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Nel secondo dei nostri seminari tornerà a farsi viva una vecchia, ma irremovibile

disputa: l'indice di gradimento, il lascito ormai negletto di una TV votata agli star

system e alla legge del consenso, anzitutto, quantitativo. Se ne parla senza indulgere

troppo all'idea che il mercato cederà; per non cadere nell'illusione di chi, direbbe

Scott Fitzgerald, "confonde gli occhi di Dio con la pubblicità dell'oculista".

Non fu tutto oro colato nemmeno negli ultimi anni del monopolio - quando dal

latifondo si era passati alla lottizzazione - ma quella RAI, in una misura ancora poco

valutata, contribuì notevolmente al dinamismo economico e sociale, politico e

culturale del Paese. Vi riuscì attraverso una più aperta riflessione sui programmi, a

cominciare dall’informazione che si nutriva di confronti, dibattiti, inchieste, rubriche,

momenti quotidiani di approfondimento, cui si aggiungevano gli sceneggiati d'autore,

i cicli teatrali, gli eventi musicali, i programmi culturali, tutto distribuito secondo

criteri non condizionati dai numeri dell’Auditel, bensì dal gradimento del pubblico.

Ma sarebbe scorretto, addirittura sleale, non tener conto dell'irrompere, come si è

detto, di problemi radicalmente nuovi. La RAI, da allora, prese a vivere una sorta di

neo-realtà non solo aziendale; in un rinnovato confronto con la politica, la quale

aveva più volte promesso di fare, rispetto alla televisione pubblica, un passo indietro;

un proposito mai del tutto convenuto lasciava che le cose procedessero sulla scia del

potere più forte, in un alternarsi di vischiosità e compromessi.

Si dice: come può la politica non interessarsi a un’Azienda in larga parte finanziata

dal denaro pubblico? E l’interesse alla sua natura così speciale, perché così pubblica,

in quale misura si giustifica se poi asseconda, addirittura patrocinandolo, un progetto

che in qualche misura omologa i due primari competitors televisivi, RAI e Mediaset,

creando nel sistema identitario contaminazioni di dubbia utilità? Ma la domanda più

imbarazzante è questa: le carte che riguardano il Servizio pubblico sono tutte in

regola se, mentre rivendica il diritto alla propria autonomia gestionale, non resiste

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poi alla pressione politica sulle nomine - una pratica di ogni tempo e di ogni

maggioranza - e persino sulle strategie dell’Azienda? E infine: il Servizio pubblico

quanto è riuscito a fare per difendere il suo ruolo e la sua identità?

Presto, lo si dice senza più remore, nel mondo globalizzato la comunicazione

assumerà “un ruolo importante quanto l’economia”; la predizione, che ha già in corso

le sue conferme, è dello studioso e Premio Nobel indiano Amartya Sen. E in un

tempo che annuncia la più invasiva evoluzione scientifica, tecnologica e

antropologica del nostro tempo, un Servizio pubblico - lungi dall'affidarsi a categorie

pedagogiche, o indulgere a visioni miracolistiche - dovrebbe potersi dare "il respiro

calmo e la natura laboriosa" di cui Benedetto Croce si diceva debitore alla sua

biblioteca. Ma la televisione si confronta con altre logiche, che procedono secondo

criteri dettati da più duttili praticismi: per esempio del sesso prima dell'amore, della

religione prima della fede, dei partiti prima della politica, per fare qualche esempio di

una semplificazione che forse accorcia le distanze con la vita da dover vivere, ma

togliendole il senso, cioè l'ispirazione e la complessità. Occorrerebbe dare, dunque,

una lettura più leale, per non dire meno corriva, della realtà.

La Tv, intesa nella sua comunicazione generale (o generalista) non è ancora riuscita a

mettere insieme, integrandoli, criteri e principi, con l'aggravante di essere via via

diventata la sola, onnivora agenzia del senso - più della famiglia, della scuola, dei

media, dei partiti, della Chiesa - tanto da sembrare non solo il nuovo linguaggio, ma

addirittura il nuovo luogo della politica. Non a caso verrà sveltamente chiamata "la

terza Camera". E questo non sarebbe il fenomeno più sconcertante: risalgono agli

occhi, infatti, i "grandi fratelli", le "isole", i "pacchi", le "fiction", che simulano una

realtà più vera del vero. Vogliamo meravigliarci se il Paese non è educato, si fa per

dire, alla complessità? Se è addirittura incline a un eccesso di semplificazione?

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Non sarà a causa di ciò che i programmi più impegnati attirano su di sé attenzioni

così severe da farli considerare vere e proprie eccezioni. Penso alla prima esperienza

di Tv7, quando una televisione spesso più illuminata, coraggiosa e concreta di quanto

non si sia detto e creduto, lasciò l'informazione del Palazzo per andare a coglierla tra

la gente, e si scoprì che molte risposte non erano venute anche perché non erano state

fatte le domande.

Cito quell'esempio per affermare che, senza ignorarla, l'audience, di per sé, non può

aggiungere nulla ai codici di un Servizio pubblico. E il lasciarsene governare le

conferirebbe un potere e una funzione addirittura impropri. A chi resterebbe, infatti,

il compito di tutelare le istanze civili e sociali, culturali ed etiche della cittadinanza?

E' come chiedersi a quale televisione corrisponderebbe - se non in primis al Servizio

pubblico - un pluralismo cui mancasse la completezza e la contestualità, che si

limitasse a sommare le parzialità, le reticenze e persino i silenzi, o a enfatizzare gli

interessi separati del cittadino e della società. Certo, occorre esigere dal sistema

mediatico il rispetto della deontologia; ma anche dargli dei principi accompagnati

dalle norme. Senza le quali ogni trasgressione ha il suo alibi, e ogni reprimenda, in

fin dei conti, appare anch'essa un abuso, se non proprio un arbitrio. Solo con le regole

si garantisce il massimo di pluralità negli orientamenti, nelle scelte, negli stili. E ciò

per evitare che una logica comunicativa fondata su una tirannica "comunità del

consenso" possa determinare stereotipi sociali di comportamento e false

interpretazioni della libertà. La libertà di espressione, in concreto, non è la

salvaguardia dei diritti alle diversità? D'altra parte, il mercato esige che si consumi

una grande varietà di immagini e che la parola si faccia più leggera e scorrevole. Ed

ecco prendere forma, qua e là, una sorta di nomadismo verbale la cui tracimazione al

di là dello schermo coincide con la fine del "pensiero lungo", quello dell'ideologia.

Rotto il grande schema, con le sue concrezioni e le sue liturgie, e passati a una realtà

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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questo documento fa riferimento al corso di Laboratorio sui formati e i generi televisivi tenuto dalla Prof.ssa Gavrila. Si tratta di un intervento del sen. Sergio Zavoli, che si esprime in merito a allo stato della Tv in Italia e al ruolo della Rai, facendo particolare riferimento al Servizio pubblico e alla sua identità.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in industria culturale e comunicazione digitale
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di LABORATORIO SUI FORMATI E I GENERI TELEVISIVI e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gavrila Mihaela.

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