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Bevilacqua:CLARICH 3_01 2/15/2008 3:35 PM Page 68

Piero Bevilacqua

nostro sviluppo economico e soprattutto industriale, rispetto ai mag-

giori paesi d’Europa. In sostanza i due nodi in cui si può riassumere la

questione meridionale.

Chi conosce un poco la letteratura meridionalistica – non soltanto i

testi più noti, ma anche la vastissima produzione di tecnici, agronomi,

ingegneri – sa quale grande contributo di sapere riformatore è venuto

all’Italia intera da chi operava per la trasformazione del Sud. Il costante

riferimento ai paesi che ci avevano preceduto nello sviluppo economi-

co e nel processo di modernizzazione – soprattutto la Gran Bretagna –

ha costituito una sorta di modello ideal-tipico del pensare economico e

sociale che ha fatto da stimolo possente alla trasformazione delle diver-

se aree regionali meridionali e italiane. L’Europa nei suoi punti più alti

di trasformazione è stato un punto di riferimento costante e ispiratore

di questi studi.

Tuttavia, non si può non ricordare che tale tradizione di pensiero è

stata anche una forma di lotta politica e perciò stesso un modo ideolo-

gico di rappresentare l’Italia meridionale. Quando Giustino Fortunato

tratteggiava il Sud come un universo omogeneo di arretratezza, elabo-

rava un’immagine di sicura forza emotiva e politica, da porre in contra-

sto con un Nord altro e da imitare, ma non rendeva certo giustizia alle

marcate differenze regionali in cui si articolava già ai suoi tempi il Sud

d’Italia. E quando Salvemini riduceva la popolazione agricola a brac-

cianti e contadini poveri – potenziali alleati della classe operaia del

Nord in un progetto di rivoluzione nazionale – proponeva un quadro

esemplificato di sicura e mobilitante efficacia, ma poco aderente alla

reale stratificazione sociale delle campagne meridionali.

Allo stesso modo Gramsci, che nel 1926 definiva il Sud «una grande

disgregazione sociale», offriva all’immaginario politico nazionale una

formula di grande effetto, destinata a durare a lungo, ma cancellava del

tutto, ad esempio, la dimensione urbana che quel pezzo d’Italia ormai

vantava e che disgregata non era.

Il pensiero meridionalistico dunque come coscienza civile del Paese,

come sapere riformatore, ma anche come produttore di ideologie e di

rappresentazioni della realtà che hanno poi favorito forme inerti di in-

terpretazione – specialmente tra gli epigoni e nelle inevitabili volgariz-

zazioni della lotta politica – di una società profondamente diversificata

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e che non ha mai cessato di trasformarsi. E le immagini quando diven-

tano convinzione diffusa acquistano la forza delle cose reali. Così la

rappresentazione di un Mezzogiorno indistintamente arretrato ha po-

tentemente favorito l’idea che esso poteva essere “salvato” solo da

qualche provvidenziale forza esterna. Mentre l’immagine di un univer-

so sociale così totalmente bisognoso ha dato forza alla convinzione che

qualunque trasferimento di risorse pubbliche andava bene, a prescin-

dere dalla loro destinazione e dal loro uso.

È anche sulla base di tale istanza di revisione, che a metà degli anni

ottanta è stato fondato l’Istituto Meridionale di Storia e Scienze Sociali

(Imes) e ha cominciato le pubblicazioni la rivista Si tratta

Meridiana.

dell’iniziativa di un gruppo intellettuale che ha posto la ricerca storica

al centro di un progetto di rilettura critica del Sud, capace di dialogare

con le altre scienze sociali, e con l’ambizione di liberare l’Italia meridio-

nale dalla tradizione delle sue rappresentazioni dominanti. Esso ha

cioè perseguito il fine di mostrare questo pezzo d’Italia nella reale com-

plessità del suo passato e nelle sue effettive necessità presenti. Tutto

questo nella convinzione suffragata da tanti nuovi studi e ricerche che

il Meridione non è mai stato un mondo immobile e a parte, ma è ele-

mento costitutivo, nel bene e nel male, del processo di formazione del-

la nazione italiana. Ed esso ha partecipato – sia pure spesso in maniera

distorta e dipendente – del generale processo di modernizzazione che

ha investito l’Italia e l’Occidente in età contemporanea.

Sotto il termine questione meridionale vanno tuttavia annoverate an-

che le vicende relative ai tentativi e agli sforzi del potere pubblico di ri-

solvere di volta in volta i problemi che essa presentava. E anche in que-

sta accezione noi scopriamo quanto profondamente il destino del Sud

e gli sforzi per la sua trasformazione costituiscano parte integrante del

nostro I tentativi da parte dello Stato di promuovere lo

Nation building.

sviluppo e di favorire l’evoluzione sociale dell’Italia meridionale si so-

no sempre espressi nello sforzo di creare strumenti legislativi e istitu-

zionali specifici, separati e aggiuntivi rispetto a quelli ordinari. Così è

accaduto all’inizio del nostro secolo con la legge speciale per Napoli e

per la Basilicata e poi per le restanti regioni del Mezzogiorno. Analogo

e più impegnativo percorso è stato perseguito, com’è noto, all’indoma-

ni della seconda guerra mondiale con l’istituzione della Cassa. 69

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Piero Bevilacqua

Ora, tali strategie di interventi e di legislazioni speciali e straordinarie

non sono state il frutto di scelte occasionali, ma hanno costituito lo

svolgimento coerente di un modo di essere dello Stato italiano contem-

poraneo. Paese arrivato tardi all’appuntamento con l’industrializzazio-

ne, povero di materie prime e di fonti di energia, l’Italia ha potuto rea-

lizzare i propri progetti di crescita economica ed entrare nel novero di

grandi Stati industriali, solo grazie alla concentrazione di energie, alla

mobilitazione di risorse finanziarie, alle coperture e forzature operate

dal potere pubblico. Così è stato per la nascita dell’industria siderurgica

e di quella chimica, come per gli sforzi sostenuti per favorire il concor-

so di capitali alle imprese o per risanare interi comparti produttivi. La

debolezza originaria del nostro sviluppo ha sempre spinto le intelligen-

ze più avvertite e moderne presenti ai vertici delle nostre amministra-

zioni a creare strumenti istituzionali appositi, in deroga, che forzassero

le inerzie storiche dei nostri ordinamenti, ma anche delle forze sociali

per conseguire obiettivi di sviluppo altrimenti irraggiungibili.

Ebbene, la trasformazione economica dell’Italia è stata costantemen-

te al centro di questa strategia. Come è tornata a ricordare con nuova

documentazione Leandra D’Antone, sul numero 24 di sono

Meridiana,

gli uomini dell’IRI – i grandi tecnici che conoscevano dall’interno la sto-

ria dell’industria italiana e delle sue debolezze –, meridionali come Be-

neduce, Menichella, Giordani, a concepire, dopo la guerra, il disegno

strategico di una ricostruzione all’insegna di un rinnovato sviluppo in-

dustriale. E l’Italia meridionale, con i suoi urgenti bisogni materiali e so-

ciali è stata al centro di questo disegno e insieme la carta decisiva per-

ché i nostri governanti ottenessero i prestiti finanziari e gli appoggi po-

litici internazionali, soprattutto statunitensi, per intraprenderla.

La Cassa per il Mezzogiorno e la politica dell’intervento straordinario

sono perciò, nel bene e nel male, il frutto di questo complesso e lungo

intreccio tra potere pubblico e iniziativa economica. E mi sia consentito

qui dare una testimonianza di quanto gli ideatori di quel progetto fos-

sero ben lontani da una visione statalista del nostro sviluppo.

«Quando si dice industria – sottolineava nel 1947 uno dei protagonisti

di quella vicenda, Rodolfo Morandi – non si vuole intendere il trapianto

di unità isolate o una vegetazione forzata di iniziative, ma un comples-

so di attività trasformatrici che abbia vitalità naturale e vigore creativo.

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Se per vincere certi svantaggi di partenza può essere necessario che lo

Stato accordi compensi e facilitazioni, non possono però essere questi

puntelli capaci di reggere un edificio che manchi di fondamenta. Si trat-

ta di promuovere industrie che abbiano ragione economica di sorgere

e possibilità di svilupparsi. Per corrispondere a questo scopo non è

propriamente atta la legge e neanche idoneo lo Stato se la selezione

non avviene per cura di altri organi che siano espressi dagli stessi fatto-

ri di produzione».

Non è certo possibile in questa sede neppure abbozzare un bilancio

di questa vicenda, oggi spesso giudicata in modo sommario dalla gran-

de stampa e oggetto strumentale della polemica politica. Ma almeno al-

cuni punti vanno rapidamente ricordati.

Oggi una società civile evoluta e matura esprime spesso profonda in-

soddisfazione nei confronti dello Stato centrale, talora ritenuto respon-

sabile di tutti i mali presenti nel Paese e delle stesse difficoltà dell’Italia

meridionale. E in tali recriminazioni non manca, sovente, un fondamen-

to di verità. Ma a tutti coloro che sommergono l’esperienza storica del-

l’intervento straordinario sotto un sommario giudizio di condanna oc-

corre anche rammentare che essi si sottraggono per lo meno a un eserci-

zio di prudenza concettuale: costoro infatti non si pongono – neppure

in via ipotetica – il problema di immaginare che cosa sarebbe oggi il

Mezzogiorno senza l’intervento straordinario. E mi sia consentito qui al-

meno un cedimento alla tentazione di esibire dati. Benché non mi sfug-

ga la complessità dell’indicatore prescelto, credo che nessuno possa

scrollare le spalle di fronte alle statistiche storiche della crescita del pro-

dotto interno lordo nel Mezzogiorno di questo dopoguerra. Tra il 1951 e

il 1992 il suo PIL è cresciuto (in lire 1994) di oltre il 550%: una crescita

superiore perfino a quella del Centro-Nord, che è stata del 473%. Non

era mai accaduto niente di simile nella storia secolare di quelle regioni.

E se la qualità di quella crescita è oggi al centro delle nostre preoccupa-

te riflessioni e delle nostre critiche, resta ad ogni modo preliminare rico-

noscere che la sua portata è stata gigantesca e dirompente.

Certo, allorché a dirigere o a orientare la politica di sostegno non so-

no stati più uomini come Menichella o Francesco Giordani, Morandi o

Saraceno, è stato fatale che una legislazione pensata in deroga dell’am-

ministrazione ordinaria desse luogo a degenerazioni imprevedibili. Ma

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Materiale didattico per il corso di Valutazione e finanziamento dei progetti del Prof. Alessandro Cataldo. Trattasi di un articolo di Piero Bevilacqua dal titolo "Vecchio e nuovo nella questione meridionale" pubblicato sulla rivista "Quaderni di Economia Italiana" n.4 - 2008, riguardante i legami tra le trasformazioni politiche e la questione meridionale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in analisi economica delle istituzioni internazionali
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Valutazione e finanziamento dei progetti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cataldo Alessandro.

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