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definite generalmente in maniera assai precisa sia quanto ai poteri conferiti alla Comunità sia

quanto ai fini da realizzare. Ne consegue una certa de-politicizzazione di tali politiche, le quali

non possono perseguire qualsivoglia obiettivo ma solo quelli rigidamente loro assegnati dal

trattato. Di converso, la politica estera non ha un campo di applicazione ben precisato, ma è

definita unicamente in ragione degli obiettivi politici che l’Unione si ripromette di realizzare. La

distinzione non potrebbe essere più netta. Mentre le politiche comunitarie sono definite in

ragione di settori materiali e di strumenti operativi, la politica estera è definita unicamente in

ragione di obiettivi e finalità. L’integrazione appare quindi di carattere materiale nei settori

comunitari, di carattere politico nel campo della PESC. In un certo senso intermedia fra i due

appare l’integrazione che si realizza nel terzo pilastro.

Ovviamente la de-politicizzazione dei settori materiali comunitari è solo apparente. È difficile

adottare decisioni politiche, quali certamente sono gli atti comunitari, senza contribuire alla

definizione di scelte politiche. Il termine “de-politicizzazione” va quindi inteso con molta cautela

ed ha un significato soprattutto tecnico. Esso indica che il carattere politico dell’integrazione

nei settori di competenza comunitario è, in gran parte, assorbito nell’ambito dei fini

predeterminati che il trattato assegna alla Comunità. Sarà quindi vietato alla Comunità

utilizzare i poteri ad essa trasferiti per fini diversi da quelli indicati specificamente nel trattato

e, in particolare, per finalità esclusivamente politiche. Anzi, proprio il timore di un impiego

politico dei poteri assegnati alla Comunità è alla base del principio dei poteri attribuiti, uno dei

fondamenti concettuali dell’integrazione europea, talora trascurato nell’analisi scientifica

intorno a tale fenomeno.

La distinzione fra integrazione materiale ed integrazione politica è sostanzialmente alla base

della complessa costruzione “a pilastri”. L’esistenza di sistemi istituzionali e normativi ben

differenziati che presiedono alle due forme di integrazione, in altri termini, costituisce un

riflesso dell’addensamento del potere politico a livello degli Stati e la volontà di questi di non

consentire l’esercizio del formidabile potere economico e sociale della Comunità per finalità di

carattere politico[20].

Si comprendono allora le difficoltà, quelle concettuali e quelle pratiche, che sottendono ogni

tentativo di stabilire una interconnessione fra queste diverse dimensioni della integrazione

europea. Senza certamente voler esaurire l’argomento, che fuoriesce dai limiti del presente

lavoro, conviene solo indicare come la complessità derivi essenzialmente dalla difficoltà di

rinvenire temperamenti fra le due dimensioni antitetiche dell’integrazione; quella a vocazione

sopranazionale, che si riflette nel sistema istituzionale comunitario, quella a vocazione

internazionale, che si riflette nel sistema istituzionale dell’Unione. Apparentemente, quindi, il

dilemma teorico costituito dal rapporto fra pilastri potrebbe essere risolto in due modi, fra loro

filosoficamente antitetici. Il primo sarebbe quello di estendere le logiche intergovernative

tipiche della politica estera alle politiche comunitarie, consentendo quindi uno stretto controllo

dell’azione comunitaria ad opera degli Stati membri, agenti nel quadro PESC. Il secondo

consisterebbe, di converso, nella estensione dell’ambito teleologico delle politiche comunitarie,

consentendo cioè che esse siano esercitate per finalità liberamente determinate dalle istituzioni

sovranazionali.

Nessuna di queste opzioni è tuttavia quella scelta dal trattato di Lisbona, il quale, invece, tende

a preservare l’esistenza di un doppio apparato istituzionale e normativo, corrispondente agli

attuali pilastri, con limitate modifiche che dovrebbero consentire delle forme marginali di

comunicazione fra di essi. Non appare opportuno, in questa sede diffondersi sui dettagli tecnici

di questa soluzione, ai quali si aggiungono quelli relativi al coordinamento fra i due testi – il

trattato sull’Unione europea e quello sul funzionamento dell’Unione – nei quali si articolerà il

nuovo sistema stabilito dal trattato di Lisbona.[21].

Appare invece opportuno esprimere due notazioni di carattere generale che potrebbero

contribuire a delineare l’architettura e la consistenza ordinamentale del nuovo sistema. La

prima concerne i rapporti fra gli strumenti di azione conferiti all’Unione e le finalità politiche,

riservate alla politica estera e di sicurezza comune. Il trattato non modifica significativamente il

principio delle competenze attribuite, che rimane anzi uno dei principi fondamentali

dell’integrazione europea. L’art. 5, par. 2, del trattato sull’Unione indica infatti che “(i)n virtù

del principio di attribuzione, l'Unione agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che le

sono attribuite dagli Stati membri nei trattati per realizzare gli obiettivi da questi stabiliti”. Si

può discutere se la nuova formulazione consenta, rispetto a quella attuale, un più penetrante

potere di interferenza degli Stati membri nella determinazione degli obiettivi dell’Unione. Quel

che appare certo è che il trattato di Lisbona non ha invece inteso consentire alle istituzioni

dell’Unione una maggiore discrezionalità nella determinazione degli obiettivi dell’azione

dell’Unione, che dovrebbe invece rimanere rigorosamente funzionale al raggiungimento degli

obiettivi specificamente indicati dalle singole disposizioni del trattato.

La seconda notazione riguarda il mantenimento, e anzi il rafforzamento, della clausola di

salvaguardia tesa ad assicurare la separazione fra politiche materiali e politica estera

dell’Unione. Tale meccanismo è oggi previsto dall’art. 40 del Trattato sull’Unione. La

disposizione prospetta difficoltà ermeneutiche notevoli. In particolare, appare problematico

conciliare l’esistenza di tale clausola con l’obiettivo di stabilire una azione esterna integrata,

come previsto dal trattato sul funzionamento dell’Unione agli articoli 205 ss[22]. Al di là delle

difficoltà interpretative, l’esistenza di tale disposizione sembra indicare in maniera chiara la

difficoltà di rinvenire un equilibrio accettabile fra la volontà degli Stati di controllare gli

orientamenti politici dell’Unione e la tendenza di questa a sviluppare un proprio indirizzo

politico ed informare ad esso le proprie attività sul piano interno e su quello internazionale.

In conseguenza dell’applicazione congiunta di questi due meccanismi, sembra allora

illusorio pensare di realizzare una unificazione dei meccanismi istituzionali e normativi che

attengono rispettivamente all’esercizio della dimensione politica e della dimensione economica

dell’integrazione. L’esercizio della seconda rimane rigidamente predeterminato dal principio

delle competenze attribuite, per modo che le competenze attribuite all’Unione non potranno

che perseguire gli obiettivi assegnati dal trattato specificamente per ciascuna di esse. D’altra

parte, l’Unione non potrà, per il perseguimento delle proprie finalità politiche, avvalersi del

formidabile potere rappresentato dall’esercizio delle competenze socio-economiche dell’Unione,

dato che questo comporterebbe una sottoposizione dei meccanismi sovranazionali che

governano l’esercizio dell’integrazione economica a quelli intergovernativi, che disciplinano

l’integrazione politica. Il coordinamento fra queste due dimensioni, giuridicamente separate,

andrebbe quindi affidato, come avviene oggi, a strumenti informali di consultazione e, quindi,

alla possibilità di unificare, in via di fatto, quel che nasce giuridicamente distinto.

V. Conclusioni: il trattato di Lisbona e il patrimonio costituzionale europeo

1. La riforma dei trattati istitutivi e l’acquis constitutionnel europeo

Se una conclusione si può trarre da una analisi rapida e frammentaria quale quella svolta nelle

pagine precedenti, essa riguarda proprio la difficoltà di rinvenire nel trattato di Lisbona una

chiara direzione di percorso, coerente con i principi e le dinamiche del costituzionalismo

europeo, sviluppati nei decenni della travagliata esperienza dell’integrazione. Pare a chi scrive

che il trattato di Lisbona fornisca la prova più evidente nel dilemma costituzionale nel quale si

dibatte oggi l’Unione. Stiamo assistendo ad una evoluzione del modello europeo verso i

consolidati modelli che assicurano l’esercizio del potere politico nell’ambito delle forme

contemporanee di Stato o occorre invece valorizzare gli elementi che caratterizzano l’attuale

modello giuridico dell’integrazione europea? Un tale problema era stato chiaramente presente

ai redattori del trattato costituzionale, i quali tuttavia avevano pensato, in maniera assai

semplicistica, di risolverlo assicurando un ambizioso contenitore costituzionale entro il quale

lasciare immutate le tradizionali dinamiche, in parte sovranazionali, in parte intergovernative,

che caratterizzano l’attuale stadio di sviluppo dell’Unione.

Una considerazione critica analoga vale oggi nei confronti del trattato di Lisbona. La

soppressione dei simboli e della terminologia costituzionale, e la proposizione di una

architettura costituzionale binaria, imperniata su due trattati, non ha mutato di molto

l’approccio della riforma. Questa evidenzia, da un lato, una tendenza ideale a mutuare concetti

e forme giuridiche dall’esperienza costituzionale statale, mentre dall’altro è ispirata dalla

volontà di mantenere le dinamiche e i rapporti di potere tipici di una esperienza giuridica di

stampo internazionale. Questa conclusione è impietosamente rivelata dall’analisi tecnica di

alcune fra le soluzioni apparentemente più innovative del trattato: il riordino del sistema delle

fonti, che non vale a costituire una dinamica unitaria delle fonti dell’Unione, ma lascia

inalterata l’esistenza di subsistemi autonomi e reciprocamente impermeabili; il riordino del

sistema decisionale, che permane ben lontano da una impossibile dinamica politica di stampo

parlamentare; la soppressione dell’architettura “a pilastri”, che, lungi dall’istituire una

architettura costituzionale unitaria, costituisce forse la prova più evidente e dolorosa

dell’assenza di una chiara visione del futuro costituzionale dell’Unione.

Altre strade erano peraltro percorribili qualora, invece di immaginare apparenti stravolgimenti

del patrimonio costituzionale dell’Unione, si fosse invece assunto, come punto di partenza,

proprio il riconoscimento delle peculiarità di tale patrimonio e della sua irriducibile singolarità.

L’analisi giuridica può contribuire in qualche misura ad evidenziare i punti di criticità del

sistema attuale, e le prospettive di sviluppo dell’ordinamento dell’Unione, che possono essere

considerate nel determinare le scelte di carattere politico. Questa è stata d’altra parte la strada

seguita in occasione di un certo numero di revisioni dei trattati istitutivi, chiaramente ispirate

da soluzioni già sperimentate, o in via di sperimentazione, nella prassi giudiziaria e

istituzionale. È verosimile che, nella presente fase storica, che evidenzia forti perplessità sulle

possibili future evoluzioni del processo di integrazione, questo metodo avrebbe dato buoni

frutti. Esso avrebbe consentito, infatti, di adottare soluzioni politiche già in qualche modo

corrispondenti al diritto vivente e, per questo aspetto, già dotate di una loro legittimazione

ordinamentale.

Intenderei allora prospettare, nelle poche righe seguenti, alcuni possibili linee evolutive del

sistema che, valorizzate ed ulteriormente precisate attraverso il processo politico di revisione,

avrebbero potuto contribuire, almeno in parte, al realizzare gli obiettivi della riforma senza

però snaturare il patrimonio costituzionale europeo, e, anzi, rappresentandone il logico

sviluppo. La recente prassi istituzionale e giurisprudenziale forniscono varie indicazioni di

questo tipo. Mi limiterò ad un rapido accenno relativamente alle questioni che hanno fatto

oggetto di analisi nei paragrafi precedenti.

Si è visto, in questi, quanto illusoria appaia l’idea di una meccanica dipendenza fra il concetto

di democrazia europea e il numero dei poteri assegnati al Parlamento europeo. La

valorizzazione di una autonoma nozione di democrazia europea, che attinge per un verso a

forme di legittimazione interne, per altro guarda invece, in chiave internazionalista, agli Stati

membri concepiti come entità politicamente organizzate, dovrebbero invece indurre a

prospettare l’esistenza di processi diversificati di legittimazione che tengano conto della natura

degli interessi in gioco e del livello di integrazione culturale e politica fra gli Stati membri.

Da un lato, il sistema politico dell’Unione mostra una evidente tendenza verso un

rafforzamento dei poteri del Parlamento e verso un modello decisionale ordinario, imperniato

sul doppio consenso di Parlamento e Consiglio. D’altro lato, esso evidenzia altresì il permanere

di procedimenti decisionali di tipo intergovernativo, che vanno quindi considerati come un dato

costante del panorama istituzionale dell’Unione e che rappresentano, sovente, una condizione

dell’attribuzione di nuove competenze all’Unione. Piuttosto che indulgere alla ardua formazione

di un sistema politico di stampo parlamentare, il processo di revisione dovrebbe allora tendere

a realizzare con maggior efficienza il principio della democrazia partecipativa, e della

trasparente rappresentanza di interessi, nell’ambito di ciascun processo di legittimazione delle

decisioni politiche, siano esse di carattere parlamentare o quasi-parlamentare, siano esse

invece di carattere più marcatamente intergovernativo. Una volta riconosciuta l’esistenza di

una pluralità di processi di legittimazione delle decisioni politiche dell’Unione, e la loro

equivalenza dal punto di vista democratico, l’esistenza di una “diversità” decisionale

dell’Unione non dovrebbe rappresentare un ostacolo alla realizzazione della democrazia

europea.

In un sistema istituzionale articolato sull’equivalenza democratica di vari procedimenti

decisionali, anche il problema della frammentazione del sistema delle fonti, e l’assenza di una

unitaria dinamica normativa, potrebbe essere avviato a soluzione. L’analisi di recenti tendenze

giurisprudenziali evidenzia l’esistenza di una certa tendenza all’affievolimento del principio

delle competenze attribuite che dovrebbe consentire al legislatore comunitario una maggiore

libertà nel determinare gli obiettivi dell’azione comunitaria scegliendoli nell’insieme degli

Questa tendenza si è fondata, in

obiettivi assegnati alla Comunità dal trattato istitutivo[23].

passato, soprattutto sulla interazione fra norme comunitarie, pur aventi differente base

giuridica, ma adottate sulla base di procedimenti decisionali analoghi. Una volta accettata

l’idea della pari legittimazione politica dei diversi procedimenti decisionali, però, non vi è però

ragione logica per negare che possa esservi una certa interazione fra norme adottate sulla

base di essi.

Evidentemente, la determinazione più precisa delle dinamiche normativa che si potranno

determinare sulla base di tali interrazione spetta al processo formale di revisione. In sede di

elaborazione scientifica conviene solo aggiungere che, in tal modo, non solo in tal modo si

innescherebbe un processo capace di condurre verso l’unificazione del sistema delle fonti

dell’Unione. La considerazione globale degli obiettivi comunitari come insieme di finalità

assegnate all’insieme delle competenze attribuite all’Unione avrebbe inoltre il vantaggio di

consentire una più marcata dimensione politica dell’azione comunitaria, dato che alcuni degli

obiettivi del trattato Ce hanno un chiaro significato politico.

La prospettiva indica avrebbe il pregio di determinare un rimedio ad un effetto spiacevole, ma,

per così dire, involontario, dell’applicazione rigorosa del principio di attribuzione. Essa però, di

per sé non sarebbe capace di superare l’attuale struttura “a pilastri”, che, come si è visto,

risponde ad un disegno politico preciso, consistente nell’evitare che l’Unione possa agire come

ente libero nel fine e determinare quindi liberamente gli obiettivi della propria azione. La

distinzione fra Unione economica e Unione politica, per quanto artificiale, ha lo scopo di

mantenere inalterato in capo agli Stati membri il potere di determinare gli orientamenti politici

di fondo dell’Unione.

Anche a riguardo però la prassi più recente sembra indicare linee di tendenza che, se pure non

preludono immediatamente ad un superamento della struttura a pilastri, tendono nondimeno a

rimediare a talune aporie giuridiche e politiche che ne derivano. Si possono segnalare, in

particolare, due linee di tendenza. La prima è quella delle istituzioni comunitarie ad accettare

un ruolo guida degli Stati membri, agenti secondo logiche intergovernative, in materie di

accentuato significato politico. Ne è testimonianza recente il consenso all’utilizzo di strumenti

comunitari per la realizzazione di obiettivi di politica estera al di là dei limitati strumenti di

coordinamento previsti dai trattati istitutivi. D’altro lato, quasi a compensare questo ruolo

guida della dimensione sopranazionale rispetto a quella intergovernativa, la prassi evidenzia

una tendenza degli Stati membri a tollerare l’impiego delle politiche comunitarie come

strumento autonomo di realizzazione di obiettivi politici, ben al di là, quindi, delle previsioni dei

trattati istitutivi, in settori, quale ad esempio i diritti dell’uomo, nei quali vi è un largo consenso

fra gli Stati membri.

In altri termini, la prassi interistituzionale denota come le paralizzanti conseguenze derivanti

da una rigorosa applicazione del regime “a pilastri” si siano in pratica attenuate attraverso

formule fondate sul negoziato informale e sulla ricerca del mutuo consenso fra Stati e

istituzioni sovranazionali. Questa tendenza rappresenta quindi una sorta di “terza via” fra le

due prospettive alternative - ed ambedue politicamente accettabili - della

sovranazionalizzazione della politica estera e della intergovernamentalizzazione delle politiche

comunitarie.

Questa osservazione sembra indicare allora un percorso atto a superare talune delle

paralizzanti conseguenze della attuale architettura “a pilastri”, senza tuttavia eliminare alle

radici la distinzione fra le due dimensioni dell’Europa economica e dell’Europa politica, che

costituisce, allo stadio attuale di sviluppo, un tratto ineliminabile dell’integrazione europea. Il

processo di riforma dei trattati dovrebbe quindi governare in maniera flessibile l’interazione fra

queste due dimensioni ammettendo la possibilità di un uso strumentale delle politiche materiali

dell’Unione per la realizzazione di obiettivi politici, da determinare nei loro aspetti generali

attraverso procedimenti decisionali intergovernativi. La possibilità di interferenza degli Stati

membri nell’esercizio di competenze trasferite all’Unione sarebbe d’altro lato compensata dalla

possibilità, che andrebbe riconosciuta alle istituzioni sovrananazionali, di esercitare

autonomamente le competenze materiali dell’Unione nell’ambito degli obiettivi politici stabiliti

dai trattati istitutivi e nel rispetto degli atti politici già adottati con strumenti intergovernativi.

2. Il trattato di Lisbona e il “fallo di confusione”

Lo sviluppo dell’ordinamento dell’Unione è un processo delicato e complesso, sia nelle proprie

dinamiche che nei suoi contenuti. Esso procede attraverso dinamiche di tipo sociale piuttosto

che attraverso decisioni politiche autoreferenziali; si fonda sul consenso diffuso e sul successo

delle sue soluzioni, sovente sperimentate prima ancora di essere formalmente adottate. È

essenzialmente attraverso questo processo sotterraneo che si è formato il patrimonio

costituzionale europeo: un insieme di principi, prassi concordate e sensibilità giuridiche, non

immediatamente riconducibile agli usuali schemi dell’analisi giuridica e nondimeno

“funzionanti”, in quanto adeguati alla singolare realtà giuridica del processo di integrazione. La

revisione formale dei trattati ha volta a volta, nel corso degli anni, recepito le linee evolutive

dell’ordinamento, le ha cristallizzate, le ha talvolta anticipate.

Se un peccato originale può essere rinvenuto nel tormentato processo di revisione inaugurato

con il trattato costituzionale e proseguito poi con il trattato di Lisbona, questo sembra allora

risiedere precisamente nell’abbandono del patrimonio costituzionale europeo a favore di

schemi e concezioni proprie del panorama giuridico statalista ma scarsamente adeguate ai

bisogni e alle cadenze dell’integrazione europea. Dal punto di vista contenutistico, i due trattati

di riforma, largamente fra loro coincidenti, non contengono certo innovazioni rivoluzionarie.

Ambedue, tuttavia - in maniera più marcata il trattato costituzionale, in maniera probabilmente

più attenuata il trattato di Lisbona – sembrano abbandonare la ricerca del costituzionalismo

europeo, magari nella convinzione che esso, prima o dopo, avrebbe dovuto seguire gli schemi

consolidati dell’esperienza giuridica. Difficile dire se i vari insuccessi riportati dai due trattati

nel corso di ripetute consultazioni popolari costituiscano sanzione adeguata a tale peccato

originale o non siano invece sproporzionati “per eccesso”, dato che essi potrebbero ingenerare

una crisi politica dell’integrazione dagli effetti non prevedibili. Anche alla luce di tali insuccessi,

tuttavia, una focalizzazione del dibattito giuridico sul costituzionalismo europeo, sui suoi

connotati teorici e sulle sue ricadute sul piano pratico, appare quanto mai auspicabile.

* * *

Vi è una metafora calcistica capace, ad avviso di dar ragione delle difficoltà incontrate dal

processo di riforma. Accade, a volte, che l’arbitro di un incontro di calcio percepisca l’esistenza

di diffusa situazione di irregolarità nell’area di rigore di una delle squadre, dovuta all’esistenza

di una sere di infrazioni al regolamento, di varia natura e gravità, senza però essere in grado,

a ragione della molteplicità degli eventi che si susseguono in un intervallo esiguo di tempo e

della mancanza di strumenti tecnici, di determinarle esattamente e di attribuire la paternità. In

una situazione di questo tipo, in gergo calcistico l’arbitro fischia un “fallo di confusione”,

volendo con ciò indicare che egli è certo della esistenza di irregolarità che giustificano un suo

intervento ma non ha gli elementi per poterle esattamente definire. Ebbene, nel caso dei vari

tentativi posti in essere per riformare i trattati istitutivi dell’Unione, l’elettore europeo sembra

proprio aver fischiato un fallo di confusione.

[1] V. la Dichiarazione di Laeken sul futuro dell’Unione europea,allegato n. 1 alle Conclusioni

della Presidenza- Laeken, 14 e 15 dicembre 2001 (SN 300/1/01 REV 1).

[2] In GUCE del 16 dicembre 2004, C n. 310. La numerazione utilizzata nella presente

trattazione fa riferimento alla versione consolidata del Trattato sull’Unione europea e del

Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (in GUUE del 9 maggio 2008, C n. 115).

[3] V. Presidency Conclusions of the Brussels European Council (15/16 June 2006), Brussels

17 July 2006, n. 10633/1/06, par. III, 42.

[4] È ormai celebre la frase che si legge nel comunicato finale del vertice di Bruxelles del 21 e

22 giugno 2007 (Bruxelles, 26 giugno 2007, n. 11218/07) :

“The constitutional concept, which consisted in repealing all existing Treaties and replacing

them by a single text called "Constitution", is abandoned. The Reform Treaty will introduce into

the existing Treaties, which remain in force, the innovations resulting from the 2004 IGC, as

set out below in a detailed fashion” (Allegato I, punto I.1).

Si legge inoltre, al punto I. 3: “The terminology used throughout the Treaties will reflect this

change: the term "Constitution" will not be used, the "Union Minister for Foreign Affairs" will be

called High Representative of the Union for Foreign Affairs and Security Policy and the

denominations "law" and "framework law" will be abandoned, the existing denominations

"regulations", "directives" and "decisions" being retained. Likewise, there will be no article in

the amended Treaties mentioning the symbols of the EU such as the flag, the anthem or the

motto”.

[5] In GUUE del 17 dicembre 2007, C 306, p. 1.

[6] V. gli artt. 14, par. 1 e 16, par.1 del Trattato sull’Unione europea.

[7] V. art. 48, par. 7 del Trattato sull’Unione europea.

[8] V. art. 15, par. 6 del Trattato sull’Unione europea.

[9] Può essere utile, su questo punto, la consultazione della banca dati sul procedimento di co-

decisione, disponibile all’indirizzo web http://casb.unimc.it/.

[10] Una ben diversa regolamentazione sarebbe occorsa, qualora si fosse concepito il ruolo dei

Parlamenti nazionali come una delle forme di legittimazione dei processi decisionali dell’Unione.

A tal fine, sarebbe stato necessario distinguere fra diverse situazioni: quella nella quali i

Parlamenti nazionali agiscono nell’ambito della procedura di formazione della volontà unitaria

dello Stato, condizionando quindi la posizione dei rispettivi governi in seno al Consiglio; quella

nella quale essi agiscono, come articolazione autonoma dei procedimenti normativi dell’Unione,

facendo valere proprie posizioni distinte da quelle dei rispettivi governi; quella, infine, nella

quale agiscono come articolazione del parlamentarismo europeo, nell’ambito di procedimenti di

cooperazione con il Parlamento europeo e tendendo ad influenzare la formazione di volontà di

questa istituzione. Le forme e il contenuto dei poteri dei parlamenti nazionali dovrebbe infatti

variare grandemente a seconda della funzione alla quale sono chiamati a contribuire e delle

istanze che essi sono chiamati a rappresentare.

[11] V. l’art. 15, par. 5 e 6.

[12] La tendenza a depotenziare il ruolo politico della Commissione si avverte tuttavia anche

da altri segnali, fra i quali la doppia natura dell’Alto Rappresentante per la politica estera,

formalmente membro della Commissione, e anzi vicepresidente, ma che siede anche nel

Consiglio europeo.

[13] Cfr. l’art. 251 TCE.

[14] V. art. 127, par. 6.

[15] V. art. 153, par. 2, lett. b).

[16] V. art. 194, par. 2.

[17] Nonostante la previsione di una sorta di “fusione dei pilastri” e la collocazione delle

disposizioni relative alla politica estera assieme ad altre politiche di rilievo esterno nel titolo V

della Parte III dedicato genericamente all’azione esterna dell’Unione, il settore della PESC

conservava un regime normativo ispirato senz’altro a logiche intergovernative. Così, era

conservato il voto all’unanimità (v. art. III-300) come la regola generale; era mantenuto un

sistema delle fonti basato sulla distinzione tra azioni (v. art. III-297) e posizioni comuni (v. art.

III-298); era confermato il ruolo marginale riservato nell’attuale disciplina al Parlamento

europeo (artt. I-40, par. 6 e III-304, par. 1); ecc. Rilevante, inoltre, era la conferma

dell’esclusione del sindacato giurisdizionale della Corte di giustizia sugli atti PESC (v. Art. III-

376, par. 1), ad eccezione di un limitato potere di controllo su eventuali pregiudizi che le

decisioni PESC possono arrecare ad altre competenze (art. III-376, par. 2), analogamente a

quanto previsto dagli attuali artt. 46 e 47 TUE.

[18] Cfr. l’art. III-308 del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, cit.

[19] Cfr. rispettivamente l’art. I-7 e l’art. 47.

[20] Per una discussione in profondità di questi profili, rinvio al mio scritto Unity and Pluralism

in the EU’s

Foreign Relations Power, in The Fundamentals of EU Law Revisited. Assessing the Impact of

the Constitutional Debite (a cura di C. Barnard), Oxford, Oxford University Press, 2007.

[21] Si tratta di coordinare le disposizioni del Titolo V del Trattato sull’Unione (“Disposizioni

generali sull'azione esterna dell'Unione e disposizioni specifiche sulla politica estera e di

sicurezza comune”) ed in particolare il suo capo 2 (“Disposizioni specifiche sulla politica estera

e di sicurezza comune”) con singole disposizioni inserite nel Trattato sul funzionamento (cfr. gli

artt. 2, par. 4; 218, parr. 3 e 6; 275; 329, parr. 1 e 2; 331, par. 2; 352, par. 4).

[22] Dato che, come si è detto, la competenza dell’Unione nel campo della politica estera è

meramente funzionale, la competenza dell’Unione si estende a qualsivoglia materia per la

realizzazione di finalità di politica estera con il limite di non costituire una interferenza rispetto

alle altre competenze assegnate all’Unione. Di conseguenza l’esercizio della politica estera non

potrà concretizzarsi in azioni che possano essere adottate ai sensi di altre politiche dell’Unione.

D’altra parte, l’esistenza di una clausola di salvaguardia che pone un limite alle competenze

materiali dell’Unione in relazione alla competenza in tema di politica estera e di sicurezza

comune equivale ad escludere che le politiche materiali dell’Unione possano essere esercitate

per finalità di carattere politico.

[23] Rinvio in proposito a quanto prospettato nello scritto Gerarchia e competenza nel sistema

delle fonti dell'Unione europea, in Il Diritto dell'Unione europea, 2005, p. 652 ss.


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questo articolo fa riferimento al corso di Diritto dell'Unione europea tenuto dalla prof.ssa Allegri. Di seguito gli argomenti trattati; la vicenda del processo di revisione dell’Unione europea; Il sistema istituzionale europeo e le modifiche del Trattato di Lisbona; le dinamiche normative dell’ordinamento europeo e il Trattato di Lisbona; l’architettura costituzionale dell’Unione e l’unificazione dei pilastri; il patrimonio costituzionale europeo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione pubblica e d'impresa
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di DIRITTO DELL’UNIONE EUROPEA e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Allegri Maria Romana.

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