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Vicende del rapporto successorio - Parte prima Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni del Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento analizza le seguenti vicende del rapporto successorio: capacità a succedere, indegnità, chiamati... Vedi di più

Esame di Diritto di Famiglia e delle Successioni docente Prof. G. Furgiuele

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i diritti, non i fatti (i fatti rimangono nella natura delle cose, non si prescrivono). Dunque, se

questo è l’accertamento di un fatto, allora non si dovrebbe prescrivere la relativa azione. La

Cassazione respinge questa impostazione e segue l’impostazione più diffusa in giurisprudenza

e anche in dottrina. La Cassazione, quindi, ricostruisce in modo diverso l’azione di indegnità

a succedere. Secondo l’orientamento prevalente, l’indegnità a succedere non è un effetto

automatico della legge che ne prevede le cause, ma è l’effetto di una sentenza costitutiva.

Cioè il soggetto indegno, prima che intervenga la sentenza, è un soggetto che può ereditare,

quindi eredita e acquista i beni a prescindere dalla causa di indegnità. Quando poi interviene

la sentenza che accerta non il suo status (come nel caso dell’incapace a succedere), ma un suo

preciso comportamento negativo, allora questa sentenza, nel sanzionarlo, mette nel nulla

l’acquisto, che però c’è già stato; quindi la sentenza rimuove l’acquisto che è avvenuto e

impedisce all’indegno di mantenere ciò che ha acquistato, e lo attribuisce ad un diverso

soggetto. Questo principio è espresso col brocardo in base al quale l’indegno “potest capere,

sed non potest retinere”: l’indegno può acquisire, ma non può mantenere, a differenza

dell’incapace che, come dice la parola, “non potest capere” mai. Quindi l’indegno acquista,

ma poi perde ciò che ha acquistato. Inoltre questa azione a una sentenza costitutiva si

prescrive perché c’è un diritto a esercitare questa azione che si deve ritenere prescritto in base

al termine ordinario. In qualche modo è la stessa differenza che nel diritto privato generale

intercorre tra azione di nullità e di annullabilità. L’azione di nullità è dichiarativa, e quindi

imprescrittibile, mentre l’azione di annullabilità è costitutiva e si prescrive in un termine

anche più breve di cinque anni. La Cassazione ricostruisce in questi termini il problema della

prescrizione. Naturalmente, il problema ha ragione di porsi anche perché la legge non prevede

nulla sul punto (non esiste una norma sulla prescrizione, né tanto meno sul termine di

prescrizione, dell’azione di indegnità a succedere), per questo sono ammissibili diverse

ricostruzioni: da una parte, quella dell’imprescrittibilità, promossa da una parte della dottrina

e richiamata dall’attrice, dall’altro, quella della prescrittibilità sostenuta dalla giurisprudenza e

dalla Cassazione. Alla base di tutto ciò poi c’è un altro problema, cioè se l’indegnità a

succedere debba essere considerata un problema di interesse pubblico oppure un problema di

rilievo privato. Naturalmente, la ricostruzione che vuole l’imprescrittibilità è più consona alla

concezione dell’indegnità come un’azione di carattere pubblicistico, mentre quella che vuole

la prescrittibilità tende più a ritenere che l’indegnità sia un’azione di interesse privato (infatti

è il privato che ha l’onere di attivarsi in tempo e di far costituire l’indegnità, mentre se

l’azione fosse di interesse pubblico sarebbe sempre possibile la tutela dell’interesse pubblico).

Veniamo al secondo motivo. L’attrice sostiene che anche se l’azione fosse prescrittibile,

dovrebbe conteggiarsi diversamente il termine, cioè non contando i dieci anni a partire

dall’apertura della successione, ma contandoli da un momento successivo, cioè dal momento

in cui il soggetto ha fatto uso del testamento falso. Il secondo motivo si fonda su

un’argomentazione abbastanza ragionevole. Si dice che al momento dell’apertura della

successione la fattispecie “uso del testamento falso” non si è ancora nemmeno verificata,

quindi come si potrebbe pensare che un soggetto abbia l’onere di agire per l’indegnità quando

ancora non si è nemmeno verificata la causa? Quel soggetto potrebbe utilizzare il testamento

falso anche molto tempo dopo la morte del de cuius e farlo valere. Quindi non avrebbe, in

effetti, molto senso limitare in questo modo la possibilità di agire per la dichiarazione di

indegnità. Infatti, questo secondo motivo viene accolto. La Cassazione precisa un aspetto.

Apparentemente, questo secondo motivo poteva porsi in contrasto con un certo filone della

giurisprudenza. In giurisprudenza si dice che l’art 2935 in materia di prescrizione, che dice

che la prescrizione non corre contro chi non può far valere il diritto, va interpretato nel senso

che questo “non può far valere il diritto”, è riferito agli ostacoli di tipo giuridico. Cioè, dato

un diritto, mettiamo soggetto a termine iniziale o a condizione sospensiva, che quindi non può

essere esercitato finché non si verifica il momento in cui giuridicamente lo si può esercitare,

allora la prescrizione non decorrerà contro il suo titolare, fino a quel momento. Però, la

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giurisprudenza maggioritaria dice che questo non vale per gli impedimenti di fatto, cioè per

quelle situazioni in cui, di fatto, il titolare di un diritto non può esercitare il suo diritto (ad

esempio perché non sa di averlo). La Cassazione precisa che questa giurisprudenza non è che

debba essere modificata, ma deve essere chiarito che tutto questo non vale quando

l’impedimento di fatto (in questo caso la mancata conoscenza della causa di indegnità) deriva

da un comportamento di tipo doloso della controparte, che è appunto il nostro caso. Quindi, in

caso di dolo della controparte, anche l’impedimento di fatto rettifica il mancato inizio del

decorso della prescrizione. Quindi, in questo caso, il fatto che il soggetto, per dolo della

controparte, non poteva conoscere il fatto che c’era un testamento falso, consente di ritardare

il momento di inizio del computo della prescrizione. Quindi la Cassazione ritiene che l’azione

sia sì prescrittibile, ma con un termine diverso, perchè tale termine deve iniziare a decorrere

più avanti nel tempo.

Si potrebbe osservare che un problema di limiti nel tempo si porrebbe comunque. Cioè anche Osservazioni

se, per ipotesi, si accogliesse quell’altra impostazione dottrinaria secondo la quale l’azione di

indegnità in quanto tale è imprescrittibile, in realtà, anche in questo caso ci sarebbe un limite

temporale (un limite temporale, evidentemente, non relativo alla prescrizione dell’azione di

indegnità in quanto tale, perchè poniamo di accettare l’idea che sia imprescrittibile). Rimane

comunque la prescrizione del diritto di accettare l’eredità. Perciò un soggetto potrebbe sempre

far dichiarare indegno l’altro soggetto. Però, se nel frattempo è decorso per lui il termine di

accettazione dell’eredità, allora diventerebbe inammissibile anche l’altra azione, perché non

sarebbe di per sé prescritta, però sarebbe privo di interesse ad agire. Cioè se agisco per far

dichiarare l’indegnità di Tizio che ha acquistato beni ereditari, ma io non sono più in grado di

accettarli per me, allora tale azione è inammissibile perchè manca l’interesse ad agire (art 100

cpc). Per questo motivo, anche se accettassimo l’ipotesi dell’azione di indegnità come

imprescrittibile, ci sarebbe comunque il limite temporale derivante dalla prescrizione del

diritto di accettare l’eredità. E ciò a maggior ragione in questo caso, perché per sostenere che

l’azione di indegnità sia imprescrittibile, bisogna allora dire che l’indegno in quanto tale non

ha mai acquistato, perché se diciamo che acquista e poi perde i beni, allora ricadiamo

nell’altra ipotesi (quella della sentenza costitutiva). Se non ha mai acquistato, allora non si

applica nemmeno il terzo comma dell’art 480, secondo cui la prescrizione del diritto di

acquistare l’eredità non corre per il chiamato ulteriore, quando il chiamato precedente ha

acquistato, e inizia a correre solo quando viene meno il suo acquisto. Ad esempio, un soggetto

ha acquistato in base a una disposizione annullabile del testamento; questa disposizione viene

poi annullata; il termine di prescrizione per accettare l’eredità del chiamato successivo inizia a

decorrere solo da quando c’è l’annullamento, non dall’inizio. E questo è anche il caso che

accade se accettiamo l’ipotesi dell’indegnità come ipotesi costitutiva. L’indegno come tale ha

accettato, è nella titolarità dei beni; con l’indegnità cade, e solo allora si inizia a contare il

termine per l’accettazione dell’eredità da parte del nuovo chiamato. Se, però, si dicesse che

l’azione di indegnità è imprescrittibile perché l’indegno non ha mai accettato, allora anche il

termine per l’accettazione dell’eredità dell’ulteriore chiamato decorre fin dall’inizio. Tutto ciò

per dire che alla fine, nella sostanza, un limite temporale che si aggira attorno ai dieci anni c’è

sempre, per una via o per l’altra. L’alternativa sarebbe di dire che il terzo comma dell’art 480

si riferisce non solo all’acquisto vero e proprio, che poi è venuto meno, ma anche all’acquisto

apparente, e questa è un’opzione sostenibile, ma per il momento minoritaria.

Il secondo caso, cui ci limiteremo ad accennare, riguarda una serie di soggetti, tutti fratelli tra Cass. 5

loro, che agivano contro una persona che aveva utilizzato un falso testamento di una zia di marzo 2009,

questi fratelli e si era fatto dichiarare erede universale della donna. I fratelli dimostrano in n. 5402

causa che il testamento era falso e che sono loro gli eredi legittimi. In corso di causa, però, il

falsificatore produce altri due testamenti precedenti dei quali non viene provata la falsità, e

che consideravano sempre lui erede universale. Il Tribunale di Pinerolo, però, lo dichiara

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comunque indegno perché, siccome ha fabbricato e utilizzato un testamento falso, allora è

comunque indegno anche rispetto alla successione prevista dai testamenti veri. Il falsificatore

allora ricorre in appello, sostenendo che questa indegnità non poteva essere ritenuta d’ufficio

dal giudice di Pinerolo, ma doveva essere eventualmente richiesta con apposita domanda da

parte dai fratelli attori. Questa impostazione viene accolta sia dalla Corte d’Appello che dalla

Cassazione. Il principio che si vuole sottolineare è questo: la sentenza costitutiva di indegnità

deve seguire a una specifica domanda da parte dell’interessato, non può essere dichiarata

d’ufficio dal giudice. È lo stesso discorso che si faceva prima in parallelo con l’azione di

nullità e di annullabilità contrattuale. Ciò che è mera dichiarazione di un fatto da accertare,

come la nullità contrattuale, è imprescrittibile ed è anche rilevabile d’ufficio dal giudice, ciò

che invece è frutto di uno specifico diritto da esercitare per chiedere una sentenza costitutiva

richiede, appunto, la spendita di questo potere delle parti con una domanda specifica, e quindi

sarà prescrittibile e richiederà la domanda di parte. La domanda di parte avrebbe dovuto

essere fatta o in via di eccezione di fronte alla produzione documentale dei testamenti;

oppure, se i testamenti veri, come in questo caso, sono prodotti solo alla fine del processo di

primo grado, quando, quindi, la parte non era più nei termini per formulare eccezioni nuove ,

allora avrebbe dovuto fare nuova domanda in altro processo. Ma, in ogni caso, la pronuncia di

indegnità poteva venire solo su domanda della parte interessata.

Quindi abbiamo la conferma che l’indegnità a succedere è un’azione a tutela di un interesse Interesse

privato. Dunque la dichiarazione di indegnità può venire solo da una domanda della parte pubblico ed

interessata. Ciò conferma, secondo la giurisprudenza prevalente, che la dichiarazione di interesse

indegnità è una sanzione a tutela dell’interesse privato. La giurisprudenza moderna accoglie privato

questa impostazione. Non è un’impostazione di per sé necessaria, in altri tempi è stato

diverso: in diritto romano l’indegnità era una pena di carattere pubblicistico, tanto è che

l’eredità che l’indegno perdeva andava allo Stato, non ad un altro chiamato. Nel diritto

moderno, invece, è un’azione di tutela di un interesse privato, quindi l’interessato ha l’onere

di fare domanda e di farla nel termine di prescrizione.

Prima dell'accettazione si pone un problema di mantenimento della situazione: quali poteri

spettano al chiamato prima dell'accettazione? Può porre in essere qualche comportamento di Poteri del

amministrazione o gestione dei beni? La chiamata abilita al compimento di attività aventi un chiamato

costo di mantenimento, ma non è detto che in ogni rapporto successorio debba esserci

un'amministrazione. L'art. 460 abilita il chiamato all'esercizio di poteri pre-accettazione, ma

egli non ha l'obbligo di esercitarli, bensì la possibilità e il diritto di esercitarli. Che tipo di

attività sono oggetto dei poteri conferiti? Vi è il rischio che, a seconda dell'attività svolta,

scatti la considerazione di un'accettazione tacita dell'eredità, ma il 460 non implica questo.

Dalla lettura della norma emerge la legittimazione delle cosiddette azioni possessorie

(denuncia di nuova opera, di danno temuto, etc.) anche senza che si sia costituita la materiale

apprensione. L'art. 1140 dice che "il possesso é il potere sulla cosa che si manifesta in

un'attività corrispondente all'esercizio della proprietà o di altro diritto reale". Il chiamato a

succedere ha la legittimazione a porre in essere le azioni possessorie, ma non è necessario che

si sia costituito nella sua entità giuridica il possesso. Ha la legittimazione nel senso che

nessuno può contestare che egli agisca per tutelare la categoria oggettiva di cui si ha riguardo

sulla base di ciò che è proprio delle azioni possessorie, anche se lui non è materialmente

possessore quindi anche se lui non ha materialmente né giuridicamente accettato. E' chiaro

che se accetta si può parlare di possesso in senso lato, ma se lui non ha accettato e non

possiede materialmente quel bene è comunque legittimato ad agire in sede possessoria. Se

l'azione possessoria viene esercitata da un altro soggetto, lui può essere controparte? Il

problema non rientra nell'art. 460: qui si tratta di legittimazione ad agire, ma non ad essere

convenuto. Sarebbe una forzatura sostenere il contrario. Art. 460 comma 2: "egli inoltre può

compiere atti conservativi, di vigilanza e di amministrazione temporanea, e può farsi

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autorizzare dall'autorità giudiziaria a vendere i beni che non si possono conservare o la cui

conservazione importa grave dispendio". Egli non ha accettato, ma la situazione oggettiva dei

beni implica la necessità che si pongano in essere attività immediate, urgenti per la

conservazione dei beni e quanto altro contemplato in questo secondo comma, che se non

poste in essere da lui stesso, implicherebbero un pregiudizio economico. Lui è legittimato

all'esercizio dell'azione, ma non è obbligato né tanto meno queste attività implicano

l'accettazione: egli conserva l'integrità della situazione oggettiva in ordine alla quale si

realizza la catena successoria; ha una finalità sostanzialmente conservativa. Naturalmente non

è detto che sia esclusa la volontà di accettare, da un lato, e dall'altro vi è il rischio che possa

risultare un'accettazione in forma tacita. Il comma 3 dell'art. 460: "non può il chiamato

compiere gli atti indicati nei commi precedenti, quando si è provveduto alla nomina di un

curatore dell'eredità a norma dell'art. 528" delinea la presenza della situazione della cd.

"eredità giacente". Quando il chiamato non ha ancora accettato l'eredità è possibile la nomina

di un soggetto qualificato. L'intervento del curatore nominato dal tribunale implica il ricorso

alle situazioni contemplate dagli art. 528 ss. fino al 532. Sono situazioni di cd. "ufficio di

diritto privato": il curatore è titolare di un’attività.

Questo in ordine ai poteri del chiamato prima dell'accettazione. Come si determina la

situazione successiva? L'accettazione è senz'altro necessaria e questo potrebbe essere un

modo per articolare il ragionamento circa la vicenda successoria la quale è senz'altro relativa

ai poteri del de cuius o a quanto stabilito dalla legge: sono le basi da cui scaturisce il rapporto

successorio. Ma quest'ultimo si determina sulla base di una situazione ulteriore che ricade

nell'ambito della disponibilità che è propria del chiamato a succedere, il quale deve accettare.

Parrebbe che questa ipotesi richiami alla mente l'art. 1321. Per chi ragiona in maniera

specifica ritenendo che la vicenda del contratto sia materia volontariamente concordata e

frutto di una duplice volontà non si potrebbe confondere la situazione contrattuale con quella

di carattere successorio, i patti successori la escludono. Per chi ragiona in senso di

circoscrivere l'ampiezza del 1321 probabilmente contemplerebbe la possibilità di ricostruire il

rapporto successorio non proprio in maniera perfettamente concordata, ma comunque frutto di

una manifestazione duplice di volontà: de cuius da una parte, destinatario chiamato a

succedere dall'altra. Le considerazioni sul contratto sarebbero sicuramente ampie e il 1321 è

un mero barlume in materia. Questo discorso sul contratto per introdurre una certa situazione:

il comportamento silenzioso del chiamato a succedere, egli tace (attenzione! Non è

l'accettazione tacita che prevede pur sempre il compimento di atti). In questo caso il chiamato Prescrizione

tace, è inerte. E' vero che può aversi questa situazione, ma c'è un limite di tempo? Scatta un

limite di tempo entro il quale colui che è chiamato a succedere ha poteri di accettare/costituire

quel rapporto successorio oltre il quale il rapporto stesso è destinato ad estinguersi? Esiste un

limite di tempo di dieci anni. Ci si deve chiedere se, scaduto il termine decennale, si dirà che

si è estinto il potere per prescrizione o viceversa che si è estinto il potere di accettare per

decadenza? Un complesso di norme nella parte finale del libro VI prevedono due distinte

situazioni: prescrizione e decadenza, che regolano in maniera giuridica gli effetti del

passaggio del tempo. In che cosa si distinguono ai fini della loro stessa qualificazione? Non è

detto che vi sia un confine netto, che è labile proprio nel rapporto successorio. Nel linguaggio

comune, infatti, si parla di "prescrizione del diritto di accettare", speso tuttavia il linguaggio

non è sempre corretto. Art. 2934: "estinzione dei diritti" contiene l'idea giuridica della

prescrizione. "Ogni diritto si estingue per prescrizione quando il titolare non lo esercita per il

tempo determinato dalla legge" vale a dire che il ragionamento giuridico nella sostanza non

può forzare la natura dei fatti, non può essere l'unica ragione costitutiva di una situazione

giuridica. Quindi accanto ad una regola giuridica che sancisce l'esistenza del diritto, una

regola giuridica che limita la vita del diritto nel tempo quando non viene esercitato. Non tutti i

diritti ovviamente si prescrivono perché alcuni sono diritti indisponibili che caratterizzano la

rilevanza giuridica del soggetto (è l'idea del soggetto che è alla base dei diritti indisponibile, il

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soggetto è tale giuridicamente ed ha diritti che fanno parte della sua soggettività) più altri

diritti imprescrittibili indicati dalla legge. Il contenuto del 2934 è quello per cui normalmente

i diritti che non si esercitano, per i quali non si ha un’attività di esercizio specifico del

contenuto, vengono meno con il decorso del tempo: questo il senso della norma. La

decadenza all'art. 2964: "quando un diritto deve esercitarsi entro un dato termine sotto pena

di decadenza non si applicano le norme relative all'interruzione della prescrizione" è una

norma tutt'altro che chiara. Non sembra trasparire alcuna differenza rispetto al 2934: in

quest'ultimo si fa riferimento a diritti che non vengono esercitati per un certo tempo previsto

dalla legge e si estinguono per prescrizione; il 2964 non dice nulla di diverso, ma non

chiarisce cosa sia l'istituto. Il contenuto vero e proprio del 2964 non è tanto relativo alla

sostanza giuridica delle ipotesi, ma al venir meno dell'interruzione della prescrizione. "Del

pari non si applicano le norme che si riferiscono alla sospensione salvo che sia disposto

altrimenti". Questi due istituti propri della prescrizione (interruzione e sospensione), non si

applicano in presenza di decadenza (nel caso di sospensione non è da intendersi in senso

assoluto perché talvolta è eccezionalmente prevista la sospensione dei termini di decadenza).

Ma qual è la sostanza della distinzione? Manca la premessa, nel 2964, cui ancorare la seconda

parte. Quindi il ragionamento deve essere integrato: è prescrizione quella in cui il titolare del

diritto non debba fare altro se non attuare il contenuto specifico, la specificità dell'ipotesi (nel

caso del diritto di credito, se non chiede al debitore di adempiere), attività propria del

contenuto il cui venir meno implica la prescrizione. Nel caso di decadenza si tratta di

situazioni soggettive che per essere acquietate implicano che venga posta in essere un'attività

precedente. Esempio: per il concorso, è necessario fare la domanda per accedervi al fine di

avere la concretezza dell'esercizio del diritto e sostenere il concorso. Se si ragiona in questo

modo per la concretezza dell'esercizio di quel diritto deve fare un qualcosa di ulteriore che

non è nel contenuto del diritto che lui ha: per poter svolgere il concorso deve porre in essere

un'attività precedente. Il legislatore può porre quindi un limite di tempo. Nel caso di mancato

esercizio di diritto entro il tempo previsto il diritto si prescrive, le attività precedenti

l'esercizio del diritto in concreto sono invece soggette a decadenza. Quindi, nello specifico, il

potere di accettare l'eredità è la premessa da cui scaturisce la concreta spettanza dei diritti che

sono propri della disposizione testamentaria o delle disposizioni di legge in materia

successoria. Il potere è la premessa. Questa situazione implica che deve ritenersi non tanto

tecnicamente esatta la formula della "prescrizione del diritto di accettare", ma giuridicamente

e tecnicamente esatta la formula della "decadenza del potere di accettare" (normalmente in

questa ipotesi non si verifica alcuna sospensione).

Consideriamo il problema dei cd. atti a contenuto negativo. Gli atti a contenuto negativo sono

manifestazioni del potere che spetta all’individuo, contrarie all’instaurazione del rapporto Atti a

contenuto

giuridico. Normalmente, quando si pensa a un potere, si pensa come possibilità di porre in negativo

essere un’azione da cui scaturisce un determinato vincolo dal punto di vista giuridico: ad

esempio il potere di fare un contratto, di fare un testamento, etc., sono tutte quante

manifestazioni di possibilità che vengono riconosciute a un soggetto di diritto, il quale, in

questa maniera, realizza la sua soggettività, il suo essere soggetto di diritto, cioè destinatario

di norme giuridiche, ma anche costruttore dell’ ordinamento. Questi atti a contenuto negativo

sono il contrario della edificazione di un determinato ordinamento di rapporto, sono

manifestazioni con cui colui il quale risulta destinatario di determinati obblighi e di

determinate possibilità pone fine ad una certa situazione di carattere giuridico. Quando si

parla di atti a contenuto negativo si fa riferimento ad una pluralità di ipotesi: revoca, rinuncia,

recesso, disdetta, potere di risoluzione. Sono tutte manifestazioni contrarie alla configurazione

di un determinato ordinamento di rapporti, nel senso che sono poteri di libertà che spettano

all’individuo e che questo individuo esercita, esercita nel senso di far venir meno nei suoi

confronti ciò che scaturiva da un precedente stato di situazioni. Di questo argomento se ne

parla certamente con riferimento ad un tema di carattere successorio, ma la verità è che quello

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni del Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento analizza le seguenti vicende del rapporto successorio: capacità a succedere, indegnità, chiamati a succedere, interessi pubblici e privati nelle successioni, prescrizione, revoca, rinunzia, legati, recesso.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Furgiuele Giovanni.

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