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- immediatamente al di sotto del … operava l'imputato (B), inquadrato sempre nel settore "commerciale"

della società.

Con tale contesto organizzativo, quindi, fu elaborato il 6.3.2008 (dopo la tragedia) il modello operativo

attinente "al servizio di trasporto di zolfo liquido da Taranto a Scarlino".

Nel documento acquisito si legge: "I container utilizzati per il servizio di trasporto dello zolfo fuso da

Taranto a Scarlino sono stati costruiti ad hoc nel periodo fine 2006 - metà 2007, sulla base di specifica

tecnica messa a punto da (X) e condivisa con il cliente (K) e il caricatore (Z)/…. Sono realizzati in acciaio inox

AISH 304, classificati IMO 1 e sono idonei al trasporto di prodotti ADR".

(B), nella qualità menzionata, aveva provveduto ad individuare per conto della (X) quelle specifiche

tecniche (v. fogli da 515 a 517 del fascicolo delle indagini preliminari depositati come documenti al n. 9

nell'udienza del primo giugno del 2009).

Sempre il (B) aveva collaborato attivamente nella progettazione dei tank container, ciò traendosi da diverse

deposizioni dibattimentali.

In particolare, …, responsabile dell'ufficio operativo della società (Y), escusso nell'udienza del 19 giugno del

2009, ha dichiarato: " So che la progettazione è stata a cura del dottor (B). Tutto il resto legato alla struttura

stessa della cisterna non lo so". Nella stessa direzione vi è la testimonianza resa all'udienza del 26 giugno

del 2009 dall'ing. …, dal 2006 responsabile delle attività tecnico-produttive in seno alla società (K) SpA.

A domanda del giudicante ("Le specifiche tecniche delle cisterne, le specifiche dello zolfo sono state

concordate con qualcuno, con (C) in particolare o di tutti questi profili si è occupato (B)?") il teste … ha

risposto: "Si è occupato (B), per quanto riguarda le cisterne assolutamente".

Occorre ora comprendere quali fossero i particolari più rilevanti presi in considerazione dal (B) nella

fissazione dei criteri tecnici di realizzazione delle cisterne.

Ebbene, in fase di progettazione dei tank container era stata assegnata specifica rilevanza, proprio

dall'imputato (B), all'aspetto della resistenza delle pareti interne all'aggressione dell'idrogeno solforato

presente nello zolfo liquido da trasportare.

Inoltre, era stato predisposto un sistema per la immissione forzata di aria compressa al loro interno, che

sarebbe servita all'occorrenza per l'evacuazione dei gas trattenuti.

Infine, era stato approntato un sistema interno di riscaldamento a vapore con serpentina collegata

all'esterno, per riportare lo zolfo alla giusta temperatura in caso di solidificazione del medesimo prodotto

durante il trasporto da Taranto a Scarlino.

(omissis)

Dunque, è evidente che la fase della progettazione aveva compreso, da un lato, la creazione di un sistema

di riscaldamento del prodotto con l'immissione di vapore dall'esterno nelle serpentine interne e, dall'altro

lato, era stata indirizzata verso la valutazione della presenza dell'acido solfidrico nelle cisterne anche "nella

parte aeriforme".

Le cisterne furono realizzate appositamente con determinati materiali in grado di resistere all'attacco

dell'idrogeno solforato.

Per (B) e …, di conseguenza, la formazione ed il rilascio del gas altamente pericoloso erano un fatto previsto

sul piano tecnico ed infatti concretamente contrastato con specifici materiali per evitare la corrosione delle

pareti delle cisterne da trasporto.

Questo vale in relazione alla fase di progettazione, nella parte concernente la necessità di fronteggiare

l'attacco dell'idrogeno solforato all'interno della cisterna.

Però in quel momento un'altra problematica era stata presa in considerazione, quantunque alla prima

collegata: si trattava della possibilità di consentire l'arieggiamento forzato della cisterna al bisogno.

Analoghe indicazioni rivengono dall'interrogatorio reso da (B) il 18 marzo del 2008.

(omissis)

Quanto fin qui espresso consente per ora di affermare con certezza che sia la formazione di acido solfidrico

allo stato gassoso all'interno delle cisterne "dedicate", sia la permanenza di quel gas letale nei medesimi

serbatoi dopo lo scarico fossero circostanze conosciute dal (B). Costui era il coordinatore del traffico di zolfo

per conto della (X), era il diretto interlocutore per la sua società presso la (K), presso (Y) e presso la …, era il

principale artefice dell'accordo tecnico nella fase di progettazione delle cisterne ed in tali attività si era

prodigato alacremente, assumendo le opportune informazioni.

In tal modo egli aveva previsto quelle circostanze di rischio, aveva scelto il materiale più idoneo per

affrontare l'attacco corrosivo dell'acido solfidrico ed aveva per giunta escogitato appositamente un sistema

per insufflare aria in modo forzato nella cisterna, per liberarla all'uopo dal gas pericoloso. Sotto questo

profilo è palesemente inattendibile l'indicazione contenuta nella testimonianza di …, nella parte in cui,

all'udienza del 19 giugno del 2009, costui ha dichiarato che il (B) era apparso sorpreso per la presenza

dell'acido solfidrico emersa nell'inchiesta penale.

Il (B), anche se forse aveva assunto un atteggiamento diverso con il …, ben sapeva della presenza del gas

letale nelle cisterne.

Acclarato dunque che erano state progettate le cisterne su indicazioni concertate tra (B) per la (X), da un

lato, e l'(Z) e la (K), dall'altro, ed evidenziato che, una volta realizzate, quelle cisterne furono dalla (X)

utilizzate in locazione finanziaria su concessione della … di Genova, si deve focalizzare l'attenzione su un

ambito cognitivo di somma importanza.

Occorre infatti concentrarsi sugli attriti relazionali nati tra le parti contraenti della compravendita di zolfo

liquido.

Il rapporto contrattuale tra (Z) e (K), siccome tracciato in precedenza, non era sorto solo con il menzionato

strumento negoziale.

Esso era infatti in corso da tempo tra le due società per la vendita di zolfo liquido e fu palesemente

caratterizzato da alcuni problemi (v. in particolare anche il plico n. 6/1 "allegato …").

(omissis)

I passaggi cruciali del contenzioso di natura stragiudiziale, supportati dalle risultanze di quelle prove

testimoniali che ne hanno comprovato i dati essenziali, possono essere pertanto così riassunti:

1) in primo luogo è chiara la posizione di dipendenza commerciale della (K) dall'(Z), servendosi la prima

società di una materia chimica nell'ampia disponibilità della seconda società; trattasi di una fornitura

essenziale per la produzione di acido solforico, cioè della principale risorsa commerciale della stessa (K);

2) è palese che le contestazioni della (K) non fossero trascurabili e speciose, sia con riguardo all'esistenza di

problemi occorsi al suo impianto di produzione, sia con riferimento all'eziologia di tali pregiudizi, ritenuti

dalla stessa società univocamente riconducibili all'alto tenore di idrogeno solforato presente nella materia

prima oggetto di fornitura proveniente delle raffinerie;

3) è indubbio che in alcune raffinerie, tra cui spicca all'evidenza quella tarantina, il processo claus o la fase

successiva di degassificazione non avvenissero a regola d'arte per questioni tecniche e che, di conseguenza,

lo zolfo liquido caricato nei serbatoi di stoccaggio presentasse valori di acido solfidrico esorbitanti;

4) il riconoscimento dell'esistenza di un problema serio da parte dell'(Z) è attestato dai numerosi contatti

commerciali e tecnici avvenuti con la società acquirente (v. verbali di riunioni, atti tecnici di verifica, fitta

corrispondenza per via postale o telematica), dall'attenzione manifestata per gli inconvenienti dalle varie

strutture interne della società venditrice dello zolfo fuso, dalla preoccupazione emersa nei vertici dell'(Z)

per le complicazioni dell'affare commerciale, dalla convinzione societaria della cancellazione di simili

disfunzioni con l'esecuzione degli interventi previsti sull'impianto entro la fine del primo trimestre del 2008

(v. mail di … e considerazioni di …) ed infine dall'esito delle analisi effettuate dalle due società (indagini che,

a prescindere dalla corrispondenza dei valori, denotavano sempre il superamento netto dei limiti di buona

ingegneria);

5) l'ammissione sostanziale della scarsa qualità del proprio prodotto commerciale da parte dell'(Z) a causa

della presenza non gradita di valori eccessivi di idrogeno solforato è comprovata dalla corrispondenza

interna e dalla rinunzia al premio di qualità sullo zolfo liquido venduto, nonostante la posizione dominante

della stessa venditrice nel rapporto negoziale; l'importanza di tale ultimo profilo si coglie con

l'apprezzamento dell'abbandono di profitti in denaro comunque molto significativi per l'(Z), visti

l'ammontare del predeterminato premio qualità, la sua pregnante incidenza sulla determinazione del

prezzo in tonnellate e la quantità enorme di merce movimentata dagli stabilimenti di raffineria verso la (K).

(omissis)

LA RESPONSABILITA' DELLE SOCIETA'

Per una corretta analisi della responsabilità delle società occorre prendere le mosse dalle introduttive

indicazioni offerte dalle SS.UU. penali nella nota sentenza n. 26654/08, i cui passaggi salienti sulle linee

generali del nuovo impianto normativo possono essere ripresi in questa sede.

Il D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, che disciplina la responsabilità degli enti collettivi "per gli illeciti

amministrativi dipendenti da reato", rappresenta, secondo la Corte, "l'epilogo di un lungo cammino volto a

contrastare il fenomeno della criminalità d'impresa, attraverso il superamento del principio, insito nella

tradizione giuridica nazionale, societas delinquere non potest e nella prospettiva di omogeneizzare la

normativa interna a quella internazionale di matrice prevalentemente anglosassone, ispirata al c.d.

pragmatismo giuridico".

La Legge Delega n. 300 del 2000, infatti, ha ratificato e dato attuazione alla Convenzione OCSE del

17/12/1997 (sulla lotta contro la corruzione dei funzionari pubblici stranieri), che - all'art. 2 -obbligava gli

Stati aderenti ad assumere "le misure necessarie conformemente ai propri principi giuridici a stabilire la

responsabilità delle persone morali" per i reati evocati nella stessa Convenzione.

Questa, peraltro, non è l'unico strumento internazionale al quale si è ispirato il legislatore delegante nel

formulare il testo della citata L. n. 300, art. 11.

Egli ha ritenuto, al di là delle generiche indicazioni offerte dalla Convenzione OCSE, di dovere dare

attuazione anche al secondo protocollo della Convenzione PIF, il cui art. 3 dettava, in tema di responsabilità

degli enti, direttive più puntuali, distinguendo due ipotesi, a seconda che il reato fosse stato commesso da

soggetti in una posizione dominante (basata sul potere di rappresentanza, sull'autorità di prendere

decisioni, sull'esercizio del controllo in seno alla persona giuridica) ovvero da soggetti in posizione

subordinata (che, per carenza di sorveglianza o controllo da parte dei soggetti apicali, avessero reso

possibile la perpetrazione del reato a beneficio della persona giuridica).

L'art. 11 della legge delega, pur nel recepimento delle indicazioni degli strumenti internazionali, ha dotato il

nuovo illecito di un volto dai contorni ancora più precisi, contemperando i profili di general-prevenzione,

primario obiettivo della responsabilità degli enti, con "le garanzie che ne devono rappresentare il

necessario contraltare".

Sulla stessa linea d'ispirazione si è mantenuto il legislatore delegato del Decreto n. 231 del 2001. Ne è

risultata, a giudizio della Cassazione, "un'architettura normativa complessa che, per quanto farraginosa e -

sotto alcuni aspetti - problematica, evidenzia una fisionomia ben definita, con l'introduzione nel nostro

ordinamento di uno specifico ed innovativo sistema punitivo per gli enti collettivi, dotato di apposite regole

quanto alla struttura dell'illecito, all'apparato sanzionatorio, alla responsabilità patrimoniale, alle vicende

modificative dell'ente, al procedimento di cognizione e a quello di esecuzione, il tutto finalizzato ad

integrare un efficace strumento di controllo sociale".

Una innovazione legislativa particolarmente importante, dunque, che segna il superamento del principio

societas delinquere et puniri non potest.

Il sistema sanzionatorio proposto dal D.lgs. n. 231 fuoriesce dagli schemi tradizionali del diritto penale,

incentrati sulla distinzione tra pene e misure di sicurezza, tra pene principali e pene accessorie, ed è

rapportato alle nuove costanti criminologiche delineate nel citato decreto. Il sistema è "sfaccettato",

legittima distinzioni soltanto sul piano contenutistico, nel senso che rivela uno stretto rapporto funzionale

tra la responsabilità accertata e la sanzione da applicare, opera certamente sul piano della deterrenza e

persegue una massiccia finalità special-preventiva. Non si può trascurare il fatto che nella sentenza n.

3615/06 della seconda sezione penale si sia voluto sottolineare che la nuova responsabilità, "nominalmente

amministrativa, dissimula la sua natura sostanzialmente penale; forse sottaciuta per non aprire delicati

conflitti con i dogmi personalistici dell'imputazione criminale, di rango costituzionale (art. 27 Cost.),

interpretabili in una accezione riduttiva, come divieto di responsabilità per fatto altrui, o in una più

variegata, come divieto di responsabilità per fatto incolpevole".

Va comunque evidenziato che, nella recentissima sentenza n. 36083/09, la sesta sezione penale ha

preferito prospettare il nuovo sistema come "tertium genus rispetto ai noti e tradizionali sistemi di

responsabilità penale e responsabilità amministrativa", soggiungendo che, in forza del rapporto

d'immedesimazione organica con il suo dirigente apicale, l'ente risponde per fatto proprio, senza involgere

minimamente il divieto di responsabilità penale per fatto altrui posto dall'art. 27 Cost. "

Certamente, al fine di focalizzare esattamente sia la portata della svolta radicale nella nostra cultura

giuridica, sia le ragioni del superamento degli schemi tradizionali della responsabilità, sia il nuovo sistema

sulla patologia dell'impresa lecita ed i contorni della responsabilità delle società coinvolte nel presente

giudizio penale, rimane quale operazione imprescindibile quella della precisazione del quadro normativo,

dal quale traspare l'esigenza della responsabilizzazione degli enti, in passato sovente beneficiari delle

condotte delittuose ma sempre esenti da significative conseguenze, perché i fatti illeciti rimanevano

originariamente imputati ai singoli come se fossero affari riguardanti solo questi ultimi.

L'art. 1, dedicato ai soggetti, stabilisce che il decreto legislativo disciplina la responsabilità degli enti per gli

illeciti amministrativi dipendenti da reato e che le disposizioni in esso previste si applicano agli enti forniti di

personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica.

Si tratta di una disciplina basata sul sistema normativo delle parziali esclusioni, queste ultime agganciate a

determinate categorie di enti, quali lo Stato, enti pubblici ed enti di rilievo costituzionale.

Nessun dubbio ricorre dunque in ordine alla possibilità di applicare le susseguenti previsioni alle società in

discussione, espressamente prese di mira dalla nuova disciplina.

L'art. 2, che riprende concetti dell'art. 2 c.p., e dell'art. 1 della legge 689/81, afferma l'incomprimibile

principio di legalità, secondo il quale l'ente non può essere ritenuto responsabile per un fatto costituente

reato se la sua responsabilità amministrativa in relazione a quel reato e le relative sanzioni non sono

espressamente previste da una legge entrata in vigore prima della commissione del fatto.

Al riguardo va subito puntualizzato che la responsabilità "amministrativa" di cui all'art. 25-septies, per quel

che rileva nel caso in esame, è stata introdotta dalla legge 123/07, che è entrata in vigore prima della

commissione delle condotte delle società, in base alla ricostruzione dei fatti operata

nella presente motivazione, dato che la cisterna risulta essere stata caricata di zolfo liquido nel mese di

dicembre 2007 e proprio questa è la prima delle condotte rilevanti in discussione.

Ciò consente di affermare con certezza che il quadro normativo in discussione trovi completa attuazione

nella presente vicenda giudiziaria.

L'art. 9 della legge 123/07, introducendo una "modifica del decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231", dopo

l'articolo 25-sexies del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 ha inserito il seguente:

"Art. 25-septies. - (Omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime, commessi con violazione delle

norme antinfortunistiche e sulla tutela dell'igiene e della salute sul lavoro) - 1. In relazione ai delitti di cui

agli articoli 589 e 590, terzo comma, del codice penale, commessi con violazione delle norme

antinfortunistiche e sulla tutela dell'igiene e della salute sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in

misura non inferiore a mille quote. 2. Nel caso di condanna per uno dei delitti di cui al comma 1, si

applicano le sanzioni interdittive di cui all'articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore a tre mesi e

non superiore ad un anno."

Con l'art. 300 del DLG 81 del 9.4.2008, l'articolo 25-septies del decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231 è

stato sostituito dal seguente:

Art. 25-septies (Omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla

tutela della salute e sicurezza sul lavoro). -1. In relazione al delitto di cui all'articolo 589 del codice penale,

commesso con violazione dell'articolo 55, comma 2, del decreto legislativo attuativo della delega di cui alla

legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in

misura pari a 1.000 quote. Nel caso di condanna per il delitto di cui al precedente periodo si applicano le

sanzioni interdittive di cui all'articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore

ad un anno. 2. Salvo quanto previsto dal comma 1, in relazione al delitto di cui all'articolo 589 del codice

penale, commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, si applica una

sanzione pecuniaria in misura non inferiore a 250 quote e non superiore a 500 quote. Nel caso di condanna

per il delitto di cui al precedente periodo si applicano le sanzioni interdittive di cui all'articolo 9, comma 2,

per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore ad un anno. 3. In relazione al delitto di cui

all'articolo 590, terzo comma, del codice penale, commesso con violazione delle norme sulla tutela della

salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura non superiore a 250 quote. Nel

caso di condanna per il delitto di cui al precedente periodo si applicano le sanzioni interdittive di cui

all'articolo 9, comma 2, per una durata non superiore a sei mesi.».

Queste sono appunto le norme applicabili alla vicenda in corso di esame, atteso che indubbiamente la

verifica giudiziale abbraccia ipotesi di omessa osservanza di previsioni afferenti alla sicurezza sul lavoro, la

cui esatta cornice è sostanzialmente quella egualmente delineata dalla specifica aggravante dell'art. 589

c.p.

Le ragioni dell'estensione devono essere individuate nella crescente capacità di aggressione della salute e

della vita dei lavoratori dettata dalle risorse tecnologiche, di fronte alle quali lo strumento della

responsabilità penale delle persone fisiche si rivela inadeguato anche per la scarsa elasticità

nell'adattamento alle nuove forme di criminalità germinanti nella realtà d'impresa.

Partendo dalla constatazione che i reati di cui si discute rappresentano spesso l'espressione di scelte non

individuali ed autonome ma strumentali rispetto agli obiettivi societari, sì è cercato di aggredire le cause

strutturali degli infortuni sul lavoro ed è stata perciò avvertita la necessità di introdurre temperamenti volti

a riaffermare un bilanciamento degli interessi contrapposti presenti nelle strutture complesse ed a

proporre modelli di recupero della legalità attraverso il contenimento del rischio di lesione dei beni giuridici

oggetto di tutela.

La norma di cui all'art. 25-septies rientra appunto tra quelle della terza sezione che individuano alcuni reati,

tassativamente indicati, unicamente dai quali può scaturire la responsabilità degli enti. La terza sezione del

primo capo dell'impianto normativo è dedicata infatti al cd. modello chiuso di responsabilità, il quale

impedisce la configurazione di addebiti per gli enti al di fuori delle ipotesi

penali enumerate, ciò proprio perché vi può essere responsabilità "amministrativa" solo se dipendente da

uno dei reati elencati.

L'art. 3 del d.lgs. 231/01 chiarisce poi che l'ente non può essere ritenuto responsabile per un fatto che

secondo una legge posteriore non costituisce più reato o in relazione al quale non è più prevista la

responsabilità amministrativa dell'ente; aggiunge che, se la legge del tempo in cui è stato commesso

l'illecito e le successive sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli, salvo

che sia intervenuta pronuncia irrevocabile.

E' evidente nella fattispecie l'inapplicabilità di tale norma, se non per il profilo sanzionatorio.

La disciplina sostanzialmente regola la successione delle leggi nel tempo ma il principio non esplica effetti

favorevoli nei confronti delle società chiamate a rispondere in giudizio con riguardo al precetto, data la

sostanziale continuità normativa esistente in tale ambito tra l'art. 9 della legge 123/07 e l'art. 300 del DLG

81/08.

La disposizione che incardina gli estremi più importanti della responsabilità è quella inserita nell'art. 5, che

non è sicuramente di agevole interpretazione.

L'ente è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio:

a) da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell'ente o di una

sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché da persone che esercitano,

anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso;

b) da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a). L'ente non

risponde se le persone indicate nel comma 1 hanno agito nell'interesse esclusivo proprio o di terzi.

La Suprema Corte si è occupata di tale norma nella sentenza n. 3615/06.

Si è affermato che "nella ratio ispiratrice della profonda innovazione introdotta dalla L. n. 231 del 2001,

l'ente collettivo, al di là di grossolane concezioni antropomorfiche, è considerato il vero istigatore,

esecutore o beneficiario della condotta criminosa materialmente commessa dalla persona fisica in esso

inserita.

Seppure si debba considerare la responsabilità creata dalla norma come un "tertium genus" nascente

dall'ibridazione della responsabilità amministrativa con principi e concetti propri della sfera penale, la

sanzione a carico della persona giuridica postula innanzitutto il presupposto oggettivo che il reato sia

commesso nell'interesse dell'ente da persone che agiscono al suo interno: con esclusione, quindi, dei fatti

illeciti posti in essere nel loro interesse esclusivo, per un fine personalissimo o di terzi."

In pratica, precisa ancora la Suprema Corte, per escludere la responsabilità dell'ente deve trattarsi di

"condotte estranee alla politica di impresa".

Al riguardo si osserva, echeggiando la Relazione alla legge, che "l'interesse, quanto meno concorrente, della

società va valutato ex ante; mentre il vantaggio richiede una verifica ex post".

La Suprema Corte ha scartato "la definizione di endiadi attribuita da parte della dottrina alla locuzione" ed

avverte che "non può sfuggire che i due vocaboli esprimono concetti giuridicamente diversi: potendosi

distinguere un interesse "a monte" della società ad una locupletazione - prefigurata, pur se di fatto,

eventualmente, non più realizzata - in conseguenza dell'illecito, rispetto ad un vantaggio obbiettivamente

conseguito all'esito del reato, perfino se non espressamente divisato ex ante dall'agente".

Accedendo all'interpretazione più condivisibile, il giudicante deve escludere che la locuzione "interesse o

vantaggio" possa essere intesa in una complessiva ottica meramente rafforzativa di un solo concetto,

tautologicamente ripreso dal secondo termine.

I sostantivi sono individuati in via alternativa, come si ricava del resto anche dall'art. 12 che, nell'enucleare i

casi di riduzione della sanzione pecuniaria, tratteggia quale ipotesi attenuata quella del fatto commesso

dall'autore nel prevalente interesse proprio o di terzi se l'ente non ne ha ricavato vantaggio o ne la ricavato

un vantaggio minimo.

Ci può essere quindi responsabilità in presenza di un interesse, anche senza vantaggio.

La lettura del secondo comma lascia però comprendere che, pur in presenza di un vantaggio, l'ente non

possa rispondere in assenza di un reato commesso anche nel suo interesse.

Per non lasciare al testo dell'art. 5 una portata criptica, si deve ritenere che il vantaggio possa essere

valorizzato, sul piano processuale, precisamente nella formazione della prova della responsabilità dell'ente,

quale elemento apprezzabile ex post ma dimostrativo del suo interesse ex ante e che esso sia destinato a

perdere vigore probatorio in presenza della prova positiva di un interesse esclusivo proprio o di terzi

presente nella condotta tenuta da parte delle persone indicate nel primo comma.

Anche nella relazione governativa è prospettata la portata di deroga del secondo comma rispetto al primo

comma.

Dunque, ove non risulti che il reato sia stato commesso nell'interesse esclusivo proprio dell'agente o di

terzi, il giudice potrà verificare semplicemente che l'ente abbia tratto un vantaggio.

Nulla impedisce, poi, sempre, sul piano esegetico, di inquadrare i due termini in un contesto non

strettamente economico o patrimoniale, potendosi finalizzare la condotta costituente reato anche in un

alveo teleologico più ampio, connesso con una diversa utilità, e potendosi del pari individuare il risultato

non solo in un risvolto abbracciante benefici puramente economici.

L'osservazione trae sostegno dalla constatazione che nel medesimo recinto normativa, allorquando il

legislatore ha voluto valorizzare il profilo economico, lo ha fatto espressamente con l'utilizzo del termine

"profitto", come si apprezza a proposito delle sanzioni interdittive nell'art. 13 e con riguardo alla confisca

nell'art. 15 e nell'art. 19.

Da quanto esposto si può inferire che il profitto non è un elemento costitutivo del reato e che l'interesse ed

il vantaggio possono anche essere non patrimoniali, purché siano concretamente ed obiettivamente

individuabili.

L'interesse deve essere infatti oggettivo.

L'art. 5 individua una responsabilità per reati commessi nell'interesse dell'ente e non semplicemente

commessi ritenendo di perseguire un suo interesse.

L'interesse deve essere concreto e non va agganciato alle mere intenzioni dell'autore del reato ed in

generale al movente che lo spinto a porre in essere la condotta.

Il convincimento di perseguire un interesse dell'ente, laddove il dato fattuale non corrisponda

effettivamente ad un obiettivo riconducibile alla politica d'impresa, non può sorreggere la prospettazione

della responsabilità dello stesso ente.

L'indagine sull'atteggiamento interiore dell'agente non è infatti imposta in alcun modo dal legislatore, il

quale ha fissato il principio di autonomia della responsabilità dell'ente nell'art. 8, consentendo di procedere

nei confronti di quest'ultimo anche in caso di omessa identificazione dell'autore del reato.

Va poi ricordato che originariamente già la legge delega dalla quale è poi derivato il decreto n. 231 del 2001

("Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni

anche prive di personalità giuridica, a norma dell'articolo 11 della legge 29 settembre 2000, n. 300")

conteneva tra le fattispecie di reato, per le quali si sarebbe dovuta applicare la responsabilità

amministrativa dell'ente, la violazione delle norme in materia di sicurezza, oltre che di ambiente.

L'attuazione della delega era in seguito avvenuta in modo parziale, essendo stati stralciati proprio i reati di

lesione ed omicidio colposi commessi in violazione delle disposizioni antinfortunistiche (art. 1 lettera C della

delega).

Queste materie furono eliminate dal testo definitivo, che in sostanza dette attuazione solo al punto A) della

delega, per cui solo determinati reati dolosi in tema di concussione, corruzione e frode entrarono a far

parte della sezione terza, giacché individuati come presupposti di riferimento per l'applicazione della

responsabilità amministrativa degli enti per fatti di reato, dando in tal guisa rilevanza agli aspetti essenziali

delle Convenzioni PIF e OCSE.

In seguito fu ampliato il ventaglio del catalogo con ripetuti interventi di integrazione che hanno creato non

marginali problemi interpretativi,

Le fattispecie di omicidio colposo e lesioni personali colpose, inserite recentemente, poggiano del resto su

una struttura soggettiva nettamente differente.

In dottrina è stata dunque messa in dubbio l'operativitá di un sistema normativo pensato ed architettato in

definitiva, nel primo testo, solo per i reati dolosi, perché si è sostenuto che, se un soggetto agisce

colposamente, non agisce per un fine criminale.

Ciò renderebbe debole la costruzione voluta dall'art. 5.

Tale constatazione infatti potrebbe rendere vano il criterio dell'interesse, anche si è poi soggiunto che

sarebbe agevole individuare almeno il requisito del vantaggio allorquando la mancata adozione di misure di

sicurezza abbia prodotto benefici economici all'ente nella forma del risparmio di spesa. In realtà,

l'impostazione non è corretta per vari motivi, alcuni già anticipati.

Non è stata intanto adeguatamente soppesata la circostanza che i reati introdotti dalla legge n. 123,

riproposti dal DLG 81/08, sono reati di evento e scaturiscono da una condotta colposa connotata da

negligenza, imprudenza, imperizia oppure inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline. Se da un

lato la morte o le lesioni rappresentano l'evento, dall'altro proprio la condotta è il fatto colposo che sta alla

base della produzione dell'evento.

Ne discende che, allorquando nel realizzare la condotta il soggetto agisca nell'interesse dell'ente, la

responsabilità di quest'ultimo risulta sicuramente integrata.

Analoga conclusione va ravvisata nell'ipotesi in cui, realizzata la condotta, l'ente abbia tratto comunque

vantaggio dalla stessa, salva la previsione del secondo comma dell'art. 5.

Se l'evento delittuoso infatti è il risultato della mancata adozione di misure di prevenzione, spesso è

agevole sostenere che la mancata adozione di tali misure abbia garantito un vantaggio alla società o

all'ente, ad esempio nella forma di un risparmio di costi.

Quindi il requisito dell'interesse o del vantaggio è pienamente compatibile con la struttura dell'illecito

introdotta dall'art. 9 della legge n.123, perpetuata nell'applicazione dall'art. 300 del d.lg. 81/08, dovendosi

di volta in volta accertare solo se la condotta che ha determinato l'evento la morte o le lesioni personali sia

stata o meno determinata da scelte rientranti oggettivamente nella sfera di interesse dell'ente oppure se la

condona medesima abbia comportato almeno un beneficio a quest'ultimo senza apparenti interessi

esclusivi di altri.

In tal senso va letta la disposizione dell'art. 5, nella parte in cui richiede che i reati siano "commessi"

nell'interesse o a vantaggio dell'ente.

Una diversa interpretazione priverebbe di ogni intrinseca logicità la novità normativa, essendo ovviamente

impensabile che l'omicidio o le lesioni, cagionati per violazioni colpose in materia di sicurezza sul lavoro,

possano intrinsecamente costituire un interesse oppure generare un vantaggio concreto per Pente.

Un reato colposo di questo genere comporta sempre molteplici conseguenze negative, che escludono

interessi o vantaggi d'impresa.

E' possibile elencare i pregiudizi più evidenti: i gravosi obblighi di risarcimento; un incremento della

conflittualità nelle relazioni industriali; un danno d'immagine per l'azienda per la pubblicità dell'evento

lesivo e di quello giudiziario; una contrazione delle relazioni commerciali per il timore di esposizioni

amministrative da parte di altre imprese in caso di successivi controlli dell'autorità a fini preventivi; la

sostituzione del lavoratore con l'avvio di una nuova formazione professionale; la riduzione della

produttività a causa di attività di ricerca della prova, di acquisizione di informazioni a fini investigativi o di

formazione della prova nei giudizi (perquisizioni interne, sequestri di attrezzature, accertamenti tecnici di

parte nei luoghi aziendali, perizie coinvolgenti gli assetti organizzativi, sommarie informazioni e

testimonianze di dipendenti ed altro).

Né si condivide l'impostazione teorica che, facendo leva sulla distinzione tra colpa cosciente e colpa

incosciente (ancorandola in realtà alla consapevolezza o meno della violazione cautelare), ammette la

responsabilità dell'ente connessa ad un interesse solo nel primo caso.

La costruzione non è applicabile alla natura oggettiva dell'interesse.

Essa si scontra con la constatazione che l'evento e la violazione cautelare possono non entrare nel fuoco

dell'obiettivo dell'agente e che ciò che rileva è unicamente la condotta univocamente posta in essere a

beneficio dell'ente.

Importanti sono anche gli artt. 6 e 7 del DLG 231/01.

L'art. 6, attinente in rubrica a "soggetti in posizione apicale e modelli di organizzazione dell'ente",' stabilisce

in modo dettagliato che, se il reato è stato commesso dalle persone indicate nell'articolo 5, comma 1,

lettera a), l'ente non risponde se prova che:

- l'organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di

organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;

- il compito di vigilare sul funzionamento e l'osservanza dei modelli di curare il loro aggiornamento è stato

affidato a un organismo dell'ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo;

- le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione;

- non vi é stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell'organismo di cui alla lettera b).

Il secondo comma aggiunge che, in relazione all'estensione dei poteri delegati e al rischio di commissione

dei reati, i modelli di cui alla lettera a), del comma 1, devono rispondere alle seguenti esigenze:

a) individuare le attività nel cui ambito possono essere commessi reati;

b) prevedere specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l'attuazione delle decisioni dell'ente

in relazione ai reali da prevenire;

e) individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione dei reati;

d) prevedere obblighi di informazione nei confronti dell'organismo deputato a vigilare sul funzionamento e

l'osservanza dei modelli;

e) introdurre un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel

modello.

Come recita il terzo comma, i modelli di organizzazione e di gestione possono essere adottati, garantendo

le esigenze di cui al comma 2, sulla base di codici di comportamento redatti dalle associazioni

rappresentative degli enti, comunicati al Ministero della giustizia che, di concerto con i

Ministeri competenti, può formulare, entro trenta giorni, osservazioni sulla idoneità dei modelli a prevenire

i reati.

Negli enti di piccole dimensioni, poi, i compiti indicati nella lettera b), del comma 1, possono essere, svolti

direttamente dall'organo dirigente.

L'art. 7, che si occupa dei soggetti sottoposti all'altrui direzione e modelli di organizzazione dell'ente,

sottolinea che, nel caso previsto dall'articolo 5, comma 1, lettera b), l'ente è responsabile se la commissione

del reato è stata resa possibile dall'inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza.

Al secondo comma precisa che, in ogni caso, é esclusa l'inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza

se l'ente, prima della commissione del reato, ha adottato ed efficacemente attuato un modello di

organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi.

Il terzo ed il quarto comma rimarcano che il modello prevede, in relazione alla natura e alla dimensione

dell'organizzazione nonché al tipo di attività svolta, misure idonee a garantire lo svolgimento dell'attività

nel rispetto della legge e a scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio e sottolineano che

l'efficace attuazione del modello richiede:

a) una verifica periodica e l'eventuale modifica dello stesso quando sono scoperte significative violazioni

delle prescrizioni ovvero quando intervengono mutamenti nell'organizzazione o nell'attività;

b) un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello.

In sostanza, come insegna la Corte di Cassazione nella sentenza n. 3615/06, "il legislatore ha inteso

affiancare, in sede di normazione delegata, un ulteriore requisito di natura soggettiva, in qualche modo

assimilabile ad una sorta di "culpa in vigilando", consistente nella inesistenza di un modello di

organizzazione, gestione o controllo idonei a prevenire i reati - con assonanza ai modelli statunitensi dei

compliance programs".

La differenza, non di lieve momento anche sotto il profilo sistematico, è "che tali modelli riguardano anche i

reati commessi dal personale dirigente: ciò che costituisce un "unicum" nel panorama giuridico comparato,

improntato, piuttosto, alla teoria della identificazione pura". Non è stato quindi riprodotto dalla L. n. 231

del 2001 "il principio dell'automatica derivazione della responsabilità dell'ente dal fatto illecito del suo

amministratore".

Si doveva evidentemente impedire che una simile cornice finisse per risolversi in un costo necessario ed

inevitabile per gli enti.

Era parimenti determinante al riguardo l'opzione di perseguire gli obiettivi di prevenzione con un

contributo operativo predeterminato in grado di neutralizzare, tempestivamente ed a monte, eventuali

deviazioni comportamentali realizzabili all'interno delle strutture di società o enti.

In altri termini la centratura della lettura ermeneutica si sposta più precisamente nella direzione di una

"colpa in organizzazione", come efficacemente posto in luce da autorevole dottrina. Una parte della

dottrina ha tentato un inquadramento dogmatico dell'addebito, prefigurando la cd. precolpevolezza

oppure orientandosi verso la ricerca di un elemento morale proprio della persona giuridica sulla spinta

culturale della tradizione giuridica francese.

L'incasellamento preferibile, desumibile da una interpretazione sistematica dell'articolato, conduce alla

previsione di una "colpa normativa" disegnata, sulla scia di un onere nell'adozione dei modelli organizzativi

e gestionali, su un difetto della diligenza esigibile in un quadro normativo dalle spiccate finalità preventive.

Sulla stessa linea ermeneutica, nella sentenza n. 36083/09, la Cassazione ha spiegato che la mancata

adozione di tali modelli, in presenza dei presupposti oggettivi e soggettivi sopra indicati, è sufficiente a

costituire quella "rimproverabilità" di cui alla Relazione ministeriale al decreto legislativo e non a caso ha

tenuto a precisare che "in tale concetto di rimproverabilità è implicata una forma nuova, normativa, di

colpevolezza per omissione organizzativa e gestionale".

I modelli di organizzazione e gestione rappresentano quindi un ulteriore cardine del nuovo sistema di

responsabilità e tanto spiega la premura del legislatore nel dettare le linee guida ispiratrici del loro

contenuto, lasciando alla concreta organizzazione dell'ente il compito di rendere possibile una propria

deresponsabilizzazione, adattando quelle regole generali alle proprie esigenze operative nella comune

spinta verso una prevenzione del rischio di commissione di simili reati.

La fondamentale importanza dello strumento discende dalla circostanza che, se preventivamente adottati

ed attuati, i modelli possono determinare l'esenzione da responsabilità e, se adottati ed attuati

posteriormente ma prima dell'apertura del dibattimento di primo grado, gli stessi garantiscono sia una

riduzione della sanzione pecuniaria, sia, a determinate condizioni, l'inoperatività delle sanzioni interdittive.

In tal modo l'ente non rimane più insensibile al rispetto delle norme di prevenzione.

Il contrario avveniva in passato allorquando le ricadute erano unicamente sul singolo anche se l'attività

illecita era stata realizzata per procurare giovamento all'ente.

Torniamo dunque all'analisi del caso in discussione.

Nella fattispecie in esame (D)e (E) sono indicati dalle visure camerali rispettivamente come amministratori

della (Y) e della (W). Si tratta dunque delle due figure apicali delle società in questione.

Ovviamente la formula elastica del testo normativo nella individuazione dei soggetti in posizione apicale fa

riferimento anche ad un criterio obiettivo e funzionale, che nella specie è rispettato, vertendo la loro

identificazione sull'effettivo esercizio di quelle cariche gestionali, comprendenti profili di direzione e di

controllo, come emerso ripetutamente nel corso dell'istruttoria dibattimentale.

La responsabilità della società (W) sussiste, d'altronde, anche se il relativo reato commesso

dall'amministratore si è ovviamente estinto per morte del reo (art. 150 c.p.), prescrivendo l'art. 8 del DLG

231/01 che il coinvolgimento dell'ente perduri quando il reato sia estinto per una causa diversa

dall'amnistia.

Per le due società ricorre dunque il requisito dell'ascrizione delle condotte ai soggetti in posizione apicale.

Per (Y) è acclarata la circostanza che non vi fosse un modello organizzativo prima della commissione del

fatto e che tale documento organizzativo non sia stato adottato neanche fino alla emanazione della

presente decisione.

Due sono gli effetti a tal proposito:

1) l'esimente dell'art. 6 non può operare;

2) la sanzione finale non deve essere ridotta ai sensi dell'art. 12 del DLG 231, atteso che siffatta attenuante

trova applicazione solo se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, è stato

adottato e reso operativo un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della stessa specie di quello

verificatosi.

La responsabilità della (Y) è evidente anche nel solco della previsione dell'art. 5 del DLG n. 231.

Non vi è dubbio infatti sul fatto che il (D) avesse posto in essere la condotta nell'interesse della società

amministrata.

Per un verso era interesse della (Y) quello di non ignorare e di non scontentare una richiesta proveniente

dalla (X), dal momento che quest'ultima era una cliente importantissima della stessa società barese.

Di fronte alla richiesta di effettuare la bonifica delle cisterne la società (Y) si era sentita costretta a darsi da

fare in ogni modo per soddisfare un bisogno sopravvenuto della potente cliente e non a caso si era

cimentata in una attività mai curata prima, procedendo alla ricerca di una impresa che non era di certo

agevolmente individuabile.

Si trattava di perseguire in tal modo un interesse strategico dell'impresa, volto a garantire ogni servizio

possibile alla importante cliente richiedente, ciò per evitare che una lacuna operativa potesse essere

colmata da terzi in grado poi, per l'elasticità operativa offerta, di sostituirsi nella relazione contrattuale

consolidatasi fino a quel momento.

Vi è stato anche un vantaggio per la società barese, che attesta anche un interesse iniziale di taglio

economico.

Essa infatti, individuando con le descritte scriteriate modalità la (W) e così sconfinando dalle proprie

competenze in un settore prima mai battuto (come dimostrato dall'istruttoria dibattimentale), ottenne

anche un vantaggio economico, rappresentato dal corrispettivo ottenuto per il trasporto delle cisterne

dallo scalo ferroviario fino all'impianto della (W), nonché per il viaggio di ritorno.

Le voci fatturate dalla (Y) a tal proposito, tenute distinte per il costo del viaggio e per il rimborso della

bonifica, inchiodano alle proprie responsabilità la medesima società nell'ingranaggio della disciplina del DLG

n. 231.

Vi sono allora tutte le condizioni previste dalla legge speciale per attribuire la responsabilità

"amministrativa" alla società barese.

Nei riguardi della (W) è pienamente dimostrata, sia dalle evidenze documentali sia dalle indagini riportate

nell'istruttoria, la circostanza che non vi fosse un modello organizzativo adottato prima della commissione

del fatto.

Ne deriva che l'esimente dell'art. 6 non può operare anche per tale società molfettese.

Il difensore della società in questione ha prodotto i documenti di valutazione dei rischi redatti nel marzo

2009 ai sensi degli arti. 26 e 28 del d.lgs. 81/08.

Ha voluto sostenere l'equiparazione concreta tra tali documenti ed il modello organizzativo e gestionale

della legge speciale in esame.

I documenti prodotti sono stati redatti prima dell'apertura del dibattimento, comunque dopo i tragici

accadimenti esaminati.

Essi non potrebbero in ogni caso assumere valenza nella direzione dell'art. 6 e, nell'accezione interpretativa

della difesa, dovrebbero unicamente condurre al riconoscimento della fattispecie attenuata.

E' tuttavia evidente che il sistema introdotto dal DLG n. 231 del 2001 impone alle imprese di adottare un

modello organizzativo diverso e ulteriore rispetto a quello previsto dalla normativa antinfortunistica, onde

evitare in tal modo la responsabilità amministrativa.

Non a caso, mentre i documenti presentati dalla difesa sono stati redatti a mente degli artt. 26 e 28 del DLG

81/08, il modello di organizzazione e gestione del DLG 231/01 è contemplato dall'art. 30 del DLG 81/08,

segnando così una distinzione non solo nominale ma anche funzionale. Tale ultimo articolo riprende

l'articolazione offerta dal DLG 231/01 e ne pone in evidenza anche i seguenti aspetti cruciali, che

differenziano il modello da un mero documento di valutazione di rischi:

l) la necessaria vigilanza sull'adempimento degli obblighi, delle procedure e delle istruzioni di lavoro in

sicurezza;

2) le periodiche verifiche dell'applicazione e dell'efficacia delle procedure adottate;

3) la necessità di un idoneo sistema di controllo sull'attuazione del medesimo modello e sul mantenimento

nel tempo della condizioni di idoneità delle misure adottate;

4) l'individuazione di un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate

nel modello.

Perciò il modello immaginato dal legislatore in questa materia è un modello ispirato a distinte finalità che

debbono essere perseguite congiuntamente: quella organizzativa, orientata alla mappatura ed alla gestione

del rischio specifico nella prevenzione degli infortuni; quella di controllo sul sistema operativo, onde

garantirne la continua verifica e l'effettivà.

Non è possibile che una semplice analisi dei rischi valga anche per gli obiettivi del DLG n. 231. Anche se

sono ovviamente possibili parziali sovrapposizioni, è chiaro che il modello teso ad escludere la

responsabilità societaria è caratterizzato anche dal sistema di vigilanza che, pure attraverso obblighi diretti

ad incanalare le informazioni verso la struttura deputata al controllo sul funzionamento e sull'osservanza,

culmina nella previsione di sanzioni per le inottemperanze e nell'affidamento di poteri disciplinari al

medesimo organismo dotato di piena autonomia. Queste sono caratteristiche imprescindibili del modello

organizzativo.

Ad esse vanno cumulate le previsioni, altrettanto obbligatorie nel modello gestionale del DLG 231 ma non

presenti nel documento di valutazione dei rischi, inerenti alle modalità di gestione delle risorse finanziarie

idonee ad impedire la commissione dei reati.

Peraltro, mentre il documento di valutazione di un rischio è rivolto anche ai lavoratori per informarli dei

pericoli incombenti in determinate situazioni all'interno del processo produttivo e quindi è strutturato in

modo da garantire a tali destinatari una rete di protezione individuale e collettiva perché addetti

concretamente a determinate mansioni, il modello del DLG n. 231 deve rivolgersi non tanto a tali soggetti

che sono esposti al pericolo di infortunio, bensì principalmente a coloro che, in seno all'intera compagine

aziendale, sono esposti al rischio di commettere reati colposi e di provocare quindi le lesioni o la morte nel

circuito societario, sollecitandoli ad adottare standard operativi e decisionali predeterminati, in grado di

obliterare una responsabilità dell'ente.

Dall'analisi dei rischi del ciclo produttivo l'attenzione viene spostata anche ai rischi del processo

decisionale finalizzato alla prevenzione.

Dalla focalizzazione delle procedure corrette del ciclo produttivo, per la parte riferibile alla sfera esecutiva

dei lavoratori, si passa anche alla cruciale individuazione dei responsabili dell'attuazione

dei protocolli decisionali, finanziari e gestionali occorrenti per scongiurare quei rischi.

Si tratta, come chiarito, di evitare la commissione di reati in materia di infortuni sul lavoro da parte

dei garanti dell'incolumità fisica dei lavoratori.

E' evidente, di conseguenza, che i due documenti di valutazione dei rischi prodotti dalla difesa della

(W) abbiano una destinazione diversa sul piano funzionale e giuridico rispetto al modello della legge

speciale in esame.

Essi non possono in alcun modo costituire un surrogato di un modello organizzativo e gestionale, che è

stato congegnato per scopi diversi, anche se mediatamente sempre a favore dei lavoratori, e che per

questo risulta strutturato normativamente con precipue ramificazioni attuative, ben marcate e polivalenti.

La responsabilità della (W) va agganciata ai reati commessi da (E), che, pur essendo anche socio, di certo

non agiva per diretti interessi personali.

Sostanzialmente sono state accertate, a carico di (E), le seguenti condotte colpose specifiche, che si

aggiungono alla violazione dell'art. 2087 del Codice Civile, per non avere egli ottemperato all'obbligo

giuridico di garantire l'incolumità fisica e la salvaguardia della personalità morale dei prestatori di lavoro

dipendenti.

Era stata omessa l'elaborazione del documento contenente la relazione sulla valutazione dei rischi per la

sicurezza e la salute dei lavoratori dipendenti non soltanto con riferimento alla generica attività di

autolavaggio e rimessaggio ma anche con riferimento alla attività di bonifica successivamente intrapresa.

Era stata omessa la rielaborazione della valutazione dei rischi per la sicurezza e per la salute dei lavoratori,

in occasione dell'intrapreso nuovo servizio di bonifica delle cisterne, implicante una modifica significativa ai

fini della sicurezza della salute dei lavoratori impiegati presso l'impianto della (W).

Era stata omessa la preventiva determinazione, nella valutazione sopra indicata, dell'eventuale presenza di

agenti chimici pericolosi sul luogo di lavoro, e, in particolare, dell'acido solfidrico, circostanza verificabile

con misuratori o indicatori presenti in commercio.

Era stata omessa la valutazione anche dei rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori derivanti dalla

presenza di tale agente chimico.

Era stata omessa la richiesta al committente della consegna della "scheda dati di sicurezza" relativa al

prodotto trasportato dalla cisterna da bonificare, circostanza che, come regola sociale di prudenza, avrebbe

consentito di apprendere informazioni utili all'atto della manipolazione delle sostanze a fini di bonifica della

cisterna.

Era stata comunque omessa una assunzione delle doverose informazioni sulla salute e sulla sicurezza per

tale ambito della sicurezza.

Era stata omessa l'eliminazione dei rischi derivanti dagli agenti chimici o, comunque, non era stato reso

possibile il contenimento di quei rischi al minimo, non fornendo attrezzature idonee al lavoro specifico, non

riducendo al minimo la durata e l'intensità della esposizione e non adottando, infine, metodi di lavoro

appropriati, comprese le disposizioni che garantivano la sicurezza nella manipolazione dei rifiuti contenenti

acido solfidrico.

Era stata omessa la fornitura ai lavoratori adibiti alla attività di bonifica, in particolare a … e all'operaio

lavaggista …, dei necessarie idonei dispositivi di protezione individuale, in particolare degli autorespiratori e

delle cinture di sicurezza dotate di sistema di ritenuta e richiamo e, comunque, di idoneo dispositivo di

imbracatura collegato a un sistema di sollevamento esterno, sì da consentire la immediata risalita

dell'operaio in caso di emergenza e/o il salvataggio dello stesso dall'esterno da parte di altra unità

lavorativa con funzioni di sorveglianza.

Si era consentito dunque che l'operaio … entrasse nella cisterna per procedere alla bonifica, pur apparendo

che quella cisterna fosse stata adibita al trasporto dello zolfo fuso, con conseguente reale possibilità che

nella stessa vi fossero residui di gas deleteri residuati a quel trasporto.

Non veniva impedito che il … entrasse nella cisterna senza aver prima accertato l'inesistenza nell'ambiente

confinato di gas deleteri, dunque senza aver prima accertato che nel recipiente vi fossero le condizioni

necessarie per salvaguardare la propria incolumità fisica e, comunque, senza avere preventivamente

assicurato la ventilazione, con espulsione del gas, o predisposto altri mezzi di risanamento dell'ambiente.

Non erano state nemmeno impartite dal datore di lavoro disposizioni perché il … fosse legato con cintura di

sicurezza, vigilato per tutta la durata della lavorazione e fornito delle menzionate apparecchiature di

protezione respiratoria.

Anche gli altri lavoratori non erano stati informati e formati circa i rischi derivanti dalla bonifica delle

cisterne di cui sopra, né erano stati adeguatamente istruiti in relazione alle misure di emergenza da

adottare, per il pronto soccorso, in caso di pericolo grave e immediato connesso alla nuova lavorazione

intrapresa.

Gli operai non erano stati sottoposti al necessario addestramento per l'utilizzo della cintura di sicurezza del

tipo imbracatura citata e per le precauzioni da adottare in ordine agli specifici agenti chimici pericolosi

presenti sul luogo di lavoro, all'identificazione dei medesimi, ai rischi per la sicurezza e la salute, ai relativi

valori limite di esposizione professionale ed alle azioni adeguate da intraprendere per proteggersi.

Dalla annotazione dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro si desume, inoltre, che nella (W) (E) era

incaricato anche delle funzioni di responsabile del servizio di prevenzione e protezione, ruolo vanificato

dalla lunga serie di omissioni appena riportata. … era peraltro solo un operaio lavaggista di III livello che

avrebbe dovuto svolgere mansioni di esercizio delle aree di parcheggio, così come ….

… era un operaio lavaggista di I livello, cioè aveva mansioni generiche di manovalanza e pulizia.

… era un operaio lavaggista di II livello, cioè operaio generico, addetto prevalentemente alla

movimentazione di auto.

Dunque si trattava di operai aventi mansioni generiche, certamente non rispondenti a quelle in concreto da

ciascuno espletate al momento in cui si era verificato il sinistro.

Si desume, ancora, dalla stessa annotazione di indagine che era presente nell'autolavaggio il giovane …,

autista di 3° livello superiore, dipendente della …, che ivi aveva depositato, come di solito, un veicolo di

proprietà della indicata società, ….

Costui si era avvicinato all'area del lavaggio della cisterne ed era entrato nel contenitore senza che alcun

cartello segnalasse l'esistenza del pericolo e vietasse l'accesso a qualunque soggetto non munito delle

necessarie protezioni.

I reati commessi da (E) sono stati realizzati nell'interesse ed a vantaggio della (W).

E' stato accettato quell'incarico per aprire orizzonti nuovi per la società molfettese, con la previsione di

profitti prima insperati e di ampi margini di affermazione territoriale in un settore, quello della bonifica

delle cisterne, privo di valida concorrenza nell'area geografica pugliese.

Si consideri che anche il consulente del PM, ing. …, esperto nella materia ambientale, nell'effettuare una

indagine, seppure condizionata dal limitato tempo concesso, compiuta comunque a campione sul territorio

nazionale con l'ausilio del N.O.E. dei C.C., non è riuscito a trovare una impresa del tutto abilitata al lavoro di

bonifica in discussione.

E' stato compiuto quel passo, pur sapendo di non avere un piano di valutazione dei rischi chimici. Non è

stata sostenuta la spesa occorrente per tale valutazione.

Non sono state affrontate le spese occorrenti per l'adeguamento dell'impianto allo smaltimento di rifiuti

pericolosi.

Non sono state sostenute spese per una consulenza chimica ed ambientale, per i necessari dispositivi di

protezione individuale degli operai, per l'informazione e la formazione dei medesimi nel settore ad alto

rischio, per l'acquisto di segnali di pericolo nella zona lavorativa, per le autorizzazioni necessarie in materia

ambientale e per gli apparecchi diretti a rilevare la presenza di agenti pericolosi per la salute e per la vita.

Come giustamente sottolineato dall'ing. …, un impianto in cui si svolge l'attività di bonifica di autocisterne

regolarmente autorizzata e, quindi, sottoposta al rispetto di tutte le prescrizioni autorizzative in materia di

tutela delle acque, gestione dei rifiuti, tutela dell'aria e riduzione delle emissioni ha costi di progettazione,

costruzione, manutenzione, esercizio e chiusura maggiori rispetto ad un impianto privo delle relative

autorizzazioni.

Tali maggiori costi, a titolo di esempio non esaustivo, sono conseguenti a oneri connessi all'acquisizione

delle autorizzazioni e relativi rinnovi periodici, dotazione impiantistica per lo stoccaggio (D15 e/o R13) dei

rifiuti, avvio a smaltimento/recupero dei rifiuti, oneri gestionali amministrativi connessi alla gestione dei

rifiuti (Formulari di identificazione rifiuto, registro di carico e scarico rifiuti, modello unico di dichiarazione

ambientale), caratterizzazione dei rifiuti prima dell'avvio a recupero/smaltimento, garanzie finanziarie per

l'attività di gestione rifiuti, dotazione impiantistica per la captazione e il trattamento degli effluenti gassosi,

manutenzione ordinaria dei sistemi di abbattimento delle emissioni in atmosfera, avvio a smaltimento dei

rifiuti generati dalla manutenzione dei sistemi di abbattimento delle emissioni in atmosfera, eventuali

analisi periodiche sugli effluenti gassosi.

I risparmi di spesa ottenuti dalla (W) sono palesi e considerevoli; quindi non possono essere revocate in

dubbio le condizioni per affermare la sua responsabilità ai sensi del DLG n. 231/01.

Per la (X) occorrono altre argomentazioni.

(C) è il soggetto posto al vertice della Business Unit …, che, come si è visto in giudizio, è una unità

organizzativa della (X) ed è stata dotata di autonomia finanziaria e funzionale, oltre che di risorse personali.

L'autonomia finanziaria menzionata nell'art. 5 del DLG n.231 va tenuta distinta dall'autonomia

patrimoniale.

La prima consiste infatti nella sola possibilità di dispone di risorse finanziarie per il proprio settore di attività

all'interno di una società e non concreta anche una diretta esposizione esterna con un proprio patrimonio

verso terzi, caratteristica tipica dell'altro tipo di autonomia.

L'autonomia funzionale, inoltre, attiene al compimento di attività per il perseguimento di un obiettivo

interno alla società, supportato solitamente da un sistema operativo selezionato per determinate materie o

per qualificate branche di intervento sul mercato.

E' di tutta evidenza che la Business Unit diretta dal (C) si occupasse, in via esclusiva all'interno della (X), del

settore altamente specialistico dei trasporti di sostanze chimiche. L'unità organizzativa godeva di poteri

decisionali e di spesa per tale branca operativa.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto del Lavoro A, tenute dalla Professoressa Silvana Sciarra nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo di una sentenza emessa dal Tribunale di Trani, Sez. di Molfetta, nel 2009 in tema di tutela della persona sul lavoro. La sentenza è emessa a seguito della morte di un operaio per il mancato rispetto delle normative sulla sicurezza del lavoro.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto del Lavoro A e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Sciarra Silvana.

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