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Traslatio iudicii - C. Cost. n. 77/07

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino, nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 77 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2007.
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Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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l’autorevolezza delle sezioni unite, di dedicare attenta considerazione alle argomentazioni che si

sono appena riferite benché le sezioni unite — decidendo su un error in procedendo, sia pure avente

ad oggetto la giurisdizione — abbiano affrontato la questione risolvendo un caso di conferma della

giurisdizione del giudice a quo e si siano occupate della declinatoria di giurisdizione da parte del

giudice di merito solo «per ragioni di completezza sistematica».

Malgrado ciò, questa corte non può non considerare attentamente quanto sostengono le sezioni

unite nel pervenire alla conclusione che, essendo la questione oggetto del presente giudizio

risolvibile de iure condito, «non è necessario sollecitare sul punto l’intervento del giudice delle

leggi». È evidente, infatti, che, ove fossero condivisibili gli argomenti che hanno indotto le sezioni

unite ad esprimere tale opinione, questa corte dovrebbe dichiarare inammissibile la questione in

esame per non avere il giudice a quo nemmeno tentato di dare una lettura costituzionalmente

orientata della norma censurata.

4.1. - Pur nella consapevolezza dell’intento ispiratore della sentenza n. 4109 del 2007, si deve

anzitutto escludere che — come le sezioni unite affermano a «premessa indispensabile» del loro

argomentare — manchi nell’ordinamento «un espresso divieto della translatio iudicii nei rapporti tra

giudice ordinario e giudice speciale».

È sufficiente rilevare, in proposito, che l’espressa previsione della translatio con esplicito ed

esclusivo riferimento alla «competenza» — ciò che costituiva una novità del codice del 1942,

auspicata (ma limitatamente all’incompetenza) fin dal c.d. progetto Chiovenda, non a caso resa

possibile da una articolata disciplina (art. 42-50) totalmente assente per la «giurisdizione» — non

altro può significare se non divieto di applicare alla giurisdizione quanto previsto, esplicitamente ed

esclusivamente, per la competenza; il che avrebbe reso superfluo, nell’asciutta essenzialità delle

norme codicistiche, l’«espresso divieto» di applicare alla giurisdizione le molte norme

esplicitamente dedicate (sia nelle rubriche che nel testo) alla sola competenza.

In secondo luogo, riguardo all’argomento che le sezioni unite desumono dal ricorso per cassazione

ex art. 362, 2° comma, c.p.c., occorre considerare che — a differenza di quanto l’art. 362, 1°

comma, prevede (richiamando il termine di cui all’art. 325, 2° comma) per l’impugnazione di

sentenze di giudici speciali «per motivi attinenti alla giurisdizione» — la «denuncia» di conflitti

negativi di giurisdizione è possibile «in ogni tempo»: ed ai fini qui rilevanti è sufficiente osservare

che la funzione di «rendere praticabile la translatio», con la conservazione degli effetti della

domanda proposta al giudice (che risulta essere) privo di giurisdizione, non può ritenersi affidata ad

un ricorso proponibile «in ogni tempo» (e, quindi, anche anni dopo il manifestarsi del conflitto).

4.2. - Ciò detto dei due argomenti in base ai quali le sezioni unite ritengono risolvibile de iure

condito la questione pendente dinanzi a questa corte — questione della quale non può,

conseguentemente, dichiararsi l’inammissibilità per non aver il giudice rimettente valutato la

praticabilità di una interpretazione costituzionalmente corretta — va rilevato che il giudice a quo

sollecita l’intervento di questa corte non già lamentando l’assenza di un meccanismo processuale

che consenta la trasmigrazione del processo ad altro giudice fornito di giurisdizione, bensì

l’impossibilità che, a seguito della declinatoria della giurisdizione, siano conservati gli effetti

prodotti dalla domanda proposta davanti ad un giudice privo di giurisdizione.

Tale modo di impostare la questione è corretto, essendo evidente che l’esistenza nel codice di

procedura civile di una norma che disciplina in generale l’istituto della riassunzione della causa (art.

125 disp. att. c.p.c.) non risolve affatto il problema sollevato dal giudice a quo: la possibilità —

esplicitamente prevista dalla legge ovvero desumibile attraverso una sistematica «ricucitura» delle

norme — di riassumere il processo non implica di per sé che la domanda proposta in riassunzione

conservi gli effetti prodotti da quella originaria.

La trasmigrabilità del processo è strumento necessario, ma non sufficiente perché il giudice ad

quem possa giudicare della domanda dinanzi a lui riassunta come se essa fosse stata proposta

davanti a lui nel momento in cui lo fu al giudice privo di giurisdizione.

5. - Il principio dell’incomunicabilità dei giudici appartenenti ad ordini diversi — comprensibile in

altri momenti storici quale retaggio della concezione c.d. patrimoniale del potere giurisdizionale e

quale frutto della progressiva vanificazione dell’aspirazione del neocostituito Stato unitario (legge

sull’abolizione del contenzioso amministrativo) all’unità della giurisdizione, determinata

dall’emergere di organi che si conquistavano competenze giurisdizionali — è certamente

incompatibile, nel momento attuale, con fondamentali valori costituzionali.

Se è vero, infatti, che la Carta costituzionale ha recepito, quanto alla pluralità dei giudici, la

situazione all’epoca esistente, è anche vero che la medesima Carta ha, fin dalle origini, assegnato

con l’art. 24 (ribadendolo con l’art. 111) all’intero sistema giurisdizionale la funzione di assicurare

la tutela, attraverso il giudizio, dei diritti soggettivi e degli interessi legittimi.

Questa essendo la essenziale ragion d’essere dei giudici, ordinari e speciali, la loro pluralità non

può risolversi in una minore effettività, o addirittura in una vanificazione della tutela

giurisdizionale: ciò che indubbiamente avviene quando la disciplina dei loro rapporti — per giunta

innervantesi su un riparto delle loro competenze complesso ed articolato — è tale per cui l’erronea

individuazione del giudice munito di giurisdizione (o l’errore del giudice in tema di giurisdizione)

può risolversi in un pregiudizio irreparabile della possibilità stessa di un esame nel merito della

domanda di tutela giurisdizionale.

Una disciplina siffatta, in quanto potenzialmente lesiva del diritto alla tutela giurisdizionale e

comunque tale da incidere sulla sua effettività, è incompatibile con un principio fondamentale

dell’ordinamento, il quale riconosce bensì l’esistenza di una pluralità di giudici, ma la riconosce

affinché venga assicurata, sulla base di distinte competenze, una più adeguata risposta alla domanda

di giustizia, e non già affinché sia compromessa la possibilità stessa che a tale domanda venga data

risposta.

Al principio per cui le disposizioni processuali non sono fine a sé stesse, ma funzionali alla miglior

qualità della decisione di merito, si ispira pressoché costantemente — nel regolare questioni di rito

— il vigente codice di procedura civile, ed in particolare vi si ispira la disciplina che

all’individuazione del giudice competente — volta ad assicurare, da un lato, il rispetto della

garanzia costituzionale del giudice naturale e, dall’altro lato, l’idoneità (nella valutazione del

legislatore) a rendere la migliore decisione di merito — non sacrifica il diritto delle parti ad ottenere

una risposta, affermativa o negativa, in ordine al «bene della vita» oggetto della loro contesa.

Al medesimo principio gli art. 24 e 111 Cost. impongono che si ispiri la disciplina dei rapporti tra

giudici appartenenti ad ordini diversi allorché una causa, instaurata presso un giudice, debba essere

decisa, a seguito di declinatoria della giurisdizione, da altro giudice.

6. - Il rispetto dei confini del proprio ruolo nell’ordinamento impone a questa corte di limitarsi a

dichiarare l’illegittimità costituzionale della norma censurata nella parte in cui non prevede la

conservazione degli effetti della domanda nel processo proseguito, a seguito di declinatoria di

giurisdizione, davanti al giudice munito di giurisdizione, ispirandosi essa, viceversa, al principio per

cui la declinatoria della giurisdizione comporta l’esigenza di instaurare ex novo il giudizio senza

che gli effetti sostanziali e processuali prodotti dalla domanda originariamente proposta si

conservino nel nuovo giudizio; principio questo che, non formulato espressamente in una o più

disposizioni di legge ma presupposto dall’intero sistema dei rapporti tra giudice ordinario e giudici

speciali e tra i giudici speciali, deve essere espunto, come tale, dall’ordinamento.

7. - La disciplina legislativa che, con l’urgenza richiesta dall’esigenza di colmare una lacuna

dell’ordinamento processuale, verrà emanata, sarà vincolata solo nel senso che essa dovrà dare

attuazione al principio della conservazione degli effetti, sostanziali e processuali, prodotti dalla

domanda proposta a giudice privo di giurisdizione nel giudizio ritualmente riattivato — a seguito di

declinatoria di giurisdizione — davanti al giudice che ne è munito.

Ciò posto, è evidente che — contrariamente a quanto sembra sostenere l’ordinanza di rimessione

— la conservazione degli effetti prodotti dalla domanda originaria discende non già da una

dichiarazione del giudice che declina la propria giurisdizione, ma direttamente dall’ordinamento,

interpretato alla luce della Costituzione; ed anzi deve escludersi che la decisione sulla giurisdizione,

da qualsiasi giudice emessa, possa interferire con il merito (al quale appartengono anche gli effetti

della domanda) demandato al giudice munito di giurisdizione.


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino, nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 77 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2007.
Gli effetti sostanziali e processuali, maturati davanti a un giudice che ha declinato la giurisdizione, si conservano intatti davanti a quello effettivamente munito di essa.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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