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I.- La Giustizia civile – Lineamenti generali

inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del giudicato; tale

statuizione costituisce titolo esecutivo».

In questa prospettiva, l’oggetto immediato della tutela di condanna, quale species

L’oggetto della tutela costituiva, consiste nella attribuzione del potere di esercitare l’azione

immediato della esecutiva, ai sensi degli artt. 2910, 2930, 2931 o 2933 c.c., ovvero nella costituzione di

condanna un titolo per l’applicazione di misure coercitive; ne sono effetti secondari l’iscrizione di

ipoteca giudiziale ex art. 2818 c.c. e la trasformazione della prescrizione breve in

decennale ex art. 2953 c.c.

Nel primo caso, il contenuto del provvedimento non consiste in un ordine alla parte

soccombente: il giudice che «condanna» non ordina al debitore di pagare, di

consegnare, di rilasciare o di distruggere, ma, ai sensi dell’art. 2908 c.c., attribuisce al

creditore il potere di utilizzare la forza dello Stato per ottenere, attraverso l’attività degli

organi del processo esecutivo, quelle utilità che avrebbero dovuto essergli garantite

dall’adempimento o dalla cooperazione dell’altra parte.

Nel secondo caso, il provvedimento di condanna è un ordine, la violazione del quale

implica l’applicazione di una sanzione.

In ogni caso, i provvedimenti di condanna «costituiscono» il diritto alla iscrizione di

ipoteca giudiziale, ai sensi dell’art. 2818 c.c., e «modificano» la prescrizione breve in

decennale, ai sensi dell’art. 2953 c.c.

3.7 La condanna inibitoria.-

Allo stato, non vi è certezza sui confini delle due specie di condanna.

L’art. 614 bis c.p.c., aggiunto dalla l. 18 giugno 2009, n. 69, si presta a diverse

opzioni interpretative. Non si vi sono ancora significativi riferimenti giurisprudenziali.

Nell’entusiasmo suscitato dal nuovo strumento, sono state prospettate diverse soluzioni

interpretative. Sotto la rubrica «Attuazione degli obblighi di fare infungibile o di non

fare», esso dispone:

«Con il provvedimento di condanna il giudice, salvo che ciò sia manifestamente iniquo, fissa, su

richiesta di parte, la somma di denaro dovuta dall’obbligato per ogni violazione o inosservanza

successiva, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento. Il provvedimento di

condanna costituisce titolo esecutivo per il pagamento delle somme dovute per ogni violazione o

inosservanza. Le disposizioni di cui al presente comma non si applicano alle controversie di lavoro

subordinato pubblico e privato e ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di cui

all’articolo 409.

Il giudice determina l’ammontare della somma di cui al primo comma tenuto conto del valore della

controversia, della natura della prestazione, del danno quantificato o prevedibile e di ogni altra

circostanza utile».

La lettera della disposizione fuga ogni dubbio sulla natura del provvedimento

assistito dalla misura coercitiva: «con il provvedimento di condanna …». Ne

discendono le conseguenze sistematiche sopra indicate.

Non sembrano, tuttavia, da condividere le interpretazioni nel senso della

Inammissibilità ammissibilità della sovrapposizione o della concorrenza dell’una o dell’altra forma di

della concorrenza

tra esecuzione tutela.

forzata e misure In questo senso è la rubrica, che si riferisce agli «obblighi di fare infungibile o di non

coercitive fare». 6 prof. Giorgio Costantino

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3.- Le tutele

Anche se si prescinde da questo rilievo letterale, occorre rilevare che l’esecuzione

forzata non è una sanzione, perché è diretta al conseguimento della prestazione dovuta

dall’obbligato ed è, quindi, sostitutiva dell’adempimento; lo sono le misure coercitive,

perché la prestazione oggetto dell’adempimento non può essere fornita che

dall’obbligato; esse sono uno strumento per premere sulla volontà di quest’ultimo,

affinché adempia spontaneamente; equivalgono alla clausola penale ex art. 1382 c.c.;

prescindono dal risarcimento del danno.

Se è possibile ottenere la prestazione attraverso l’esercizio dell’azione esecutiva, le

difficoltà pratiche di quest’ultima non possono costituire il fondamento per

l’applicazione di meccanismi sanzionatorii.

La riconosciuta ammissibilità della concorrenza tra esecuzione forzata e misure

coercitive deve fare i conti con il complessivo quadro normativo. In riferimento all’art.

614 bis c.p.c., l’utilizzazione dell’uno o dell’altro strumento sarebbe affidata alla

discrezione del giudice, con conseguenze perniciose per l’effettiva osservanza della

garanzia del giusto processo ex art. 111 Cost.

L’uso del termine «provvedimento» comprende vuoi le sentenze, vuoi le ordinanze o I provvedimenti

i decreti, ma esclude la possibilità che la misura coercitiva assista atti diversi. Mentre

l’esecuzione forzata, ai sensi dell’art. 474 c.p.c., può fondarsi su titoli esecutivi

giudiziali e su titoli esecutivi extragiudiziali, la misura coercitiva prevista dall’art. 614

bis c.p.c. può assistere soltanto i «provvedimenti».

Nell’ambito di questi, è controversa l’applicabilità della disposizione ai

provvedimenti cautelari (Trib. Cagliari, 19 ottobre 2009, Trib. Terni, 4 agosto 2009

[16].

L’attuazione di questi ultimi è regolata dall’art. 669 duodecies c.p.c., per il quale, «salvo quanto

disposto dagli artt. 677 e seguenti in ordine ai sequestri, l’attuazione delle misure cautelari aventi ad

oggetto somme di denaro avviene nelle forme degli artt. 491 e seguenti in quanto compatibili, mentre

l’attuazione delle misure cautelari aventi ad oggetto obblighi di consegna, rilascio, fare o non fare avviene

sotto il controllo del giudice che ha emanato il provvedimento cautelare il quale ne determina anche le

modalità di attuazione e, ove sorgano difficoltà o contestazioni, dà con ordinanza i provvedimenti

opportuni, sentite le parti. Ogni altra questione va proposta nel giudizio di merito».

Le questioni di coordinamento tra questa disposizione e l’art. 614 bis c.p.c. si

pongono in riferimento alla attuazione degli obblighi «infungibili». Sennonché questi

ultimi sono già considerati dalla disposizione del 1990, in vigore dal 1993: il giudice già

aveva ed ha il potere di determinarne «le modalità di attuazione» mediante

«provvedimenti opportuni»; non può escludersi, quindi, quella di imporre una misura

coercitiva, anche nelle controversie di lavoro. Le «misure cautelari a difesa della

proprietà, del possesso o del credito» sono anche assistite dalla sanzione penale ex art.

388 c.p. Non appare, quindi, necessario invocare la disposizione del 2009. Questa,

piuttosto, contribuisce a fugare i dubbi sull’ampiezza dei «provvedimenti opportuni»,

ma non sembra direttamente applicabile nei procedimenti cautelari.

Analoghe considerazioni inducono a dubitare della diretta applicabilità della L’affidamento

disposizione per l’attuazione dei provvedimenti di affidamento dei minori. dei minori

Questi sono previsti, tra l’altro, nell’ambito del processo di separazione tra i coniugi dall’art. 155 c.c.

e dall’art. 4 l. 1° dicembre 1970, n. 898, nell’ambito del processo di scioglimento del matrimonio;

7 prof. Giorgio Costantino

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dall’art. 317 bis c.c. sull’esercizio della potestà; dall’art. 252 c.c. sull’inserimento del minore riconosciuto

durante il matrimonio nella famiglia; nell’ambito del procedimento diretto all’accertamento dello stato di

abbandono e alle eventuali vicende successive, dalla l. 4 maggio 1983, n. 184, sul «diritto del minore ad

una famiglia»; dall’art. 11 Reg. CE 27 novembre 2003, n. 2201/2003, sul «ritorno del minore»; dall’art. 6

l. 15 gennaio 1994, n. 64, sul riconoscimento e sull’esecuzione delle decisioni relative all’affidamento dei

minori ed al diritto di visita adottate dalle autorità straniere.

In ogni caso, i provvedimenti di affidamento dei minori sono emessi d’ufficio,

nell’esclusivo interesse del minore: l’affidamento non è disposto a favore di una parte e

contro l’altra. L’affidatario, che può anche essere un terzo estraneo al processo, non

afferma un diritto, a tutela del quale esercita un’azione di condanna, un’azione esecutiva

o l’applicazione di una misura coercitiva. La realizzazione coattiva dei provvedimenti di

affidamento dei minori è regolata al di fuori degli schemi previsti per l’esecuzione e per

le misure coercitive: gli strumenti in questo ambito previsti possono essere comunque

utilizzati quali «provvedimenti opportuni». Ma ciò prescinde dalla diretta applicazione

degli artt. 474 ss. c.p.c., compreso, quindi, l’art. 614 bis c.p.c.

La mancata previsione dei verbali di conciliazione si giustifica in considerazione

I verbali di della fonte e della natura di essi: i verbali di conciliazione sono atti di autonomia

conciliazione privata, ai quali, in ipotesi determinate, è attribuita efficacia esecutiva. Le parti, quindi,

nell’esercizio della propria autonomia, possono prevedere una clausola penale, ai sensi

dell’art. 1382 c.c., distinguendola espressamente dal risarcimento del danno; possono

anche garantirsi l’adempimento con una fidejussione «a prima richiesta; possono

realizzare effetti più incisivi o comunque analoghi a quelli previsti dall’art. 614 bis

c.p.c.

La richiesta di La «fissazione» della misura coercitiva è subordinata alla «richiesta di parte»; non

parte può essere emanata d’ufficio. Questa previsione costituisce applicazione del principio

della domanda ex artt. 2907 c.c. e 99 c.p.c., nonché, soprattutto, del principio della

corrispondenza tra chiesto e pronunciato ex art. 112 c.p.c.

L’esercizio dell’azione in giudizio implica che se ne indichi l’oggetto, che può essere

l’accertamento mero, oppure, ai sensi dell’art. 2908 c.c., la costituzione, la

modificazione o l’estinzione di un rapporto giuridico. Tra gli oggetti delle azioni

costitutive e, in particolare, di quelle di condanna, l’art. 614 bis c.p.c. comprende la

«fissazione» di una misura coercitiva patrimoniale.

Questo oggetto deve essere indicato da chi invoca giustizia: gli atti di parte, ai sensi

dell’art. 125, co. 1°, c.p.c., devono indicare «… l’oggetto …»; ai sensi dell’art. 163, co.

3°, n. 3, «l’atto di citazione - introduttivo del processo ordinario di cognizione innanzi al

tribunale – deve contenere … 3) la determinazione della cosa oggetto della domanda»;

ai sensi dell’art. 414, n. 3, c.p.c., il ricorso introduttivo del processo del lavoro, di quello

previdenziale, locatizio, agrario e pensionistico deve contenere «3) la determinazione

dell’oggetto della domanda».

Ogni questione relativa alla individuazione del momento nel quale può essere

formulata la «richiesta di parte» diretta alla «fissazione» della misura coercitiva prevista

dall’art. 614 bis c.p.c. coincide con quelle relativa alla individuazione del momento nel

quale, nell’ambito di ciascun modello processuale, può essere proposta o può essere

modificata la domanda. 8 prof. Giorgio Costantino

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3.- Le tutele

La misura coercitiva della quale si chiede la «fissazione» consiste in una «somma di

denaro … per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo

nell’esecuzione del provvedimento».

La richiesta può essere disattesa qualora «ciò sia manifestamente iniquo». La

previsione è stata ripresa, nell’ambito del giudizio di ottemperanza, dall’art. 114, co. 2°, La «iniquità»

lett. e), c.p.a. Nel processo civile, invece, il potere di valutarne l’iniquità è attribuito al

giudice della cognizione.

Tale previsione implica un obbligo di motivazione: il giudice, se ritiene di respingere

la richiesta, deve spiegare il perché. Non può acquietarsi su clausole di stile. Queste

valutazioni sono sindacabili in sede di impugnazione: la parte che aveva chiesto

l’applicazione della misura coercitiva e se l’è vista rifiutata, può dolersi del rifiuto

innanzi al giudice di appello, contestando la valutazione di iniquità compiuta dal giudice

di primo grado; la parte nei confronti della quale è stata emessa la misura coercitiva

può, nella stessa sede, censurare la previsione, dimostrandone la iniquità; la questione

può arrivare all’esame della Cassazione nei limiti indicati dall’art. 360, n. 5, c.p.c. La

richiesta diretta alla applicazione della misura coercitiva non implica l’indicazione dalla

sua «equità», ma, se questa è contestata dall’altra parte, al richiedente incombe l’onere

di indicarne il fondamento.

La portata precettiva di questa parte della disposizione consiste nell’imporre al

giudice l’obbligo di motivazione e nel qualificare l’«iniquità» come eccezione rilevabile

anche d’ufficio. In considerazione di ciò, l’obbligo di motivazione è previsto soltanto in

caso di rigetto della richiesta: in caso di rilievo d’ufficio dell’iniquità; se quest’ultima è

eccepita dalla parte, l’obbligo di motivazione sul punto deriva dalla disciplina generale

e, in particolare, dal principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato ex art. 112

c.p.c. In ogni caso, si tratta di un giudizio di fatto

Appare comunque «manifestamente iniquo» applicare la misura coercitiva quando è

possibile l’esecuzione forzata, esponendo il debitore a subire diverse, concorrenti

iniziative. Ed appare anche «manifestamente iniquo» estendere l’applicazione della

nuova disposizione ai procedimenti cautelari nell’ambito dei quali il giudice ha il potere

di determinare «le modalità di attuazione» e di emettere «i provvedimenti opportuni»

prescindendo dalle restrizioni previste dalla nuova disposizione.

Un giudizio di fatto è anche richiesto dal secondo comma di quest’ultima per La misura della

determinare «l’ammontare della somma»: a tal fine, il giudice deve tenere conto «del sanzione

valore della controversia, della natura della prestazione, del danno quantificato o

prevedibile e di ogni altra circostanza utile».

Esso richiede l’utilizzazione dei canoni interpretativi tradizionalmente utilizzati nella

interpretazione delle clausole generali, come la correttezza ex art. 1175 c.c. e la buona

fede ex art. 1375 c.c., l’uso dell’ordinaria diligenza, l’importanza dell’inadempimento in

funzione della risoluzione del contratto ex art. 1455 c.c.

Su tale giudizio di fatto, hanno tempo di misurarsi gli interpreti e la giurisprudenza.

Sul piano strettamente processuale, in funzione della determinazione dell’oggetto

della tutela considerata, la portata precettiva del secondo comma dell’art. 614 bis c.p.c.

9 prof. Giorgio Costantino

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consiste nel confermare la distinzione tra misure coercitive e risarcimento del danno: il

«danno quantificato o prevedibile» è uno dei criterii di giudizio per determinare

l’ammontare della misura coercitiva; non coincide con questa.

La «fissazione», «con il provvedimento di condanna» di una «somma di denaro …

per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione

del provvedimento» è sindacabile in sede di impugnazione del provvedimento che la

contiene.

Ai sensi del secondo periodo del primo comma, invece, «il provvedimento di

condanna costituisce titolo esecutivo per il pagamento delle somme dovute per ogni

La violazione o violazione o inosservanza».

l’inosservanza Ciò significa che la parte in favore della quale è stata fissata la misura coercitiva, può

pretenderne il pagamento e può esercitare l’azione esecutiva ex art. 2910 c.c. in assenza

dell’accertamento della «violazione» o della «inosservanza», mentre l’altra parte è

tenuta a contestare queste ultime mediante l’opposizione all’esecuzione ex art. 615

c.p.c.

La situazione non differisce da quella che può verificarsi anche in relazione ai

provvedimenti di condanna suscettibili di esecuzione forzata, nonché in relazione alla

condanna in futuro.

In nessun caso, l’esercizio dell’azione esecutiva implica l’accertamento dell’attualità

dell’inadempimento: il debitore può aver eseguito esattamente la sua prestazione dopo

la formazione del titolo esecutivo, ma se, nonostante ciò, il creditore esercita l’azione

esecutiva, questa può essere contestata con l’opposizione all’esecuzione ex art. 615

c.p.c.; la condanna in futuro prescinde dall’inadempimento, cosicché l’azione esecutiva

può essere esercitata nonostante l’esatto adempimento e, anche in questo caso, può

essere contestata con l’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c.

Il sistema è nel senso di attribuire al debitore esecutato l’onere di contestare «il

diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata», ai sensi dell’art. 615 c.p.c.,

in base al proprio esatto adempimento.

Non è diversa la fattispecie considerata dal secondo periodo dell’art. 614 bis c.p.c.: la

parte in favore della quale è stata fissata la misura coercitiva può, in base al titolo

esecutivo del quale dispone esercitare l’azione esecutiva; l’altra parte può negare la

sussistenza della «violazione» o della «inosservanza» con l’opposizione all’esecuzione

ex art. 615 c.p.c. Nell’ambito di questo giudizio di cognizione, tuttavia, l’onere della

prova incombe al creditore opposto, appunto perché manca un accertamento giudiziale

dell’una o dell’altra; il titolo esecutivo è stato formato nella eventualità di esse.

3.8 La condanna in futuro.-

La condanna inibitoria presuppone una violazione del diritto: chi invoca giustizia

chiede che tali violazioni non si ripetano ancora.

In numerose ipotesi, la legge consente che la condanna sia chiesta indipendentemente

dall’inadempimento o dalla violazione del diritto.

Le ragioni di tali previsioni sono diverse, ma tutte riconducibili alla economia

processuale. 10 prof. Giorgio Costantino

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3.- Le tutele

Ai sensi dell’art. 657, co. 1°, c.p.c., «il locatore o il concedente può intimare al

conduttore, all'affittuario coltivatore diretto, al mezzadro o al colono licenza per finita

locazione, prima della scadenza del contratto, con la contestuale citazione per la

convalida, rispettando i termini prescritti dal contratto, dalla legge o dagli usi locali». La

ratio della disposizione risiede nell’esigenza di evitare al locatore o al concedente di

attendere, alla scadenza del contratto, il tempo necessario all’accertamento del suo

diritto al rilascio ed alla conseguente condanna dell’occupante. Essa consente, quindi,

l’esercizio dell’azione di rilascio prima della scadenza, quando un inadempimento non

si è ancora verificato.

Ai sensi dell’art. 664, co. 1°, c.p.c., se è stato chiesto lo sfratto per morosità, il

giudice adito pronuncia separato decreto d'ingiunzione per l’ammontare dei canoni

scaduti e da scadere fino all'esecuzione dello sfratto». Analoghe previsioni sono stabilite

per il credito relativo alle retribuzioni a scadere, per i crediti di mantenimento nei

giudizi di separazione e di divorzio, per gli alimenti e per altre obbligazioni periodiche

di pagamento. In questi casi, la ratio risiede nell’esigenza di evitare il moltiplicarsi delle

controversie alle singole scadenze, anche se, per quelle future, non vi è ancora

inadempimento.

Nell’un caso, la generica esigenza di economia processuale è correlata all’interesse

dell’attore; nell’altro, è in gioco anche l’interesse generale dell’ordinamento.

Manca, tuttavia, nell’ordinamento italiano una disposizione analoga al § 257 ZPO, L’ambito

per il quale, in generale, la condanna in futuro è ammissibile al fine di ottenere un titolo

esecutivo al rilascio degli immobili prima della scadenza ovvero al pagamento di

obbligazioni periodiche di pagamento:

«Ist die Geltendmachung einer nicht von einer Gegenleistung abhängigen Geldforderung oder die

Geltendmachung des Anspruchs auf Räumung eines Grundstücks oder eines Raumes, der anderen

als Wohnzwecken dient, an den Eintritt eines Kalendertages geknüpft, so kann Klage auf künftige

Zahlung oder Räumung erhoben werden».

Si pone, quindi, il problema della ammissibilità della condanna in futuro nei casi in

cui non sia espressamente prevista.

In considerazione della natura eccezionale dell’azione, nonché di quanto previsto

dall’art. 2908 c.c., se ne esclude l’allargamento oltre le ipotesi espressamente previste.

Si ammette, tuttavia, la «condanna condizionata»: l’azione diretta ad ottenere Condanna in

l’adempimento di una controprestazione subordinata al verificarsi di un determinato futuro e condanna

evento futuro ed incerto, o di un termine prestabilito, o di una controprestazione «condizionata»

specifica, qualora l’accertamento non richieda un nuovo giudizio di cognizione.

«L’art. 1185 c.c., infatti, prevede che il creditore non possa esigere, dal debitore, la prestazione cui

questo è tenuto, prima della scadenza del termine stabilito, ma non vieta, altresì, al creditore, di

sollecitare, giudizialmente, prima della scadenza del termine, una sentenza che condanni il

debitore all'adempimento per la data della futura scadenza o, eventualmente, successiva a questa.

Nel vigente ordinamento processuale - come assolutamente pacifico in dottrina come in sede di

legittimità - infatti, è ammissibile la condanna condizionata, quanto alla sua efficacia, ad un evento

futuro ed incerto o ad una controprestazione (Cass. 26 ottobre 1991 n. 11424; Cass. 13 settembre

1991 n. 9578, nonché Cass. 12 luglio 1996 n. 6329). Nel nostro ordinamento - in altri termini -

sono ammesse, in omaggio al principio dell’economia dei giudizi, sentenze condizionali, nelle

quali l’efficacia della condanna è subordinata al verificarsi di un determinato evento futuro ed

11 prof. Giorgio Costantino

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incerto, o di un termine prestabilito, o di una controprestazione specifica, sempre che il verificarsi

della circostanza tenuta presente non richieda ulteriori accertamenti di merito da compiersi in un

nuovo giudizio di cognizione (Cass. 12 luglio 1996 n. 6329, nonché Cass. 1 aprile 1996 n. 2961 e,

recentemente, Cass. 15 febbraio 1999 n. 1642, specie in motivazione). Con dette pronunce non

viene emessa una condanna da valere per il futuro, ma si accerta l’obbligo (attuale) di eseguire una

certa prestazione ed il condizionamento (parimenti attuale) di tale obbligo al verificarsi di una

circostanza il cui avveramento, pur presentandosi differito ed incerto, non richiede, per il suo

accertamento, altre indagini che quella se la circostanza si sia o meno verificata (Cass. 1 febbraio

1991 n. 978; Cass. 26 gennaio 1987 n. 706)» (Cass. 15 luglio 2003, n. 11061).

L’argomento lascia perplessi, perché il diritto al rilascio dell’immobile concesso in

godimento o il credito al pagamento di prestazioni periodiche esistono anche prima

della scadenza del termine; non sono esigibili, ma le relative fattispecie acquisitive o si

sono perfezionate fuori e prima del processo, come avviene per il diritto al rilascio e per

i crediti retributivi, oppure scaturiscono dal processo, come avviene per i crediti di

mantenimento. Non potrebbe ragionevolmente negarsi l’ammissibilità di un’azione di

accertamento, mero o costitutivo.

Né, come ad altri fini si è già rilevato, ai sensi dell’art. 1218 c.c., l’accertamento

giudiziale di un diritto implica quello dell’attualità dell’inadempimento: spetta al

debitore allegare e provare che «l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da

impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabili».

3.9 La condanna generica.-

Ai sensi dell’art. 278, co. 1°, c.c., «quando è già accertata la sussistenza di un diritto,

ma è ancora controversa la quantità della prestazione dovuta, il – giudice -, su istanza di

parte, può limitarsi a pronunciare con sentenza la condanna generica alla prestazione,

disponendo con ordinanza che il processo prosegua per la liquidazione». Ai sensi

dell’art. 2818 c.c., questo provvedimento è titolo per l’iscrizione di ipoteca giudiziale:

«ogni sentenza che porta condanna al … risarcimento dei danni da liquidarsi

successivamente è titolo per iscrivere ipoteca sui beni del debitore». L’espressa

qualificazione di «condanna» rende applicabile anche l’art. 2953 c.c. sulla

trasformazione della prescrizione breve in ordinaria.

Sennonché alla realizzazione degli effetti accessori dei provvedimenti di condanna,

non si accompagna quella degli effetti principali: la condanna generica non è titolo

esecutivo, né costituisce il fondamento per l’applicazione di misure coercitive. Non può

esserlo, perché «è ancora controversa la quantità della prestazione dovuta». La somma

per la quale può iscriversi ipoteca, infatti, ai sensi dell’art. 2838, co. 1°, c.c., «è

determinata dal creditore nella nota per l’iscrizione».

Il diritto tutelato dalla condanna generica è affatto singolare. Non esiste, infatti, ai

sensi dell’art. 1174 c.c., un credito il cui importo non sia determinato o determinabile.

Chi afferma l’esistenza di un diritto di credito e ne invoca tutela giudiziale, ne afferma

l’importo o ne chiede la liquidazione. In teoria, in sede di liquidazione, il quantum

potrebbe rivelarsi inesistente.

In considerazione di ciò, l’art. 278, co. 1°, c.p.c. prevede la condanna generica come

provvedimento non definitivo. La disposizione attribuisce al giudice, «su istanza di

12 prof. Giorgio Costantino

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3.- Le tutele

parte», di frazionare la decisione sul credito, decidendo separatamente sull’an e sul

quantum. Il che presuppone che, con l’esercizio dell’azione, sia stato affermato l’intero

diritto, non un segmento di esso. L’oggetto del processo è comunque il credito,

compreso il suo ammontare, determinato o determinabile. In riferimento a tale oggetto,

comunque unitario, la disposizione consente la pronuncia di separate decisioni.

La ratio risiede, ancora una volta, nella economia processuale. Accertata l’esistenza

del credito e realizzati gli effetti accessori dei provvedimenti di condanna, è probabile La ratio

che le parti si acquietino e raggiungano un accordo sul suo ammontare. La possibilità,

inoltre, che sia iscritta ipoteca giudiziale in base ad una somma determinata dal

creditore, suscita l’interesse del debitore ad una sollecita definizione della controversia

sul quantum. La pronuncia della condanna generica, comunque, riduce la materia del

contendere e semplifica l’ulteriore svolgimento del processo.

La questione dibattuta riguarda l’ammissibilità di un’azione diretta ad ottenere

esclusivamente la condanna generica, appunto perché non è configurabile un credito il

cui importo non sia determinato o determinabile.

Nell’ambito della tutela collettiva risarcitoria, tale possibilità è espressamente La condanna

prevista dall’art. 140 bis, co. 12°, del codice del consumo (approvato con d.lgs. 6 generica nella

settembre 2005, n. 206, nel testo modificato dall’art. 49, co. 1°, l. 23 luglio 2009, n. 99). tutela collettiva

Con la «sentenza di condanna», infatti, il tribunale (a) può liquidare le somme risarcitoria

«definitive» e condannare il convenuto al pagamento; (b) può altresì condannarlo al

pagamento di una provvisionale nei limiti della quantità per cui ritiene già raggiunta la

prova, ai sensi dell’art. 278, co. 2°, c.p.c.; (c) e può limitarsi a pronunciare con sentenza

la condanna generica alla prestazione, ai sensi dell’art. 278, co. 1°, c.p.c. Ma, a

differenza di quanto previsto in tale disposizione, il tribunale, nell’ambito della tutela

collettiva risarcitoria, non può disporre che il processo prosegua per la liquidazione,

perché questa è destinata ad essere compiuta in altra sede.

L’orientamento prevalente è nel senso che l’azione autonoma per la condanna L’azione

generica è ammissibile se il convenuto non si oppone ed accetta, anche tacitamente, che autonoma di

la liquidazione avvenga in altra sede. Ma non mancano argomentate decisioni di segno condanna

diverso. generica

«Per individuare la possibilità giuridica di detta azione, e l’interesse dell’attore a proporla

nell'ambito del suo potere di autonomia e disponibilità del diritto alla tutela, occorre chiarire quale

ne sia l’oggetto e quale il limite della pronuncia richiesta. […] La tutela cui tende l’azione di

condanna, ancorché generica, non si esaurisce in quella di un mero accertamento dell’esistenza di

un diritto contestato (tipico dell’azione di mero accertamento), ma è pur sempre quella che nasce

dall’esistenza di un diritto assertivamente violato, al fine di ottenere la reintegrazione anche

coattiva del patrimonio in ipotesi pregiudicato e per equivalente pecuniario. Una forma di tutela

tendente alla reintegrazione patrimoniale, peraltro, può assumere preventive forme cautelari per

assicurare l’effettività di successive forme esecutive. […] Può, quindi, affermarsi, in virtù di un

principio di autonoma disponibilità delle forme di tutela offerte dall’ordinamento, la legittimazione

dell’attore a proporre un’autonoma domanda di condanna generica, indipendentemente dal

successivo consenso del convenuto. […] si individuano alternativamente delle situazioni di rischio

in primo luogo a carico del convenuto e, in contropartita, a carico dell'attore stesso. A carico del

convenuto il rischio che da un fumus di sussistenza di danno ed in relazione al diritto

reintegratorio, consegua un’iscrizione ipotecaria senza che esista un mezzo necessariamente

13 prof. Giorgio Costantino

D I (A – L)

IRITTO PROCESSUALE CIVILE

Materiali didattici


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18

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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa fa riferimento al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
In questo documento si spiegano la nozione e le varie tipologie della tutela di condanna: inibitoria, in futuro, generica, provvisionale e provvisionale a cognizione sommaria.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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