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Vicende del rapporto successorio - Parte prima

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni del Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento analizza le seguenti vicende del rapporto successorio: capacità a succedere, indegnità, chiamati... Vedi di più

Esame di Diritto di Famiglia e delle Successioni docente Prof. G. Furgiuele

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soggetto è tale giuridicamente ed ha diritti che fanno parte della sua soggettività) più altri

diritti imprescrittibili indicati dalla legge. Il contenuto del 2934 è quello per cui normalmente

i diritti che non si esercitano, per i quali non si ha un’attività di esercizio specifico del

contenuto, vengono meno con il decorso del tempo: questo il senso della norma. La

decadenza all'art. 2964: "quando un diritto deve esercitarsi entro un dato termine sotto pena

di decadenza non si applicano le norme relative all'interruzione della prescrizione" è una

norma tutt'altro che chiara. Non sembra trasparire alcuna differenza rispetto al 2934: in

quest'ultimo si fa riferimento a diritti che non vengono esercitati per un certo tempo previsto

dalla legge e si estinguono per prescrizione; il 2964 non dice nulla di diverso, ma non

chiarisce cosa sia l'istituto. Il contenuto vero e proprio del 2964 non è tanto relativo alla

sostanza giuridica delle ipotesi, ma al venir meno dell'interruzione della prescrizione. "Del

pari non si applicano le norme che si riferiscono alla sospensione salvo che sia disposto

altrimenti". Questi due istituti propri della prescrizione (interruzione e sospensione), non si

applicano in presenza di decadenza (nel caso di sospensione non è da intendersi in senso

assoluto perché talvolta è eccezionalmente prevista la sospensione dei termini di decadenza).

Ma qual è la sostanza della distinzione? Manca la premessa, nel 2964, cui ancorare la seconda

parte. Quindi il ragionamento deve essere integrato: è prescrizione quella in cui il titolare del

diritto non debba fare altro se non attuare il contenuto specifico, la specificità dell'ipotesi (nel

caso del diritto di credito, se non chiede al debitore di adempiere), attività propria del

contenuto il cui venir meno implica la prescrizione. Nel caso di decadenza si tratta di

situazioni soggettive che per essere acquietate implicano che venga posta in essere un'attività

precedente. Esempio: per il concorso, è necessario fare la domanda per accedervi al fine di

avere la concretezza dell'esercizio del diritto e sostenere il concorso. Se si ragiona in questo

modo per la concretezza dell'esercizio di quel diritto deve fare un qualcosa di ulteriore che

non è nel contenuto del diritto che lui ha: per poter svolgere il concorso deve porre in essere

un'attività precedente. Il legislatore può porre quindi un limite di tempo. Nel caso di mancato

esercizio di diritto entro il tempo previsto il diritto si prescrive, le attività precedenti

l'esercizio del diritto in concreto sono invece soggette a decadenza. Quindi, nello specifico, il

potere di accettare l'eredità è la premessa da cui scaturisce la concreta spettanza dei diritti che

sono propri della disposizione testamentaria o delle disposizioni di legge in materia

successoria. Il potere è la premessa. Questa situazione implica che deve ritenersi non tanto

tecnicamente esatta la formula della "prescrizione del diritto di accettare", ma giuridicamente

e tecnicamente esatta la formula della "decadenza del potere di accettare" (normalmente in

questa ipotesi non si verifica alcuna sospensione).

Consideriamo il problema dei cd. atti a contenuto negativo. Gli atti a contenuto negativo sono

manifestazioni del potere che spetta all’individuo, contrarie all’instaurazione del rapporto Atti a

contenuto

giuridico. Normalmente, quando si pensa a un potere, si pensa come possibilità di porre in negativo

essere un’azione da cui scaturisce un determinato vincolo dal punto di vista giuridico: ad

esempio il potere di fare un contratto, di fare un testamento, etc., sono tutte quante

manifestazioni di possibilità che vengono riconosciute a un soggetto di diritto, il quale, in

questa maniera, realizza la sua soggettività, il suo essere soggetto di diritto, cioè destinatario

di norme giuridiche, ma anche costruttore dell’ ordinamento. Questi atti a contenuto negativo

sono il contrario della edificazione di un determinato ordinamento di rapporto, sono

manifestazioni con cui colui il quale risulta destinatario di determinati obblighi e di

determinate possibilità pone fine ad una certa situazione di carattere giuridico. Quando si

parla di atti a contenuto negativo si fa riferimento ad una pluralità di ipotesi: revoca, rinuncia,

recesso, disdetta, potere di risoluzione. Sono tutte manifestazioni contrarie alla configurazione

di un determinato ordinamento di rapporti, nel senso che sono poteri di libertà che spettano

all’individuo e che questo individuo esercita, esercita nel senso di far venir meno nei suoi

confronti ciò che scaturiva da un precedente stato di situazioni. Di questo argomento se ne

parla certamente con riferimento ad un tema di carattere successorio, ma la verità è che quello

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che dirò in ordine al profilo di carattere successorio ha la sua origine nell’ambito della

configurazione delle situazioni a cui ho già fatto riferimento. Nel senso, cioè, che adotto una

determinata situazione nel significato tecnico che viene riferito in ordine alla stessa. Può

sembrare un gioco di parole, ma non lo è. Certo è che il tema, se deve essere collocato all’

interno di una categoria concettuale originaria, è un tema che ricade nell’ambito di una

situazione di autonomia privata (sono espressioni di autonomia privata). L’autonomia privata

viene considerata in partenza come nucleo di poteri da cui scaturisce l’ordine costituito

attraverso manifestazioni riconducibili all’interno del concetto di autonomia. E così,

analogamente, sono manifestazioni di autonomia i poteri in senso contrario, le manifestazioni

di possibilità in senso contrario. Sono, l’una e l’altra, figure che ricadono all’interno

dell’ambito del concetto di autonomia privata. Si può oscillare fra la ricostruzione del

significato proprio di autonomia nel senso di ritenerla riconducibile all’interno di un ordine

espresso da determinate norme giuridiche emesse dallo Stato, o si può ritenere l’autonomia

come qualche cosa che è frutto della personalità dell’individuo, e che quindi precede

addirittura l’ordine stabilito a livello normativo (nel senso che è un qualche cosa che

l’ordinamento non può non riconoscere perché è espressione del modo di essere soggetto,

riconosciuto a vantaggio degli individui). Queste sono due oscillazioni che possono essere

ritenute proprie di questo tema e che possono essere considerate come punto di riferimento di

questo argomento.

Consideriamo le situazioni che sono manifestazione del potere di autonomia del privato e che

configurano diverse ulteriori possibilità. Anzitutto la revoca. Qual è il significato del concetto Revoca

di revoca? Si parla di revoca con riferimento alla proposta: il soggetto che ha emesso una

proposta volta alla conclusione di un contratto, il quale successivamente revoca la proposta da

lui emessa. La revoca è il potere in senso contrario a quello utilizzato per emettere la

proposta, è il potere in senso inverso a quello da cui risultava la configurazione della

proposta. Naturalmente, la revoca della proposta ha come risultato l’eliminazione della

proposta. Ma la revoca elimina anche il potere di accettazione del destinatario della proposta?

No, se l’accettazione è espressa prima di ricevere la revoca. Naturalmente, il gioco consiste

nella tutela non del proponente, ma dell’accettante. In un caso di questo genere significa che il

contratto esiste per legge, anche se non esiste in natura, per così dire. Il contratto in natura

viene meno, ma esiste per legge perché la proposta è ritenuta ammissibile rispetto alla

manifestazione del potere di accettare da parte del destinatario della proposta. Abbiamo già

accennato alla molteplicità di immagini che possono aversi in ordine alla figura del contratto.

Il contratto è un accordo. Così sta scritto nell’art 1321, ma non è detto che ogni contratto sia

puntuale espressione di una configurazione di carattere concordato, di un reciproco incontro

di volontà. Questo è un caso, nell’ipotesi in cui il contratto esiste per legge, allorquando il

destinatario della proposta ha accettato di ricevere la notizia della revoca della proposta.

Naturalmente, qui la configurazione delle duplici volontà viene meno. Questo è uno dei casi

in cui esiste la figura giuridica in senso tecnico del contratto, ma non esiste l’accordo inteso in

senso reale, specifico, di una fusione del processo volitivo. La revoca quindi è questo, è un

potere in senso contrario. Ecco che allora nell’ambito dell’ordinamento di carattere

successorio si più avere la revoca del testamento: è il potere in senso contrario alla

manifestazione della dichiarazione di volontà da cui scaturisce il testamento adottato dal

singolo. La revoca del testamento fa venir meno il valore impegnativo, effettuale, del

contenuto espresso nel testamento. È quindi ciò che fa venir meno il significato giuridico

della manifestazione in termini unilaterali che si riconduce all’interno del concetto di

testamento.

Qual è, invece, il significato del concetto di rinunzia? Chi può rinunziare? A cosa si rinunzia?

Si rinunzia alla titolarità di una situazione giuridica soggettiva (diritto di proprietà, diritto di

credito): è il potere in senso contrario a quello da cui scaturisce la situazione giuridica presa

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nella sua completezza. Quindi tutte le situazioni giuridiche che ricadono nell’ambito del

patrimonio dell’individuo, a meno che non siano sottratte al potere dispositivo, sono Rinunzia

suscettibili di una manifestazione di volontà intesa in senso contrario, quindi di una rinuncia.

Perché non si può parlare anche qui di revoca della volontà? Qui si fa riferimento ad

un’operazione che si realizza in un’ipotesi di carattere particolare. La rinunzia non si realizza

con riferimento a tutte le situazioni soggettive: i diritti indisponibili non sono rinunziabili

perché sono inerenti alla personalità, al modo di essere soggetti di diritto. Il concetto di

rinunzia ricade anche nell’ambito delle situazioni di carattere successorio. Si può avere

rinunzia ad esempio alla manifestazione del potere di accettare l’eredità: il soggetto emette

una dichiarazione con cui rinuncia a esercitare il potere di accettare l’eredità. Noi abbiamo già

incontrato il concetto di rinuncia parlando del divieto di patti successori. Quando è espressa la

rinuncia che ricade nel divieto di patti successori? Prima della apertura della successione. Ai

sensi dell’art 458, questa ipotesi viene valutata come un ipotesi di nullità, cioè come

un’ipotesi non consentita. Si può anche rinunciare, il fatto è che, visto il venir meno del valore

giuridico vincolante nei suoi confronti della rinuncia espressa prima dell’apertura della

successione, il soggetto può, successivamente, all’apertura della successione, dichiarare di

accettare, oppure, se non vuole accettare, può esprimere la dichiarazione di rinuncia ad

accettare l’eredità. Quindi è irrilevante sia nei confronti del soggetto rinunciante che nei

confronti dei terzi, è un qualche cosa che non esiste in termini giuridici. Questo significa la

nullità nell’ambito di questa ipotesi. Dunque, la rinunzia è rinunzia all’esercizio del potere di

accettare: l’oggetto specifico della rinuncia è nel senso che colui il quale manifesta questa

volontà dichiara che non vuole accettare. Questa situazione di rinunzia va tenuta distinta da

un’altra ipotesi di rinunzia: quando, cioè, colui il quale è chiamato a succedere dichiara di

accettare, in forma espressa o tacita, e, a seguito della sua accettazione, diviene titolare del

diritto di proprietà sui beni che ricadono nell’ambito del rapporto successorio,

successivamente ad essere divenuto titolare dei beni che fanno parte del patrimonio ereditario,

può dichiarare di rinunciare al diritto di proprietà o alla titolarità del rapporto che scaturisce

dalla vicenda successoria. Sono due situazioni diverse: la prima è una rinuncia all’esercizio

del potere di accettare (è quindi una situazione che contraddice rispetto alla possibilità di

accettare che viene riconosciuta a suo vantaggio); la seconda è una dichiarazione di rinuncia

alla titolarità di singole situazioni che ricadono nell’ambito del rapporto successorio.

Entrambe le situazioni fanno riferimento ad un’ipotesi che è configurata come titolarità di

situazioni soggettive. Consideriamo, nel Capo dedicato alla rinunzia della eredità, l’art 519:

Questo articolo quale delle due ipotesi contempla, l’una, l’altra, o entrambe? “La rinunzia

all’eredità deve farsi con dichiarazione ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale

del circondario in cui si è aperta la successione, e inserita nel registro delle successioni.” La

norma lascia presagire l’esistenza di vincoli formali: la rinunzia è significativa dal punto di

vista formale se è espressa con dichiarazione ricevuta da notaio o dal cancelliere del tribunale

nel cui circondario si è aperta la successione. Inoltre, c’è anche un requisito di pubblicità: la

rinunzia va inserita nel registro delle successioni. Ciò significa che, se la rinunzia non è

formalizzata in maniera specifica, è nulla; mentre l’inserimento nel registro delle successioni

significa che la rinunzia può essere conosciuta da tutti, cioè anche dai terzi. Questa è la

rinunzia all’eredità prevista nell’ambito dell’are 519. Allarghiamo lo sguardo e leggiamo l’art

1350 (atti che devono farsi per iscritto): c’è una doppia possibilità di forma scritta, l’atto

pubblico o la scrittura privata. In questa elencazione di atti il numero 5) parla di “atti di

rinunzia ai diritti indicati ai numeri precedenti”, cioè rinuncia alla proprietà, all’usufrutto,

alla superficie, all’enfiteusi, alla comunione, alle servitù prediali. Gli atti di rinunzia a tali

diritti in materia immobiliare sono assoggettati al vincolo formale previsto dall’art 1350. Se si

pone in contatto la lettera dell’art. 1350 e dell’art. 519 si ha un’indicazione rispetto agli atti di

rinunzia previsti dall’art. 519: sono atti di rinuncia alla manifestazione del potere di accettare

l’eredità. Questo significa l’art 519, perché gli atti di rinuncia al diritto di proprietà (che è

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l’altra ipotesi rispetto agli atti di rinuncia) cono contemplati dalla lettera dell’art 1350; mentre

gli atti di rinuncia espressi sulla base dell’art 519 sono gli atti che manifestano il potere in

senso negativo alla dichiarazione di accettazione della eredità.

Vi è da fare un’ulteriore considerazione. Qui si parla di rinunzia all’eredità. L’eredità cos’è?

O da luogo alla creazione di un rapporto di carattere ereditario (istituzione di eredi) o risulta Eredità e

dalla creazione di un rapporto configurabile in forma di legato (cioè un rapporto relativo a legato

singole situazioni soggettive). Quando si fa un testamento in cui, ad esempio, si dice lascio la

casa al mare a Tizio, quella in montagna a Caio, cioè quando si divide il patrimonio in questo

modo, si è in presenza di legati o di eredità? Cioè come si ragiona nella mente del testatore

nel disporre questa divisione dei beni? Il ragionamento è fondamentale, perché le

conseguenze sono diverse. Se è eredità, l’erede, a meno che non abbia accettato con beneficio

di inventario, risponderà dei debiti anche “ultra vires” non solo con ciò che ha ricevuto, ma

anche con i suoi beni. Se ha accettato in forma di legato, c’è una diversità non solo dal punto

di vista degli effetti, ma anche del modo di acquisizione. Infatti, l’eredità implica

l’accettazione, il legato no. Qui c’è da analizzare la rinunzia all’eredità sulla base dell’art 519

e l’ipotesi di rinunzia rispetto al legato che è contemplata dagli artt. 649 e 650. L’art 649 dice

qualcosa circa lo strumento di acquisizione del legato: “il legato si acquista senza bisogno di

accettazione,salva la facoltà di rinunziare”. Parrebbe che sia sufficiente la pura e semplice

situazione indicata nell’ambito del testamento (la pura e semplice manifestazione di volontà

del legatario) per determinare l’acquisto del bene nelle mani del legatario. Quindi non è

necessario tutto ciò che è previsto, per esempio, per l’operatività della vicenda di carattere

successorio sulla base del riferimento agli art 1373 e seguenti, che danno luogo a una

configurazione molto diversa dalla pura e semplice letteralità dell’espressione. L’art 649 che

cosa esclude? Ritiene che non sia necessaria, perché si abbia la categoria acquisitiva, la

situazione della volontà del destinatario, cioè non è necessaria la sua accettazione. Non è

detto, però, che la pienezza della proprietà sia priva di ulteriori specificazioni e chiarimenti.

L’art 649 non esclude, invece, che si abbia la manifestazione di una volontà intesa a

rinunziare al legato. È una situazione che è diversa da ciò che è proprio della situazione

relativa alla rinunzia alla eredità. Lì è una rinunzia alla manifestazione del potere di accettare

il rapporto ereditario. Qui, viceversa, parrebbe che, se si ragiona in senso di piena letteralità

dell’espressione testamentaria, quest’individuo, rinunciando, rinunci alla titolarità del diritto

di proprietà. Parrebbe che la sua manifestazione di volontà sia la rinunzia a ciò che ha già

acquisito. Non è così, nel senso che se si ragiona nel senso di una valutazione in termini

complessivi di ciò che scaturisce dalla disposizione testamentaria, non si può escludere che la

rinunzia non sia rinunzia in senso pieno alla titolarità del diritto di proprietà, ma sia un potere

che viene riconosciuto al destinatario nel senso di neutralizzare il compimento della vicenda

successoria nella sua pienezza. Se si ragiona nel senso di ritenere che per aversi la piena

titolarità della proprietà nelle mani del legatario sia necessario un qualche cosa di ulteriore

rispetto alla pura e semplice redazione della scheda testamentaria, allora non si può ricadere

nell’ambito della rinunzia come rinunzia alla titolarità del diritto di proprietà. La rinunzia alla

eredità e la rinunzia al legato non sono due situazioni analoghe perché una richiede di

accettare, l’altra no. L’art 649 aggiunge poi al secondo comma: “Quando oggetto del legato è

la proprietà di una cosa determinata o di altro diritto appartenente al testatore, la proprietà

o il diritto si trasmette dal testatore al legatario al momento della morte del testatore”.

Questa è una visione di carattere particolare. L’art 650 prevede la fissazione di un termine per

la rinunzia: “Chiunque ha interesse può chiedere che l’autorità giudiziaria fissi un termine

entro il quale il legatario dichiari se intende esercitare la facoltà”. Il termine va fissato non

tanto per esprimere la possibilità di accettare (così com’è previsto in ordine all’eredità) che

non è necessaria, quanto per esprimere la manifestazione della volontà intesa a rinunziare.

“Trascorso questo termine senza che abbia fatto alcuna dichiarazione, il legatario perde il

diritto di rinunziare”. 106

Vi sono altre ipotesi di atti a contenuto negativo. Una di queste, che ricorre nell’ambito della

tutela dei rapporti destinati al consumo, è quella del recesso. A proposito del recesso, esiste Recesso

un’indicazione di carattere generale nell’art 1373 (sul recesso unilaterale). Quale contenuto ha

questa norma? Non è la facoltà di rinunziare alla titolarità del diritto che scaturisce dal

contratto, altrimenti non si dovrebbe parlare di recesso, ma di pura e semplice rinunzia. Non è

nemmeno il concetto di revoca: il concetto di revoca implica il riferimento ad un potere

contrario a quello da cui scaturisce il contratto o da cui scaturisce l’atto unilaterale. Il recesso

non è analogo né alla revoca né alla rinuncia: il recesso è il potere di determinare, con una

dichiarazione unilaterale di volontà, il venir meno degli effetti contrattuali che scaturiscono a

carico di colui il quale esprime il recesso. Così risulta dalla lettera del 1373: “tale facoltà può

essere esercitata anche successivamente finché il contratto non abbia avuto un principio di

esecuzione”. L’atteggiamento normativo espresso dall’art 1373 è quello di esprimere una

regola, nel senso di ritenere che di recesso in senso giuridico e tecnico si possa parlare, ma

finché il contratto non ha avuto un inizio di attività esecutiva. Il passare all’esecuzione del

contratto fa venir meno il potere di recedere. Il che significa che il recesso è la mera

possibilità accordata ad una delle parti del contratto di liberarsi dal vincolo contrattuale per

quanto concerne obbligazioni a suo carico. Il secondo comma aggiunge: “nei contratti ad

esecuzione continuata e periodica, tale facoltà può essere esercitata anche successivamente,

ma il recesso non ha effetto per le prestazioni già eseguite o in corso di esecuzione”. Il terzo

comma: “Qualora sia stata stipulata la prestazione di un corrispettivo, per il recesso, questo

ha effetto quando la prestazione è eseguita”. Il quarto comma complica le cose: “é salvo in

ogni caso il patto contrario”. Il recesso ha questa configurazione, ma non si ammette un

vincolo tassativo in ordine all’aversi il contenuto dell’art 1373, nel senso che in alcune

situazioni contrattuali le parti possono prevedere regole anche di carattere contrario. Ciò

significa che attraverso il riferimento all’art 1373 si aprono molte possibilità in ordine alle

situazioni di esercizio del potere di recedere. Il che significa ricomprendere all’interno della

giuridicità le varie situazioni di recesso previste nell’ambito della situazione normativa in

ordine al codice del consumo. È da chiedersi: il recesso ha effetti in materia successoria?

Esiste questa possibilità di recedere? Non mi pare che si possa parlare di una disciplina

specifica di carattere successorio: recedere da che cosa? Dall’esercitare un diritto? Il recesso

può essere solo un aspetto di una disciplina di carattere generale, non può essere relativo alla

vicenda successoria.

Anche la disdetta non ricade nell’ambito della situazione di carattere successorio. La disdetta

è un’ipotesi di carattere generale che ricade nell’ambio della situazione giuridica che Disdetta e

scaturisce dal contratto: si pensi ad esempio ad un rapporto di locazione e all’esercizio, da risoluzione

parte della controparte, del potere di far venir meno la prosecuzione del rapporto, in presenza

di situazioni di carattere particolare. Analogamente per il potere di risoluzione. L’accordo di

carattere risolutivo è quell’accordo di contenuto contrario alla costituzione del rapporto

giuridico che scaturisce dal contratto. Esso implica, attraverso una manifestazione di volontà

non unilaterale (come nel recesso), ma bilaterale, la possibilità, per entrambe le parti,

concordemente, di sciogliere il contratto.

Ritorniamo alla rinunzia all’eredità e facciamo altre osservazioni. Ai sensi dell’art 520, “è

nulla la rinunzia fatta sotto condizione o a termine o solo per parte”. Il potere di rinunziare è Rinunzia

visto in maniera assoluta: non vale in ordine alla rinuncia dell’eredità il riferimento agli all’eredità

elementi accidentali (condizione e termine), e si esclude l’ammissibilità della rinunzia

parziale all’eredità. La situazione di rinunzia all’eredità è una situazione in ordine alla quale

non si ammette che si possa avere un cambiamento di idea? È una disposizione che vale

sempre? Non è così. Art 525 (revoca della rinunzia): “fino a che il diritto di accettare

l’eredità non è prescritto contro i chiamati che vi hanno rinunziato, questi possono sempre

accettarla, se non è già stata acquistata da altro dei chiamati, senza pregiudizio delle ragioni

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni del Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento analizza le seguenti vicende del rapporto successorio: capacità a succedere, indegnità, chiamati a succedere, interessi pubblici e privati nelle successioni, prescrizione, revoca, rinunzia, legati, recesso.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Furgiuele Giovanni.

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