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Uso nomen Parlamento - C.Cost. n. 106/02 Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale tenute dalla Prof. ssa Luisa Cassetti nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo integrale della sentenza n. 106 emanata dalla Corte Costituzionale nel 2002. La Corte ha stabilito che le Regioni non... Vedi di più

Esame di Diritto Costituzionale docente Prof. L. Cassetti

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ESTRATTO DOCUMENTO

Doc. n.1

Sovranità del Parlamento-Rappresentanza politica-Uso del nomen

“Parlamento”: Corte cost., sent. n.106 del 2002

da Consulta OnLine www.giurcost.org

Commento alla decisione di Bruno Di Giacomo Russo

L’esclusività del nomen iuris parlamento alla luce delle sentenze della Corte costituzionale n. 106 e 306 del 2002

per gentile concessione del Forum di Quaderni costituzionali

SENTENZA N. 106

ANNO 2002

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

- Cesare RUPERTO Presidente

- Massimo VARI Giudice

- Riccardo CHIEPPA "

- Gustavo ZAGREBELSKY "

- Valerio ONIDA "

- Carlo MEZZANOTTE "

- Fernanda CONTRI "

- Guido NEPPI MODONA "

- Piero Alberto CAPOTOSTI "

- Annibale MARINI "

- Franco BILE "

- Giovanni Maria FLICK "

- Francesco AMIRANTE "

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio per conflitto di attribuzione sorto a seguito della delibera del Consiglio regionale della Liguria n. 62 del 15

dicembre 2000 recante "Istituzione del Parlamento della Liguria", promosso con ricorso del Presidente del Consiglio dei

ministri, notificato il 5 marzo 2001, depositato in cancelleria il 15 successivo ed iscritto al n. 11 del registro conflitti

2001.

Visto l’atto di costituzione della Regione Liguria;

udito nell’udienza pubblica del 12 febbraio 2002 il Giudice relatore Carlo Mezzanotte;

uditi l’avvocato dello Stato Ignazio F. Caramazza per il Presidente del Consiglio dei ministri e l’avvocato Luigi Cocchi

per la Regione Liguria.

Ritenuto in fatto

1. — Il Presidente del Consiglio dei ministri ha proposto ricorso per conflitto di attribuzione, in riferimento agli articoli

1, 5, 55, 115 (articolo abrogato dall’art. 9, comma 2, della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 "Modifiche al titolo

V della parte seconda della Costituzione") e 121 della Costituzione, avverso la delibera n. 62 del 15 dicembre 2000 con

la quale il Consiglio regionale della Liguria ha approvato la proposta di istituzione del Parlamento della Liguria. Tale

delibera prevede che in tutti gli atti dell’assemblea regionale, alla dizione costituzionalmente prevista "Consiglio

regionale della Liguria" sia affiancata la dizione "Parlamento della Liguria".

Secondo il ricorrente il cambiamento di denominazione dell’organo rappresentativo regionale, sia pure solo in via

aggiuntiva, lederebbe la sfera di attribuzioni statali. Si osserva in proposito che il nomen iuris degli organi connota

tipicamente le funzioni che a quegli organi sono attribuite, e tale generale principio assumerebbe particolare pregnanza

in riferimento al nome "Parlamento", che, nella storia costituzionale moderna, identificherebbe l’organo attraverso il

quale il popolo esprime la propria sovranità, partecipando all’esercizio del potere politico. Sebbene dunque sia

teoricamente scorretto attribuire al Parlamento la qualifica di organo del popolo, aggiunge l’Avvocatura, non potrebbe

dubitarsi che nel sistema costituzionale italiano, che esalta la "centralità" delle assemblee parlamentari, le due Camere

siano gli organi costituzionali nei quali la volontà popolare più immediatamente ed efficacemente si esprime. La

posizione eminente che esse occupano nella struttura dei poteri statali rifletterebbe appunto la sovranità popolare che il

Parlamento incarna e rappresenta e precluderebbe l’impiego di tale denominazione con riferimento a organi della

Regione, che sono comunque rappresentativi di poteri di autonomia e non di poteri sovrani.

Lesivo delle attribuzioni statali pare alla difesa erariale anche il secondo comma del provvedimento impugnato. In esso

si delibera di assumere i principî contenuti nelle premesse (principî comprensivi della denominazione di cui si é detto)

"quali linee di indirizzo da trasmettere alla Commissione speciale per lo Statuto e per la legge elettorale, affinchè

quest’ultima possa procedere agli adempimenti necessari a consentire che gli stessi possano essere compiutamente

attuati in sede di elaborazione del nuovo Statuto regionale". Una simile previsione, secondo il ricorrente, pur avendo

valenza meramente ottativa, lederebbe le prerogative statali, intendendo preannunciare l’approvazione di un nuovo

statuto regionale che sarebbe diretto a rivendicare alla Regione ambiti di potere sovrano. Su simili premesse il

Presidente del Consiglio dei ministri chiede alla Corte di dichiarare che non spetta al Consiglio regionale adottare la

delibera oggetto del ricorso, e conseguentemente di annullarla.

2. — Si é costituito, per la Regione Liguria, il Presidente della Giunta regionale, chiedendo che il ricorso statale sia

dichiarato inammissibile o infondato.

Quanto ai profili di inammissibilità, si denuncia il difetto di lesività dell’atto impugnato. La determinazione assunta dal

Consiglio regionale, osserva la difesa della Regione, avrebbe un elevato valore simbolico, ma, in termini di puro diritto,

si risolverebbe in una semplice addizione lessicale alla formula impiegata in Costituzione, senza che ciò determini una

modifica delle competenze e delle prerogative dell’organo rappresentativo regionale. Non vi sarebbe, dunque, nell’atto

oggetto del conflitto, alcuna capacità invasiva delle attribuzioni costituzionali dello Stato.

Nel merito, la difesa regionale contesta l’affermazione secondo la quale l’espressione Parlamento "sia sintomatica e

coessenziale della sovranità dello Stato", replicando che la sovranità é una caratteristica dello Stato complessivamente

considerato, mentre la denominazione di Parlamento si attaglierebbe ad assemblee rappresentative, espressive di potere

popolare, con funzione legislativa e di controllo politico sul Governo. Ad avviso della resistente dovrebbe considerarsi

infondata anche la questione relativa al secondo comma della deliberazione impugnata, che formula indirizzi ai fini

della redazione del nuovo statuto, poichè tale previsione non presenterebbe un contenuto lesivo, essendo priva di valore

giuridico vincolante nei confronti della commissione alla quale é diretta.

3. — Nella pubblica udienza del 12 febbraio 2002 l’Avvocatura dello Stato, oltre a riprendere le argomentazioni spese

nel ricorso, ha soggiunto che le attribuzioni del Consiglio regionale, per quanto siano state fortemente potenziate dalla

revisione del Titolo V, Parte II, della Costituzione (legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3), sarebbero comunque

espressione di poteri di autonomia e non potrebbero mai attingere il livello della sovranità. In tal senso, secondo la

difesa del Presidente del Consiglio dei ministri, con la delibera impugnata la Regione Liguria si arrogherebbe la

titolarità di una sovranità che in nessun modo le spetta.

Dal canto suo, la difesa della Regione ha sostenuto che l’impiego del nomen Parlamento nella delibera oggetto del

conflitto - che peraltro esplicitamente riconosce la spettanza della sovranità allo Stato nella sua unitarietà - troverebbe

giustificazione proprio nella marcata assimilazione funzionale tra assemblea legislativa statale e assemblea legislativa

regionale alla quale hanno condotto le riforme costituzionali più recenti, tutte intese al rafforzamento delle istituzioni

regionali nella complessiva organizzazione dello Stato. Particolare significato assumerebbe, in tale prospettiva,

l’attribuzione di una amplissima potestà legislativa alle Regioni, per effetto del superamento del criterio della

enumerazione delle materie di competenza regionale, cui era originariamente improntato l’art. 117 della Costituzione, e

l’accoglimento del principio, concettualmente opposto, della residualità della competenza legislativa regionale (art. 117,

quarto comma, della Costituzione).

Considerato in diritto

1. ¾ Il Presidente del Consiglio dei ministri ha proposto ricorso per conflitto di attribuzione, in riferimento agli articoli

1, 5, 55, 115 (articolo abrogato dall’art. 9, comma 2, della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3) e 121 della

Costituzione avverso la delibera n. 62 del 15 dicembre 2000, con la quale il Consiglio regionale della Liguria, da un lato

ha disposto che in tutti i propri atti la dizione "Consiglio regionale" sia affiancata da quella di "Parlamento della

Liguria"; dall’altro ha indirizzato alla Commissione statuto la direttiva di tenere conto di tale denominazione in sede di

elaborazione del nuovo statuto regionale.

2. ¾ Il ricorso deve essere accolto.

Già un approccio puramente testuale al tema oggetto del conflitto induce a nutrire forti dubbi sulla conformità a

Costituzione della deliberazione impugnata. Il termine "Parlamento", che apre il Titolo I, Parte II, della Costituzione, si

riferisce, ai sensi dell’art. 55, ai due organi che lo compongono: la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica.

L’art. 121 della Costituzione denomina invece Consiglio regionale l’organo che esercita le potestà legislative attribuite

alla Regione e le altre funzioni che la Costituzione e le leggi gli conferiscono.

L’argomento letterale, seppure non privo di valore, non può tuttavia essere considerato decisivo se non viene saggiato

alla luce degli altri canoni della interpretazione costituzionale. Le stesse parti, del resto, hanno avvertito la necessità di

spingersi al di là del dato testuale allorchè, con opposti intendimenti, hanno addotto elementi storico-sistematici per

corroborarlo ovvero consentirne il superamento. L’Avvocatura dello Stato insiste sulla distinzione-contrapposizione tra

sovranità popolare, della quale il solo Parlamento sarebbe espressione, e autonomia; la difesa della Regione,

richiamandosi alla posizione di perfetta equiordinazione che, dopo le recenti riforme costituzionali, si sarebbe ormai

realizzata tra Parlamento e Consigli regionali, ritiene che anche questi ultimi, da annoverare a pieno titolo tra le

assemblee rappresentative, possano, per analogia, fregiarsi del nome Parlamento.

E’ su tali antagonistiche prospettazioni che questa Corte deve portare il proprio esame.

3. ¾ La difesa erariale, dunque, nel tentativo di rinvenire, al di là del dato testuale, una più profonda ragione

costituzionale del carattere esclusivo della denominazione "Parlamento" attribuita alle assemblee legislative nazionali,

pone l’accento sul fatto che siano queste la sede esclusiva, o anche soltanto preminente, in cui prende forma la sovranità

del popolo.

Si deve in proposito osservare che il legame Parlamento-sovranità popolare costituisce inconfutabilmente un portato dei

principî democratico-rappresentativi, ma non descrive i termini di una relazione di identità, sicchè la tesi per la quale,

secondo la nostra Costituzione, nel Parlamento si risolverebbe, in sostanza, la sovranità popolare, senza che le

autonomie territoriali concorrano a plasmarne l’essenza, non può essere condivisa nella sua assolutezza.

Sebbene il nuovo orizzonte dell’Europa e il processo di integrazione sovranazionale nel quale l’Italia é impegnata

abbiano agito in profondità sul principio di sovranità, nuovamente orientandolo ed immettendovi virtualità

interpretative non tutte interamente predicibili, un apparato concettuale largamente consolidato nel nostro diritto

costituzionale consente di procedere, proprio sui temi connessi alla sovranità, da alcuni punti fermi. L’articolo 1 della

Costituzione, nello stabilire, con formulazione netta e definitiva, che la sovranità "appartiene" al popolo, impedisce di

ritenere che vi siano luoghi o sedi dell’organizzazione costituzionale nella quale essa si possa insediare esaurendovisi.

Le forme e i modi nei quali la sovranità del popolo può svolgersi, infatti, non si risolvono nella rappresentanza, ma

permeano l’intera intelaiatura costituzionale: si rifrangono in una molteplicità di situazioni e di istituti ed assumono una

configurazione talmente ampia da ricomprendere certamente il riconoscimento e la garanzia delle autonomie territoriali.

Per quanto riguarda queste ultime, risale alla Costituente la visione per la quale esse sono a loro volta partecipi dei

percorsi di articolazione e diversificazione del potere politico strettamente legati, sul piano storico non meno che su

quello ideale, all’affermarsi del principio democratico e della sovranità popolare.

Il nuovo Titolo V – con l’attribuzione alle Regioni della potestà di determinare la propria forma di governo,

l’elevazione al rango costituzionale del diritto degli enti territoriali minori di darsi un proprio statuto, la clausola di

residualità a favore delle Regioni, che ne ha potenziato la funzione di produzione legislativa, il rafforzamento della

autonomia finanziaria regionale, l’abolizione dei controlli statali - ha disegnato di certo un nuovo modo d’essere del

sistema delle autonomie. Tuttavia i significativi elementi di discontinuità nelle relazioni tra Stato e Regioni che sono

stati in tal modo introdotti non hanno intaccato le idee sulla democrazia, sulla sovranità popolare e sul principio

autonomistico che erano presenti e attive sin dall’inizio dell’esperienza repubblicana. Semmai potrebbe dirsi che il

nucleo centrale attorno al quale esse ruotavano abbia trovato oggi una positiva eco nella formulazione del nuovo art.

114 della Costituzione, nel quale gli enti territoriali autonomi sono collocati al fianco dello Stato come elementi

costitutivi della Repubblica quasi a svelarne, in una formulazione sintetica, la comune derivazione dal principio

democratico e dalla sovranità popolare.

In conclusione, se non lo si vuole racchiudere entro uno schema troppo angusto e ormai storicamente inattendibile, non

é il principio di sovranità popolare a poter fondare un’attribuzione costituzionale all’uso esclusivo della denominazione

"Parlamento".

4. ¾ D’altro canto, non può essere accolta neppure la prospettiva ricostruttiva in cui si pone la Regione Liguria per

superare l’ostacolo recato dalla lettera della Costituzione. La difesa regionale assume che la sostanziale parificazione di

funzioni, nei rispettivi ambiti di competenza, tra Consiglio regionale e Parlamento renderebbe legittima l’estensione

anche al primo della denominazione propria del secondo. Questa ricostruzione potrebbe avere una qualche plausibilità

se la denominazione degli organi direttivi della Regione fosse collocata in uno spazio di indifferenza giuridica; solo

allora sarebbe infatti possibile muovere alla ricerca di una nozione "sostanziale" di Parlamento, e, confortati dalla

indagine storica, annettere una qualificazione siffatta alle assemblee legislative titolari di una funzione rappresentativa

delle popolazioni governate, dunque anche ai Consigli regionali.

E’ tuttavia di ostacolo alla utilizzazione dell’argomento analogico la circostanza che la Costituzione ha inteso

pregiudicare questo spazio giuridico. Essa nel Titolo I, Parte II, attribuisce alle sole Camere il nome Parlamento, e

definisce Consiglio regionale, nell’articolo 121, il titolare della funzione legislativa regionale. Gli organi direttivi della

Regione non sono dunque entità nuove nate negli ordinamenti regionali in virtù delle modifiche introdotte nel Titolo V

della Costituzione e prive di denominazioni proprie. Ed é vano richiamare profili di analogia tra Consiglio regionale e

Parlamento, che erano evidenti al Costituente del 1948 - il quale con l’art. 121 Cost. (e con le corrispondenti norme

degli statuti speciali) aveva nondimeno espresso chiaramente la propria scelta diversificatrice - così come si deve

presumere lo siano stati al legislatore costituzionale del 1999 e del 2001, che pure, proprio nel momento in cui si

accingeva ad un rilevante potenziamento del ruolo delle autonomie, non ha ritenuto di mutare in "Parlamento" la

denominazione dell’organo legislativo delle Regioni.

Conviene piuttosto individuare gli elementi che giustifichino la diversa denominazione costituzionale, ed é fin troppo

agevole, in questa prospettiva, rilevare che il termine Parlamento rifiuta di essere impiegato all’interno di ordinamenti

regionali. Ciò non per il fatto che l’organo al quale esso si riferisce ha carattere rappresentativo ed é titolare di

competenze legislative, ma in quanto solo il Parlamento é sede della rappresentanza politica nazionale (art. 67 Cost.), la

quale imprime alle sue funzioni una caratterizzazione tipica ed infungibile. In tal senso il nomen Parlamento non ha un

valore puramente lessicale, ma possiede anche una valenza qualificativa, connotando, con l’organo, la posizione

esclusiva che esso occupa nell’organizzazione costituzionale. Ed é proprio la peculiare forza connotativa della parola ad

impedire ogni sua declinazione intesa a circoscrivere in ambiti territorialmente più ristretti quella funzione di

rappresentanza nazionale che solo il Parlamento può esprimere e che é ineluttabilmente evocata dall’impiego del

relativo nomen.

5. ¾ Le considerazioni fin qui svolte consentono di apprezzare nella pienezza del suo significato il valore deontico degli

articoli 55 e 121 della Costituzione, che si traduce in un vero e proprio divieto per i Consigli regionali di appropriarsi

del nome Parlamento. Ne consegue che la dizione lessicale integrativa introdotta dalla Regione Liguria, intesa ad

estendere anche al Consiglio regionale ligure il nomen Parlamento, deve ritenersi illegittima, sicchè il ricorso per

conflitto deve essere accolto e la delibera impugnata annullata anche in riferimento alla sua seconda parte, con la quale

il Consiglio regionale, esorbitando dalle proprie attribuzioni e ledendo quelle statali, invita la apposita commissione ad

inserire nello statuto regionale in corso di elaborazione una denominazione costituzionalmente non consentita per

l’organo consiliare.

Per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara che non spetta al Consiglio regionale della Liguria adottare la delibera n. 62 del 15 dicembre 2000 recante

"Istituzione del Parlamento della Liguria" e conseguentemente la annulla.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 aprile 2002.

Cesare RUPERTO, Presidente

Carlo MEZZANOTTE, Redattore

Depositata in Cancelleria il 12 aprile 2002.

DOC.n.2 Sull’indipendenza guarentigiata delle Camere

(art.64,co.1 Cost.) - Insindacabilità delle norme dei

regolamenti parlamentari da parte della Corte

costituzionale:CORTE COST. sent. n.154 del 1985

SENTENZA N. 154

ANNO 1985

REPUBBLICA ITALIANA

In nome del Popolo Italiano

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

Prof. LEOPOLDO ELIA, Presidente

Avv. ORONZO REALE

Dott. BRUNETTO BUCCIARELLI DUCCI

Avv. ALBERTO MALAGUGINI

Prof. LIVIO PALADIN

Prof. ANTONIO LA PERGOLA

Prof. VIRGILIO ANDRIOLI

Prof. GIUSEPPE FERRARI

Dott. FRANCESCO SAJA

Prof. GIOVANNI CONSO

Prof. ETTORE GALLO

Prof. GIUSEPPE BORZELLINO

Dott. FRANCESCO GRECO, Giudici,

ha pronunciato la seguente SENTENZA

nei giudizi riuniti di legittimità costituzionale dell'art. 12, n. 1, del

Regolamento del Senato della Repubblica, approvato il 17 febbraio 1971, e

dell'art. 12, n. 3, del Regolamento della Camera dei Deputati, approvato il 18

febbraio 1971, e comunque della norma attributiva alle Camere della autodichia

sulle controversie di impiego dei propri dipendenti, promossi con le seguenti

ordinanze:

1) ordinanza emessa il 31 marzo 1977 dalla Corte di Cassazione sul ricorso per

regolamento preventivo di giurisdizione proposto da Micone Enzo

c/l'Amministrazione del Senato della Repubblica, iscritta al n. 408 del registro

ordinanze 1977 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 299 del

1977;

2) ordinanza emessa il 10 luglio 1980 dalla Corte di Cassazione nei procedimenti

civili riuniti vertenti tra la Camera dei Deputati c/Russi Luciano e Russi

Luciano c/la Camera dei Deputati, iscritta al n. 315 del registro ordinanze 1981

e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 269 del 1981;

3) ordinanza emessa il 10 luglio 1980 dalla Corte di Cassazione nel procedimento

civile vertente tra la Camera dei Deputati e Muscariello Franco, iscritta al n.

316 del registro ordinanze 1981 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della

Repubblica n. 269 del 1981.

Visti gli atti di costituzione dell'Amministrazione del Senato della Repubblica,

di Micone Enzo, di Russi Luciano, della Camera dei Deputati e di Muscariello

Franco nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell'udienza pubblica del 15 gennaio 1985 il Giudice relatore Giuseppe

Ferrari;

uditi gli avvocati Federico Sorrentino per Russi Luciano, Franco Gaetano Scoca

per Muscariello Franco e l'Avvocato dello Stato Giorgio Azzariti per

l'Amministrazione del Senato della Repubblica, la Camera dei Deputati e il

Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1. - Le Sezioni unite civili della Corte di Cassazione, adite con ricorso per

regolamento preventivo di giurisdizione da Enzo Micone - che aveva convenuto in

giudizio davanti al Tribunale di Roma l'Amministrazione del Senato della

Repubblica facendo valere pretese connesse al precorso rapporto di lavoro alle

dipendenze della medesima Amministrazione, la quale aveva eccepito il difetto di

giurisdizione - hanno sollevato d'ufficio, con ordinanza in data 31 marzo 1977,

questione di legittimità costituzionale dell'art. 12 del regolamento del Senato

della Repubblica approvato il 17 febbraio 1971, e comunque della norma

attributiva al Senato medesimo dell'autodichia nei confronti del personale

dipendente, in riferimento agli artt. 24, 113, 101, comma secondo, e 108, comma

secondo, della Costituzione.

Premesso che la resistente Amministrazione aveva dedotto che, in base al

disposto di cui agli artt. 12 del citato regolamento e 13 del decreto del

Presidente del Senato 9 novembre 1972, n. 4643, la definizione dei ricorsi

proposti dal personale dipendente é devoluta all'Ufficio di Presidenza,

correlativamente negando la giurisdizione di qualsiasi (altro) giudice, le

Sezioni unite affermano anzitutto che l'esistenza dell'invocata norma, oltre che

dalla citata disposizione e da quella parallela e pressoché coeva di cui

all'art. 12 del regolamento della Camera dei deputati approvato il 18 febbraio

1971, é desumibile, per costante tradizione interpretativa ribadita dalle

Sezioni unite della Cassazione (sentenza n. 1933 del 1963) e condivisa dalla

stessa Corte costituzionale (sentenza n. 66 del 1964), dalle corrispondenti

disposizioni regolamentari anteriormente vigenti e, comunque, dal sistema delle

leggi in tema di tutela giurisdizionale. Ed in quanto limitativa della portata

generale di tali disposizioni, siccome escludente la giurisdizione del giudice

comune (ordinario e amministrativo), detta norma suscita in ogni caso seri dubbi

circa la sua compatibilità con taluni fondamentali precetti della Costituzione

in materia di tutela giurisdizionale, sia che si ritenga che essa neghi

qualsiasi giudice nell'ordinamento generale, affidando la risoluzione delle

controversie del tipo di quella in questione allo stesso organo costituzionale

nell'ambito dell'ordinamento particolare di propria competenza, sia che si

opini, invece - come sembra preferibile - che essa istituisca nell'ordinamento

generale un giudice speciale, con competenza in causa propria.

2. - Sulla scorta di tali premesse, ritenuta evidente la rilevanza della

questione di legittimità costituzionale, essendo imprescindibile l'applicazione

della norma denunciata in sede di regolamento di giurisdizione, le Sezioni unite

danno diffuso conto delle ragioni per le quali ritengono la questione

ammissibile, prima che non manifestamente infondata.

Si domandano, anzitutto, se i regolamenti parlamentari siano riconducibili o

assimilabili agli atti "aventi forza di legge" che, ex art. 134 Cost., possono

costituire oggetto del sindacato di legittimità costituzionale. E, sulla scorta

dell'opinione in dottrina prevalente, ritengono di dover rispondere

affermativamente, essendo ai regolamenti parlamentari riservata dalla

Costituzione (artt. 64 e 72) la disciplina di date materie, talché essi "sono

assimilabili alle leggi formali, con le quali versano, per la succennata

riserva, in rapporto di distribuzione (costituzionale) di competenza normativa a

pari livello". Né - si aggiunge in ordinanza - a tale conclusione può utilmente

opporsi il dogma dell'insindacabilità degli interna corporis, ripudiato dalla

stessa Corte costituzionale con sentenza n. 9 del 1959, la quale anzi

implicitamente riconosce, con l'escludere che i regolamenti parlamentari

assurgano al livello di parametri di costituzionalità, che del sindacato di

legittimità costituzionale possano formare oggetto. Tanto più laddove, come

nella specie, essi regolino, in connessione con la disciplina

dell'organizzazione interna, i rapporti fra Camere e terzi.

Ove poi, come sembra si debba, la norma venisse tratta, in conformità alla

richiamata, costante tradizione interpretativa, dal sistema delle disposizioni

di legge in tema di tutela giurisdizionale nel senso di una limitazione delle

competenze generali del giudice comune e della attribuzione di una giurisdizione

speciale all'organo costituzionale, evidentemente il problema neppure si

porrebbe. Ed a tal proposito - si aggiunge ancora in ordinanza - é appena il

caso di precisare che il richiamo alla costante tradizione interpretativa non

equivale ad affermare che la norma trovi la propria fonte in una consuetudine

costituzionale, che riguarda la ripartizione e il modo di esercizio di

attribuzioni costituzionali e non già di mere "prerogative" o "guarentigie",

secondo quanto ritenuto dalla Corte costituzionale con la menzionata sentenza n.

66 del 1964. Inoltre, perlomeno per quanto riguarda il comportamento degli

organi giurisdizionali, difetterebbe comunque il requisito dell'adeguamento

all'esercizio dell'attribuzione dell'organo costituzionale da parte di altro

organo costituzionale.

3. - Quanto al giudizio sulla non manifesta infondatezza, il giudice a quo

ritiene preliminarmente insostenibile la tesi, talora avanzata in relazione al

tenore degli artt. 26 e 29 del testo unico delle leggi sul Consiglio di Stato,

che l'autodichia sarebbe una conseguenza non già di una norma, positivamente

esistente o desumibile dall'ordinamento, limitativa delle norme sulla tutela

giurisdizionale, bensì di una lacuna, nel campo specifico, della normativa che

quella tutela avrebbe dovuto in concreto garantire. E ciò in quanto, a parte la

considerazione che in tema di diritti soggettivi deve riconoscersi la massima

potenzialità applicativa ad ogni norma comunque attuativa della tutela

giurisdizionale alla luce dei principi posti dagli artt. 24 e 113 Cost., la

stessa Corte costituzionale, nel fare riferimento a prerogative degli organi

costituzionali e, quindi, a positive garanzie di indipendenza dei medesimi nei

confronti del potere giurisdizionale, ha evidentemente ritenuto che di positiva

esclusione di tutela dovesse trattarsi.

Tanto affermato, delle due possibili tesi sul contenuto specifico della norma

denunciata (esclusione di un giudice nell'ordinamento generale ovvero

istituzione di un giudice speciale costituito dalla stessa Camera o da una sua

articolazione), le Sezioni unite privilegiano la seconda, la quale "sembra

suscettiva di offendere (soltanto) le garanzie di serietà ed effettività di

tutela che, in relazione agli artt. 24 e 113 Cost., sono sancite dagli artt.

101, comma secondo, e 108, comma secondo, Cost. sotto il profilo della

indipendenza-terzietà o indipendenza-imparzialità del giudice, e di nuovo e più

direttamente, dall'art. 24 Cost. sotto il profilo della difesa e del

contraddittorio"; laddove la prima (che nega qualsiasi giudice nell'ordinamento

generale per le controversie in argomento) lederebbe anche più gravemente gli

artt. 24 e 113 Cost (l'art. 24, comma primo, anche in relazione all'art. 3

Cost.) che assicurano a tutti la tutela giurisdizionale dei propri diritti ed

interessi legittimi, i quali ultimi, nel principio che risulta da entrambi i

precetti costituzionali, devono intendersi con riferimento agli atti di

esercizio di qualsiasi pubblico potere.

Dopo aver prospettato, sulla base della tesi privilegiata, il contrasto della

norma anche con l'art. 102, comma secondo, Cost. per il tempo successivo

all'entrata in vigore della Costituzione (ma la censura non viene poi proposta

nella parte dispositiva dell'ordinanza) il giudice a quo nega che elementi

idonei ad attenuare il sospetto delle prospettate censure di costituzionalità

possano rinvenirsi nelle modalità con le quali l'autodichia viene in concreto

esercitata, all'uopo richiamando il contenuto dell'art. 12 del regolamento del

Senato e delle disposizioni contenute nel regolamento interno del personale

approvato il 31 marzo 1948 e successive modificazioni. Ed afferma che l'indagine

relativa può essere comunque condotta in relazione ad entrambi gli orientamenti

sopra richiamati, tanto più se si consideri che "l'area degli artt. 101 e 108

rientra in quella degli artt. 24 e 113 Cost." e che "l'indipendenza-terzietà o

indipendenza-imparzialità é stata talvolta ritenuta requisito talmente

essenziale da incidere sull'esistenza stessa del giudice (Corte cost., sentenza

n. 110 del 1967)". Indagine che sarebbe semplicistico ricondurre alle ovvie

considerazioni:

a) che l'esclusione delle garanzie che rendono seria ed effettiva la tutela

giurisdizionale in ragione della qualità del soggetto contro il quale certe

pretese vengono fatte valere per atti al medesimo imputabili é esattamente

quanto gli artt. 24 e 113 mirano ad evitare;

b) che non ricorre il requisito della soggezione soltanto alla legge in capo al

giudice che decide in causa propria;

c) che il Senato decide appunto in causa propria quando giudica su controversie

promosse dai propri dipendenti, cioé su controversie concernenti atti o rapporti

propri. Né sembra che al Senato si attaglino le considerazioni svolte dalle

stesse Sezioni unite con sentenza n. 2979 del 1975, allorché si affermò che il

personale della Presidenza della Repubblica dipende esclusivamente dal

Segretario generale; pur riconoscendosi, invero, che anche il Segretario

generale del Senato riveste la posizione di capo del personale, va tuttavia

considerato che, a norma dell'art. 19 del citato regolamento interno, al Senato

le nomine vengono fatte con decreto del Presidente previa deliberazione del

Consiglio di presidenza, altresì competente per le promozioni degli impiegati di

un certo livello, mentre le altre vengono deliberate dal Consiglio direttivo

dell'Amministrazione, presieduto dal Presidente del Senato o, per sua delega, da

un Vice presidente.

Il punto essenziale - continua l'ordinanza - sta invece nell'accertare se la

norma stessa non costituisca l'espressione o l'implicazione necessaria di un

principio racchiuso nella Costituzione; nel qual caso ogni sospetto di

illegittimità costituzionale verrebbe evidentemente fugato. Prendendo le mosse

dalla considerazione che comunemente la giustificazione dell'autodichia viene

ravvisata nelle esigenze di indipendenza degli organi costituzionali, nella

preminenza del Parlamento e nel principio della divisione dei poteri, si osserva

che, a ben vedere, il problema si risolve in definitiva nello stabilire "se e in

qual senso e misura il detto principio possa ritenersi accolto nella nostra

Costituzione e se, come eventualmente accolto, esso ricomprenda o implichi

necessariamente la norma della cui dubbia legittimità si tratta". Alla

conclusione dubitativa sul primo punto e senz'altro negativa sul secondo le

Sezioni unite pervengono in esito ad un'analisi storica dell'atteggiarsi del

principio della divisione dei poteri dall'epoca post-assolutistica, al secolo

scorso, ai tempi più recenti, nei quali la distinzione tra la serie di atti di

esercizio del potere da parte di ciascun organo ha assunto rilevanza anche sotto

l'aspetto formale, "collegandone strettamente forma procedimentale e trattamento

giuridico ad ulteriore garanzia ed in correlazione con la sempre maggiormente

avvertita esigenza di tutela giurisdizionale del cittadino".

Da tali notazioni - osservano le Sezioni unite - é agevole dedurre che già

quando si addiviene ad una concezione del principio come distribuzione di

competenze, costituirebbe una forzatura postulare l'indipendenza di ciascun

organo anche per gli atti non rientranti concettualmente e sostanzialmente nella

sua funzione primaria. Mentre addirittura in stridente contrasto con la finale

evoluzione del principio della divisione dei poteri sarebbe ritenere "che

debbano fruire del regime proprio della funzione primaria" (di ciascun organo)

"gli atti che di questa non hanno neppure la forma procedimentale".

La rigorosa applicazione del principio, invero, condurrebbe a conseguenze cui

non si pervenne neppure in epoca anteriore all'entrata in vigore della

Costituzione, non essendo mai stato esso inteso ed applicato nel senso

dell'impenetrabilità o indifferenza assoluta tra i vari organi e le rispettive

funzioni primarie, stante la consapevolezza che "l'esigenza di assicurare la

reciproca indipendenza é inscindibile da quella di consentire l'equilibrio e il

contemperamento sia fra gli uni che fra le altre". Nell'attuale ordinamento

costituzionale, poi, dove la prevalenza di tale ultima esigenza é resa palese

oltre che dal concorso, in termini di cooperazione, di più organi costituzionali

alla funzione di indirizzo politico, anche dal controllo, sia pure a livello

costituzionale, sulle funzioni primarie di ciascun organo, non v'é ragione di

ritenere giustificabile l'esclusione del sindacato giurisdizionale

sull'esercizio delle funzioni accessorie. Tanto più se si consideri che la

tutela giurisdizionale ha assunto il rango di un principio cardine non

derogabile se non per ragioni puntualmente giustificate (Corte cost., sent. n.

44 del 1968), al punto che caratteri di garanzia giurisdizionale non possono

disconoscersi allo stesso sindacato sulla legittimità costituzionale delle

leggi, pur tenendo conto del livello costituzionale al quale esso opera.

La conclusione che le Sezioni unite ne traggono é che, quale che sia il senso e

la misura in cui il principio della divisione dei poteri (ovvero quello

dell'indipendenza degli organi costituzionali) può ritenersi accolto

nell'attuale assetto costituzionale, in ogni caso "esso non sembra ricomprendere

o implicare necessariamente l'esclusione del sindacato giurisdizionale sugli

atti delle Camere non riconducibili neppure formalmente alla loro funzione

primaria". Meno ancora si giustifica l'autodichia sulle controversie concernenti

i rapporti di impiego dei propri dipendenti, non sembrando affatto sostenibile

che gli atti dell'organo costituzionale inerenti a tali rapporti siano

riconducibili all'esercizio di un potere di autorganizzazione incidente, in

definitiva, sul modo intrinseco di essere dell'organo medesimo, come invece

accade quando l'organo dispone in ordine alla propria struttura o ai propri

uffici.

Né certamente possono trarsi argomenti in contrario dal giudizio spettante a

ciascuna Camera sui titoli di ammissione e sulle cause sopraggiunte di

ineleggibilità e di incompatibilità dei propri componenti, e sul giudizio

disciplinare nei confronti dei componenti medesimi. Oltre all'evidente diversità

di posizione dei componenti rispetto ai dipendenti deve infatti osservarsi che,

nel primo caso, l'autodichia é espressamente riconosciuta dall'art. 66 Cost. e

che, nel secondo, il giudizio disciplinare - secondo quanto già affermato dalle

Sez. un. con sentenza n. 255 del 1976 - riveste caratteri particolarissimi,

costituendo momento di emersione della norma deontologica la cui osservanza é

garantita dagli stessi appartenenti all'ordine o all'istituzione, mentre per il

giudicabile rappresenta addirittura una garanzia l'essere sottoposto al giudizio

dei propri pari. L'autodichia ha dunque, in tali casi, una sua autonoma

giustificazione, che non può essere estesa a situazioni diverse.

Maggior pregio - continua l'ordinanza - non potrebbe riconoscersi neppure

all'ulteriore argomento che al nostro diritto positivo non sono estranei altri

casi di autodichia in capo ad organi, ai quali la Costituzione riconosce una

particolare posizione di indipendenza, attese le affermazioni contenute nella

citata sentenza n. 44 del 1968 circa la necessità che, in ogni singolo caso,

ricorrano puntuali giustificazioni (quali, ad es. - si ipotizza in ordinanza -

"la competenza giurisdizionale generale dell'organo per date materie o

funzioni", ovvero "il concorso nell'organo di una particolare posizione

costituzionale e di prevalenti funzioni giurisdizionali").

Da tutto quanto esposto - conclude l'ordinanza - sembra doversi ritenere che

l'autodichia in questione non costituisce un attributo compreso nella posizione

propria dell'organo costituzionale o a tale posizione immediatamente connessa,

"ma solo un privilegio soggettivo, il cui riconoscimento, a meno che sia

ancorato a ragioni di prestigio non rilevanti nell'attuale ambiente storico

culturale", risponde nella migliore delle ipotesi all'esigenza di rafforzare

indirettamente l'indipendenza dell'organo costituzionale nell'esercizio della

sua funzione primaria liberandolo dai condizionamenti esterni che fossero in

ipotesi ravvisabili nella possibilità del sindacato sui propri atti, anche se

non inerenti alla detta funzione primaria. Ma solo alla Corte costituzionale

spetterà di stabilire, ove dovesse ravvisare "nell'autodichia uno strumento di

attuazione del valore costituzionale dell'indipendenza dell'organo", "se tale

strumento sia illegittimo in quanto leda un altro valore costituzionale da

ritenere in ogni caso preminente - quello della tutela giurisdizionale - ovvero

in quanto, non essendo strettamente indispensabile alla tutela di uno dei due

valori, induca, per eccesso a favore di questo, una rottura dell'equilibrio

delle rispettive tutele".

4. - Analoga questione di legittimità costituzionale le stesse Sezioni unite

civili della Corte di Cassazione hanno sollevato riguardo alla corrispondente

disposizione del regolamento della Camera dei deputati. Adite in sede di

regolamento preventivo di giurisdizione con ricorsi proposti nel corso di due

procedimenti - rispettivamente promossi da Luciano Russi innanzi al Pretore di

Roma e da Franco Muscariello innanzi al T.A.R. del Lazio - aventi ad oggetto

l'impugnazione dei provvedimenti con i quali era stato posto fine al rapporto

d'impiego intrattenuto con la Camera da due dipedenti, le Sezioni unite, con due

identiche ordinanze emesse il 10 luglio 1980, hanno denunciato, in riferimento

ai medesimi parametri costituzionali, oltre che all'art. 108, comma primo,

Cost., l'art. 12, n. 3, del regolamento della Camera dei deputati e comunque

della norma attributiva alla stessa dell'autodichia sulle controversie di

impiego dei propri dipendenti.

Premesso che i ricorrenti avevano in entrambi gli originari procedimenti

sostenuto che il nostro sistema senz'altro ammette la tutela giurisidizionale

innanzi al giudice comune dei dipendenti della Camera dei deputati, adombrando

il contrasto con la Costituzione di ogni diversa interpretazione e addirittura

sollevando questione di legittimità costituzionale della eventuale norma che

l'autodichia attribuisse, le Sezioni unite richiamano la precedente ordinanza

espressamente affermando che intendono riprenderne e ribadirne il contenuto

"salvo a tener conto, in quanto necessario, degli apporti successivi della

dottrina e ad estendere, nel senso che sarà appresso indicato, la questione di

incostituzionalità".

Gli argomenti ulteriori o diversi addotti con le due ordinanze del 1980 possono

così sintetizzarsi.

In ordine all'esistenza della norma attributiva dell'autodichia e

dell'impossibilità di accedere ad un'interpretazione del sistema nel senso di

ritenere la tutela giurisdizionale davanti ai giudici comuni senz'altro operante

nei confronti dei dipendenti delle Camere, in ordinanza si osserva che, a parte

l'inequivoco tenore dell'art. 12, n. 3, del regolamento della Camera approvato

il 18 febbraio 1971 ("L'ufficio di presidenza... decide in via definitiva...

etc."), é evidentemente improbabile l'interpretazione prospettata da una parte

della dottrina, che ha ritenuto di poter attribuire all'espressione il senso del

riferimento ad una decisione amministrativa sottoposta a ricorso giurisdizionale

(attesa anche la quasi coeva soppressione, ad opera della legge n. 1034 del

1971, della definitività dell'atto amministrativo come requisito per la

sperimentabilità del rimedio giurisdizionale); ovvero quello dell'esplicito

"abbandono" del principio dell'autodichia mediante l'adozione di un'espressione

diversa da quella contenuta nell'art. 148 del regolamento precedentemente in


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Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale tenute dalla Prof. ssa Luisa Cassetti nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo integrale della sentenza n. 106 emanata dalla Corte Costituzionale nel 2002. La Corte ha stabilito che le Regioni non possono estendere al proprio organo consiliare il nomen "parlamento" per contrasto sia con il dato letterale che con lo spirito degli artt. 55 e 121 della Costituzione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Cassetti Luisa.

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