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L’assunto secondo il quale soltanto le decisioni che scaturiscono da un apposito dibattito

partecipano degli effetti previsti dall’art. 324 c.p.c., oltre ad offrire il fianco all’incongruenza logica

sopra evidenziata (per cui soltanto la certezza che sia figlia del dubbio merita il sigillo del giudicato

e non invece le «certezze» di cui nessuno abbia mai dubitato) si pone anche in evidente contrasto

con le regole dell’economia processuale, perché ciascuna parte, quand’anche nessuno dubitasse

della potestas iudicandi del giudice adìto, se volesse proseguire il giudizio senza il rischio di

imprevedibili regressioni successive, sarebbe costretta a provocare un contraddittorio sul punto.

Senza considerare che, in linea di principio, la certezza del giudicato talora deriva non

dall’accertamento dei fatti ma soltanto dalla impossibilità di accertarli, in quanto sopperisce la

regola di giudizio dell’onere della prova: il dubbio resta nonostante la decisione. Ne deriva che, sul

piano del valore di verità, appare più affidabile la decisione che non sia passata attraverso il

travaglio del dubbio, che non quella che sia frutto del contraddittorio risolto iuxta alligata et probata

e non in base al principio di verità materiale.

In realtà, non bisogna confondere la successione cronologica delle attività di cognizione del giudice,

con il quadro logico della decisione complessiva adottata in esito alle attività cognitive, all’interno

del quale si collocano i passaggi impliciti o espliciti che portano alla decisione finale (una sorta di

stratificazione da assestamento). Questi passaggi, che nel giudizio monocratico non sono scanditi da

un apposito rituale, sono plasticamente raffigurati nella prescrizione dell’art. 276, 2° comma, c.p.c.

in forza del quale il collegio, sotto la direzione del presidente, «decide gradatamente le questioni

pregiudiziali proposte dalle parti o rilevabili d’ufficio e quindi il merito della causa» (la

disposizione, richiamata dagli art. 131 e 141 disp. att. c.p.c., riguarda anche i giudizi di appello e di

cassazione). Vi è dunque un preciso obbligo di legge di decidere prima («gradatamente») le

questioni pregiudiziali (logiche o tecniche) e poi («quindi») il merito. Pertanto, non si può affermare

che, in mancanza di una specifica statuizione, la questione di giurisdizione (presente in ogni causa)

non sia stata affrontata. Se il giudice ha deciso il merito, in forza del combinato disposto degli art.

276, 2° comma, e 37 (che impone la verifica di ufficio della potestas iudicandi), si deve ritenere che

abbia già deciso, in senso positivo, la questione pregiudiziale della giurisdizione. La regola della

decisione per gradi appartiene alla natura stessa del processo e la si ritrova espressamente sancita

anche nella disciplina del processo penale. L’art. 527, 1° comma, c.p.p. dispone infatti,

analogamente all’art. 276, che il collegio, sotto la direzione del presidente, decide separatamente le

questioni preliminari e ogni altra questione relativa al processo; soltanto se l’esame del merito non

risulti precluso sono poste in decisione le questioni di fatto e di diritto concernenti l’imputazione.

Anche gli art. 279, 2° comma, e 187, 2° e 3° comma, c.p.c. indicano quale sia la progressione

naturale che il giudice deve seguire nel decidere le questioni, nella quale quelle di merito vengono

sempre dopo quelle attinenti alla giurisdizione.

In definitiva, la decisione sul merito implica la decisione sulla giurisdizione e, quindi, se le parti

non impugnano la sentenza o la impugnano ma non eccepiscono il difetto di giurisdizione, pongono

in essere un comportamento incompatibile con la volontà di eccepire tale difetto e, quindi, si

verifica il fenomeno della acquiescenza per incompatibilità con le conseguenti preclusioni sancite

dagli art. 329, 2° comma, c.p.c, e dall’art. 324 c.p.c. Naturalmente, queste considerazioni valgono

anche in relazione al processo tributario, al quale si applicano le norme del codice di procedura

civile, per quanto non previsto dal d.leg. 546/92 (art. 1, 2° comma, e 49): «Anche al processo

tributario — caratterizzato, al pari di quello civile, dalla necessità della difesa tecnica e da un

sistema di preclusioni, nonché dal rinvio alle norme del codice di procedura civile, in quanto

compatibili — è applicabile il principio generale di non contestazione che informa il sistema

processuale civile (con il relativo corollario del dovere del giudice di ritenere non abbisognevoli di

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prova i fatti non espressamente contestati), il quale trova fondamento non solo negli art. 167 e 416

c.p.c., ma anche nel carattere dispositivo del processo, che comporta una struttura dialettica a

catena, nella generale organizzazione per preclusioni successive, che caratterizza in misura

maggiore o minore ogni sistema processuale, nel dovere di lealtà e di probità previsto dall’art. 88

c.p.c., il quale impone alle parti di collaborare fin dall’inizio a circoscrivere la materia

effettivamente controversa, e nel generale principio di economia che deve sempre informare il

processo, soprattutto alla luce del novellato art. 111 Cost. Né assumono alcun rilievo, in contrario,

le peculiarità del processo tributario, quali il carattere eminentemente documentale dell’istruttoria e

l’inapplicabilità della disciplina dell’equa riparazione per violazione del termine di ragionevole

durata del processo» (Cass. 1540/07, id., 2008, I, 1625).

Ne deriva che in ogni processo vanno individuati «due distinti e non confondibili oggetti del

giudizio, l’uno (processuale) concernente la sussistenza o meno del potere-dovere del giudice di

risolvere il merito della causa e l’altro (sostanziale) relativo alla fondatezza o no della domanda»

(Cass. 6737/02, id., 2002, I, 3393). Stante l’obbligo del giudice di accertare l’esistenza della propria

giurisdizione prima di passare all’esame del merito o di altra questione ad essa successiva, può

legittimamente presumersi che ogni statuizione al riguardo contenga implicitamente quella

sull’antecedente logico da cui è condizionata e, cioè, sull’esistenza della giurisdizione, in difetto

della quale non avrebbe potuto essere adottata.

Anche la giurisprudenza più recente ha, d’altronde, concordato sul punto, pur precisando che

l’impugnazione della statuizione sul merito riaprirebbe il dibattito pure sulla questione di

giurisdizione, sia perché la rimetterebbe comunque in discussione e sia perché non sarebbe

ipotizzabile il passaggio in giudicato di una pronuncia implicita quando è ancora sub iudice quella

espressa che la contiene. Nessuna delle due anzidette ragioni risulta realmente decisiva.

Non la prima, perché colui che si limita a chiedere la riforma della decisione di merito non rimette

affatto in discussione anche la giurisdizione ma, al contrario, con il suo comportamento la

riconosce, aderendo e/o prestando acquiescenza alla pronuncia implicita su di essa.

E nemmeno la seconda, perché l’accertamento della giurisdizione non rappresenta un mero

passaggio interno della statuizione di merito, ma costituisce un capo autonomo che è pienamente

capace di passare in giudicato anche nel caso in cui il giudice si sia pronunciato solo implicitamente

sul punto: «Una volta che il giudice di primo grado abbia in modo espresso pronunciato sulla

giurisdizione, tale questione non può più formare oggetto di rilievo d’ufficio nell’ulteriore corso del

processo, ma solo di motivo di impugnazione; sicché analogamente, ove il giudice d’appello, pur

ancora dalle parti investito della questione di giurisdizione, abbia omesso di pronunciarsi in via

pregiudiziale, rendendo direttamente (ed unicamente) la decisione di merito, è precluso nel giudizio

di cassazione l’esame d’ufficio della questione medesima ove nessuna delle parti abbia più

censurato tale pronuncia con specifico motivo di ricorso per cassazione, con conseguente passaggio

in giudicato della stessa nella parte in cui il giudice d’appello ha ritenuto la sua giurisdizione»

(Cass. 34/SU/99, id., Rep. 1999, voce Cosa giudicata civile, n. 4).

2.4. - Resta ora da verificare se, e come, l’assunto del giudicato implicito sulla giurisdizione possa

conciliarsi con la regola secondo la quale il difetto di giurisdizione del giudice ordinario nei

confronti della pubblica amministrazione o dei giudici speciali è rilevato, anche d’ufficio, in

qualunque stato e grado del processo (art. 37, 1° comma, c.p.c.).

Intanto, sul piano metodologico, va precisato che, trattandosi di norma che appare ictu oculi in

contrasto con il generale principio di economia processuale, come meglio si vedrà, deve essere

interpretata in senso restrittivo e residuale. In mancanza dell’art. 37 c.p.c., i soggetti processuali

sarebbero stati maggiormente responsabilizzati nella verifica della questione di giurisdizione, non

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potendola poi sollevare successivamente. Le parti che consapevolmente non sollevano l’eccezione

di difetto di giurisdizione hanno evidentemente la riserva mentale di formularla successivamente in

base ad un calcolo di convenienza (secundum eventum litis), quindi la loro inerzia ha un fine

palesemente dilatorio e non meritevole di tutela. Le parti che, invece, non ritengono che sussista un

problema di giurisdizione, per ben due gradi di giudizio, ma lo sollevano poi soltanto in sede di

giudizio di legittimità, o non hanno svolto il loro compito in maniera diligente o «tentano» la carta

estrema della «distruzione processuale»: in entrambi i casi non meritano tutela.

Quanto alla rilevabilità di ufficio del difetto di giurisdizione direttamente nel giudizio di cassazione,

vi osta un elemento letterale ed uno sistematico. L’art. 37 c.p.c. prevede la rilevabilità in ogni «stato

e grado del processo», con terminologia che non si attaglia al giudizio di legittimità, che non può

essere definito un grado del processo, ma semmai un momento di verifica della legittimità

dell’intero giudizio di merito, nei limiti dei motivi dedotti. Sul piano sistematico va rilevato che il

giudizio di cassazione è tendenzialmente limitato alle sole questioni prospettate dalle parti (oggi nei

ristretti limiti del quesito di diritto), con la sola eccezione dei casi in cui la corte intenda esercitare

di ufficio la funzione di nomofilachia e delle questioni rilevabili di ufficio ma relative al ricorso. In

altri termini la corte conosce le nullità in quanto dedotte con il ricorso.

L’avvento del principio della ragionevole durata del processo comporta l’obbligo di verificare la

razionalità delle norme che non prevedono termini per la formulazione di eccezioni processuali per

vizi che non si risolvono in una totale carenza della tutela giurisdizionale, come ad esempio i vizi

attinenti al principio del contraddittorio. Questa corte «ritiene che la costituzionalizzazione del

principio della ragionevole durata del processo imponga all’interprete una nuova sensibilità ed un

nuovo approccio interpretativo, per cui ogni soluzione che si adotti nella risoluzione di questioni

attinenti a norme sullo svolgimento del processo deve essere verificata non solo sul piano

tradizionale della sua coerenza logico-concettuale, ma anche e soprattutto, per il suo impatto

operativo sulla realizzazione del detto obiettivo costituzionale» (Cass. 4636/07, id., Rep. 2007, voce

Giurisdizione civile, n. 165).

L’art. 37 c.p.c., dunque, va letto ed interpretato nel contesto delle altre regole processuali e della

«sostenibilità» degli effetti cronologici.

In particolare, occorre tenere conto:

a) della regola della coerenza dei comportamenti delle parti (art. 329 c.p.c.), per cui l’acquiescenza

alla pronuncia sulla giurisdizione comporta l’impossibilità di sollevare successivamente l’eccezione

di difetto di giurisdizione;

b) del dovere di responsabile collaborazione delle parti per contenere i tempi processuali: il

principio costituzionale di ragionevole durata del processo si rivolge non soltanto al giudice quale

soggetto processuale, in funzione acceleratoria, ma anche e soprattutto al legislatore ordinario ed al

giudice quale interprete della norma processuale, rappresentando un canone ermeneutico

imprescindibile per una lettura costituzionalmente orientata delle norme che regolano il processo,

nonché a tutti i protagonisti del giudizio, ivi comprese le parti, le quali, soprattutto nei processi

caratterizzati dalla difesa tecnica, debbono responsabilmente collaborare a circoscrivere

tempestivamente i fatti effettivamente controversi (Cass. 1540/07, cit.);

c) della preclusione derivante dal giudicato, che opera, come si è detto, anche nei confronti del

giudice di legittimità (Cass. 34/SU/99, cit.).

L’evoluzione giurisprudenziale, nel quadro dell’interpretazione sistematica, porta alla conclusione

che la portata precettiva dell’art. 37 c.p.c. deve essere contenuta in limiti più ristretti di quelli

autorizzati dalla lettera della legge (lex plus dixit quam voluit).

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Occorre ora chiedersi se, tenuto conto del mutato quadro normativo-sistematico, delle esigenze di

coerenza del sistema e di tempestività delle decisioni, non sia legittimo ritenere che la norma non

operi anche in presenza di un giudicato implicito sulla giurisdizione.

Sul piano della coerenza del sistema, sarebbe del tutto ingiustificato ritenere che il giudicato

implicito non abbia lo stesso effetto preclusivo del giudicato esplicito, posto che incombe su tutti i

soggetti del rapporto processuale l’obbligo di controllare il corretto esercizio della potestas

iudicandi, fin dalle prime battute processuali, proprio in forza dell’art. 37 c.p.c., anche quando la

questione non venga espressamente sollevata. In altri termini, il giudice deve innanzitutto

«autolegittimarsi» (art. 276, 2° comma, c.p.c.) ed eventualmente rilevare subito il difetto di

giurisdizione (art. 37 c.p.c.) e, quindi, il suo silenzio equivale ad una pronuncia positiva, così come

il silenzio delle parti vale acquiescenza (art. 329 c.p.c.): una sorta di trilaterale silenzio-assenso

giurisdizionale.

L’evoluzione del quadro legislativo, ordinario e costituzionale, mostra l’affievolimento della

centralità del principio di giurisdizione intesa come espressione della sovranità statale,

accompagnata dalla simmetrica emersione della esigenza di sburocratizzare la giustizia, non più

espressione esclusiva del potere statale, ma servizio per la collettività, che abbia come parametro di

riferimento l’efficienza delle soluzioni e la tempestività del prodotto-sentenza, in un mutato

contesto globale in cui anche la giustizia deve adeguarsi alle regole della concorrenza (si parla

infatti di concorrenza degli ordinamenti giuridici).

Ritiene il collegio che la norma abbia subìto una profonda e progressiva erosione ad opera del

legislatore ordinario e delle nuove indicazioni ermeneutiche venute dal legislatore costituzionale

(oltre che della ricordata giurisprudenza).

Ne deriva che la portata dell’art. 37 c.p.c. riacquista la sua massima espansione soltanto quando il

tenore della decisione (che attenga al rito o al merito) sia tale da escludere qualsiasi forma di

implicita delibazione sulla giurisdizione. Ciò in quanto, se c’è una decisione (implicita o esplicita)

errata sulla giurisdizione, questa non può e non deve (posto che i tempi morti del processo non

possono premiare chi ne è causa) sfuggire al triplice (attore-convenuto-giudice) costante controllo

imposto dall’art. 37 c.p.c. Questa disposizione, infatti, non si limita ad attribuire una facoltà ai

soggetti processuali, ma impone loro un vero e proprio obbligo (investendo anche le parti di una

funzione pubblica di vigilanza processuale) che sorge in qualunque stato e grado del processo la

questione affiori: «il difetto di giurisdizione ... è rilevato» (art. 37, 1° comma, c.p.c.). In altri

termini, il riferimento ad ogni «stato» del processo sta a significare che la questione, una volta che

sia affiorata, non può essere sollevata poi ad libitum, ma deve essere affrontata appena emersa.

Altrimenti sarebbe stato sufficiente il riferimento al solo «grado» del processo. Invece, il legislatore

facendo riferimento anche allo stato del processo ha inteso chiarire che la questione deve essere

subito affrontata, quale che sia appunto lo stato del processo. In mancanza, con la pronuncia di

merito, se l’eccezione non viene nemmeno sollevata con i motivi di impugnazione, la stessa non

può più essere sollevata. Infatti, non può considerarsi ragionevole il tempo perduto perché una

eccezione non venga tempestivamente sollevata; né la parte che non adempia a tale obbligo/onere

può ritenersi penalizzata per le conseguenze che ne derivano, posto che avrebbe potuto porvi

rimedio tempestivamente.

2.5. - II sistema originario consentiva la massima espansione semantica all’art. 37, 1° comma,

c.p.c., essendo inserito in un contesto caratterizzato dal principio di inderogabilità delle regole sulla

potestas iudicandi, sia con riferimento alla giurisdizione che con riferimento alla competenza per

materia, per valore e territoriale inderogabile (quella cioè ripartita sulla base di criteri di ordine

pubblico). 7 prof. Giorgio Costantino

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La disposizione in esame, nella sua connotazione originaria, costituiva il fulcro di un sistema, di cui

era anche norma di chiusura, in quanto individuava nell’esercizio della giurisdizione e nel suo

riparto una tipica espressione della sovranità statale e del suo monopolio legislativo, insensibile ai

comportamenti o alla volontà degli utenti della giustizia (salvo particolarissime eccezioni). Infatti,

l’art. 2 c.p.c. stabiliva il principio della inderogabilità convenzionale della giurisdizione, che non

affievoliva neanche in caso di litispendenza internazionale: «La giurisdizione italiana non è esclusa

dalla pendenza davanti a un giudice straniero della medesima causa o di altra con questa connessa»

(art. 3 c.p.c.). Il 2° comma dell’art. 37 c.p.c., poi, estendeva la regola della rilevabilità di ufficio in

ogni stato e grado del procedimento anche al difetto di giurisdizione del giudice italiano anche nei

confronti dello straniero.

Già nell’assetto originario, comunque, nonostante le rigidità del sistema (che sacrificava al mito

dell’inderogabilità della giurisdizione ogni principio di economia processuale), il legislatore

riteneva auspicabile che la questione pregiudiziale sulla giurisdizione venisse decisa

immediatamente, per evitarne la riproposizione in ogni stato e grado del giudizio, con il rischio di

vanificare poi il lavoro svolto, proprio perché la cultura del tempo (e l’art. 2 c.p.c.) non consentiva

di derogare alle regole sulla giurisdizione, in considerazione dell’interesse pubblico sotteso al

corretto esercizio della potestas iudicandi (testimoniata anche dalla inderogabilità prevalente delle

regole sulla competenza). A tal fine il legislatore ha previsto il regolamento preventivo di

giurisdizione disciplinato dall’art. 41 c.p.c. in forza del quale, finché la causa non sia decisa nel

merito in primo grado, ciascuna parte può chiedere alle sezioni unite della Corte di cassazione che

risolvano le questioni di giurisdizione di cui all’art. 37. Si tratta di un istituto che, in regime di

inderogabilità delle norme sulla giurisdizione (art. 2 c.p.c.), tendeva già ad evitare che i tempi del

processo si protraessero nella sola ricerca del giudice competente.

Con il tempo, i vari ordini dei giudici esistenti in Italia hanno visto sempre più sfumare il loro

iniziale carattere di mondi autonomi e separati, non comunicanti fra loro ed ispirati a meccanismi su

cui le parti non potevano influire.

Basta ricordare l’abrogazione dell’art. 2 c.p.c. (in tema di inderogabilità delle norme sulla

giurisdizione), avvenuta in forza dell’art. 73 l. 31 maggio 1995 n. 218. La stessa legge ha anche

abrogato gli art. 3 e 37, 2° comma, c.p.c. (art. 73) ed ha introdotto il principio secondo cui la

sussistenza della giurisdizione del giudice italiano può dipendere anche dall’accordo delle parti o

dal comportamento del convenuto, che comparendo nel processo, non sollevi alcuna obiezione al

riguardo (art. 4). Una sorta di «portabilità» della giurisdizione che ha dato luogo al fenomeno del

c.d. forum shopping (per cui, in taluni casi, colui che debba far valere una pretesa in sede

giudiziaria, può scegliere di rivolgersi al tribunale che applica la legge a lui più favorevole). Il

fenomeno, che testimonia dell’evoluzione in senso dispositivo della giurisdizione intesa come

oggetto del processo, ha assunto notevoli dimensioni, al punto che il legislatore comunitario è

intervenuto più volte per arginarlo e per fissare criteri di collegamento per l’individuazione della

legge da applicarsi di volta in volta, nell’ambito del progetto volto a creare uno spazio europeo di

libertà, sicurezza e giustizia (v. regolamento 44/2001, che disciplina la competenza internazionale

dei giudici e il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni emesse in un altro Stato membro,

regolamento 864/2007/Ce sulle norme applicabili alle obbligazioni extracontrattuali di tipo civile e

commerciale, e da ultimo il regolamento 593/2008, in tema di obbligazioni contrattuali

transfrontaliere). Il fenomeno del forum shopping testimonia, dunque, il superamento del

monopolio statale della disciplina della giurisdizione e delle rigidità connesse, che appaiono

incompatibili con l’avvento della «concorrenza internazionale e sopranazionale degli ordinamenti

giuridici». Questa premia la bontà e la celerità del servizio giustizia (attraendo investimenti e

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shoppers), quando venga affrancata dai viziosi meccanismi processuali, in cui talora resta

intrappolata la giurisdizione (per riportare il pensiero di una recente dottrina). I regolamenti

comunitari, lungi dal voler ripristinare i monopoli statali della giurisdizione sono stati adottati per

esigenze di certezza del diritto e per evitare «abusi di giurisdizione».

Per meglio testimoniare questa perdita di anelasticità e impermeabilità della giurisdizione, giova

ricordare ancora, sul piano interno, che in forza dell’art. 6 l. 21 luglio 2000 n. 205, le controversie

sui diritti devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo si possono deferire ad

arbitri e, attraverso l’impugnazione del lodo, possono approdare dinanzi al giudice ordinario.

La Corte costituzionale, poi, nella sentenza n. 77 del 12 marzo 2007 (id., 2007, I, 1009), ha

affermato che «Il principio della incomunicabilità dei giudici appartenenti ad ordini diversi —

comprensibile in altri momenti storici [...] — è certamente incompatibile, nel momento attuale, con

fondamentali valori costituzionali. Se è vero, infatti, che la Carta costituzionale ha recepito, quanto

alla pluralità dei giudici, la situazione all’epoca esistente, è anche vero che la medesima Carta ha,

fin dalle origini, assegnato con l’art. 24 (ribadendolo con l’art. 111) all’intero sistema

giurisdizionale la funzione di assicurare la tutela, attraverso il giudizio, dei diritti soggettivi e degli

interessi legittimi. Questa essendo l’essenziale ragion d’essere dei giudici ordinari e speciali, la loro

pluralità non può risolversi in una minore effettività, o addirittura in una vanificazione della tutela

giurisdizionale: ciò che indubbiamente avviene quando la disciplina dei loro rapporti — per giunta

innervantesi su un riparto delle loro competenze complesso ed articolato — è tale per cui l’erronea

individuazione del giudice munito di giurisdizione (o l’errore del giudice in tema di giurisdizione)

può risolversi in un pregiudizio irreparabile della possibilità stessa di un esame nel merito della

domanda di tutela giurisdizionale. Una disciplina siffatta, in quanto potenzialmente lesiva del diritto

alla tutela giurisdizionale e comunque tale da incidere sulla sua effettività, è incompatibile con un

principio fondamentale dell’ordinamento, il quale riconosce bensì l’esistenza di una pluralità di

giudici, ma la riconosce affinché venga assicurata, sulla base di distinte competenze, una più

adeguata risposta alla domanda di giustizia, e non già affinché sia compromessa la possibilità stessa

che a tale domanda venga data risposta. Al principio per cui le disposizioni processuali non sono

fini a sé stesse, ma funzionali alla miglior qualità della decisione di merito, si ispira pressoché

costantemente — nel regolare questioni di rito — il vigente codice di procedura civile, ed in

particolare vi si ispira la disciplina che all’individuazione del giudice competente — volta ad

assicurare, da un lato, il rispetto della garanzia costituzionale del giudice naturale e, dall’altro lato,

l’idoneità (nella valutazione del legislatore) a rendere la migliore decisione di merito — non

sacrifica il diritto delle parti ad ottenere una risposta, affermativa o negativa, in ordine al ‘bene della

vita’ oggetto della loro contesa».

Queste affermazioni della Corte costituzionale, anticipate dalle sezioni unite nella sentenza del 22

febbraio 2007, n. 4109 (ibid.), seppur riferite al diverso tema della translatio iudicii, sembrano

idonee a giustificare un’interpretazione adeguatrice dell’art. 37, 1° comma, c.p.c., tenuto conto che

l’ordine costituzionale (dei criteri di riparto) delle giurisdizioni, non è affatto messo in discussione

da un’interpretazione della predetta norma che impedisca una regressione del processo allo stato

iniziale, con conseguente vanificazione di due pronunce di merito e allontanamento sine die di una

valida pronuncia sul merito. Come acutamente ha rilevato il Consiglio di Stato (sez. VI 1059/08, id.,

2008, III, 286), l’affermazione del principio della translatio iudicii davanti a un giudice di un

diverso ordine, ha fortemente assimilato il difetto di giurisdizione a quello di competenza.

Per completare l’illustrazione dell’evoluzione del quadro legislativo verso una meno rigida

disciplina delle regole sulla potestas iudicandi, occorre ricordare che l’art. 38 c.p.c., sostituito

dall’art. 4 l. 353/90, stabilisce ora che l’incompetenza per materia, quella per valore e quella

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino, nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 24883 emessa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel 2008.
La Corte stabilisce che la potestas iudicandi si rileva implicitamente se non viene sollevata eccezione di parte o d'ufficio; può essere proposta fino all'emanazione della sentenza di primo grado o con impugnazione del relativo capo in sede di appello.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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