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Questo documento fa riferimento al corso di Laboratorio sui formati e i generi televisivi tenuto dalla Prof.ssa Gavrila. Si tratta del terzo intervento del sen. Sergio Zavoli, in merito ad alcune questioni quali la tv e sui compiti in conformità con la costituzione,e con le funzioni sociali, civili,... Vedi di più

Esame di LABORATORIO SUI FORMATI E I GENERI TELEVISIVI docente Prof. M. Gavrila

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Al Presidente della Repubblica, che nei giorni scorsi ha voluto personalmente

testimoniare la sua attenzione alle migliori sorti del "Servizio pubblico"

radiotelevisivo, ho confermato l’impegno a concepire il nostro mandato nel segno di

un preciso dovere: quello di consolidare i valori di unità e di crescita morale e civile

dell’intero popolo italiano. E’ quanto desidero sottolineare anche in questa sede,

ricordando che nel nostro lavoro ci accompagnerà non solo la ricerca dei consensi,

ma anche dei confronti, i più democratici, al di fuori di ogni supponenza, di qualsiasi

spirito egemonico, e contro ogni uso di parte del "Servizio pubblico" .

»

Orbene, di quanto ho appena letto sono doppiamente responsabile: di averlo tratto

dalla mia prima audizione, come neo-presidente della Rai, in un'aula della

Commissione parlamentare di vigilanza - il 2 luglio del 1980 - e di considerarlo oggi,

cioè una trentina d'anni più tardi, un testo che avrei potuto scrivere stamattina, a

ridosso di questo nostro incontro. Il senso di quelle parole - ancora un po' prudenti, se

riascoltate oggi - è lo stesso cui, con qualche sicurezza in più, ci stiamo dedicando dal

giorno in cui, il 23 novembre del 2009, abbiamo inaugurato questi Seminari. Certo,

non è un buon segno. È la prova della vecchiezza di una realtà che la politica non ha

saputo regolare; che anzi ha di volta in volta affrontato incrementando le misure più

corrispondenti alle sue logiche; sennonché, l'incontenbile inclinazione ad aumentare

il grado d'interferenza nei processi operativi della Rai, ha generato fenomeni di

disaffezione nella società civile e di perdita identitaria dell'Azienda.

Non saranno i decaloghi deontologici, le norme corporative, gli interessi di parte, cioè

le soluzioni virtuose solo per chi le promuove, a sfebbrare questa concitata stagione

televisiva.

Qualche domanda per introdurre il nostro dialogo con i miei colleghi commissari:

l'identità costruita grazie a un impianto professionale impareggiabile, ma oggi

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costretta a misurarsi secondo la legge dei grandi numeri, altera o no il carattere

istituzionale della Rai modificando la ratio delle sue doverosità?

Ci sono ragionevoli motivi nel cui nome dover esigere che la Rai, a costo di

contaminare il suo appeal aziendale, affronti diversamente i vincoli imposti dalla

competitività, cioè dello share e, in definitiva, dell'Auditel?

E come affrontare, d'altra parte, il problema di investire capitali straordinari per

l'aggiornamento tecnologico di un settore che vive una fase tra le più vivaci, con un

canone che continua a essere il più basso d'Europa e senza disporre dello strumento

per colpire un'evasione intollerabile? La conseguenza obbligata sarà il doversi

conformare a una mera razionalizzazione della partita-doppia, cioè dandosi un neo-

modello che sacrifica una parte dei suoi presupposti culturali, civili, etici?

Quale politica, aziendale e istituzionale, può darsi una forma di auto-

regolamentazione che di fatto riduce la forza qualitativa dei suoi programmi?

Il mondo della comunicazione televisiva, da dover tutelare, contemporaneamente, in

nome di un intero sistema, sopporterà ancora i dilemmi contenuti in queste domande,

o le invecchierà via via fino a rendere incomprensibili?

Infine: come si appresterebbe a vivere un salto d'epoca che travolgesse le regole del

comunicare partendo non dai principi, ma dai mercati e dalle tecnologie, dal cumulo

degli ascolti e dal potere della pubblicità?

Sono domande né del primo né dell'ultimo giorno. Temo che le ragioni per credere

che i passi indietro della politica, e quelli avanti del "Servizio pubblico" tarderanno a

trovare le condizioni per assumere le rispettive responsabilità. Ma una domanda

dovrà pur mettere insieme le due volontà, se il rischio è quello di lasciare tutto com'è.

Si può accettare di inoltrarci nelle difficoltà che ci aspettano senza porre mano, da

parte di tutti, a una ragione capace d'essere ragionevole? "Servizio pubblico", politica

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del sistema, pluralismo: tre problemi da dover risolvere insieme. Con una

responsabilità più avvertita per il destino di una delle tre componenti, il "Servizio

pubblico" assegnato alla Rai, che non può non essere un fattore di garanzia per tutto il

sistema e per tutto il Paese. Guai se l'omologazione, parsa fino a ieri un successo,

dovesse seppellir la diversità. Non converrà a tutti la politica delle distinzioni

concertate, visibili, competitive? L'egemonia è altra cosa: è una forma di cecità che ti

punisce nel momento stesso in cui credi di vedere più lontano di tutti. Ci sono meriti

e diritti, storie e patrimoni che non si possono azzerare. Il giorno in cui la Rai del

"Servizio pubblico", non soltanto l'Azienda radiotelevisiva, dimenticasse di essere

stata la Tv che ha fatto parlare gli italiani, ha mostrato loro il volto del loro Paese

generando forme d'integrazione in cui non sono riusciti la scuola, il turismo, le

autostrade, e tutti gli altri media messi insieme, che ha dato un respiro nazionale a

una patria celebrata solo dai monumenti, dando un'immagine di sé visibile nelle

tragedie come nei trionfi, quel giorno si impoverirebbero tutto il Paese e tutto il

sistema televisivo.

Credo che nessuno abbia in mente di dover declamare, ma un'idea di come uscirne

dovrà farsi largo. Nessuno potrà negarci il diritto di sperarlo. Intendo la speranza al

modo di chi cerca, non di chi si consegna. Scrive Elias Canetti, così poco incline alle

declamazioni: "Certe speranze, quelle che nutriamo non per noi stessi, e il cui

adempimento non deve tornare a nostro vantaggio, le speranze che teniamo pronte

per tutti gli altri, [...] queste speranze bisogna nutrirle, proteggerle quand'anche non

dovesse mai giungere l'istante in cui si compiano, perché da nessun altro inganno

dipende a tal punto la nostra possibilità di non finire completamente sconfitti".

Nati in un secolo, il Novecento, colpevole di tanti orrori, ma al quale va riconosciuta

la più civile, morale e, aggiungo, democratica delle scoperte antropologiche, cioè il

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primato del "noi" sull' "io", abbiamo imparato anche grazie alla televisione che gli

uomini non solo esistono, ma vivono insieme. Ci vediamo l'un l'altro, ogni giorno, da

un capo all'altro del mondo. L'uomo, insomma, è la sua relazione, dal momento che

nascendo ha già in sé la contestualità dell'altro. Siamo, per dir così, il nostro stesso

naturale, razionale, ontologico pluralismo!

L'informazione di cui ci stiamo occupando non è solo un problema specifico,

riconducibile agli aspetti tecnici del mestiere, ma il frutto della complessiva e

complessa situazione del Paese; e se qualcosa gli va addebitato è la progressiva

comparsa di una sorta di duttilità pratica e contingente conferitale dall'aver accettato

un generico pragmatismo proprio quando un grande rivolgimento culturale esigeva

che il giornalismo si facesse mediatore consapevole di eventi e principi, criteri e

valori mai prima d'oggi tanto intrecciati e, tra loro, così dialettici. Ora, chiedo la

libertà di rivolgervi una domanda, per così dire, fuori contesto, ma non estranea alla

natura delle nostre più insorgenti e inusuali interrogazioni: se quello che stiamo

vivendo, cioè, sia un tempo da dover abbandonare a un praticismo quotidiano, lucido

e utilitario, mentre, appena ieri, il nostro maggior filosofo vivente, Emanuele

Severino, riproponeva le questioni estreme: se e quanto il mondo e l'uomo debbano

corrispondersi, e quali responsabilità implichi la risposta a un dilemma che sovrasta

la stessa esistenza nostra e dell'universo. Ma l'informazione come può influire in un

tale dibattito? E, peggio che mai, influenzarlo? E come districarsi in un dilemma cui

stenta a star dietro persino la cultura dei nuovi saperi? Quello delle scienze naturali è

davvero divenuto più maturo, dinamico e credibile dello statico e virtuoso sapere

umanistico? Eppure, se la scienza sta approssimandosi ai moduli dell'umanesimo,

diventando cioè più argomentativa, problematica e indeterministica, non viviamo per

ciò stesso una rivoluzione culturale che va a toccare una congerie di questioni

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essenziali per il nostro sentire quotidiano? Come non chiedersi quanto il problema

comunicativo incida sulla nostra vita, coinvolgendo la politica e la ricerca, e nel

medesimo tempo interpellando i valori dell'etica, e il principio della responsabilità?

Si potrà ancora rimandare un confronto finalmente esplicito tra pensiero laico e

consenso interiore, che creano un numero crescente di dilemmi in un'epoca immersa

nelle straordinarie opportunità della scienza e della tecnologia, così influenti sulle

scelte, ormai quotidiane, della nostra vita? Non dovranno porsi, qui, le regole di una

educazione, anche mediatica, in grado di percepire e comunicare i volti via via

cangianti di un'esistenza sottoposta a una crescita culturale e pragmatica sempre più

veloce? Sta davvero affacciandosi, nella sensibilità e nella cultura di massa, un

pensiero anche metafisico, in grado di bilanciare la pretesa secondo cui solo il

razionale è reale? Non dovremo attrezzarci per filtrare correttamente gli infiniti effetti

di tale rivolgimento, che investono e inquietano un'umanità provocata dai tanti

problemi che i nuovi saperi le vanno ponendo? Azzardo qualche esempio: non ci

servirà conoscere meglio la questione religiosa nei suoi aspetti più universali per

affrontare, poniamo, le cronache dell'integralismo? E il pensiero positivista per

parlare con più avvedutezza del nostro percorso genetico, dall'origine a oggi? E

l'economia, per capire i meccanismi della globalizzazione? E la sociologia, per

approfondire il significato di "poltiglia sociale", un giudizio che investe il Paese

erompendo da una analisi tra le più severe del Censis? E l'ambientalismo, con i

costumi che lo riguardano, se ci viene assegnato uno dei primi posti al mondo nella

classifica dei nemici della natura? E la politica, per capire che la cosa pubblica è noi

stessi? E la teologia, quando non si limiti a essere la scienza di Dio, ma sia anche

orientata dal papa teologo verso la morale sociale, dai problemi della legislazione

secolare alla condotta, socialmente rilevante, persino di quegli uomini della Chiesa

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che cadono, per dir così, in tentazione? E il criterio della responsabilità, giuridica ed

etica, quando in un anno muoiono, solo nei cantieri, 984 operai, ponendo la tremenda

questione del lavoro come mezzo per garantirsi la vita, senza doversi difendere

addirittura dal rischio di perderla? E che cosa si fa, altresì, di fronte ai malesseri

provocati dalle incertezze del diritto, nondirado gestite senza il dovuto riserbo, ma

dovendosi difendere da mezzi e obiettivi politicanti? Come non contrastare, d'altra

parte, quel giornalismo che si fa portavoce zelante di chi ha più potere e intende

conservarlo anche disponendo di un diretto ed efficace supporto mediatico? Come

difendere, d'altra parte, una Tv incaricata di "Servizio pubblico", che può discutere,

ma infine deve accettare le norme di un "contratto di servizio", essere sottoposta a

una Commissione parlamentare che ne indirizza e vigila i contenuti e comportamenti,

e può essere sanzionata da un'Authority? Come colmare il bilancio economico,

disponendo di un canone accresciuto con una parsimonia che non ha riscontri nel

capitolo della finanza pubblica?

La Presidente della Rai, Lucia Annunziata, citò la sentenza della Corte costituzionale

sul pericolo che la televisione "inaridendo - riprendo testualmente quel giudizio - una

tradizionale fonte di finanziamento (la pubblicità), rechi grave pregiudizio a una

libertà che la Costituzione fa oggetto di energetica tutela". Se dunque si vuole evitare

che la televisione del "Servizio pubblico" veda inaridirsi le fonti pubblicitarie, non è

lecito, e addirittura doveroso, che il canone torni a essere uno strumento d'importanza

strategica, venendo progressivamente portato al livello delle grandi democrazie

europee? E in un Paese dove si ripianano tanti bilanci, anche civili e morali, non è

legittimo chiedere uno strumento per sgominare l'evasione del canone stesso? A ciò si

aggiunga la domanda iniziale: non è a partire da questo passato che occorre

impegnarsi nella difesa del pluralismo come condizione di libertà? Se a individuare e

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a interpretare progressivamente le mutevoli, profonde necessità dell'uomo e del

cittadino non intervenisse un criterio insieme mediatico e professionale, politico ed

etico, avrebbe ancora un senso parlare di informazione libera e democratica? Il giorno

in cui tutto fosse devoluto a uno sterminato servizio da dover rendere ai nuovi miti

dell'utilitarismo e del convenientismo, della facilità e dell'effimero, della

spettacolarizzazione e dell'audience, a chi resterebbe il compito di tutelare non solo i

valori, ma anche i bisogni civili e sociali, culturali e morali della cittadinanza?

Quanto a un pluralismo che si limitasse a sommare le faziosità, le reticenze e persino

i silenzi, o a esprimere gli interessi separati del cittadino e della società, cioè a

distribuire licenze corporative sulla base di regole economicistiche, non risolverebbe

nessuno dei problemi che abbiamo di fronte. Il sistema mediatico deve, certo,

disporre di uno strumento giuridico costituzionale, ma anche di una mentalità, uno

scopo, un animo, dei principi e dei linguaggi. Proprio perché una logica comunicativa

principalmente fondata sul criterio dei gradi numeri non può non determinare

stereotipi sociali di comportamento, l'adeguamento al modello comune, la necessità

di "essere visibili", singolarmente, anche quando la libertà di espressione postula una

riconoscibilità collettiva a salvaguardia dei diritti alla diversità. Solo una

comunicazione che sappia interpretare queste esigenze diventa uno strumento che

garantisce il vero primato della politica; in caso contrario può esserne soltanto

un'interprete più o meno servile. Dobbiamo essere consapevoli che domani si potrà

ancora cambiare questo mondo cambiato. Come? Rispondendo agli interrogativi posti

dal cambiamento.

D'ora in poi, se c'è una virtù civile e politica che abbiamo il diritto-dovere di

osservare, credo vada letta così: "La verità dev'essere prima una virtù collettiva, poi

una passione personale. È tempo di far confluire nell'opinione pubblica i dubbi e le

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richieste, gli sdegni e le speranza di ciascuno. Ormai, e questo vale per tutto e per

tutti, o ci si salva insieme o non ci si salva. Ma è proprio la storia, per fortuna, a

insegnarci che si cresce, e persino si vince, in virtù dei problemi che siamo costretti a

risolvere. Basta vederli insieme, e insieme volerli affrontare.

Spero, francamente, che non ci si debba chiedere "se questo tempo ha bisogno di

giornalisti o di filosofi della scienza, di maestri della morale, di studiosi della società,

di esperti della politica e del sindacato"; ma siamo certi che si tratti di argomenti

estranei alla comunicazione? Devono essere solo gli esperti, detentori dei saperi

accademici, o gli opinionisti, con i loro giudizi più sottili e più duttili, a gestire

mediaticamente un'informazione in grado di influire su problemi e valori che

interpellano in ogni momento ragione ed etica, senza più ignorarle o dividerle?

Siamo certi che essa, così com'è, valuti a sufficienza lo stato dei diritti umani,

sapendo dar conto, senza enfasi, dei malesseri che attraversano il corpo e l'animo di

una società? Una democrazia si ammala anche di rassegnazione, di pigrizia, di

ignavia. Ma chi s'indigna, oggi, per chi discrimina le diversità, ad esempio per chi ha

un'altra etnia, un'altra religione, un'altra identità civile, sociale, sessuale? Diventa così

sempre più fragile il confine tra la percezione del reale e la certezza della realtà. Quel

confine va presidiato. Fate caso a queste parole virgolettate: "Mai come in questi

ultimi tempi i comportamenti umani, segnati da un profondo individualismo,

feriscono la vita sociale: non pagare le tasse, farsene un vanto, frodare nel

commercio, non rispettare gli elementari diritti dei lavoratori per ottenere profitti

sempre maggiori, e cento altre trasgressioni: non sono soltanto singoli comportamenti

da dover censurare, ma anche dei veri e propri attentati alla società nel suo insieme".

Parrebbe un'invettiva di altri tempi, presa da un agitatore appassionato, e sono invece

estratte da un'omelia pronunciata dall'Arcivescovo di Milano. Non può dirsi un tempo

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questo documento fa riferimento al corso di Laboratorio sui formati e i generi televisivi tenuto dalla Prof.ssa Gavrila. Si tratta del terzo intervento del sen. Sergio Zavoli, in merito ad alcune questioni quali la tv e sui compiti in conformità con la costituzione,e con le funzioni sociali, civili, culturali, il pluralismo, e il suo rapporto con la politica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in industria culturale e comunicazione digitale
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di LABORATORIO SUI FORMATI E I GENERI TELEVISIVI e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gavrila Mihaela.

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