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I.- La Giustizia civile – Lineamenti generali

sono stati violati, ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale». In

mancanza di rimedii effettivi interni, era quindi possibile rivolgersi direttamente alla

Corte di Strasburgo, ai sensi dell’art. 35 CEDU.

La prima condanna dell’Italia per violazione dell’art. 6 CEDU e, in particolare, del

diritto alla durata ragionevole del processo era stata emanata dalla Corte di Strasburgo

Il caso Capuano con la sentenza 25 giugno 1987, Capuano [1].

Il caso sottoposto alla CEDU riguardava una controversia relativa all’aggravamento di una servitù di

passaggio dalla terrazza di un appartamento sul mare, acquistato per il prezzo di settecentomila lire,

alla spiaggia. La domanda era stata proposta il 10 gennaio 1977; dopo molte traversìe, tra le quali la

morte del difensore, il mutamento del giudice, i ritardi e la rinnovazione della consulenza tecnica, la

causa era stata decisa il 20 luglio 1983; proposto appello, al 29 aprile 1986, l’impugnazione non era

stata ancora decisa. Ma il 21 dicembre 1980, la sig.ra Capuano si era rivolta alla Commissione.

Dichiarato ricevibile il ricorso, la Corte condannò lo Stato italiano al pagamento di otto milioni di lire.

Quella sentenza fu seguita da «valanghe di condanne» (G. G , 1994). La CEDU

AJA

venne investita dal «problème italienne» (Pres. W , Rel. inaug. CEDU 2000).

ILDHABER

Nel 1999 furono aperti 3652 fascicoli e l’Italia fu condannata a risarcimenti per oltre sei

milioni di euro. Il fenomeno venne qualificato come un «marchio d’infamia» e come «la

La «Caporetto» Caporetto della storia giudiziaria» (P.G. L T , Rel. inaug. Cass. 2000).

della storia A ORRE

giudiziaria Dall’entrata in vigore della l. 24 marzo 2001, n. 89, fino al 2009, il Ministero della

giustizia ha pagato oltre 150 milioni di euro, ma il debito accumulato per i risarcimenti

per la durata irragionevole dei processi civili ammontava, nel 2009, a 267 milioni di

euro (M . G , Comunicazione alla Comm. Giustizia del Senato, 30 novembre

IN IUSTIZIA

2009).

L’idea per la quale i panni sporchi è meglio lavarli in casa non ha avuto successo. Il

rimedio interno per il risarcimento dei danni conseguenti alla durata irragionevole del

processo in violazione dell’art. 6 CEDU si è rivelato una soluzione peggiore del male: le

Le proposte risorse necessarie al pagamento dei danni avrebbero potuto e potrebbero essere più

correttivi ed i utilmente utilizzate per il miglioramento del servizio giustizia. Non mancano le

limiti proposte correttive: pende alla Camera il d.d.l. n. 3137, già approvato dal Senato il 20

gennaio 2010; un’altra proposta è stata annunciata dal Governo il 9 febbraio 2011.

Sennonché, l’arretrato del contenzioso civile si manifesta con dati profondamente

differenziati nelle diverse parti del territorio nazionale [2]; appare, quindi, ragionevole

ritenere che la causa non risieda nella disciplina processuale, dovunque applicata, ma in

altri aspetti. Tra questi, è, da più parti, segnalata la obsolescenza delle circoscrizioni

giudiziarie, la frenesia legislativa, i gravi vuoti di organico, il frequente turn-over dei

magistrati e del personale di cancelleria, nonché i ritardi dei pagamenti delle pp.aa.,

fonte di flussi di controversie che sovente non implicano una effettiva contestazione dei

crediti; e non può essere pretermessa la menzione di fenomeni di malcostume

giudiziario, soprattutto in materia previdenziale, pure risultanti dai dati statistici. In

considerazione di ciò, ogni intervento che preveda la indiscriminata aggressione

dell’arretrato civile appare incongruo, perché destinato ad incidere su realtà fortemente

diverse: è destinato ad impedire la prosecuzione delle esperienze positive ed è destinato

ad essere ripetuto in quelle negative. Occorre anche considerare che il credito per il

2 prof. Giorgio Costantino

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3.- Le tutele

risarcimento da durata irragionevole dei processi deve essere fatto valere in giudizio,

anche in mancanza di effettive contestazioni, ed è quindi, a sua volta, fonte di flussi di

controversie che non implicano reali conflitti; che l’attribuzione della competenza alla

corte d’appello quale giudice di unico grado prescinde dalle dimensioni delle diverse

corti e dai flussi in entrata; che, infine, il contenzioso in materia manifesta sovente

aspetti che meriterebbero attenzione analoga a quella che richiederebbe quello in

materia previdenziale.

La Corte di cassazione (Cass., ss.uu., 26 gennaio 2004, n. 1339) [3], ha affermato che I criterî per la

i criterii per la qualificazione e per la liquidazione del danno da durata irragionevole del liquidazione

processo ai sensi dell’art. 2 l. 24 marzo 2001, n. 89, sono quelli indicati dalla CEDU: dell’«equa

riparazione»

poiché tale disposizione rinvia alla Convenzione e l’interpretazione di questa è affidata

alla Corte di Strasburgo, occorre recepire i canoni intepretativi della giurisprudenza

della Corte internazionale.

Il danno da durata irragionevole del processo ai sensi dell’art. 2 l. 24 marzo 2001, n.

89, è, quindi, qualificato quale danno non patrimoniale; la sua sussistenza si presume e

non può essere esclusa dal ridotto valore della controversia «dato che l’ansia ed il

patema d’animo conseguenti alla pendenza del processo si verificano normalmente

anche nei giudizi in cui sia esigua l’entità della posta in gioco»; «tale aspetto potrà avere

un effetto riduttivo dell’entità del risarcimento, ma non totalmente esclusivo dello

stesso».

La giurisprudenza, ormai imponente, sul tema (tra le ultime, Cass. 10 ottobre 2008,

n. 24901; 10 novembre 2008, n. 26911, n. 26906; 11 settembre 2008, n. 23506) [4a]

[4b] ha chiarito che la «durata ragionevole» del processo è di tre anni per il primo grado

e di due anni per quelli di impugnazione; che il danno minimo, prescindendo da quello

emergente e dal lucro cessante oggetto di prova specifica, per ogni anno ulteriore, non

può essere inferiore a € 1.000,00; che il dies a quo per la determinazione della durata

ragionevole del processo va individuato nella proposizione dell’atto introduttivo, mentre

non rileva il tempo eventualmente necessario per le attività preliminari talvolta previste;

che, in riferimento alla disciplina anteriore all’art. 54 d.l. 25 giugno 2008 n. 112, la

previsione di un onere di sollecitazione per le parti «non sospende né differisce il dovere

dello Stato di pronunciare sulla domanda, né implica il trasferimento sul ricorrente della

responsabilità per il superamento del termine ragionevole per la definizione del

giudizio»; che, trattandosi di un’obbligazione indennitaria ex lege e non risarcitoria ex

delicto, il termine di prescrizione è quello ordinario decennale, non quello breve,

previsto per la responsabilità aquiliana.

In riferimento alla responsabilità delle parti nei ritardi del processo, rilevante in

riferimento ai criterii di liquidazione ex art. 1227 c.c., la giurisprudenza della Corte di

Strasburgo, recepita dalla Cassazione, è nel senso che lo Stato non è responsabile dei

ritardi imputabili al comportamento delle parti e dei terzi intervenienti: «The Court is of

the view that the majority of the delays were attributable to the conduct of the parties to

the proceedings or of third parties for which the State is not responsible» (CEDU, 22

ottobre 2002, Foley c/ UK, § 38); ma che le disposizioni della legge nazionale che

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I.- La Giustizia civile – Lineamenti generali

attribuiscono esclusivamente alle parti ogni potere di impulso processuale non

dispensano lo Stato dalla responsabilità per i ritardi nei procedimenti: «A principle of

domestic law or practice that the parties to civil proceedings are required to take the

initiative with regard to the progress of the proceedings, does not dispense the State

from complying with the requirement to deal with cases in a reasonable time»: CEDU,

29 luglio 2003, Price, Lowe c/ UK, § 23). Da un lato, lo Stato non può essere

considerato responsabile dei ritardi imputabili esclusivamente all’attività delle parti;

dall’altro, però, non è esonerato dalla responsabilità per aver predisposto norme che li

favoriscono.

Queste ultime, se in contrasto con l’art. 111, co. 2°, Cost., possono essere dichiarate

costituzionalmente illegittime; e, se in contrasto con l’art. 47 della Carta dei diritti

fondamentali UE, possono essere disapplicate. Sono comunque fonte di responsabilità

patrimoniale per lo Stato, ai sensi dell’art. 6 CEDU e dell’art. 2 l. 24 marzo 2001, n. 89.

Si è, quindi, affermato che i rinvii costituiscono circostanze di fatto la cui valutazione

è rimessa al giudice di merito, ma possono essere imputati anche all’apparato

giudiziario, quando risultino violati i termini ordinatori previsti dalle norme di rito

(Cass. 21 settembre 2005, n. 18589); che la durata del processo imputabile al

comportamento delle parti è suscettibile di essere valutata in funzione dell’equa

riparazione soltanto nel caso di uso distorto del diritto di difesa (Cass. 11 aprile 2005, n.

7389); che non possono essere ascritti totalmente al comportamento delle parti i rinvii,

in caso di inerzia ed acquiescenza del giudice (Cass. 28 settembre 2005, n. 18924); che

occorre verificare se l’entità del rinvio sia ascrivibile anche a concorrenti carenze

dell’organizzazione giudiziaria (Cass. 30 marzo 2005, n. 6713); che si deve tener conto

del comportamento anche di ogni altra autorità chiamata a concorrere al procedimento

medesimo o, comunque, a contribuire alla sua definizione e, quindi, anche dell’autorità

legislativa (Cass. 20 gennaio 2006, n. 1184, e 28 aprile 2006, n. 9853).

Quest’ultimo criterio complica l’esercizio dell’azione di rivalsa per danno erariale

L’azione di nei confronti dei magistrati. In astratto, lo Stato, condannato al risarcimento per il danno

rivalsa da durata irragionevole del processo, può rivalersi nei confronti del magistrato

responsabile dei ritardi. La responsabilità per danno erariale, tuttavia, ai sensi dell’art. 1,

l. 14 gennaio 1994, n. 20, è «personale e limitata ai fatti ed alle omissioni commessi con

dolo o con colpa grave, ferma restando l’insindacabilità nel merito delle scelte

discrezionali».

In un caso deciso dalla Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Sicilia [5], infatti,

condannato lo Stato al pagamento di € 2.582,28, oltre accessorii, per la durata irragionevole di un

processo civile, il p.m. contabile aveva esercitato l’azione di rivalsa nei confronti di un magistrato

onorario, responsabile, secondo l’attore, dei ritardi: «la causa era stata, infatti, posta in decisione il 6

dicembre 1995 … e tuttavia la sentenza non veniva depositata e il fascicolo rinvenuto nel carpettone

di un diverso vice pretore, di guisa che il consigliere pretore si sostituiva al vice pretore onorario …,

che, nel frattempo aveva lasciato l’incarico, rimettendo nuovamente la causa in decisione». Secondo la

Corte dei conti, sez. giur. Sicilia, 2 marzo 2009, «non si rinviene nel comportamento posto in essere

…, ancorché produttivo di danno erariale, quella gravità della colpa che legittima il riconoscimento di

responsabilità amministrativa». «Non è un mistero, anzi è notoria la difficoltà in cui si trovano gli

operatori del diritto per cercare di convivere (tentando di ridurlo) con l’atavico arretrato degli uffici

4 prof. Giorgio Costantino

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3.- Le tutele

giudiziari. … le difficoltà e il caos (legato al considerevole numero di fascicoli da evadere), secondo

le ricostruzioni agli atti, verificatosi nell’ufficio (circostanza, questa, verosimile poiché comune,

almeno nel passato, a diversi uffici giudiziari) ove … prestava servizio, possano aver causato il grave

ritardo nel deposito della sentenza, determinato vieppiù dal fortuito inserimento del fascicolo de quo

nel carpettone di altro magistrato».

Le questioni relative all’«equa riparazione» per la «durata irragionevole» dei

processi civili, aperte dal caso Capuano del 1987, non sono state risolte, anzi sono state

aggravate, dalla l. 24 marzo 2001, n. 89; né sembra ragionevole immaginare che

possano essere risolte dalle proposte attualmente all’esame del Parlamento o da quelle

annunciate, che prescindono dalle cause dei problemi strutturali della giustizia civile e

tendono, invece, ad incidere soltanto sugli effetti.

L’analisi del processo civile e dei suoi problemi strutturali costituisce, invece,

oggetto del percorso che segue.

Nella prosecuzione di quest’ultimo, può essere soltanto acquisito che la violazione

del diritto ad una tutela effettiva e ad un giusto processo è anche fonte di responsabilità

patrimoniale per lo Stato.

3.2 Le azioni con «filtro».-

Prima di procedere alla analisi delle singole forme di tutela, tuttavia, occorre valutare

la compatibilità della previsione dell’onere di adempimenti preliminari per l’accesso

alla giustizia con il diritto ad una tutela effettiva e ad un giusto processo.

In alcuni casi, infatti, l’esercizio dell’azione presuppone la preventiva informazione

dell’altra parte ed il decorso di un termine; in altri è subordinato all’esperimento di un

preventivo tentativo di conciliazione; in altri ancora è prevista una preliminare

valutazione di ammissibilità.

Costituiscono esempi di fattispecie del primo tipo l’art. 482 c.p.c., per il quale «non si può iniziare

l’esecuzione forzata prima che sia decorso il termine indicato nel precetto e in ogni caso non prima

che siano decorsi dieci giorni dalla notificazione di esso»; l’art. 14, co. 1°, d.l. 31 dicembre 1996, n.

669, conv. in l. 28 febbraio 1997, n. 30 (modificato, dall’art. 443, d.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv.

in l. 24 novembre 2003, n. 326, per il quale «le amministrazioni dello Stato e gli enti pubblici non

economici completano le procedure per l’esecuzione dei provvedimenti giurisdizionali e dei lodi

arbitrali aventi efficacia esecutiva e comportanti l’obbligo di pagamento di somme di danaro entro il

termine di centoventi giorni dalla notificazione del titolo esecutivo. Prima di tale termine il creditore

non può procedere ad esecuzione forzata né alla notifica di atto di precetto»; l’art. 145, co. 1°, del

codice delle assicurazioni, approvato con d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209, per il quale «… l’azione per

il risarcimento dei danni causati dalla circolazione dei veicoli e dei natanti, per i quali vi è obbligo di

assicurazione, può essere proposta solo dopo che siano decorsi sessanta giorni, ovvero novanta in caso

di danno alla persona, decorrenti da quello in cui il danneggiato abbia chiesto all’impresa di

assicurazione il risarcimento del danno, a mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento»;

l’art. 140, co. 5°, del codice del consumo approvato con d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, per il quale

«in ogni caso l’azione di cui al comma 1 può essere proposta solo dopo che siano decorsi quindici

giorni dalla data in cui le associazioni abbiano richiesto al soggetto da esse ritenuto responsabile, a

mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento, la cessazione del comportamento lesivo degli

interessi dei consumatori e degli utenti»; e l’art. 46, l. 3 maggio 1982, n. 203, per il quale «chi intende

proporre in giudizio una domanda relativa a una controversia in materia di contratti agrari è tenuto a

darne preventivamente comunicazione, mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento,

all’altra parte e all’ispettorato provinciale dell’agricoltura competente per territorio».

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I.- La Giustizia civile – Lineamenti generali

L’onere di esperire un preventivo tentativo di conciliazione, stabilito anche da quest’ultima

disposizione, è previsto, in generale, dall’art. 5 d.lgs. 4 marzo 2010, n. 28, per il quale «chi intende

esercitare in giudizio un’azione relativa a una controversia in materia di condominio, diritti reali,

divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende,

risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della

stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari deve esperire il

procedimento di mediazione ai sensi del presente decreto ovvero il procedimento di conciliazione

previsto dal decreto legislativo 8 ottobre 2007, n. 179, per le materie ivi regolate». L’entrata in vigore

di questa disciplina era prevista per il 20 marzo 2011, ma l’art. 2, co. 16 decies d.l. 29 dicembre 2010,

n. 255, conv. in l. 26 febbraio 2011, n. 10, ha stabilito che il termine «è prorogato di dodici mesi,

limitatamente alle controversie in materia di condominio e di risarcimento del danno derivante dalla

circolazione di veicoli e natanti»; per le altre, l’entrata in vigore rimane quella originariamente

prevista. L’ultima disposizione generale succede a numerose altre nello stesso senso nelle specifiche

materie.

Una valutazione preliminare della ammissibilità è prevista per le azioni di responsabilità civile nei

confronti dei magistrati dall’art. 2 l. 13 aprile 1988, n. 117, e per la tutela risarcitoria collettiva, ai

sensi dell’art. 140 bis, co. 6°, del codice del consumo approvato con d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206

(nel testo novellato dall’art. 49, comma 1°, l. 23 luglio 2009, n. 99). E’ anche prevista per il giudizio

innanzi alla Corte di cassazione dagli artt. 360 bis e 380 bis c.p.c., aggiunti dalla l. 18 giugno 2009, n.

69, ed applicabili ai provvedimenti «pubblicati o depositati» dopo il 4 luglio 2009; nonché per il

conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato, dall’art. 37 l. 11 marzo 1953, n. 87.

La giurisprudenza della Corte costituzionale è costante nell’affermare che «il rigore

con cui è tutelato il diritto di azione, secondo la previsione dell’art. 24 Cost., non

comporta l’assoluta immediatezza del suo esperimento» (Corte cost., 4 marzo 1982, n.

82).

Nella motivazione, la corte ha richiamato la propria giurisprudenza nel senso della

infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale di disposizioni che subordinano

l’esercizio dell’azione in giudizio alla osservanza di adempimenti preliminari; nonché le

pronunce che avevano dichiarato la parziale illegittimità di disposizioni che

sanzionavano con l’improponibilità, non con l’improcedibilità, l’inosservanza di alcuni

adempimenti preliminari. Secondo la Corte «ciò che caratterizza queste pronunce è il

fatto che gli oneri e le modalità che condizionano l’esercizio dell’azione non debbono

tradursi in una secca subordinazione dell’azione al previo esperimento di una tutela non

giurisdizionale, costringendo il singolo, in un primo tempo, a rivolgersi ad un organo

non giudiziale».

Sennonché, in primo luogo, appare improprio definire «tutela» il preventivo tentativo

di conciliazione: gli organi preposti all’esperimento della conciliazione ante causam

sono privi di poteri decisori e coercitivi. Altrimenti la disciplina sarebbe in contrasto

con l’art. 102, 2° comma, Cost., in quanto si tratterebbe di «giudici speciali» di nuova

istituzione. Gli organi preposti all’esperimento della conciliazione ante causam possono

tentare la conciliazione o possono prendere atto del rifiuto delle parti, ma non possono

concedere alcuna «tutela»: questo diverso compito e i corrispondenti poteri sono

riservati, invece, ai sensi dell’art. 102, 2° comma, Cost., 2907 c.c. e 99 c.p.c., agli

organi giudiziari. 6 prof. Giorgio Costantino

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3.- Le tutele

In secondo luogo, la motivazione suscita perplessità, perché la Corte ha dichiarato

incompatibile con la garanzia costituzionale del diritto di azione «gli oneri e le modalità

che condizionano l’esercizio dell’azione» e che costringono «il singolo, in un primo

tempo, a rivolgersi ad un organo non giudiziale».

In questa prospettiva, sarebbe costituzionalmente illegittima ogni disposizione che

imponga l’adempimento di un onere preliminare quale requisito di proponibilità della

domanda. La garanzia costituzionale del diritto di azione non si esaurisce nella

possibilità di accesso alla tutela giurisdizionale, ma comprende gli effetti della invocata

tutela. Non vi è pregiudizio per il diritto di azione se il differimento del suo esercizio, in

relazione alla concreta disciplina dello specifico rapporto, può manifestarsi utile alla

soddisfazione della situazione sostanziale tutelanda e, in generale, alla deflazione del

carico giudiziario. Vi è, invece, pregiudizio se la tutela giudiziale, pur invocabile, non si

manifesti «effettiva».

In realtà, la ratio delle disposizioni che impongono oneri all’esercizio dell’azione in

giudizio risiede nella economia processuale e in riferimento a questa occorre valutarle.

Ciò implica che le disposizioni che subordinano l’esercizio dell’azione in giudizio

all’adempimento di attività preliminari vanno valutate in concreto, in riferimento alla

utilità della previsione legislativa secondo i tradizionali criterii di ragionevolezza e non,

invece, in base a criteri meramente formali.

In riferimento alla ragionevolezza della scelta legislativa di prevedere un «filtro»

all’esercizio dell’azione in giudizio, la circostanza che il «filtro» sia previsto quale

condizione di proponibilità o di procedibilità non è determinante. Anzi, in relazione alla

funzione deflattiva che tali previsioni possono assumere, sono più apprezzabili i «filtri»

preventivi.

Il problema consiste, piuttosto nel verificare se sono utili; se, cioè, possano avere

quella efficacia deflattiva in funzione della quale sono stati previsti.

Questi argomenti costituiscono il fondamento dei diffusi dubbi di legittimità

costituzionale dell’art. 5 d.lgs. 4 marzo 2010, n. 28, solo in parte prorogato dall’art. 2,

co. 16 decies d.l. 29 dicembre 2010, n. 255, conv. in l. 26 febbraio 2011, n. 10. La

previsione di questo «filtro» generalizzato, peraltro, appare in contrasto con la delega

contenuta nell’art. 60 l. 18 giugno 2009, n. 2009: questa disposizione, infatti, ha

stabilito che «la mediazione, finalizzata alla conciliazione», avrebbe dovuto essere

attuata «senza precludere l’accesso alla giustizia».

Questi argomenti, inoltre, sono stati utilizzati in riferimento alle previsioni delle

preventive valutazioni di ammissibilità dell’azione: così sono state dichiarate

manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 2 l.13 aprile

1988, n. 117 (Cass. 20 ottobre 2006, n. 22540; 4 maggio 2005, n. 9288; 26 febbraio

2002, n. 2768); e, senza alcuna comparazione degli interessi in gioco, quella dell’art.

140 bis, co. 6°, del codice del consumo approvato con d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206

(App. Torino, 27 ottobre 2010, in Foro it., 2010, I, 3530). E’ stato, invece, dichiarato

costituzionalmente illegittimo l’art. 274 c.c., per il quale l’accertamento della paternità

naturale era subordinato ad un preventivo giudizio di ammissibilità: la Corte

7 prof. Giorgio Costantino

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I.- La Giustizia civile – Lineamenti generali

costituzionale (10 febbraio 2006, n. 50) ha cancellato tale disposizione ed ha rilevato:

che «l’intrinseca, manifesta irragionevolezza della norma (art. 3 Cost.) fa sì che il

giudizio di ammissibilità ex art. 274 cod. civ. si risolva in un grave ostacolo all’esercizio

del diritto di azione garantito dall’art. 24 Cost. … così come da tale manifesta

irragionevolezza discende la violazione del precetto (art. 111, secondo comma, Cost.)

sulla ragionevole durata del processo, gravato di una autonoma fase, articolata in più

gradi di giudizio, prodromica al giudizio di merito, e tuttavia priva di qualsiasi

funzione».

L’art. 360 bis c.p.c., a sua volta, è stato interpretato nel senso che il ricorso deve

essere rigettato, perché manifestamente infondato, e non dichiarato inammissibile, se, al

momento in cui la corte pronuncia, la decisione di merito si presenta conforme alla

propria giurisprudenza e il ricorso non prospetta argomenti per modificarla (Cass. 6

settembre 2010, n. 19051).

In generale, in un sistema esposto al pagamento di milioni di euro per equa

riparazione per la durata irragionevole dei processi civili, la previsione di «filtri»,

comunque strutturati, per l’accesso alla giustizia non si manifesta come un ostacolo

all’esercizio del diritto di azione, qualora se ne possa dimostrare in concreto una

qualche utilità; ovvero qualora la rilevanza degli interessi in gioco giustifichi la

previsione di particolari cautele.

Il problema consiste, appunto, nel verificarne in concreto l’idoneità a realizzare un

effetto deflattivo ovvero a scongiurare iniziative meramente pretestuose, prescindendo

dai profili formali e, quindi, dalla struttura dei «filtri».

3.3 L’azione: gli elementi.-

Elementi della azione sono: i soggetti, il titolo o la causa petendi e l’oggetto o il

petitum.

In questo senso è la disposizione generale che determina il contenuto degli atti di

parte: questi, ai sensi dell’art. 125, co. 1°, c.p.c., devono indicare «… le parti, l’oggetto,

le ragioni …». In questo senso, sono anche le disposizioni specifiche relative ai singoli

modelli processuali: ai sensi dell’art. 163, co. 3°, n. 2, n. 3 e n. 4, «l’atto di citazione -

introduttivo del processo ordinario di cognizione innanzi al tribunale – deve contenere

…; 2) il nome, il cognome, la residenza e il codice fiscale dell’attore, il nome, il

cognome, il codice fiscale, la residenza o il domicilio o la dimora del convenuto … 3) la

determinazione della cosa oggetto della domanda; 4) l’esposizione dei fatti e degli

elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda, con le relative conclusioni»; ai

sensi dell’art. 414, n. 2, n. 3 e n. 4, c.p.c., il ricorso introduttivo del processo del lavoro,

di quello previdenziale, locatizio, agrario e pensionistico deve contenere «2) il nome, il

cognome, nonché la residenza o il domicilio eletto dal ricorrente … il nome, il

cognome, il codice fiscale, la residenza o il domicilio o la dimora del convenuto … 3) la

determinazione dell’oggetto della domanda; 4) l’esposizione dei fatti e degli elementi di

diritto sui quali si fonda le domanda con le relative conclusioni».

Gli altri elementi, pur indicati nelle disposizioni sulla proposizione della domanda,

non concorrono ad identificare l’azione. La designazione del giudice, come già si è

8 prof. Giorgio Costantino

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3.- Le tutele

accennato e come si vedrà più oltre, non incide sulla proposizione della domanda:

qualora sia adìto un giudice privo di giurisdizione o di competenza, ai sensi degli artt.

59 l. 18 giugno 2009, n. 69, 11 c.p.a. o 50 c.p.c., il processo può «continuare» innanzi al

giudice competente o munito di giurisdizione; il che implica che il processo sia

«cominciato» e, quindi, che l’azione sia stata comunque esercitata. L’indicazione dei

mezzi di prova dei quali chi agisce intende avvalersi e gli altri elementi indicati nelle

menzionate disposizioni non caratterizzano l’azione esercitata.

I soggetti, il titolo e l’oggetto assumono rilevanza per la identificazione delle azioni

e, quindi, per stabilire l’eventuale diversità tra quella proposta nell’atto introduttivo e le

conclusioni formulate a conclusione del processo; ovvero tra quella proposta in primo

grado e quella proposta in appello; tra quella proposta nel giudizio di merito e quella

proposta in sede di rinvio dopo la cassazione della sentenza che ha deciso il primo; tra

quella annunciata nel procedimento cautelare ante causam e quella effettivamente

proposta nel giudizio di merito.

I soggetti sono colui che afferma l’esistenza di una situazione soggettiva riconosciuta I soggetti

dal diritto sostanziale e si duole che essa sia negata o che sia insoddisfatta e che,

pertanto, chiede che organi giurisdizionali ne dichiarino l’esistenza ovvero gli

forniscano quelle utilità rifiutate dall’inadempimento o dalla mancata cooperazione

degli altri consociati e colui o coloro che negano l’esistenza di quella situazione

soggettiva o ne impediscono la soddisfazione. Le questioni concernenti la

individuazione dei soggetti del processo saranno esaminate nell’ambito della trattazione

relativa alle parti.

Il titolo dell’azione comprende le ragioni di fatto e quelle di diritto, che chi chiede Il titolo

giustizia pone a fondamento della sua pretesa. Le questioni concernenti la ricostruzione

della fattispecie acquisitiva dei diritti fatti valere, i modi ed i tempi mediante i quali i

fatti e gli argomenti di diritto possono essere dedotti, nonché la individuazione delle

difese a disposizione dell’altra parte, saranno esaminate nell’ambito della esposizione

dello svolgimento dei processi.

L’oggetto dell’azione indica l’obiettivo al quale tende chi invoca la tutela

giurisdizionale. Questo può essere inteso come obiettivo «mediato»: in questo senso L’oggetto mediato

coincide con le utilità riconosciute dal diritto sostanziale. Il creditore di una somma di

danaro, ad esempio, vuole ottenere quest’ultima, eventualmente maggiorata della

rivalutazione monetaria e degli interessi, se la soddisfazione del credito è differita nel

tempo; chi ha diritto alla consegna di una cosa mobile o al rilascio di un bene immobile,

ne vuole ottenere il possesso; i coniugi, il cui progetto di vita è fallito, vogliono ottenere

la libertà dal vincolo matrimoniale; il lavoratore illegittimamente licenziato vuole

riprendere a lavorare; e così via. L’oggetto del processo indica anche l’obiettivo L’oggetto

«immediato»: in questo senso coincide con lo specifico provvedimento giurisdizionale immediato

di volta in volta richiesto.

Questo secondo profilo sarà ora esaminato.

Saranno considerate le mete della tutela giurisdizionale ovvero le forme di tutela

ovvero ancora i contenuti dei provvedimenti che possono essere emanati.

9 prof. Giorgio Costantino

D I (A – L)

IRITTO PROCESSUALE CIVILE

Materiali didattici


PAGINE

18

PESO

1.11 MB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa fa riferimento al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riproduce uno scritto che descrive nel dettaglio la struttura e le caratteristiche della tutela di mero accertamento e di quella costitutiva. I paragrafi iniziali sono dedicati invece alla descrizione del diritto d'azione e dei suoi elementi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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