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convinzione dell’automatismo di questi effetti fece apparire superfluo dare a quelle istituzioni poteri

in campo sociale» [Allegretti, seminario Luiss del 21 maggio 2004]. Pesava anche una certa

convinzione di parte sindacale che la politica sociale dovesse essere appannaggio esclusivo dello

Stato, su cui poteva influire la volontà dei lavoratori.

La situazione cambia profondamente nel 1989, quando, con la caduta dell’impero sovietico,

si apre una fase storica non solo fortemente dinamica, ma che pone le condizioni affinché l’Europa

cambi pelle e diventi un’altra cosa e possa cominciare a svolgere un ruolo autonomo e attivo nella

politica mondiale. In realtà in quel momento cominciano a cadere due confini: quello a est, ma

anche quello a sud che attraversava da est e ovest il Mediterraneo.

2. Per quanto riguarda il Mediterraneo, esso ha avuto una importanza geostrategica prima per

l’Inghilterra (dal 1815) e poi per gli USA (dal 1945). A causa dell’azione esercitata dalla potenza

americana e dai suoi alleati, ciò che definisce il Mediterraneo contemporaneo è la frattura che lo

divide tra un nord ricco ed un sud povero, tra un nord industrializzato ed un sud in via di sviluppo,

tra un nord democratico e civile e un sud preda di regimi autoritari, “fondamentalisti” e

culturalmente arretrati. È dominante una logica di penetrazione della potenza statunitense verso il

centro della massa eurasiatica, dunque, che caratterizza il ruolo geopolitico del Mediterraneo.

Infatti l’attuale dottrina americana (almeno fino alla presidenza Bush, quella di Obama è tutta da

scoprire), è volta ad accrescere la propria egemonia nel cuore della massa eurasiatica, sembra

assegnare all’area che va da Gibilterra al mar Caspio per il tramite del sistema fluviale Don-Volga

– grazie soprattutto all’alleato turco – anche una funzione di controllo sulla Russia e di monito alle

iniziative unilaterali di quest’ultima verso l’Europa e l’Iran. In tale contesto, le politiche e le iniziative

mediterranee dell’Unione Europea verso i Paesi del Vicino Oriente e del Nordafrica, mirate, nelle

intenzioni, a sviluppare il legame tra la massa europea e quella nordafricana e a ridurre il divario

economico nella regione nonché a regolare i flussi migratori, sono gravemente compromesse e

prive di credibilità proprio a causa del fatto che l’intera area è presidiata, con i pretesti dell’alleanza

atlantica e della sicurezza internazionale, da forze extracontinentali estranee al destino e allo

sviluppo dei paesi che insistono in tale area.

Questo tipo di presenza americana non ha subito sostanziali modifiche dopo il 1989 ed è

stata confermata la funzione dell’Europa di confine con il Sud e l’Est, di sentinella dell’“impero del

nord-est”. L’Europa unita ha oggi una popolazione che è più del doppio di quella statunitense ed è

quattro volte quella del Giappone. È la prima potenza commerciale del mondo e il suo PIL è pari a

un quarto del PIL mondiale. Ma sul piano politico e militare l’Europa è inesistente: è

semplicemente la frontiera che separa l’emisfero occidentale dall’oriente asiatico e dal mondo

islamico.

Ma andiamo con ordine. 2

Il processo di allargamento , che prende l’avvio nel 1989, rappresenta una straordinaria

rivoluzione nella stessa concezione di Unione Europea. Fino a quel momento l’Unione, attraverso i

meccanismi di coesione, di avvicinamento, di armonizzazione, aveva teso a governare fattori tra

loro sempre più omogenei, sotto ogni punto di vista: economico, politico, sociale, culturale.

L’allargamento di per sé pose un problema esattamente opposto, cioè il problema del governo

delle differenze. È storicamente impossibile che la nuova realtà europea si possa omogeneizzare

nel breve-medio periodo. Uno degli elementi della cornice istituzionale in senso lato che consentirà

2 Su quel che segue si veda: Aldo Zanca, Pensare l’Europa, Clinamen, Firenze 2008.

2

di tenere insieme queste differenze è rappresentato da un quadro unico e condiviso dei diritti. (Ma

vedremo che questo rende più difficoltoso il rapporto con il sud).

Gli avvenimenti susseguenti al 1989 hanno profondamente rimescolato le carte degli

equilibri internazionali, ponendo l’Europa di fronte a responsabilità assolutamente inedite nel

panorama mondiale. La fine della Guerra fredda sottrasse l’Europa alla sua condizione di minorità

nei confronti degli USA e pose le condizioni per il lancio di un suo ruolo autonomo, ruolo che però

era tutto da inventare evitando la tentazione della “terza forza”. Nell’immediato si trattava di farsi

carico, nel rispetto dei valori comunitari e quindi non in modo opportunistico, di “agganciare”

nell’orbita europea un grosso gruppo di paesi ex comunisti, impedendo tra l’altro che con lusinghe

e minacce potessero essere recuperati all’influenza russa.

Il Trattato di Maastricht del 1992, che fondò l’Unione Europea, tracciò i nuovi lineamenti

dell’Europa come risposta ai nuovi scenari che si prospettavano, mentre il Trattato di Nizza del

2000 stabilì nuove regole di funzionamento delle istituzioni europee che tenessero conto

dell’aumentato numero dei partner e della loro “alterità”. Non c’è dubbio che, ancora una volta, gli

interessi economici hanno giocato un ruolo importantissimo e infatti vi fu chi denunziò l’operazione

come un atto di neo-imperialismo che avrebbe avvantaggiato i vecchi membri a danno dei nuovi

ammessi. La scommessa, pur nella persistenza di numerosi e grossi problemi, è stata vinta ed è

oggi in agenda l’integrazione dei paesi dell’ex Jugoslavia e del Caucaso.

La politica di allargamento è il terreno privilegiato, nel quale la UE dovrà dimostrare di

essere effettivamente in grado di esercitare un ruolo di rilievo nello scenario mondiale. Questa

politica non potrà avere le caratteristiche di una politica di annessione né quelle della scelta dei

vicini più graditi. Il compito è di aiutare lo sviluppo economico e sociale di vaste aree,

parallelamente al disinnesco di fattori di crisi e all’instaurazione di relazioni interstatali stabili e

pacifiche. È sempre su questo terreno che appare del tutto problematico tentare di mantenere

un’immagine e un’identità europea calibrate sulla tradizione piuttosto che su un ambizioso progetto

di riorganizzazione degli assetti internazionali. Si è infatti ormai al punto che, superando gli odierni

confini dell’Unione, si entra in contatto con realtà profondamente diverse sotto molti aspetti,

soprattutto culturale, civile, economico e sociale. Stiamo parlando di paesi “poveri” e segnati

profondamente dalla religione islamica. Riuscire ad integrare le regioni sud-orientali e del sud del

Mediterraneo significherebbe che l’Europa è un’idea (non un’utopia) che va ben al di là delle

ragioni del mercato per abbracciare quelle dei diritti. Ma di fronte a questa prospettiva,

paradossalmente il linguaggio dei diritti appare assai più difficile di quello del mercato.

Per comprendere il grado di difficoltà è sufficiente dare un’occhiata all’abissale differenza di

reddito pro capite tra i Paesi dell’Europa dei Quindici e i nuovi ammessi e tra tutti questi e i paesi

candidati e potenziali tali. Se poi ci rivolgiamo a sud, il panorama è deprimente. Negli elenchi dei

Paesi col più basso PIL pro capite, col più basso potere d’acquisto, col più basso indice di sviluppo

umano, con la minore speranza di vita, con la più alta mortalità infantile troviamo ai primi posti un

compatto e nutrito numero di paesi africani. La situazione appare meno drammatica nei paesi che

si affacciano sul Mediterraneo. A oltre quarant’anni dalla fine dell’epoca coloniale, gli Stati africani

nel loro insieme, con l’esclusione del Sudafrica e, parzialmente, dei paesi arabi, si trovano in

condizioni di sostanziale sudditanza politica ed economica, anche per il pesantissimo

indebitamento. I paesi maghrebini sono tradizionali bacini di emigrazione verso l’Europa e una

grande area di transito di migrazione irregolare.

3. Sotto il titolo pregante “L’Unione e l’ambiente circostante” l’art. 7 bis del Trattato di Lisbona

afferma: «L’Unione sviluppa con i paesi limitrofi delle relazioni privilegiate al fine di creare uno

spazio di prosperità e buon vicinato fondato sui valori dell’Unione e caratterizzato da relazioni

3

strette e pacifiche basate sulla cooperazione» e a questi fini essa «può concludere accordi

specifici con i paesi interessati». La politica europea di vicinato (PEV), volta a promuovere la pace,

la stabilità, la sicurezza, la crescita, lo sviluppo e la prosperità nei paesi confinanti, ha lo scopo di

evitare che emergano nuove linee di frattura con i propri vicini. Tenendo conto del quadro che

abbiamo sommariamente schizzato e delle pesanti interferenze americane spesso volte a ben altri

obiettivi, l’impresa si presenta irta di difficoltà.

Originariamente questa politica era rivolta ai soli paesi confinanti. Con la Conferenza di

Barcellona l’interesse dell’UE si rivolge anche ai paesi costieri del Mediterraneo. Oggi il

Mediterraneo rappresenta un importante partner commerciale per l’Unione Europea e, di

conseguenza, ha assunto una nuova centralità e rilevanza. Per molto tempo i rapporti tra Europa e

Mediterraneo sono stati contrassegnati dal passato coloniale delle grandi potenze europee. Con

diversi atteggiamenti: «L'amministrazione francese dell’Africa settentrionale (e in minor misura

anche quella italiana e quella spagnola) fu caratterizzata da un’ideologia unitaria, quella della

mission civilisatrice, la convinzione della superiorità occidentale e del diritto di diffonderla. Di

carattere diverso era la dominazione britannica in Egitto, che non si proponeva una colonizzazione

di massa e non aveva l'idea esplicita di una missione civilizzatrice: nell’impero britannico si

preferiva parlare del “fardello dell'uomo bianco” e fingere di credere al mito secondo cui la Gran

Bretagna si era trovata ad amministrare immensi territori per caso, quasi trascinata per i capelli»

[P.G. Donini, Il mondo islamico, Laterza, Bari 2003, 214]. Quanto all’Italiana, mancava una

giustificazione di tale genere, ma più semplicemente: «Dovevamo riprenderci la Libia perché era la

“Quarta sponda” del nostro paese, perché era stata civilizzata dai Romani, perché dovevamo

sistemarvi i nostri braccianti senza terra; più nobilmente, per liberare i Libici dal giogo turco o, più

prosaicamente, per insegnar loro a mangiare con le posate. Non mancavano è ovvio, motivi

economici più sostanziosi, rappresentati dagli investimenti bancari, agricoli e commerciali» [ivi,

215]. Inoltre, per lungo tempo i rapporti commerciali tra la Comunità Europea e i paesi arabi sono

stati caratterizzati da forti squilibri, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto qualitativo

dell’interscambio che vedeva l’Europa importare quasi esclusivamente materie prime in cambio di

manufatti di alto valore aggiunto e a forte contenuto tecnologico. Intorno agli anni settanta questa

tendenza ha subito qualche battuta d'arresto, ad esempio in Marocco, e si è riusciti a perseguire

una politica di trasformazione delle materie prime sul territorio nazionale, in modo da trattenere

una quota maggiore del valore aggiunto. Ma allo stesso tempo continuava però la deformazione

monoculturale. Sia che si tratti di prodotti agricoli, sia di materie prime, ad esempio il petrolio, i

paesi del Mediterraneo erano orientati verso la monocoltura, cioè la produzione o coltivazione di

solo una o poche materie prime. Tale scelta era favorita, se non addirittura imposta dalle potenze

coloniali, perché funzionale alla loro economia, ma in realtà il crollo dei prezzi delle materie prime

poteva avere effetti devastanti sull’economia del paese produttore.

Uno degli ostacoli maggiori al dialogo è rappresentato dalla disparità economica e militare

tra Nord e Sud e dai diversi standard di vita, ma anche e soprattutto dall’asimmetrico livello di

coesione e di stabilità istituzionale. Se tra i paesi membri dell'Unione Europea si assiste a un

costante e incessante processo d'integrazione, la sponda meridionale e orientale del Mediterraneo

presenta, invece, una forte frammentazione e disgregazione. Ma anche sulla sponda settentrionale

l’interesse per il partenariato euro-mediterraneo non è omogeneo: se Italia, Francia e Spagna

sono, come è naturale, i principali promotori del processo messo in atto con la Conferenza di

Barcellona, Gran Bretagna e Germania, come è altrettanto naturale, sono più interessate

all’Europa orientale.

4.

4 La conferenza di Barcellona, tenutasi nel novembre 1995, si è posta come obiettivo

fondamentale il raggiungimento della pace e della stabilità nell’area, operando su tre livelli: politico,

economico-finanziario e socio-culturale-umano. Sul piano politico, obiettivi fondamentali sono la

garanzia dello Stato di diritto, il pluralismo religioso-politico, la tolleranza, l’uguaglianza tra i popoli,

l’autodeterminazione, la prevenzione e la lotta del terrorismo, della criminalità organizzata, del

traffico internazionale di stupefacenti. Il livello socio-culturale-umano considera il dialogo e il

rispetto tra culture e religioni differenti come le condizioni necessarie affinché i popoli si possano

avvicinare. Dà quindi risalto al ruolo dell’educazione, della formazione e della mobilità delle

persone.

La Conferenza di Barcellona segna, in linea di principio, il superamento delle precedenti

politiche comunitarie che erano rimaste ancorate a una visione paternalistica di assistenzialismo e

sostegno, di ispirazione coloniale o post-coloniale. Non si parla più di paesi in via di sviluppo, o di

paesi terzi mediterranei, bensì di paesi partner. Si delinea quindi il concetto di partenariato, che

opera in ambito multiculturale, nel rispetto delle caratteristiche, dei valori e delle specificità di ogni

paese, riconoscendo pari dignità ai partner e non nascondendo i reali squilibri tra le due rive del

Mediterraneo.

Alla Conferenza hanno preso parte i ministri degli esteri degli allora quindici paesi

comunitari, i rappresentanti della Commissione e del Consiglio europeo, e i ministri degli esteri dei

paesi mediterranei non comunitari (Algeria, Egitto, Giordania, Libano, Marocco, Siria, Tunisia,

Turchia, Israele, Cipro, Malta e Autorità Palestinese). Originariamente, quindi, erano previsti

quattro paesi non arabi (Malta, Cipro, Israele e Turchia) e otto paesi arabi (la Libia è rimasta fuori

dall'accordo, ma dalla Conferenza di Stuttgart del 1999 in poi le è stato concesso lo status di

osservatore). Con l’allargamento del maggio 2004 e l'ingresso nell’Unione Europea di Cipro e

Malta, il numero di paesi partner mediterranei si è ridotto da dodici a dieci: sempre otto paesi arabi,

uno Stato candidato (Turchia) e Israele. A questo punto, se tre Stati non arabi su quattro diventano

membri dell’Unione Europea, Israele resta l’unico membro di Barcellona non arabo e non europeo

e, quindi, mancando veri progressi nel processo di pace del conflitto israelo-palestinese, il

processo di Barcellona potrebbe trovarsi in un vicolo cieco. Comunque l’allargamento verso est ha

fisiologicamente determinato un calo d’interesse sul fronte mediterraneo.

L’Unione per il Mediterraneo è un organismo internazionale ispirato al modello dell'Unione

Europea, che intende avvicinare i rapporti fra le nazioni che si affacciano sul Mar Mediterraneo. È

stata presentata a Parigi il 13 luglio 2008 dal presidente Nicolas Sarkozy, in carica anche come

Presidente del Consiglio Europeo. L'Unione è una conseguenza naturale del Processo di

Barcellona, che dal 1995 ha intenzione di avvicinare l'Unione Europea alle nazioni mediorientali e

africane.

Come già detto, i primi obiettivi di cooperazione euro-mediterranea vengono specificati nel

novembre del 1995, quando gli allora quindici paesi membri dell’Unione Europea ed altre nazioni

mediterranee prendono parte al Processo di Barcellona, con la volontà comune di realizzare un

mercato di libero scambio. Tuttavia l’assassinio del premier israeliano Yitzhak Rabin poche

settimane prima aveva cominciato a destabilizzare la situazione mediorientale, facendo sfumare

così la possibilità di un’unione mediterranea. Gli attentati dell’11 settembre 2001 e l'inizio della

seconda intifada allontanano sempre più gli obiettivi di Barcellona. L’idea viene rilanciata dal

presidente francese durante la sua campagna elettorale: è proprio la Francia a riprendere in mano

l’accordo, vista la crescente diminuzione di esportazioni nell’Africa settentrionale. Dopo la sua

elezione, a Roma il 20 dicembre del 2007 José Zapatero, Nicolas Sarkozy e Romano Prodi -

rispettivamente primi ministri spagnolo, francese ed italiano - firmano un accordo che rimette in

moto il processo di avvicinamento euro-mediterraneo. Il 13 marzo 2008 il Consiglio Europeo

approva ufficialmente il progetto, e cominciano ad essere intrapresi i lavori preliminari. Dal luglio

dello stesso anno la presidenza di turno dell’Unione Europea spetta al presidente francese, che si

5

adopera per un vertice a Parigi il 13 ed il 14 luglio, istituendo così la nascita dell’Unione per il

Mediterraneo. Il presidente libico Gheddafi, che ha espresso notevoli critiche al progetto, ha

preferito indicare la Libia come membro osservatore.

Al momento l’Unione per il Mediterraneo è costituita da un summit biennale che prevede la

riunione dei primi ministri delle nazioni aderenti. Annualmente invece terranno consiglio i ministri

degli esteri delle stesse nazioni. La presidenza sarà affidata a turno a due nazioni.

Le nazioni che hanno firmato il documento istitutivo sono quarantatre: i paesi membri

dell’Unione Europea e le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo (Albania Algeria Bosnia-

Erzegovina Egitto Giordania Israele Libano Marocco Mauritania Monaco Palestina Siria Tunisia

Turchia). Fra i partecipanti che in realtà non si affacciano sul mare Mediterraneo, oltre a molte

nazioni dell'Unione Europea, è da menzionare la Mauritania. La Macedonia, già candidata formale

all’UE e aderente alla carta del processo di Barcellona, potrebbe accedervi successivamente.

Riprendendo gli scopi istitutivi del Processo di Barcellona, l’obiettivo dichiarato è la

promozione della cooperazione tra le due sponde del mare interno; le sue priorità sarebbero la

risoluzione delle problematiche relative all’immigrazione dai paesi meridionali verso quelli

settentrionali, la lotta al terrorismo, il conflitto israelo-palestinese, la tutela del patrimonio ecologico

mediterraneo.

In particolare è stata data priorità a sei iniziative concrete: il disinquinamento del

Mediterraneo, la costruzione di autostrade marittime e terrestri per migliorare le fluidità del

commercio fra le due sponde, il rafforzamento della protezione civile, la creazione di un piano

solare comune, lo sviluppo di un’università euromediterranea (già inaugurata a Portorose, in

Slovenia), e un’iniziativa di sostegno alle piccole e medie imprese.

L’Unione Europea ha predisposto, in attivazione delle sue politiche per la regione

euromediterranea, una serie di strumenti e di programmi: il partenariato euromediterraneo e il

programma Meda; il programma Ecip per le piccole e medie imprese; il programma Meda-

Democrazia per la promozione dei diritti dell'uomo; il programma Life-Paesi terzi; ecc.

Il partenariato euromediterraneo si basa su tre campi diversi di intervento: politico e di

sicurezza, economico e finanziario, sociale e culturale. Esso si articola quindi in una serie di

iniziative che coprono i settori più vari. Tra le più importanti: il riavvicinamento delle politiche

economiche settoriali, processo particolarmente attivo nei settori dell'industria, delle

telecomunicazioni, dell’energia e dell’acqua; le reti di cooperazione euromediterranea miranti a

facilitare lo scambio di conoscenze (federazioni industriali, istituti economici, camere di commercio,

banche, ecc.); la cooperazione in campo statistico; la cooperazione tra la Società Civile (università,

associazioni professionali, organismi non governativi); il patrimonio culturale che ha come obiettivo

il riconoscimento delle reciproche tradizioni e lo sviluppo del dialogo culturale; lo sforzo verso una

zona di pace e stabilità attraverso l’identificazione di un certo numero di principi da rispettare e di

obiettivi ai quali mirare.

La regione costituita dal Mediterraneo meridionale e orientale e dal Medio Oriente riveste

un’importanza strategica vitale per l’Unione europea. D’altronde, il Consiglio e la Commissione la

considerano una priorità essenziale nelle relazioni estere dell’UE.

Il partenariato euromediterraneo ha per obiettivo di fare del bacino del Mediterraneo uno

spazio di dialogo, scambi e cooperazione che garantisca la pace, la stabilità e la prosperità; di

potenziare il dialogo politico; di sviluppare la cooperazione economica e sociale; di valorizzare

maggiormente la dimensione sociale, culturale e umana e di istituire una zona di libero scambio

entro il 2010. Esso colloca la transizione economica ed il libero scambio al centro della

cooperazione finanziaria fra l’Unione e questa regione.

Il programma si rivolge agli Stati, ai loro enti regionali e locali e agli attori della società

civile, riprendendo i principi fondamentali della Dichiarazione di Barcellona:

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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento al corso di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale tenuto dal prof. Salvatore Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento propone un'analisi storica della progressiva diffusione dei diritti dall'Unione Europea ai Paesi Mediterranei.
Punti e fonti chiave: CEDU, Trattato di Maastricht, Conferenza di Barcellona del 1995, partenariato euro-mediterraneo, programma MEDA, problema islamico.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Costantino Salvatore.

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