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Tv, democrazia, pluralismo e politica

Questo documento fa riferimento al corso di Laboratorio sui formati e i generi televisivi tenuto dalla Prof.ssa Gavrila. Si tratta del terzo intervento del sen. Sergio Zavoli, in merito ad alcune questioni quali la tv e sui compiti in conformità con la costituzione,e con le funzioni sociali, civili,... Vedi di più

Esame di LABORATORIO SUI FORMATI E I GENERI TELEVISIVI docente Prof. M. Gavrila

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tempo della reciprocità - ci avvertì lo storico Braudel - è più che alle porte".

Dobbiamo lasciare che ci invada, opporvisi è accettare la divisione, lo scontro, la

perdita della condivisione e persino della pace. Di fronte a una questione così

complessa il primo pensiero a farsi vivo, nel concludere i nostri seminari, va ai

compiti divenuti cruciali della comunicazione: a cominciare da quella esemplare

forma della garanzia, della trasparenza, in definitiva dell'equità, che abbiamo

chiamato "pluralismo". Ero tra coloro che a Palazzo Madama ricevettero il messaggio

alle Camere del Presidente Ciampi (l'unico del suo settennato) rivolto al problema

essenziale del pluralismo. Il presidente Ciampi aveva sollevato un "allarme

democratico" non evocando fantasmi, ma richiamandosi a un problema sempre in

cima al giornalismo, e sempre irrisolto, quasi non si riuscisse, chissà per quale nostra

ignavia o distrazione o dolo, a trovarne il bandolo.

Del resto, la già citata velocità del flusso informativo provoca non solo frustranti

sensazioni d’imprecisione, incompletezza e parzialità, ma anche fenomeni di

conformismo, da una parte, e di rifiuto, dall’altra. Si avverte, non di rado, che sotto i

nostri occhi non si svolge più nessun continuum, che il rapporto causa-effetto è stato

sostituito dalla esemplare solitudine dei fatti e, conseguentemente, di quanti ne

ricevono la notizia. Per questo, forse, occorrerebbe trasferire i problemi della

comunicazione nell’altro, ben più arduo, del sentimento collettivo e del suo

intrinseco, direi ontologico, valore democratico.

Il messaggio del Presidente Ciampi sottintendeva, a questo proposito, una domanda:

se fosse entrato in crisi, cioè, l’assunto democratico secondo cui società libera e

pluralità d’informazione sono tutt’uno. Collocando questa realtà nel sistema

mediatico nonostante i meritori interventi della Federazione e dell'Ordine dei

giornalisti la prima a rivelarsi è stata la difficoltà di ridisegnare un ruolo

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all'informazione che corrispondesse all'accresciuta complessità civile e culturale del

Paese.

Ed ecco patirne proprio la questione del pluralismo, cui Ciampi si è dedicato con

tanta preoccupazione. Ne aveva mille motivi. Per questa ragione lo abbiamo pregato

di aggiornarci il suo pensiero, che seguita a essere una delle questioni cruciali di

questo tempo erratico, imprevidente, ed esposto a rischi anche gravi da una sua

ingovernata complessità. Ecco il video registrato qualche giorno fa:

(video Presidente Ciampi)

Non indugiammo abbastanza, allora, sul valore di questo messaggio. Fu una

imprevidenza cui abbiamo pensato di poter tornare, stamane, richiamando una sorta

di patto tra le istituzioni, la politica e la comunicazione, ma anche tra parlamento e

cittadinanza, università e saperi, società e mass-media.

La presenza dei nostri ospiti credo che offra, da sé, una congrua lettura del nostro

tema di fondo: la Tv e la sua risposta ai compiti che le sono assegnati non solo in

rapporto al dettato costituzionale, ma anche alle funzioni sociali, civili, culturali, alla

natura imprenditoriale e al ruolo istituzionale del "Servizio pubblico"; due parole su

cui si regge la risposta a un mandato che, con il mutare degli scenari, ha subito uno

scarto interpretativo di cui occorrerebbe riafferrare il bandolo.

La prenderò da lontano. Quella di "mettere in discussione il Servizio pubblico" è una

tentazione che risale all'inizio degli anni '80, quando la nascita della televisione

privata sollevò una sorta di panico, alimentato dall'idea che il mercato avrebbe, se

non abbattuto, almeno tramortito una Rai che non si fosse subito votata alla logica dei

grandi numeri, cioè volgendo massimamente le sue energie in direzione dello scontro

frontale con la realtà non virtuosa, ma ineludibile, della partita-doppia. Ero alle prese

con i miei primi consigli d'amministrazione e ricordo come ci si dovette attrezzare,

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tecnicamente e politicamente, per mantenere lontana una gran voglia, persino

all'interno dell'Azienda Rai, di indurla a gettarsi nelle lusinghe del mercato, salvando,

come massima condizione, il carattere "culturale" di una rete, segnatamente la Terza;

la sola, trattandosi di cultura, cui poter concedere un carattere pubblico. Un "Servizio

pubblico" chiamato a misurarsi con una concorrenza per tanti versi stimolante e

quindi benefica, a patto che competere volesse dire competere - e non appiattirsi sul

modello della concorrenza - veniva indebolito da un colpo d'ascia che le mozzava,

per così dire, la testa!

E qui, vi prego di seguirmi con un di più d'attenzione, nella lettura di queste righe:

La Rai è un'Azienda sottoposta a una dinamica tecnologica in evoluzione

«

rapidissima, oltre a essere un organismo assai sensibile al clima di fiducia e sostegno,

ma anche di sospetto e disaffezione, che attorno ad essa si determina sia negli ambiti

politico-istituzionali sia presso l'opinione pubblica. Mi sento obbligato a riferirmi, sia

pure brevemente, ai problemi più specificatamente di contenuto dei nostri programmi

di spettacolo e della nostra attività informativa: non potremo, cioè, fingere di essere

solo tecnocrati della comunicazione al servizio di un megafono privo di identità

civile, culturale, etica. Al contrario, crediamo che, sul terreno del rinnovamento

nazionale, la radio e la televisione debbano far crescere un contributo qualitativo di

massa, corrispondente a una politica editoriale che deve rispondere a una duplice e

integrata lettura dei suoi diritti e dei suoi doveri istituzionali e aziendali.

Dunque una linea culturale complessivamente coraggiosa che il pur importante

"fattore ascolto" - in un clima sempre più competitivo - non deve sottovalutare. Per

ciò che riguarda l’informazione non posso tacere il rilievo che questo comparto

assume nell'identità del "Servizio pubblico".

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Al Presidente della Repubblica, che nei giorni scorsi ha voluto personalmente

testimoniare la sua attenzione alle migliori sorti del "Servizio pubblico"

radiotelevisivo, ho confermato l’impegno a concepire il nostro mandato nel segno di

un preciso dovere: quello di consolidare i valori di unità e di crescita morale e civile

dell’intero popolo italiano. E’ quanto desidero sottolineare anche in questa sede,

ricordando che nel nostro lavoro ci accompagnerà non solo la ricerca dei consensi,

ma anche dei confronti, i più democratici, al di fuori di ogni supponenza, di qualsiasi

spirito egemonico, e contro ogni uso di parte del "Servizio pubblico" .

»

Orbene, di quanto ho appena letto sono doppiamente responsabile: di averlo tratto

dalla mia prima audizione, come neo-presidente della Rai, in un'aula della

Commissione parlamentare di vigilanza - il 2 luglio del 1980 - e di considerarlo oggi,

cioè una trentina d'anni più tardi, un testo che avrei potuto scrivere stamattina, a

ridosso di questo nostro incontro. Il senso di quelle parole - ancora un po' prudenti, se

riascoltate oggi - è lo stesso cui, con qualche sicurezza in più, ci stiamo dedicando dal

giorno in cui, il 23 novembre del 2009, abbiamo inaugurato questi Seminari. Certo,

non è un buon segno. È la prova della vecchiezza di una realtà che la politica non ha

saputo regolare; che anzi ha di volta in volta affrontato incrementando le misure più

corrispondenti alle sue logiche; sennonché, l'incontenbile inclinazione ad aumentare

il grado d'interferenza nei processi operativi della Rai, ha generato fenomeni di

disaffezione nella società civile e di perdita identitaria dell'Azienda.

Non saranno i decaloghi deontologici, le norme corporative, gli interessi di parte, cioè

le soluzioni virtuose solo per chi le promuove, a sfebbrare questa concitata stagione

televisiva.

Qualche domanda per introdurre il nostro dialogo con i miei colleghi commissari:

l'identità costruita grazie a un impianto professionale impareggiabile, ma oggi

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costretta a misurarsi secondo la legge dei grandi numeri, altera o no il carattere

istituzionale della Rai modificando la ratio delle sue doverosità?

Ci sono ragionevoli motivi nel cui nome dover esigere che la Rai, a costo di

contaminare il suo appeal aziendale, affronti diversamente i vincoli imposti dalla

competitività, cioè dello share e, in definitiva, dell'Auditel?

E come affrontare, d'altra parte, il problema di investire capitali straordinari per

l'aggiornamento tecnologico di un settore che vive una fase tra le più vivaci, con un

canone che continua a essere il più basso d'Europa e senza disporre dello strumento

per colpire un'evasione intollerabile? La conseguenza obbligata sarà il doversi

conformare a una mera razionalizzazione della partita-doppia, cioè dandosi un neo-

modello che sacrifica una parte dei suoi presupposti culturali, civili, etici?

Quale politica, aziendale e istituzionale, può darsi una forma di auto-

regolamentazione che di fatto riduce la forza qualitativa dei suoi programmi?

Il mondo della comunicazione televisiva, da dover tutelare, contemporaneamente, in

nome di un intero sistema, sopporterà ancora i dilemmi contenuti in queste domande,

o le invecchierà via via fino a rendere incomprensibili?

Infine: come si appresterebbe a vivere un salto d'epoca che travolgesse le regole del

comunicare partendo non dai principi, ma dai mercati e dalle tecnologie, dal cumulo

degli ascolti e dal potere della pubblicità?

Sono domande né del primo né dell'ultimo giorno. Temo che le ragioni per credere

che i passi indietro della politica, e quelli avanti del "Servizio pubblico" tarderanno a

trovare le condizioni per assumere le rispettive responsabilità. Ma una domanda

dovrà pur mettere insieme le due volontà, se il rischio è quello di lasciare tutto com'è.

Si può accettare di inoltrarci nelle difficoltà che ci aspettano senza porre mano, da

parte di tutti, a una ragione capace d'essere ragionevole? "Servizio pubblico", politica

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del sistema, pluralismo: tre problemi da dover risolvere insieme. Con una

responsabilità più avvertita per il destino di una delle tre componenti, il "Servizio

pubblico" assegnato alla Rai, che non può non essere un fattore di garanzia per tutto il

sistema e per tutto il Paese. Guai se l'omologazione, parsa fino a ieri un successo,

dovesse seppellir la diversità. Non converrà a tutti la politica delle distinzioni

concertate, visibili, competitive? L'egemonia è altra cosa: è una forma di cecità che ti

punisce nel momento stesso in cui credi di vedere più lontano di tutti. Ci sono meriti

e diritti, storie e patrimoni che non si possono azzerare. Il giorno in cui la Rai del

"Servizio pubblico", non soltanto l'Azienda radiotelevisiva, dimenticasse di essere

stata la Tv che ha fatto parlare gli italiani, ha mostrato loro il volto del loro Paese

generando forme d'integrazione in cui non sono riusciti la scuola, il turismo, le

autostrade, e tutti gli altri media messi insieme, che ha dato un respiro nazionale a

una patria celebrata solo dai monumenti, dando un'immagine di sé visibile nelle

tragedie come nei trionfi, quel giorno si impoverirebbero tutto il Paese e tutto il

sistema televisivo.

Credo che nessuno abbia in mente di dover declamare, ma un'idea di come uscirne

dovrà farsi largo. Nessuno potrà negarci il diritto di sperarlo. Intendo la speranza al

modo di chi cerca, non di chi si consegna. Scrive Elias Canetti, così poco incline alle

declamazioni: "Certe speranze, quelle che nutriamo non per noi stessi, e il cui

adempimento non deve tornare a nostro vantaggio, le speranze che teniamo pronte

per tutti gli altri, [...] queste speranze bisogna nutrirle, proteggerle quand'anche non

dovesse mai giungere l'istante in cui si compiano, perché da nessun altro inganno

dipende a tal punto la nostra possibilità di non finire completamente sconfitti".

Nati in un secolo, il Novecento, colpevole di tanti orrori, ma al quale va riconosciuta

la più civile, morale e, aggiungo, democratica delle scoperte antropologiche, cioè il

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primato del "noi" sull' "io", abbiamo imparato anche grazie alla televisione che gli

uomini non solo esistono, ma vivono insieme. Ci vediamo l'un l'altro, ogni giorno, da

un capo all'altro del mondo. L'uomo, insomma, è la sua relazione, dal momento che

nascendo ha già in sé la contestualità dell'altro. Siamo, per dir così, il nostro stesso

naturale, razionale, ontologico pluralismo!

L'informazione di cui ci stiamo occupando non è solo un problema specifico,

riconducibile agli aspetti tecnici del mestiere, ma il frutto della complessiva e

complessa situazione del Paese; e se qualcosa gli va addebitato è la progressiva

comparsa di una sorta di duttilità pratica e contingente conferitale dall'aver accettato

un generico pragmatismo proprio quando un grande rivolgimento culturale esigeva

che il giornalismo si facesse mediatore consapevole di eventi e principi, criteri e

valori mai prima d'oggi tanto intrecciati e, tra loro, così dialettici. Ora, chiedo la

libertà di rivolgervi una domanda, per così dire, fuori contesto, ma non estranea alla

natura delle nostre più insorgenti e inusuali interrogazioni: se quello che stiamo

vivendo, cioè, sia un tempo da dover abbandonare a un praticismo quotidiano, lucido

e utilitario, mentre, appena ieri, il nostro maggior filosofo vivente, Emanuele

Severino, riproponeva le questioni estreme: se e quanto il mondo e l'uomo debbano

corrispondersi, e quali responsabilità implichi la risposta a un dilemma che sovrasta

la stessa esistenza nostra e dell'universo. Ma l'informazione come può influire in un

tale dibattito? E, peggio che mai, influenzarlo? E come districarsi in un dilemma cui

stenta a star dietro persino la cultura dei nuovi saperi? Quello delle scienze naturali è

davvero divenuto più maturo, dinamico e credibile dello statico e virtuoso sapere

umanistico? Eppure, se la scienza sta approssimandosi ai moduli dell'umanesimo,

diventando cioè più argomentativa, problematica e indeterministica, non viviamo per

ciò stesso una rivoluzione culturale che va a toccare una congerie di questioni

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essenziali per il nostro sentire quotidiano? Come non chiedersi quanto il problema

comunicativo incida sulla nostra vita, coinvolgendo la politica e la ricerca, e nel

medesimo tempo interpellando i valori dell'etica, e il principio della responsabilità?

Si potrà ancora rimandare un confronto finalmente esplicito tra pensiero laico e

consenso interiore, che creano un numero crescente di dilemmi in un'epoca immersa

nelle straordinarie opportunità della scienza e della tecnologia, così influenti sulle

scelte, ormai quotidiane, della nostra vita? Non dovranno porsi, qui, le regole di una

educazione, anche mediatica, in grado di percepire e comunicare i volti via via

cangianti di un'esistenza sottoposta a una crescita culturale e pragmatica sempre più

veloce? Sta davvero affacciandosi, nella sensibilità e nella cultura di massa, un

pensiero anche metafisico, in grado di bilanciare la pretesa secondo cui solo il

razionale è reale? Non dovremo attrezzarci per filtrare correttamente gli infiniti effetti

di tale rivolgimento, che investono e inquietano un'umanità provocata dai tanti

problemi che i nuovi saperi le vanno ponendo? Azzardo qualche esempio: non ci

servirà conoscere meglio la questione religiosa nei suoi aspetti più universali per

affrontare, poniamo, le cronache dell'integralismo? E il pensiero positivista per

parlare con più avvedutezza del nostro percorso genetico, dall'origine a oggi? E

l'economia, per capire i meccanismi della globalizzazione? E la sociologia, per

approfondire il significato di "poltiglia sociale", un giudizio che investe il Paese

erompendo da una analisi tra le più severe del Censis? E l'ambientalismo, con i

costumi che lo riguardano, se ci viene assegnato uno dei primi posti al mondo nella

classifica dei nemici della natura? E la politica, per capire che la cosa pubblica è noi

stessi? E la teologia, quando non si limiti a essere la scienza di Dio, ma sia anche

orientata dal papa teologo verso la morale sociale, dai problemi della legislazione

secolare alla condotta, socialmente rilevante, persino di quegli uomini della Chiesa

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questo documento fa riferimento al corso di Laboratorio sui formati e i generi televisivi tenuto dalla Prof.ssa Gavrila. Si tratta del terzo intervento del sen. Sergio Zavoli, in merito ad alcune questioni quali la tv e sui compiti in conformità con la costituzione,e con le funzioni sociali, civili, culturali, il pluralismo, e il suo rapporto con la politica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in industria culturale e comunicazione digitale
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di LABORATORIO SUI FORMATI E I GENERI TELEVISIVI e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gavrila Mihaela.

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