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via appannato, nessuno lo nega più, l’identità di un laboratorio che nondimeno

conservava le energie intellettuali e d'impresa per interpretare la complessità

insorgente da scenari sempre più avanzati.

Una televisione tra le più reputate non solo d'Europa vedeva ridotte le sue vocazioni,

anzitutto culturali, come fossero ubbíe, arrendendosi all' "indice d'ascolto" e

infiacchendo, così, la tutela e la crescita di un grande patrimonio civile: uno scrupolo

che sopravviveva in ragione del canone e grazie a una parte non trascurabile

dell'Azienda, decisa a conciliare la nuova mission - ormai si chiamava così - con la

sua identità originaria. Non possiamo nasconderci che un'omologazione dovuta a

criteri prevalentemente commerciali - e pronta oggi a condividere la strategia di un

fronte comune per contenere la crescita di Sky, la televisione multicanale a

pagamento di Murdoch - fa giustizia sommaria di pregiudizi e orgogli quasi del tutto

rimossi. I riferimenti al passato servono solo per dare una metaforica piattaforma

anche alla Commissione parlamentare chiamata a prestare la dovuta prevalente

attenzione alle questioni della RAI, ma anche, come recita la completa didascalia

delle competenze istituzionali, "dei servizi radiotelevisivi nazionali". Tutto ciò deve

ricondurre al mutare dei saperi, dell’antropologia e della storia. Politica, cultura ed

etica devono misurarsi con problemi divenuti centrali. Ne cito alcuni: la fenditura che

oggi divide morale e moralismo; il sostenere o negare che l’opinione pubblica possa

sostituirsi alla coscienza individuale nell’esprimersi sui valori; la contrapposizione di

chi giudica e gestisce le ragioni, insieme, dell’economia e della comunità (è

essenziale cioè fermare la crisi produttiva, ma senza venir meno alle esigenze

fondamentali dei cittadini più deboli): il fenomeno di una precarietà che annulla

molte certezze soprattutto della popolazione giovanile; lo scontro sull’identità

nazionale, le riforme della Costituzione e della giustizia, le misure per la sicurezza e

la legge sull’immigrazione, specialmente clandestina, accettando o respingendo, in

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quanto retorica, la lotta nientemeno tra il Bene e il Male nella difesa della storia e

della legalità; la disputa tra laici e cattolici per affermare ciascuno la propria

preminente giurisdizione morale su scelte in cui la politica può solo mediare con

equità; il diffondersi della trasgressione come lascito di deboli, inefficaci percorsi,

lungo i quali dover rinnovare e adeguare le norme facendole nello stesso tempo

rispettare: un accumulo di questioni, insomma, che non possono non investire il ruolo

e i compiti del Servizio pubblico radiotelevisivo, cui spetta di rappresentare la

funzione statutaria di uno strumento così invasivo e influente, contro il ricorso alle

cedevolezze di un tempo per molti versi esaltante, ma che per altri si sta privando di

molte regole, nascondendosi altrettante responsabilità.

In questa sequela di contraddizioni s'inscrive anche la storia dell’autonomia della

RAI, che non deve corrispondere a un malinteso orgoglio aziendale né a un interesse

meramente economicistico: si tratta di cogliere un’altra occasione cruciale per

disegnare una RAI riconducibile alla versione aggiornata di "una nazione che parla

alla nazione", con il linguaggio della trasparenza, della completezza e della con

testualità, cioè del pluralismo. A tutela di questo irrinunciabile criterio - che Carlo

Azeglio Ciampi, nel suo unico messaggio alle Camere, definì "una questione

democratica" - l'Azienda e il sistema in cui agisce, il Paese e la politica che lo

interpreta e lo governa dispongono di tre garanzie: il Consiglio d'amministrazione, la

Commissione bicamerale e l’Authority. Parrebbero tre buoni motivi per lasciare al

Servizio pubblico il diritto-dovere di affrontare autonomamente, seppure con i

legittimi vincoli e le dovute responsabilità, i suoi compiti istituzionali e d’impresa.

Ove persistesse un di più d’ingerenza esterna, a maggior ragione andrebbe trovata

una misura che ricomponga i reclamati equilibri sulla base dei riconoscimenti

professionali, cui deve corrispondere una chiara, partecipe e responsabile

consapevolezza. 4

Nel secondo dei nostri seminari tornerà a farsi viva una vecchia, ma irremovibile

disputa: l'indice di gradimento, il lascito ormai negletto di una TV votata agli star

system e alla legge del consenso, anzitutto, quantitativo. Se ne parla senza indulgere

troppo all'idea che il mercato cederà; per non cadere nell'illusione di chi, direbbe

Scott Fitzgerald, "confonde gli occhi di Dio con la pubblicità dell'oculista".

Non fu tutto oro colato nemmeno negli ultimi anni del monopolio - quando dal

latifondo si era passati alla lottizzazione - ma quella RAI, in una misura ancora poco

valutata, contribuì notevolmente al dinamismo economico e sociale, politico e

culturale del Paese. Vi riuscì attraverso una più aperta riflessione sui programmi, a

cominciare dall’informazione che si nutriva di confronti, dibattiti, inchieste, rubriche,

momenti quotidiani di approfondimento, cui si aggiungevano gli sceneggiati d'autore,

i cicli teatrali, gli eventi musicali, i programmi culturali, tutto distribuito secondo

criteri non condizionati dai numeri dell’Auditel, bensì dal gradimento del pubblico.

Ma sarebbe scorretto, addirittura sleale, non tener conto dell'irrompere, come si è

detto, di problemi radicalmente nuovi. La RAI, da allora, prese a vivere una sorta di

neo-realtà non solo aziendale; in un rinnovato confronto con la politica, la quale

aveva più volte promesso di fare, rispetto alla televisione pubblica, un passo indietro;

un proposito mai del tutto convenuto lasciava che le cose procedessero sulla scia del

potere più forte, in un alternarsi di vischiosità e compromessi.

Si dice: come può la politica non interessarsi a un’Azienda in larga parte finanziata

dal denaro pubblico? E l’interesse alla sua natura così speciale, perché così pubblica,

in quale misura si giustifica se poi asseconda, addirittura patrocinandolo, un progetto

che in qualche misura omologa i due primari competitors televisivi, RAI e Mediaset,

creando nel sistema identitario contaminazioni di dubbia utilità? Ma la domanda più

imbarazzante è questa: le carte che riguardano il Servizio pubblico sono tutte in

regola se, mentre rivendica il diritto alla propria autonomia gestionale, non resiste

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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questo documento fa riferimento al corso di Laboratorio sui formati e i generi televisivi tenuto dalla Prof.ssa Gavrila. Si tratta di un intervento del sen. Sergio Zavoli, che si esprime in merito a allo stato della Tv in Italia e al ruolo della Rai, facendo particolare riferimento al Servizio pubblico e alla sua identità.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in industria culturale e comunicazione digitale
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di LABORATORIO SUI FORMATI E I GENERI TELEVISIVI e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gavrila Mihaela.

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