così difficile fra architettura e società oggi. E‟ là che noi viviamo, abitando o non abitando,

reagendo o subendo, sapendo che nessuna parte del territorio può accettare di essere a lungo

abbandonata, il rifiuto protratto genera infatti gravi turbe sociali. Tentativi sono stati fatti con

anacronismi, in fondo l‟intera stagione postmoderna in architettura, e in parallelo il vernacolo come

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fenomeno spontaneo di massa di culto del regionalismo, o alcuni episodi utopici singolari come

l‟avventura del Principe Carlo o di habitat in stile nati per celebrare una classe emergente, come

quello del Truman show. Per fortuna molti di noi riescono a superare un sentimento che sia solo di

nostalgia e cercano comunque nuove strade.

Liquida (Zigmunt Bauman), instabile, schiuma (Ugo Volli), né urbana - né rurale (Marc Augé),

delle reti (Manuel Castells), infinita (Alberto Abruzzese, Aldo Bonomi), porosa (è ancora vivo e

sempre più abusato il termine di Walter Benjamin), quanti aggettivi per descrivere la città non città

della nostra epoca, la cui sostanza sembra essere inafferrabile, indecisa fra uno stato di luogo e uno

stato di non luogo: nominare i fenomeni di dissoluzione della città tradizionale è diventata una gara

fra molte interessanti teorie interpretative di diverse discipline, con nuovi modelli di analisi che

hanno un forte accento mediatico e spesso un sapore di esorcismo. Vitaliano Trevisan pensa che

ormai si possa parlare solo di periferia infinita, che più cresce, più i centri si fanno piccoli, mentre la

città è “un paesaggio fantomatico, fossile di società ormai trascorse” (Tristissimi giardini, Roma

2010).

15. Dunque, che fare del disastro

Il disastro urbanistico è perfetto, nel pianeta in dieci anni si è costruito di più che in tutta la storia

umana precedente, dimensioni inaudite, tempi e costi impossibili, impossibile in tempi di magnesio

improvvisare legioni di committenti, autori, comunità, costruttori, amministratori, amministrativi,

osservatori. Le trasformazioni sono rapide, spesso effetto di scelte remote, per lo più occulte.

L‟unica categoria di intervento della nuova città sembra essere la ristrutturazione, con la minima

manutenzione, impossibile parlare di restauro e di manutenzione straordinaria. Comunque è tutto

un quadro che cambia, l‟acqua, l‟ossigeno, la sicurezza sono in questione, popoli in marcia, la

della egemonia e della ricchezza che si sposta, la mappa dei diritti dell‟uomo e della

geografia

democrazia che tutti i giorni è riscritta con alterne vicende, la guerra sempre più spietata con

popolazioni innocenti che mantiene un suo bilancio fisiologico apparentemente incomprimibile.

Eppure non siamo privi di serenità, volontà, lavoro, progetti. Questa la nostra vita di tutti i giorni,

questa la qualità del nostro habitat. Dunque l‟esigenza politica di intelligence, di osservare,

monitorare per capire come cambiano e verso dove vanno i fenomeni di trasformazione del

territorio.

16. Concludendo

In quanto io osservo e progetto, io posso effettivamente dire di “essere in luogo”, attore di un

laboratorio creativo che è anche e forse soprattutto istituzionale, perché la consapevolezza comune

di un paesaggio può portare a ridiscutere lo statuto di una città.

Sono queste a mio avviso le più importanti missioni di questa straordinaria iniziativa

dell‟Osservatorio delle Canarie:

cioè l‟invito a un azzeramento,

Silencio, a un reset e a una pausa di riflessione, è il titolo eloquente

della seconda Bienal de Canarias de arcquitectura, arte y paisaje una delle manifestazioni più

interessanti sul paesaggio tenuta negli ultimi anni con la guida di Juan Manuel Palerm. Ora si apre

l‟Osservatorio e il Viaggio è il tema della terza edizione che si annuncia, “con scarrocciamento e

devianza”, il modo marinaro di raggiungere un obiettivo per continui progressi indiretti, sfruttando

il vento e il mare con l‟armonia di un‟arte, una metafora perfetta del pensiero contemporaneo.

Osservare e progettare è un fondamento di democrazia verso nuove scoperte, un viaggio

dimensioni dell‟abitare che in buona parte sono ancora sconosciute.

affascinante verso Non so se la

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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

In un'epoca caratterizzata dal più grande fenomeno di urbanesimo della storia, parliamo con sempre maggiore insistenza di paesaggio, spesso con significati diversi, ma sempre mossi da una comune aspirazione, di ritrovare un principio di orientamento e di equilibrio, di cui la nuova città, non più propriamente urbana né rurale, disperatamente necessita. I fenomeni di trasformazione del territorio sono così rilevanti, veloci e imprevedibili, da richiedere per comprenderli e interpretarli un mutamento profondo nella cultura e nella pratica del progetto. Riconoscere, proteggere, mantenere e valorizzare il paesaggio è uno dei passaggi più delicati della progettualità contemporanea, un compito che. richiede un grande lavoro di sensibilizzazione delle amministrazioni e dell'opinione pubblica, con la maggiore concertazione possibile delle popolazioni. Ecco che diventa utile, anzi urgente osservare il paesaggio come uno dei beni comuni più preziosi, non solo più promuovendo degli studi, ma formando dei laboratori critici aperti alla partecipazione per discutere i fenomeni che ne caratterizzano l'evoluzione, i temi, gli obiettivi, le strategie.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in architettura del paesaggio
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Architettura del paesaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Mediterranea - Unirc o del prof Zagari Franco.

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