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Il contrario avveniva in passato allorquando le ricadute erano unicamente sul singolo anche se l'attività

illecita era stata realizzata per procurare giovamento all'ente.

Torniamo dunque all'analisi del caso in discussione.

Nella fattispecie in esame (D)e (E) sono indicati dalle visure camerali rispettivamente come amministratori

della (Y) e della (W). Si tratta dunque delle due figure apicali delle società in questione.

Ovviamente la formula elastica del testo normativo nella individuazione dei soggetti in posizione apicale fa

riferimento anche ad un criterio obiettivo e funzionale, che nella specie è rispettato, vertendo la loro

identificazione sull'effettivo esercizio di quelle cariche gestionali, comprendenti profili di direzione e di

controllo, come emerso ripetutamente nel corso dell'istruttoria dibattimentale.

La responsabilità della società (W) sussiste, d'altronde, anche se il relativo reato commesso

dall'amministratore si è ovviamente estinto per morte del reo (art. 150 c.p.), prescrivendo l'art. 8 del DLG

231/01 che il coinvolgimento dell'ente perduri quando il reato sia estinto per una causa diversa

dall'amnistia.

Per le due società ricorre dunque il requisito dell'ascrizione delle condotte ai soggetti in posizione apicale.

Per (Y) è acclarata la circostanza che non vi fosse un modello organizzativo prima della commissione del

fatto e che tale documento organizzativo non sia stato adottato neanche fino alla emanazione della

presente decisione.

Due sono gli effetti a tal proposito:

1) l'esimente dell'art. 6 non può operare;

2) la sanzione finale non deve essere ridotta ai sensi dell'art. 12 del DLG 231, atteso che siffatta attenuante

trova applicazione solo se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, è stato

adottato e reso operativo un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della stessa specie di quello

verificatosi.

La responsabilità della (Y) è evidente anche nel solco della previsione dell'art. 5 del DLG n. 231.

Non vi è dubbio infatti sul fatto che il (D) avesse posto in essere la condotta nell'interesse della società

amministrata.

Per un verso era interesse della (Y) quello di non ignorare e di non scontentare una richiesta proveniente

dalla (X), dal momento che quest'ultima era una cliente importantissima della stessa società barese.

Di fronte alla richiesta di effettuare la bonifica delle cisterne la società (Y) si era sentita costretta a darsi da

fare in ogni modo per soddisfare un bisogno sopravvenuto della potente cliente e non a caso si era

cimentata in una attività mai curata prima, procedendo alla ricerca di una impresa che non era di certo

agevolmente individuabile.

Si trattava di perseguire in tal modo un interesse strategico dell'impresa, volto a garantire ogni servizio

possibile alla importante cliente richiedente, ciò per evitare che una lacuna operativa potesse essere

colmata da terzi in grado poi, per l'elasticità operativa offerta, di sostituirsi nella relazione contrattuale

consolidatasi fino a quel momento.

Vi è stato anche un vantaggio per la società barese, che attesta anche un interesse iniziale di taglio

economico.

Essa infatti, individuando con le descritte scriteriate modalità la (W) e così sconfinando dalle proprie

competenze in un settore prima mai battuto (come dimostrato dall'istruttoria dibattimentale), ottenne

anche un vantaggio economico, rappresentato dal corrispettivo ottenuto per il trasporto delle cisterne

dallo scalo ferroviario fino all'impianto della (W), nonché per il viaggio di ritorno.

Le voci fatturate dalla (Y) a tal proposito, tenute distinte per il costo del viaggio e per il rimborso della

bonifica, inchiodano alle proprie responsabilità la medesima società nell'ingranaggio della disciplina del DLG

n. 231.

Vi sono allora tutte le condizioni previste dalla legge speciale per attribuire la responsabilità

"amministrativa" alla società barese.

Nei riguardi della (W) è pienamente dimostrata, sia dalle evidenze documentali sia dalle indagini riportate

nell'istruttoria, la circostanza che non vi fosse un modello organizzativo adottato prima della commissione

del fatto.

Ne deriva che l'esimente dell'art. 6 non può operare anche per tale società molfettese.

Il difensore della società in questione ha prodotto i documenti di valutazione dei rischi redatti nel marzo

2009 ai sensi degli arti. 26 e 28 del d.lgs. 81/08.

Ha voluto sostenere l'equiparazione concreta tra tali documenti ed il modello organizzativo e gestionale

della legge speciale in esame.

I documenti prodotti sono stati redatti prima dell'apertura del dibattimento, comunque dopo i tragici

accadimenti esaminati.

Essi non potrebbero in ogni caso assumere valenza nella direzione dell'art. 6 e, nell'accezione interpretativa

della difesa, dovrebbero unicamente condurre al riconoscimento della fattispecie attenuata.

E' tuttavia evidente che il sistema introdotto dal DLG n. 231 del 2001 impone alle imprese di adottare un

modello organizzativo diverso e ulteriore rispetto a quello previsto dalla normativa antinfortunistica, onde

evitare in tal modo la responsabilità amministrativa.

Non a caso, mentre i documenti presentati dalla difesa sono stati redatti a mente degli artt. 26 e 28 del DLG

81/08, il modello di organizzazione e gestione del DLG 231/01 è contemplato dall'art. 30 del DLG 81/08,

segnando così una distinzione non solo nominale ma anche funzionale. Tale ultimo articolo riprende

l'articolazione offerta dal DLG 231/01 e ne pone in evidenza anche i seguenti aspetti cruciali, che

differenziano il modello da un mero documento di valutazione di rischi:

l) la necessaria vigilanza sull'adempimento degli obblighi, delle procedure e delle istruzioni di lavoro in

sicurezza;

2) le periodiche verifiche dell'applicazione e dell'efficacia delle procedure adottate;

3) la necessità di un idoneo sistema di controllo sull'attuazione del medesimo modello e sul mantenimento

nel tempo della condizioni di idoneità delle misure adottate;

4) l'individuazione di un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate

nel modello.

Perciò il modello immaginato dal legislatore in questa materia è un modello ispirato a distinte finalità che

debbono essere perseguite congiuntamente: quella organizzativa, orientata alla mappatura ed alla gestione

del rischio specifico nella prevenzione degli infortuni; quella di controllo sul sistema operativo, onde

garantirne la continua verifica e l'effettivà.

Non è possibile che una semplice analisi dei rischi valga anche per gli obiettivi del DLG n. 231. Anche se

sono ovviamente possibili parziali sovrapposizioni, è chiaro che il modello teso ad escludere la

responsabilità societaria è caratterizzato anche dal sistema di vigilanza che, pure attraverso obblighi diretti

ad incanalare le informazioni verso la struttura deputata al controllo sul funzionamento e sull'osservanza,

culmina nella previsione di sanzioni per le inottemperanze e nell'affidamento di poteri disciplinari al

medesimo organismo dotato di piena autonomia. Queste sono caratteristiche imprescindibili del modello

organizzativo.

Ad esse vanno cumulate le previsioni, altrettanto obbligatorie nel modello gestionale del DLG 231 ma non

presenti nel documento di valutazione dei rischi, inerenti alle modalità di gestione delle risorse finanziarie

idonee ad impedire la commissione dei reati.

Peraltro, mentre il documento di valutazione di un rischio è rivolto anche ai lavoratori per informarli dei

pericoli incombenti in determinate situazioni all'interno del processo produttivo e quindi è strutturato in

modo da garantire a tali destinatari una rete di protezione individuale e collettiva perché addetti

concretamente a determinate mansioni, il modello del DLG n. 231 deve rivolgersi non tanto a tali soggetti

che sono esposti al pericolo di infortunio, bensì principalmente a coloro che, in seno all'intera compagine

aziendale, sono esposti al rischio di commettere reati colposi e di provocare quindi le lesioni o la morte nel

circuito societario, sollecitandoli ad adottare standard operativi e decisionali predeterminati, in grado di

obliterare una responsabilità dell'ente.

Dall'analisi dei rischi del ciclo produttivo l'attenzione viene spostata anche ai rischi del processo

decisionale finalizzato alla prevenzione.

Dalla focalizzazione delle procedure corrette del ciclo produttivo, per la parte riferibile alla sfera esecutiva

dei lavoratori, si passa anche alla cruciale individuazione dei responsabili dell'attuazione

dei protocolli decisionali, finanziari e gestionali occorrenti per scongiurare quei rischi.

Si tratta, come chiarito, di evitare la commissione di reati in materia di infortuni sul lavoro da parte

dei garanti dell'incolumità fisica dei lavoratori.

E' evidente, di conseguenza, che i due documenti di valutazione dei rischi prodotti dalla difesa della

(W) abbiano una destinazione diversa sul piano funzionale e giuridico rispetto al modello della legge

speciale in esame.

Essi non possono in alcun modo costituire un surrogato di un modello organizzativo e gestionale, che è

stato congegnato per scopi diversi, anche se mediatamente sempre a favore dei lavoratori, e che per

questo risulta strutturato normativamente con precipue ramificazioni attuative, ben marcate e polivalenti.

La responsabilità della (W) va agganciata ai reati commessi da (E), che, pur essendo anche socio, di certo

non agiva per diretti interessi personali.

Sostanzialmente sono state accertate, a carico di (E), le seguenti condotte colpose specifiche, che si

aggiungono alla violazione dell'art. 2087 del Codice Civile, per non avere egli ottemperato all'obbligo

giuridico di garantire l'incolumità fisica e la salvaguardia della personalità morale dei prestatori di lavoro

dipendenti.

Era stata omessa l'elaborazione del documento contenente la relazione sulla valutazione dei rischi per la

sicurezza e la salute dei lavoratori dipendenti non soltanto con riferimento alla generica attività di

autolavaggio e rimessaggio ma anche con riferimento alla attività di bonifica successivamente intrapresa.

Era stata omessa la rielaborazione della valutazione dei rischi per la sicurezza e per la salute dei lavoratori,

in occasione dell'intrapreso nuovo servizio di bonifica delle cisterne, implicante una modifica significativa ai

fini della sicurezza della salute dei lavoratori impiegati presso l'impianto della (W).

Era stata omessa la preventiva determinazione, nella valutazione sopra indicata, dell'eventuale presenza di

agenti chimici pericolosi sul luogo di lavoro, e, in particolare, dell'acido solfidrico, circostanza verificabile

con misuratori o indicatori presenti in commercio.

Era stata omessa la valutazione anche dei rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori derivanti dalla

presenza di tale agente chimico.

Era stata omessa la richiesta al committente della consegna della "scheda dati di sicurezza" relativa al

prodotto trasportato dalla cisterna da bonificare, circostanza che, come regola sociale di prudenza, avrebbe

consentito di apprendere informazioni utili all'atto della manipolazione delle sostanze a fini di bonifica della

cisterna.

Era stata comunque omessa una assunzione delle doverose informazioni sulla salute e sulla sicurezza per

tale ambito della sicurezza.

Era stata omessa l'eliminazione dei rischi derivanti dagli agenti chimici o, comunque, non era stato reso

possibile il contenimento di quei rischi al minimo, non fornendo attrezzature idonee al lavoro specifico, non

riducendo al minimo la durata e l'intensità della esposizione e non adottando, infine, metodi di lavoro

appropriati, comprese le disposizioni che garantivano la sicurezza nella manipolazione dei rifiuti contenenti

acido solfidrico.

Era stata omessa la fornitura ai lavoratori adibiti alla attività di bonifica, in particolare a … e all'operaio

lavaggista …, dei necessarie idonei dispositivi di protezione individuale, in particolare degli autorespiratori e

delle cinture di sicurezza dotate di sistema di ritenuta e richiamo e, comunque, di idoneo dispositivo di

imbracatura collegato a un sistema di sollevamento esterno, sì da consentire la immediata risalita

dell'operaio in caso di emergenza e/o il salvataggio dello stesso dall'esterno da parte di altra unità

lavorativa con funzioni di sorveglianza.

Si era consentito dunque che l'operaio … entrasse nella cisterna per procedere alla bonifica, pur apparendo

che quella cisterna fosse stata adibita al trasporto dello zolfo fuso, con conseguente reale possibilità che

nella stessa vi fossero residui di gas deleteri residuati a quel trasporto.

Non veniva impedito che il … entrasse nella cisterna senza aver prima accertato l'inesistenza nell'ambiente

confinato di gas deleteri, dunque senza aver prima accertato che nel recipiente vi fossero le condizioni

necessarie per salvaguardare la propria incolumità fisica e, comunque, senza avere preventivamente

assicurato la ventilazione, con espulsione del gas, o predisposto altri mezzi di risanamento dell'ambiente.

Non erano state nemmeno impartite dal datore di lavoro disposizioni perché il … fosse legato con cintura di

sicurezza, vigilato per tutta la durata della lavorazione e fornito delle menzionate apparecchiature di

protezione respiratoria.

Anche gli altri lavoratori non erano stati informati e formati circa i rischi derivanti dalla bonifica delle

cisterne di cui sopra, né erano stati adeguatamente istruiti in relazione alle misure di emergenza da

adottare, per il pronto soccorso, in caso di pericolo grave e immediato connesso alla nuova lavorazione

intrapresa.

Gli operai non erano stati sottoposti al necessario addestramento per l'utilizzo della cintura di sicurezza del

tipo imbracatura citata e per le precauzioni da adottare in ordine agli specifici agenti chimici pericolosi

presenti sul luogo di lavoro, all'identificazione dei medesimi, ai rischi per la sicurezza e la salute, ai relativi

valori limite di esposizione professionale ed alle azioni adeguate da intraprendere per proteggersi.

Dalla annotazione dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro si desume, inoltre, che nella (W) (E) era

incaricato anche delle funzioni di responsabile del servizio di prevenzione e protezione, ruolo vanificato

dalla lunga serie di omissioni appena riportata. … era peraltro solo un operaio lavaggista di III livello che

avrebbe dovuto svolgere mansioni di esercizio delle aree di parcheggio, così come ….

… era un operaio lavaggista di I livello, cioè aveva mansioni generiche di manovalanza e pulizia.

… era un operaio lavaggista di II livello, cioè operaio generico, addetto prevalentemente alla

movimentazione di auto.

Dunque si trattava di operai aventi mansioni generiche, certamente non rispondenti a quelle in concreto da

ciascuno espletate al momento in cui si era verificato il sinistro.

Si desume, ancora, dalla stessa annotazione di indagine che era presente nell'autolavaggio il giovane …,

autista di 3° livello superiore, dipendente della …, che ivi aveva depositato, come di solito, un veicolo di

proprietà della indicata società, ….

Costui si era avvicinato all'area del lavaggio della cisterne ed era entrato nel contenitore senza che alcun

cartello segnalasse l'esistenza del pericolo e vietasse l'accesso a qualunque soggetto non munito delle

necessarie protezioni.

I reati commessi da (E) sono stati realizzati nell'interesse ed a vantaggio della (W).

E' stato accettato quell'incarico per aprire orizzonti nuovi per la società molfettese, con la previsione di

profitti prima insperati e di ampi margini di affermazione territoriale in un settore, quello della bonifica

delle cisterne, privo di valida concorrenza nell'area geografica pugliese.

Si consideri che anche il consulente del PM, ing. …, esperto nella materia ambientale, nell'effettuare una

indagine, seppure condizionata dal limitato tempo concesso, compiuta comunque a campione sul territorio

nazionale con l'ausilio del N.O.E. dei C.C., non è riuscito a trovare una impresa del tutto abilitata al lavoro di

bonifica in discussione.

E' stato compiuto quel passo, pur sapendo di non avere un piano di valutazione dei rischi chimici. Non è

stata sostenuta la spesa occorrente per tale valutazione.

Non sono state affrontate le spese occorrenti per l'adeguamento dell'impianto allo smaltimento di rifiuti

pericolosi.

Non sono state sostenute spese per una consulenza chimica ed ambientale, per i necessari dispositivi di

protezione individuale degli operai, per l'informazione e la formazione dei medesimi nel settore ad alto

rischio, per l'acquisto di segnali di pericolo nella zona lavorativa, per le autorizzazioni necessarie in materia

ambientale e per gli apparecchi diretti a rilevare la presenza di agenti pericolosi per la salute e per la vita.

Come giustamente sottolineato dall'ing. …, un impianto in cui si svolge l'attività di bonifica di autocisterne

regolarmente autorizzata e, quindi, sottoposta al rispetto di tutte le prescrizioni autorizzative in materia di

tutela delle acque, gestione dei rifiuti, tutela dell'aria e riduzione delle emissioni ha costi di progettazione,

costruzione, manutenzione, esercizio e chiusura maggiori rispetto ad un impianto privo delle relative

autorizzazioni.

Tali maggiori costi, a titolo di esempio non esaustivo, sono conseguenti a oneri connessi all'acquisizione

delle autorizzazioni e relativi rinnovi periodici, dotazione impiantistica per lo stoccaggio (D15 e/o R13) dei

rifiuti, avvio a smaltimento/recupero dei rifiuti, oneri gestionali amministrativi connessi alla gestione dei

rifiuti (Formulari di identificazione rifiuto, registro di carico e scarico rifiuti, modello unico di dichiarazione

ambientale), caratterizzazione dei rifiuti prima dell'avvio a recupero/smaltimento, garanzie finanziarie per

l'attività di gestione rifiuti, dotazione impiantistica per la captazione e il trattamento degli effluenti gassosi,

manutenzione ordinaria dei sistemi di abbattimento delle emissioni in atmosfera, avvio a smaltimento dei

rifiuti generati dalla manutenzione dei sistemi di abbattimento delle emissioni in atmosfera, eventuali

analisi periodiche sugli effluenti gassosi.

I risparmi di spesa ottenuti dalla (W) sono palesi e considerevoli; quindi non possono essere revocate in

dubbio le condizioni per affermare la sua responsabilità ai sensi del DLG n. 231/01.

Per la (X) occorrono altre argomentazioni.

(C) è il soggetto posto al vertice della Business Unit …, che, come si è visto in giudizio, è una unità

organizzativa della (X) ed è stata dotata di autonomia finanziaria e funzionale, oltre che di risorse personali.

L'autonomia finanziaria menzionata nell'art. 5 del DLG n.231 va tenuta distinta dall'autonomia

patrimoniale.

La prima consiste infatti nella sola possibilità di dispone di risorse finanziarie per il proprio settore di attività

all'interno di una società e non concreta anche una diretta esposizione esterna con un proprio patrimonio

verso terzi, caratteristica tipica dell'altro tipo di autonomia.

L'autonomia funzionale, inoltre, attiene al compimento di attività per il perseguimento di un obiettivo

interno alla società, supportato solitamente da un sistema operativo selezionato per determinate materie o

per qualificate branche di intervento sul mercato.

E' di tutta evidenza che la Business Unit diretta dal (C) si occupasse, in via esclusiva all'interno della (X), del

settore altamente specialistico dei trasporti di sostanze chimiche. L'unità organizzativa godeva di poteri

decisionali e di spesa per tale branca operativa.

Interrogato dal PM il 18.3.2008, proprio l'imputato (C) ha precisato il proprio ruolo professionale e la natura

della struttura milanese:

- "Io ho due incarichi nell'ambito del gruppo delle …: uno principale a Roma dove sono direttore

commerciale della divisione …, l'altro a Milano come responsabile della Business Unit … di (X)";

- "Io sono responsabile della Business Unit, con questo ruolo io ho il compito di portare avanti, sviluppare la

Business Unit dal punto di vista commerciale e quindi raggiungere determinati obiettivi che abbiamo di

posizionamento sui mercati";

- "Proprio in relazione al mio ruolo, io ho il rapporto commerciale col cliente, nel senso che concordiamo e

definiamo il contratto, che viene sottoscritto da me".

E' stata depositata la carta organizzativa unitamente alle Key Figures della (X) - B.U. …

Dalla carta organizzativa si desume essenzialmente che nel marzo del 2008, epoca del tragico incidente in

discussione, la B.U. … era così organizzata:

- aveva una consistenza di 69 risorse umane;

- era diretta dal dott. (C);

- in posizione sottordinata rispetto al (C), operava innanzitutto …, quale responsabile commerciale

operativo;

- immediatamente al di sotto del … operava l'imputato (B), inquadrato sempre nel settore commerciale

della società.

L'inosservanza degli obblighi di direzione e di vigilanza del (C) ha reso possibili dunque anche le condotte di

(B), sottoposto al primo nella struttura organizzativa della Business Unit.

Anche (B) fu interrogato il 18 marzo dei 2008 e precisò di avere poteri di spesa, ma sempre e solo "nei limiti

del programma che noi abbiamo fatto, quindi nei limiti dello studio che è stato approvato e condiviso dal

dottor … e dal dottor (C)".

Spiegò, infine, che nell'ambito della Business Unit il dott. …, col quale venivano condivisi gli studi dei

progetti, aveva una responsabilità generale rispetto a tutti i progetti, "per quanto riguarda la parte

economico-finanziaria".

Tanto conferma dunque che la Business Unit fosse una unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria

e funzionale con a capo il (C).

Ciò posto, occorre soffermarsi sull'interesse o sul vantaggio tratti dalla (X) per effetto delle condotte

colpose addebitabili al (C) ed al (B).

A tal fine debbono essere riprese alcune osservazioni, costituenti il frutto degli approfondimenti svolti in

altri passaggi della presente motivazione.

(C) era in posizione gerarchicamente superiore rispetto al (B).

Lo studio per la conversione del trasporto fu compiuto dai due unitamente al ..., che curò solo l'aspetto

economico-finanziario.

La scelta di cambiare le valvole di scarico fu adottata dal (C), con l'ausilio del (B).

La bonifica era stata decisa da entrambi, perché era ritenuta necessaria per il cambiamento della merce

trasportata.

Il (C) non partecipò unicamente alla decisione inerente al numero delle cisterne da destinare al trasporto

dell'acido solforico.

Premesso allora che la bonifica era un intervento ritenuto necessario dal (C), perché imposto dalla

normativa internazionale, occorre chiedersi per quale ragione egli non avesse pianificato correttamente

l'esecuzione, avendo cura di far predisporre un progetto esecutivo al riguardo e di analizzarlo

personalmente per il profilo della sicurezza.

Con le dichiarazioni rese nell'interrogatorio il (C) ha dato concreta dimostrazione di non aver impartito

direttive, di non essere stato informato e di non essere affatto a conoscenza delle operazioni di bonifica,

come se tale operazione fondamentale, non equiparabile di certo a quella obiettivamente di minima

importanza della modifica della valvola di fondo, fosse trascurabile.

In realtà, la bonifica, che non era un semplice lavaggio, riguardava cisterne che avevano trasportato un

prodotto pericoloso, richiedeva l'assunzione di informazioni specifiche sulla manipolazione e sulla

eliminazione dei residui pericolosi, imponeva la scelta di una impresa abilitata sul piano tecnico e

normativo per l'attuazione dell'intervento e richiedeva la trasmissione di ogni dato di rischio alla società

individuata.

La bonifica non era in altri termini una operazione ordinaria.

Essa doveva rientrare tra i compiti di pianificazione o almeno di accurata vigilanza del (C).

Né può ipotizzarsi una ripartizione di competenze interne a tal proposito.

Essa non è tracciata da alcun documento.

Non può prospettarsi una delega interna.

Certamente il (B) è stato indicato da numerosi testi come colui che aveva progettato le cisterne ed aveva

"coordinato" il trasporto di zolfo liquido.

In verità, si badi, intanto la modifica della cisterna e la sua bonifica rientravano nel diverso piano gestionale

del trasporto dell'acido solforico e quindi non avevano alcun intreccio reale, né contrattuale né operativo,

con il precedente trasporto chimico.

Si trattava in sostanza di una nuova operazione con la medesima cliente.

Ne deriva che il (C) non poteva sottrarsi alle sue responsabilità concrete di controllo dell'intera operazione

di conversione del trasporto e non per nulla aveva partecipato alla fase della programmazione, non

occupandosi personalmente solo della individuazione del numero delle cisterne occorrenti in rapporto al

prodotto da trasportare.

Una circostanza che va debitamente rimarcata è rappresentata dal fatto che la bonifica non fosse una

operazione ordinaria anche per le difficoltà, risultate evidenti, di individuare una impresa idonea a

tal fine.

La testimonianza di … ha posto in evidenza che in Puglia non ci fossero imprese che potessero occuparsi di

tale pericolosa bonifica.

L'intervento era dunque straordinario sia per i rischi connessi, sia per la palese impossibilità di compierlo

con i dovuti presidi antinfortunistici, sia per la necessità di far ricorso a strutture autorizzate allo

smaltimento dei rifiuti pericolosi.

Questi aspetti non devono in alcun modo essere tralasciati.

Il soggetto in posizione apicale nell'unità operativa doveva necessariamente occuparsi in prima persona

dell'individuazione di una strada praticabile per un problema così imponente a lui stesso noto ed avrebbe

dovuto evitare che fossero adottate soluzioni sommarie e rapide, per eludere quelle serie difficoltà

operative.

Il rilievo che egli non avesse seguito in alcun modo, per quanto consta, quella delicatissima fase della

bonifica consente di disegnare marcatamente la sua responsabilità penale.

Non si potevano convertire rapidamente le cisterne senza prima individuare le esatte modalità di una

bonifica altamente pericolosa.

Se si fosse attivato in tal senso, il (C), accortosi dell'impossibilità della (Y) ad effettuare direttamente la

bonifica e ad occuparsi di una operazione esulante dalle sua competenze aziendali, nonché resosi conto

dell'inadeguatezza della (W) a compierla con la sua ordinaria struttura organizzativa, avrebbe imposto una

linea operativa atta a garantire la sicurezza delle persone.

Del resto, la delicatezza dell'operazione di bonifica, per quanto già ribadito, non poteva non essere

abbracciata da una rigorosa pianificazione aziendale della B.U. … nel primo livello gerarchico superiore,

essendo vasti e plurimi gli interessi ed i riverberi in gioco: ricerche sul territorio nazionale di imprese

idonee; scelta di impianti attrezzati per prevenire rischi chimici; trasmissione delle informazioni sui rischi

del trattamento delle sostanze contenute nelle cisterne; possesso di autorizzazioni ambientali per le

imprese abilitate; corretto smaltimento dei rifiuti eliminati dalle cisterne; tutela della vita dei lavoratori

impiegati nelle operazioni di bonifica; garanzie di sicurezza e di protezione anche della salute pubblica.

La lacuna per tali profili è enorme e la sussistenza della colpa del (C), che avrebbe dovuto dare la sua

impronta dirigenziale con l'occorrente attenzione in questi ambiti importanti per la (X), per lo Stato e per la

collettività, è palese.

Né si può dubitare della necessità di pretendere rigore di analisi e valutazione da una società che si è

affermata nel panorama internazionale dei trasporti e che ha risorse finanziarie, economiche e personali

per offrire servizi efficaci e completi anche nel ramo della sicurezza delle persone e della tutela ambientale.

In tal guisa si coglie agevolmente che il (C) ed il (B) avevano agito nell'interesse esclusivo della (X):

occorreva "convertire" le cisterne al più presto, eliminare i residui dopo le contestazioni della … e dar corso

in tempi strettissimi al nuovo piano di trasporto dell'acido solforico; era indispensabile anche evitare ogni

complicazione legata allo smaltimento dei residui pericolosi del precedente trasporto di zolfo liquido.

La condotta colposa aveva generato anche significativi vantaggi economici per la (X) spa: erano stati evitati i

disagi ed i costi connessi con la complessa ricerca di una impresa idonea, affidandosi per tale operazione

all'incapace (Y), mai occupatasi di tale ambito operativo e coinvolta solo perchè in continuo contatto per il

servizio contrattuale di trasporto su gomma e quindi interessata a soddisfare ogni pretesa della richiedente,

anche per l'influenza di quest'ultima per la sua posizione dominante nell'interazione negoziale; erano state

evitate le spese connesse con lo spostamento della cisterna in altro luogo attrezzato per la bonifica,

sicuramente più lontano da Bari rispetto all'ubicazione dell'impianto della (W); erano state eluse le spese

connesse con il costo di una bonifica in sicurezza, essendosi rivolti di fatto ad una società non attrezzata per

tale intervento e quindi con oneri gestionali decisamente più contenuti.

Occorre ora fissare l'attenzione sul modello organizzativo che la (X) spa ha adottato con la delibera del

18.3.2009 del Consiglio di Amministrazione.

Si deve comprendere quali riverberi possa avere tale atto sulla responsabilità "amministrativa" della

medesima società.

E' evidente che la sottoposizione di tale modello è stata effettuata in dibattimento per conseguire solo una

riduzione di sanzione, dato che l'adozione è avvenuta in data posteriore alle condotte contestate.

Peraltro dal verbale del Consiglio di Amministrazione del 19.3.2008 (pure depositato dalla difesa della

società) risulta che era sorta l'urgenza di dare corso alle attività di predisposizione del modello, ciò

evidentemente perché era da poco accaduto l'incidente della (W) e si avvertiva già la necessità di

approntare il documento in tempi brevi per cercare di circoscrivere gli effetti delle proprie responsabilità

"amministrative".

La … spa aveva un proprio modello organizzativo adottato con delibera del 28.2.2007.

E' chiaro che tale modello non potesse abbracciare i reati di cui all'art. 25-septies del DLG n. 231, dal

momento che siffatta disposizione fu introdotta solo dalla legge n. 123 del 03.8.2007.

La… spa in data 24.4.2007 incorporò la …, che divenne una sua divisione interna.

Dal 3.10.2007 la … spa assunse la denominazione di (X).

Il nodo centrale dell'esame verte allora sulle espressioni usate dal legislatore nell'art. 6 comma primo

lettera a) e nell'art. 12 comma secondo lettera b) del d.lgs. n. 231/01.

In entrambi i passaggi esplicativi si stabilisce limpidamente che l'organo dirigente deve adottare ed

efficacemente attuare modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello

verificatosi.

Le fasi di studio attengono principalmente alla predeterminazione dei beni oggetto della tutela giuridica,

all'orientamento delle condotte individuali nella direzione della eliminazione del rischio di lesione dei

singoli beni protetti ed alla concreta efficacia delle contromisure prescelte. Il compito del giudice non è

ovviamente solo quello di prendere atto dell'esistenza di un modello o della sua rispondenza ai codici di

comportamento, redatti dalle associazioni rappresentative degli enti ed esaminati dalle autorità pubbliche.

Senza che si possa così giungere a denunciare una intrusione nelle dinamiche interne della società, il

giudice deve valutarne in primo luogo l'idoneità, accertando se l'analisi dei rischi sia stata integrale, se le

procedure tracciate spieghino la loro utilità sul piano preventivo e se il sistema sia caratterizzato dai

meccanismi correttivi, affidati ad un organismo di controllo munito anche di poteri disciplinari efficaci.

Il reale pericolo, manifestato chiaramente nelle relazione al decreto legislativo ed anche da autorevoli

posizioni dottrinarie, è infatti che il modello organizzativo e gestionale divenga una "operazione di mera

facciata", priva di reale efficacia preventiva.

Occorre evitare che il chiaro proposito della legge, che è di ottenere una reale vocazione preventiva dei

modelli per minimizzare il rischio di reato nelle organizzazioni a struttura complessa, sia vanificato perché in

sostanza interpretato come un rituale di portata meramente burocratica.

Una volta stabilito che il modello adottato sia effettivamente idoneo, la valutazione deve essere spostata

sulla fase della implementazione, ossia della attuazione e della verifica della sua concreta efficacia,

Ebbene, leggendo le pagine, a partire da quella n. 76, che si occupano dei reati di cui all'art. 25 septies nel

modello adottato dalla (X), si apprezza una gravissima lacuna, che attiene proprio a situazioni di rischio

come quella verificatasi nella vicenda penale in discussione. Il sistema predisposto nel documento non

prende in considerazione i rischi derivanti dai contatti che la società può avere seguendo le stesse modalità

decisionali ed esecutive che hanno portato alla verificazione degli eventi letali nel caso in esame.

L'impianto del modello non considera che, allorquando non siano coinvolti soggetti dipendenti della (X), sia

necessario adottare in ogni modo cautele e regole per evitare che dipendenti di terzi possano subire lesioni

o perdere la vita per infrazioni commesse dai loro datori di lavoro nel movimentare, nel gestire o nel

trattare mezzi di trasporto contenenti sostanze pericolose, anche se rimaste in via residuale, gestite dalla

stessa società di trasporto.

E' chiaro che il controllo dei rischi non può esaurirsi nell'ambito della struttura organizzativa ed aziendale

della società in questione, ma deve essere esteso anche all'osservanza delle medesime regole da parte dei

soggetti che entrano, direttamente o indirettamente, in contatto con le sostanze chimiche, detenute

proprio nei mezzi di trasporto gestiti dalla (X).

L'anello debole della catena operativa che ha portato agli eventi tragici non è chiaramente analizzato e di

conseguenza la fragilità del sistema manifestatasi in tutta evidenza nel caso in esame non è stata scardinata

debitamente nel modello presente in atti.

Nella fattispecie che ci occupa, infatti, l'inosservanza delle regole, tecniche e sociali, di tipo antinfortunistico

presso la (W) si è sovrapposta alle responsabilità colpose degli operatori della (X), che hanno permesso

l'affidamento del pericoloso lavoro a quella inidonea società per il tramite della (Y).

Vista l'impostazione del depositato modello organizzativo e gestionale verso uno schema essenzialmente

ed esclusivamente diretto a prevenire infortuni dei propri dipendenti o di soggetti presenti nel proprio

ambiente, deve constatarsi che nel medesimo atto non sia stata prevista alcuna specifica procedura per

assicurare il passaggio di informazioni sui rischi dei prodotti pericolosi nelle relazioni commerciali con altre

società che potrebbero essere chiamate, anche per il tramite di altri affidatati, ad operare servizi di

qualunque genere nell'interesse della medesima società.

Non risulta attivata alcuna procedura standard di tipo decisionale per una corretta individuazione di

soggetti giuridici esterni in grado di assicurare, sul piano negoziale, imprenditoriale e legale, tutti i tipi di

servizi nel settore specialistico della chimica, al fine di evitare pregiudizi ai dipendenti di tali terzi in luoghi

di lavoro non direttamente controllati dalla (X).

Non consta nemmeno la basilare previsione di protocolli operativi atti a garantire una attività di controllo

preventivo dell'esistenza dei presidi antinfortunistici e del loro corretto uso negli impianti aziendali di terzi,

i cui dipendenti possono essere sollecitati a prestare attività rischiose a favore della (X) nel settore chimico.

Non risulta neanche la previsione di strumenti atti a garantire simili risultati di generale sicurezza sul lavoro,

ad esempio con l'obbligo di inserimento di clausole contenenti sanzioni contrattuali a carico di terzi che

potrebbero essere inadempienti rispetto agli obiettivi comuni prefissi oppure con l'adozione negoziale di

poteri ispettivi sull'andamento delle attività nelle aziende esterne, onde verificare direttamente

l'osservanza delle norme di prevenzione, specificamente concernenti il lavoro affidato.

Difettano, per un verso, una specifica responsabilizzazione per tali importanti profili e, per altro verso,

l'identificazione puntuale dei soggetti deputati al rispetto di regole precauzionali e dunque assoggettabili a

sanzioni disciplinari da parte dell'organismo di vigilanza.

Non appare ultroneo osservare che la particolare posizione della (X) nel settore chimico nazionale

imponeva una trattazione approfondita dei temi della prevenzione sul lavoro, dovendosi segnalare che al

contenuto tipico di un modello organizzativo e gestionale, finalizzato alla prevenzione del rischio generico,

doveva essere affiancata la disamina della gestione del rischio specifico legato al peculiare ramo sensibile

d'impresa.

Ciò deve avvenire soprattutto, come accaduto nella specie, allorquando il modello venga adottato sulla

base di una esperienza negativa che ha messo in luce le larghe maglie esistenti nella tutela dei beni giuridici

in esame.

Da quanto esposto discende l'inidoneità del depositato modello organizzativo e gestionale a prevenire reati

della stessa origine di quelli per cui si procede.

Non occorre soffermarsi dunque sulla efficacia del sistema disciplinare, atteso che ogni valutazione al

riguardo, peraltro di fatto non consentita al giudicante perché gli allegati del modello non sono stati

prodotti (incluso l'allegato 5 inerente proprio al sistema disciplinare), risulta assorbita interamente dal

primo profilo esaminato; tanto ha reso superflua una richiesta del giudicante volta a sollecitare

l'integrazione della produzione difensiva per l'ulteriore profilo.

La (X) spa non può ottenere pertanto la riduzione della sanzione pecuniaria prevista quale conseguenza

giuridica della sua responsabilità.

Affermata dunque la responsabilità delle società coinvolte ed esclusa la possibilità di concedere attenuanti,

si deve procedere alla determinazione delle sanzioni.

Va ricordato al riguardo che la normativa è mutata con riguardo a tale aspetto.

L'art. 9 della legge 123/07 chiariva che, in relazione ai delitti di cui agii articoli 589 e 590, terzo comma, del

codice penale, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell'igiene e della

salute sul lavoro, si applicava una sanzione pecuniaria in misura non inferiore a mille quote e che, nel caso

di condanna per uno dei delitti di cui al comma 1, si applicavano le sanzioni interdittive di cui all'articolo 9,

comma 2, per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore ad un anno.

Con l'art. 300 del DLG 81/08, l'articolo 25 septies del decreto legislativo 8 giugno 2001 n, 231 è stato

sostituito dal seguente:

1. In relazione al delitto di cui all'articolo 589 del codice penale, commesso con violazione. dell'articolo 55,

comma 2, del decreto legislativo attuativo della delega di cui alla legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di

salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura pari a 1.000 quote. Nel caso di

condanna per il delitto di cui al precedente periodo si applicano le sanzioni interdittive di cui all'articolo 9,

comma 2, per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore ad un anno.

2. Salvo quanto previsto dal comma 1, in relazione al delitto di cui all'articolo 589 del codice penale,

commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione

pecuniaria in misura non inferiore a 250 quote e non superiore a 500 quote. Nel caso di condanna per il

delitto di cui al precedente periodo si applicano le sanzioni interdittive di cui all'articolo 9, comma 2, per

una durata non inferiore a tre mesi e non superiore ad un anno.

3. In relazione al delitto di cui all'articolo 590, terzo comma, del codice penale, commesso con violazione

delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura non

superiore a 250 quote. Nel caso di condanna per il delitto di cui al precedente periodo si applicano le

sanzioni interdittive di cui all'articolo 9, comma 2, per una durata non superiore a sei mesi.

Tenuto conto dell'entità delle sanzioni, divenute più lievi nella nuova legge, bisogna inevitabilmente far leva

sulla disposizione più favorevole ai sensi del richiamato art. 3, terzo comma, del complesso normativo in

esame.

Non vi è stata violazione dell'articolo 55, comma 2, del decreto legislativo attuativo della delega di cui alla

legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di salute e sicurezza sul lavoro, per cui non si applica la sanzione

pecuniaria in misura pari a 1.000 quote e trova applicazione il secondo comma, secondo il quale in

relazione al delitto di cui all'articolo 589 del codice penale, commesso con violazione delle norme sulla

tutela della salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura non inferiore a 250

quote e non superiore a 500 quote.

In relazione al delitto di cui all'articolo 590, terzo comma, del codice penale, commesso con violazione delle

norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura non

superiore a 250 quote.

Non operano nella specie le sanzioni interdittive di cui all'articolo 9, comma 2, perché l'applicazione delle

medesime avviene, ai sensi dell'art. 13 del DLG n.231, solo quando ricorre almeno una delle seguenti

condizioni:

a) l'ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità e il reato è stato commesso da soggetto in

posizione apicale ovvero da soggetti sottoposti all'altrui direzione quando, in questo caso, la commissione

del reato è stata determinata o agevolata da gravi carenza organizzative;

b) in caso di reiterazione degli illeciti.

Nel caso in esame non risulta materialmente che le società abbiano tratto dai reati un profitto di rilevante

entità.

Va esclusa poi la ricorrenza della reiterazione degli illeciti, per quanto consta agli atti, dato che essa

presuppone che l'ente, già condannato in via definitiva almeno una volta per un illecito dipendente da

reato, ne commetta un altro nei cinque anni successivi alla condanna definitiva (art. 20).

Devono dunque essere inflitte solo sanzioni pecuniarie, che, peraltro sono le sanzioni principali generali,

come stabilito dall'art. 10: "per l'illecito amministrativo dipendente da reato si applica sempre la sanzione

pecuniaria".

La sanzione viene applicata per quote e l'importo di una quota va da un minimo di euro 258 ad una

massimo di euro 1549.

Ai sensi dell'art. 11 il numero delle quote va determinato tenuto conto della gravità del fatto, del grado di

responsabilità dell'ente, nonché dell'attività svolta per eliminare o attenuare le conseguenze del fatto e per

prevenire la commissione di ulteriori illeciti.

L'importo della quota, invece, è fissato sulla base delle condizioni economiche e patrimoniali dell'ente allo

scopo di assicurare l'efficacia della sanzione.

Trattandosi di plurimi reati commessi nello svolgimento di una medesima attività, occorre applicare per gli

omicidi e le lesioni la sanzione pecuniaria prevista per l'illecito più grave aumentata fino al triplo, così come

prescrive l'art. 21 del d.lgs. n. 231/01.

Vanno evidenziati i seguenti profili, in parte rilevanti anche ai fini dell'esclusione delle attenuanti dell'ant.

12: i reati sono stati commessi nell'interesse o per il vantaggio delle società, non ravvisandosi fini

strettamente personali delle persone fisiche nelle emergenze istruttorie; i danni arrecati sono gravissimi,

avuto riguardo al numero elevato dei soggetti deceduti e delle famiglie negativamente coinvolte; non sono

stati adottati modelli organizzativi e gestionali idonei; non sono stati offerti risarcimenti alle famiglie delle

vittime; le responsabilità dell'accaduto sono certamente suddivise tra tutti i soggetti indicati dal giudicante

nella presente motivazione; la (W) è una società di modeste dimensioni e con contenuta capacità

patrimoniale; (Y) è una società con un fatturato di rilievo, anche se si è trovata ad operare per l'ovvia

pressione riveniente dalla posizione dominante della (X); la (X) ha responsabilità per la condotta colposa di

due suoi operatori, ha una condizione economica e patrimoniale altamente solida e quindi deve essere

sanzionata in modo adeguato e realmente efficace.

Per l'effetto va applicata nei confronti della (X) spa la sanzione amministrativa pecuniaria di curo

1.400.000,00: 400 quote da euro 1.500 per il decesso di …; aumentate fino alla sanzione finale ex art. 21,

tenuto conto del numero degli altri decessi e delle lesioni procurate al ….

Nei confronti di (Y) s.n.c. va irrogata la sanzione amministrativa pecuniaria di curo 400.000,00: 400 quote

da euro 500 per il decesso di …; aumentate fino alla sanzione finale ex art. 21, tenuto conto del numero

degli altri decessi e delle lesioni procurate al ….

Nei confronti della (W) s.a.s. deve essere applicata la sanzione amministrativa pecuniaria di euro

400.000,00: 500 quote da euro 400 per il decesso di …; aumentate fino alla sanzione finale ex art. 21,

tenuto conto del numero degli altri decessi e delle lesioni procurate al ….

LE ALTRE RESPONSABILITA'INDIVIDUABILI

Possono essere schematicamente fissati gli aspetti rilevanti delle altre responsabilità individuabili. L'(Z) spa,

valicando tra l'altro i dettami della buona ingegneria industriale, ha consapevolmente consentito l'uscita dai

propri stabilimenti di partite di zolfo liquido con altissime concentrazioni di acido solfidrico, caricate per

giunta nelle cisterne senza precauzioni di sorta in raffineria. Ha omesso di segnalare debitamente ai

trasportatori, nei documenti rilasciati, l'effettiva consistenza delle sostanze prodotte e poi caricate nelle

casse, effettuando una individuazione ed una classificazione della merce in modo palesemente inadeguato

sul piano della pericolosità, non potendosi pretermettere di certo le consistenze quantitative di gas tossico

trasportate con lo zolfo fuso.

L'(Z) ha sempre saputo quali fossero i rischi connessi con lo zolfo fuso:

-i nfatti, aveva riportato espressamente, nella "scheda dati sicurezza per uso interno" dell'(Z) divisione …

ufficio … (rev. 4 del 15.5.2007), che per lo zolfo "fuso/polvere o solido" la protezione personale in ambienti

confinati, in caso di superamento dei limiti di esposizione TLV-TMIA e TLV-STEL (come nella specie almeno

da oltre un anno), dovesse avvenire con "apparecchi respiratori" (produzione del 12.6.2009 del PM avente

ad oggetto documenti della cartellina (Z), tra cui allegato 8);

- inoltre, aveva segnalato espressamente nella "scheda di manipolazione prodotti finiti" dell'(Z) divisione …

ufficio … (rev. 5 del 15.5.2007) che per lo zolfo non bisognava operare in ambienti confinati per la presenza

di gas tossico e che in caso di esposizione a idrogeno solforato occorreva "portare all'aria aperta e chiamare

un medico", praticando in caso di bisogno la respirazione artificiale (produzione del 12.6.2009 del PM

avente ad oggetto documenti della cartellina (Z), tra cui allegato 7).

Ciò nonostante, la società si è limitata alla individuazione e classificazione di pericolosità del solo zolfo e

non ha effettuato, nonostante le evidenze, la necessaria segnalazione del gas tossico, cioè del prodotto

maggiormente pericoloso, ciò anche in palese violazione della normativa ADR-RID.

Non ha conseguentemente permesso l'identificazione corretta dei rischi mortali connessi con la presenza di

un elevatissimo tenore di acido solfidrico e non ha di fatto così imposto l'apposizione sulle cisterne di

etichette e pannelli più allarmanti di quelli materialmente collocati.

Si fa davvero fatica a capire come mai una società di grandissimo spessore internazionale, leader nel

settore, abile nelle tecnologie più avanzate, capace di organizzare fiorentissimi traffici commerciali nel

mondo, dotata di una struttura ricca ed articolata, benché autorizzata a svolgere una attività altamente

pericolosa non sia stata in grado di esercitare tale possibilità con ogni premura e di fornire garanzie alla

collettività.

Non si comprende come mai abbia perciò consentito la circolazione incontrollabile di cisterne, con

all'interno un gas atto a provocare la morte anche istantanea, senza alcuna precauzione ed in assenza di

avvisi o segnali attinenti all'elevatissimo rischio connesso.

Ha lasciato circolare sul territorio nazionale cisterne con concentrazioni letali di idrogeno solforato senza

adottare una opportuna cautela informativa verso trasportatori e terzi, ciò anche in vista di prevedibili

operazioni di bonifica successiva dei contenitori.

Non va sottovalutata la considerazione che le prescrizioni ADR sono volte a prevenire situazioni di pericolo

nell'ampia circolazione che va dal momento del carico della merce fino a quello della completa bonifica del

mezzo di trasporto.

Esse sono rivolte a tutelare tutti coloro che possono entrare in contatto con la cisterna nei vari

spostamenti, fino alla eliminazione del pericolo connesso con le sostanze contenute.

A riprova di ciò vi è l'imposizione dell'adozione delle previste cautele anche per le cisterne vuote, non

ripulite e non degassificate, anche dopo l'arrivo a destinazione e sempre fino alla cessazione di ogni

pericolo.

Una corretta classificazione del prodotto avrebbe comportato l'apposizione sul mezzo dei segnali più

evidenti di pericolo, come quello assolutamente indispensabile dell'etichetta recante un teschio e due tibie

incrociate.

Questi avvertimenti, nella catena successiva delle consegne della cisterna fino alla (W), avrebbero

certamente fatto desistere tutti gli operai, come anche gli altri soggetti intervenuti in loro soccorso,

dall'entrare incautamente nella cisterna senza dispositivi di isolamento dall'aria esterna.

Il pittogramma con il teschio e le tibie incrociate avrebbe destato paura e attenzione nelle persone

chiamate a lavorare presso la (W) e nel soccorritore …, inducendoli con ogni probabilità a desistere

dall'introdursi nel luogo confinato della cisterna.

Liberandosi peraltro in tal modo di un prodotto palesereste irregolare, l'(Z) ha consentito l'uscita dal suo

stabilimento di acido solfidrico in quantità esorbitanti senza alcun controllo.

Infatti si tratta di una sostanza che, in quanto costituente, un rifiuto pericoloso evidentemente indesiderato

per le alte concentrazioni presenti nella attività di produzione di zolfo liquido e nell'utilizzo successivo

previsto per tale ultima sostanza chimica nella realizzazione di acido solforico (come dimostrato dalla

condotta di contestazione della (K) e dai dati tecnici del suo impianto), avrebbe dovuto essere destinata ad

uno smaltimento ovviamente non mascherato, diversamente da quanto concretamente verificatosi.

Lo smaltimento del gas doveva essere compiuto secondo procedure di tutela e sicurezza ambientale,

sopportando i relativi costi economici, visti del resto i limiti di emissione fissati normativamente per le

raffinerie anche per i processi claus.

Anche la violazione delle regole cautelare previste in materia di rifiuti tossici, quali sono i gas letali

contenuti nelle cisterne, costituisce allora un valido elemento per configurare la responsabilità di tale

società.

La (K) spa, pur essendo stata informata dell'esistenza di concentrazioni potenzialmente letali di idrogeno

solforato nei carichi effettuati nelle raffinerie e benché a conoscenza dei pericoli discendenti nella

manipolazione commerciale di tale prodotto alla luce delle indicazioni della "scheda dati ambiente e

sicurezza" (detta scheda "a sedici punti") in suo possesso giacché consegnata alla stessa dall'(Z) quale

destinataria del trasporto, ha omesso di eliminare dalla cisterna quel gas tossico con appositi accorgimenti

prima della ripartenza della cisterna.

Ha poi colposamente tralasciato di segnalare quella situazione anomala agli altri operatori del circuito di

trasporto, impedendo conseguentemente di far predisporre, all'atto della spedizione verso Bari (nella veste

di speditrice) per il viaggio di ritorno delle cisterne, i documenti, le etichette ed i pannelli evidenzianti tali

pericoli mortali per tutti coloro che potevano entrare in contatto con la cisterna.

Né ovviamente può sostenersi che fossero cessati siffatti rischi per effetto del solo scarico di zolfo liquido,

avuto riguardo all'omessa bonifica dei contenitori all'uscita dallo stabilimento di Scarlino. Anche per la (K)

va evidenziato che l'idrogeno solforato è una sostanza che in quelle quantità, in quanto costituente un

rifiuto pericoloso evidentemente indesiderato in quelle alte concentrazioni nella attività di produzione di

zolfo liquido e nell'utilizzo previsto per tale ultima sostanza chimica per la produzione di acido solforico

(come dimostrato dalla condotta di contestazione), avrebbe dovuto essere destinata ad uno smaltimento

ovviamente non mascherato, come quello verificatosi.

Lo smaltimento del gas doveva essere compiuto secondo procedure di tutela e sicurezza ambientale,

sopportando i relativi costi economici.

Anche la violazione delle regole cautelare previste in materia di rifiuti tossici, quali sono i gas letali

contenuti nelle cisterne, costituisce allora un valido elemento per configurare la responsabilità di tale

società.

Analogamente, (E), ovvero il legale rappresentante della (W), prima di cimentarsi in una attività altamente

pericolosa, come la bonifica di cisterne contenenti residui di sostanze pericolose, che era cosa ben diversa

dal mero trasporto di cui egli aveva pregressa esperienza, nonché di affidare al proprio dipendente

l'esecuzione del servizio e di permettergli di entrare in uno spazio confinato interessato dal trasporto di una

sostanza chimica pericolosa, avrebbe dovuto pretendere informazioni complete sul prodotto

precedentemente trasportato e sui rischi connessi alla manipolazione, al trattamento ed alla eliminazione

dei residui del precedente carico, pretendendo informazioni di sicurezza su tali aspetti dai committenti o

dal produttore; in ogni caso avrebbe dovuto accertarsi, con apposite apparecchiature, della eventuale

presenza di gas tossici o avrebbe dovuto acquistare maschere con respiratori ed imporne l'uso in azienda,

secondo una regola non scritta di includibile prudenza.

La (J), consulente per la sicurezza della (W), pur essendo evidente la presenza in azienda di strumenti per la

pulizia interna di cisterne, avrebbe dovuto segnalare, tra i generali pericoli concreti da evitare, quello di un

accesso non protetto degli operai in tali spazi confinati.

Essa avrebbe dovuto imporre alla (W) una preventiva verifica del carico precedentemente trasportato dalle

cisterne e della eventuale permanenza di sostanze pericolose, ciò anche a prescindere dalle risultanze di

documenti di trasporto.

La società (J), molto affermata nel settore della sicurezza, dapprima ha effettuato un sopralluogo

estremamente superficiale e stranamente parziale in azienda, conte emerge dalla imbarazzata deposizione

del suo amministratore, a proposito dell'area di lavaggio, e poi ha trascurato assurdamente di rispettare

una suggeribile banale prescrizione cautelare di prudenza, applicabile ad ogni introduzione in ambiente

chiuso adibito al trasporto di merci o sostanze. Non ci si può trincerare dietro la scusa della omessa

prospettazione del rischio chimico da parte del titolare della (W).

Il compito di una società di consulenza è proprio quello di non accontentarsi delle indicazioni sommarie

dell'altro contraente, di evidenziare le falle presenti nella sicurezza in azienda e di rappresentare i punti

critici dei lavori specificamente individuati o associabili al tipo di ramo operativo.

A detta del …, una analisi di questo tipo sarebbe costata di più e quindi non poteva essere resa

gratuitamente.

Intanto, l'ambito, complessivo dell'intervento operativo della (W) doveva essere scandagliato con

attenzione.

Inoltre, quella analisi doveva essere fortemente consigliata ed imposta per una effettiva tutela.

In ogni caso, la società chiamata ad esercitare un compito di consulenza aveva l'obbligo giuridico di

segnalare anche solamente i rischi generici connessi con il lavaggio interno delle cisterne.

Era d'altronde prevedibile che, durante un lavaggio di una cisterna, seppure in una struttura dotata di

testina rotante con scudo, un operaio, per qualsiasi ragione, potesse avvertire il bisogno di entrare nella

cisterna anche solo per recuperare un oggetto caduto all'interno o per garantire la massima

pulizia in presenza di incrostazioni o sporco resistente al lavaggio automatizzato.

La segnalazione di pericoli connessi con tale accesso in ambiente chiuso era doverosa, rientrando tra quelle

più elementari, ed era quindi sicuramente esigibile da parte di una società specializzata in

tema di sicurezza del lavoro.

Non si deve mai dimenticare ciò che non può essere mai scontato: gli adempimenti dei consulenti in

materia di sicurezza sul lavoro non sono attività di routine, ma servono a proteggere le persone dai pericoli

presenti nell'ambiente lavorativo.

In tale ambito le leggerezze, connesse al veloce smaltimento burocratico delle pratiche e generate

verosimilmente dall'obiettivo della moltiplicazione e della massimizzazione dei profitti, non sono ammesse

o tollerate, soprattutto perché portano alla lesione di beni giuridici di primo piano nella scala dei valori

costituzionalmente protetti.

E' sufficiente una rapida lettura del documento di valutazione del rischio predisposto dalla (J) srl per la (W)

sas per rendersi conto dell'assurda superficialità dell'approccio della prima nella relazione contrattuale.

L'amministratore (E) figurava addirittura quale rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.

Di fatto era stato così ingabbiato l'esercizio dei poteri, basilari per la tutela dei lavoratori nel rapporto con il

datore di lavoro, delineati dagli artt. 19 e 20 del DLG 626/04.

Nulla era stato eccepito al riguardo da parte della società di consulenza.

Nel documento di valutazione difettavano le indicazioni specifiche sulle modalità di verifica della presenza

di sostanze pericolose e mancavano anche direttive sui rischi dei singoli prodotti chimici presenti in

azienda.

Nella parte relativa ai luoghi di lavoro, con riguardo a magazzini e depositi, si citavano eccentriche

precauzioni da adottare per "il legname e il materiale da utilizzare per la costruzione di opere sceniche",

oppure per "gli abiti e i costumi da scena" o ancora per "le armi opportunamente denunciate e

inventariate".

La lettura di siffatti passi, davvero sconfortante se si pensa agli obiettivi primari di una consulenza per la

sicurezza, serve in questa sede solo a tratteggiare la totale negligenza con cui è stato portato a termine

l'incarico da parte della (J), che ha evidentemente utilizzato acriticamente testi creati per altre tipologie di

imprese, tradendo gli interessi negoziali della (W) e minando la sfera di protezione dei relativi dipendenti.

E' stata data separata importanza solo ai rischi da rumore, pretermettendo ogni indagine accurata sul

pericolo da contatto con sostanze chimiche.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto del Lavoro A, tenute dalla Professoressa Silvana Sciarra nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo di una sentenza emessa dal Tribunale di Trani, Sez. di Molfetta, nel 2009 in tema di tutela della persona sul lavoro. La sentenza è emessa a seguito della morte di un operaio per il mancato rispetto delle normative sulla sicurezza del lavoro.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto del Lavoro A e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Sciarra Silvana.

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